PSICOLOGIA SOCIALE



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Nell’era social è semplice capire come sia importante approfondire le nostre conoscenze e aggiornare le competenze per l’interazione con gli altri. Ecco perché abbiamo deciso di promuovere questa rubrica. Il nostro obiettivo è di informare circa le nuove abilità necessarie alle donne e gli uomini contemporanei per vivere al meglio il proprio tempo: la capacità di aggiornarsi ai mutamenti continui, arrangiare la propria emotività ed infine arrangiare la nostra vita per vivere al meglio e se possibile felici.

Richard Eugen Unterrichter  


12 aprile 2019

foto da: www.investireoggi.it

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I PRO E I CONTRO DELL’ORA LEGALE SULLA NOSTRA SALUTE PSICOFISICA

 

Domenica notte è entrata in vigore l’ora legale e la maggior parte degli italiani appena svegli si sono posti questa domanda: “Già sono le 9?” Ebbene sì, poiché è stata spostata la lancetta un’ora avanti e abbiamo perso un’ora di sonno.
E’ nella natura dell’essere umano di provare un sentimento di avversione alla perdita, infatti il solo pensiero di aver perso un’ora della propria vita può compromettere l’umore dell’intera giornata.

Gli effetti dell’ora legale sulla nostra psiche, tuttavia, non si limitano all’umore, ma condizionano il nostro organismo in tanti altri modi.

Vediamo prima a cosa serve l’ora legale.

Il primo a proporla fu Benjamin Franklin nel 1784, per contrastare l’eccessivo consumo di candele e delle lampade ad olio. Il suo progetto fu prima accantonato e poi ripreso diversi anni dopo. L’Italia aderì al piano di risparmio energetico negli anni ’60. Lo spostamento in avanti delle lancette fissato all’ultima domenica di Marzo, regala più ore di luce e dunque consente di risparmiare più energia.

 Tuttavia non tutti sono concordi sull’utilità dell’ora legale, tanto da sollevare la questione in Parlamento Europeo rispetto alla sua completa abolizione. Difatti dal 2021, ogni Stato sarà libero di scegliere il regime che preferisce, se mantenere tutto l’anno l’ora solare (quella ‘naturale’ senza spostamento avanti delle lancette) oppure l’ora legale (quella ‘estiva’ con lo spostamento avanti di un’ora).

Quali sono gli effetti dell’ora legale?

·       Disregolazione psichica. Si diventa più irritabili e si acuisce la depressione nei soggetti predisposti. L’obbligo di spostare di un'ora in avanti le lancette dell'orologio, causa infatti un aumento dell’ansia, nervosismo, malumore, tutti disturbi dovuti ad un cambiamento del ciclo del sonno.

·       Disagi nella regolazione del sonno. L’ora legale influenza il nostro ritmo circadiano, ovvero l’orologio interno che tutti noi abbiamo e che regola le funzioni chimiche del nostro corpo e dunque impieghiamo più tempo nel regolarlo nuovamente, questo inficia la qualità del nostro sonno per i primi giorni.

·       Calo di concentrazione e produttività. Se non dormiamo bene, siamo anche meno focalizzati sui compiti durante la giornata. Uno studio condotto nel 2012 e pubblicato sulla rivista Journal of Applied Psychology, ha dimostrato che le persone tendono a sprecare più tempo su Internet quando scatta l’ora legale, piuttosto che concentrarsi su compiti lavorativi. Un altro studio ha analizzato il rendimento di alcuni studenti che dovevano affrontare un esame di ammissione all’Università. Gli studenti che erano andati a dormire utilizzando l’orario normale avevano ottenuto risultati migliori rispetto agli studenti che avevano simulato l’ora legale.

·       Rischio di aumento delle patologie cardiocircolatorie, soprattutto la mattina e il giorno seguente lo spostamento dell’ora. La causa riguarda il fatto che, per compensare alla privazione del sonno, il nostro organismo rilascia una maggior quantità di cortisolo (noto come ormone dello stress); ciò ci sottopone a un maggior rischio d’infarto e di crisi cardiache.

Per ridurre al minimo questi effetti negativi, gli esperti del sonno consigliano di adattarsi al nuovo orario legale gradualmente, senza sconvolgere bruscamente il sonno.

Se vi siete sentiti irritabili, nervosi e stressati in questi giorni, niente paura, è un piccolo effetto come quello del jet-leg. È solo una questione di adattamento, infatti l’ora legale apporta anche numerosi benefici. Nello specifico, una volta superata la fase di adattamento al nuovo ritmo circadiano, potremmo godere della maggiore esposizione alla luce, che significa assunzione di una quantità maggiore di vitamina D che proviene dal sole e che migliore l’umore; possibilità di fare Sport e attività fisica all’aria aperta, che contrasta la svogliatezza e la pigrizia.

Ci sentiremo più attivi e ci sarà una risposta di maggiore vitalità. Questa aumenterà sempre di più fino a giugno quando ci sarà l'esplosione dell'estate.

Buon ora legale a tutti!

dott.ssa Francesca Giordano


28 febbraio 2019

foto da: http://pinkroma.it

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COME EVITARE DI ESSERE AGGREDITI

 

Essere in grado di evitare un’aggressione dipende dalle proprie abilità di leggere le situazioni potenzialmente pericolose e di rispondere con comportamenti adeguati in modo efficace,aumentando il nostro senso di sicurezza percepita e la capacità di far fronte a condizioni di stress, competenze che trasversalmente potremo applicare anche in altri ambiti della vita e nella quotidianità.

 

1 – Reframing Non possiamo esercitarci concretamente a gestire le aggressioni perché fortunatamente sono episodi che accadono raramente nella vita, ma possiamo comunque fare un esercizio mentale per vivere delle situazioni quotidiane come potenziali luoghi di aggressione.

Come negli esercizi di visualizzazione questa tecnica serve per allenare la mente ad affrontare situazioni reali anche in assenza di circostanze concrete. Se l’esercizio ci crea ansia possiamo provare a farlo mentalmente partendo da situazioni più tranquille quando siamo in compagnia altre persone, passando man mano a situazioni più ostili.

 

2 – Redirezionamento emotivo. In situazioni di alto stress emotivo potrebbe diventare quasi impossibile per il sistema cognitivo riprendere controllo sull’istinto di sopravvivenza. Redirezionando la paura in rabbia posso ribaltare la passività della reazione di paura focalizzandomi su una risposta più reattiva che mi permetta di non rimanere paralizzato durante l’aggressione

 

Il miglior modo di prevenire, alla fine, è avere consapevolezza non solo del fenomeno, ma di come noi personalmente funzioniamo, di quali risorse disponiamo e di come possiamo metterle a frutto perché possano tornarci utili.

Dr.ssa Candida Parlato


14 febbraio 2019

foto da: www.bergamopost.it 

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COME I NUOVI GENERI MUSICALI INFLUENZANO I COMPORTAMENTI DEI MILLENIALS 

La musica è un linguaggio universale che attraversa le culture. Essa si configura di rilevante importanza specialmente durante il periodo adolescenziale, segnando di generazione in generazione, le epoche e i modi di vivere. La musica infatti è piena di significati profondi per gli adolescenti: il suo linguaggio multietnico e ricco di messaggi avvicina i giovani di ogni razza e cultura e rappresenta un inno di appartenenza al gruppo. La musica attraverso parole esprime quello che è difficile dire e pensare: la ricerca della propria identità, l’amore, il sesso, il desiderio di ribellione.

Alcune ricerche hanno mostrato che mediamente gli adolescenti ascoltano musica 2 – 3 ore al giorno, traendone un benessere sia sociale (socializzare coi pari, formazione della propria identità) che individuale (regolazione dell’umore e strategie per affrontare i problemi) (Bakagiannis & Tarrant, 2006).

La generazione dei millenials si affaccia ad una società profondamente mutata nei suoi valori e nei suoi insegnamenti ed in questo contesto, la musica da loro ascoltata ha cambiato assetto: i nuovi generi musicali hanno testi più incisivi e volgari, con basi fortemente psichedeliche. Difatti con poca difficoltà vengono affrontati temi ai limiti della legalità: droga, alcool, soldi.  Non vengono quasi più cantati l’amore, l’innocenza di quell’età, nè il desiderio di indipendenza ed emancipazione, ma la noia e il lassismo di quest’era, dove è più facile che droghe e sballo trovino un senso.

Fino a che punto gli adolescenti rischiano di identificarsi in questi messaggi negativi?

Come abbiamo visto sopra, la musica si configura durante l’adolescenza come una potente ancòra, un rifugio sicuro, un riparo dal malessere e dalla sofferenza. Ed è proprio in questa età di vulnerabilità che è più facile che comportamenti e mode dettate da alcuni artisti e dai testi delle loro canzoni possono influenzare le abitudini e gli atteggiamenti delle nuove generazioni.

 I nuovi idoli della musica affascinano i ragazzi perché mettono in scena le loro stesse passioni e il loro stesso desiderio di rivolta, ma anche il malessere di quell’età. Gli adolescenti si identificano con loro, poiché hanno una struttura psichica e affettiva troppo fragile, vulnerabile che li conduce, attraverso l’omologazione, allo sviluppo di comportamenti nocivi alla loro salute.

Sembra strano, ma la musica può configurarsi, in questo senso, come un fattore di rischio, per gli adolescenti. Bisognerebbe invece fare in modo che sia un fattore di positività, educando, ad esempio, all’ascolto e al discernimento. In questo modo saranno i ragazzi a distinguere la realtà dall’esagerazione dello spettacolo.

dott. Francesca Giordano





22 gennaio 2019

foto da: http://blog.meprint.it/stimolare-e-allenare-la-creativita/ 

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COME STIMOLARE LA NOSTRA CREATIVITÀ. 3 ESERCIZI PRATICI.

La creatività è il modo di saper utilizzare la plasticità del cervello per rispondere alla complessità degli eventi, di non bloccarsi  e rispondere ad essi trovando soluzioni, non statiche e prestabilite, ma nuove e innovative.

 

Il nostro cervello è diviso in emisfero sinistro e destro, L’ emisfero sinistro è considerato l’emisfero “razionale”, perché regola abilità come il linguaggio, la scrittura, il ragionamento logico, il destro è quello “artistico”, che controlla la creatività, l’intuito, la percezione dello spazio, la competenza musicale , anche se studi recenti hanno stabilito che la creatività  si deve ad una collaborazione efficace ed efficiente tra i due emisferi.

 

La nostra estrosità può essere stimolata e potenziata attraverso esercizi per stimolare il pensiero creativo.

Ecco alcuni veloci suggerimenti per farlo:

porsi nessun limite ,

pensare immedesimandosi in un’altra persona ,

dimenticare ciò che si sa momentaneamente per non farsi condizionare da pregiudizi.

 

Ogni situazione è unica indeterminata e conflittuale, lasciamo che la nostra mente sia creativa e non applichi le stesse tecniche .

 

Dr.ssa Candida Parlato


11 gennaio 2018

foto da:  https://www.techeconomy.it/2013/05/29/la-maggioranza-della-gente-e-stupida/

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VOGLIA DI ARRABBIARSI DI MENO ED ESSERE PIÙ FELICE. ECCO COME. 

Ci siamo mai chiesti perché molto spesso ci arrabbiamo, siamo irascibili e mostriamo poca pazienza?

La società odierna, definita liquidadal sociologo Bauman e caratterizzata da legami sociali sempre più fragili e da incertezze affettive e lavorative, ci ha trascinati all’interno di un vortice di instabilità, in cui vi è assenza di punti di riferimento e dove prevale la competitività all’ appartenenza. Inoltre gli stili di vita sempre più stressanti, la ricerca della perfezione estetica (e non solo), conducono molti individui a sviluppare sempre maggiori forme di malessere e di intolleranza nei confronti del prossimo.

A quanti è capitato di infastidirsi al cinema quando il vicino continua a commentare il film? Oppure in strada quando osserviamo guidatori poco attenti?

Queste, seppur apparentemente banali, forme di intolleranza sono spesso il preludio per lo sviluppo di emozioni più forti che possono durare nel tempo, come essere sempre arrabbiati.

Ma cos è la rabbia?

Essa è un’emozione primitiva e, come tale, è presente in ogni cultura. Ci si arrabbia quando qualcosa o qualcuno si oppone alla realizzazione di un nostro bisogno. Spesso ci sforziamo di mascherare la rabbia, ma le sue manifestazioni facciali (aggrottare la fronte e le sopracciglia e digrignare i denti) sono ben visibili e distinguibili. Inoltre la voce si fa più intensa, il tono minaccioso e ci prepariamo all'attacco attraverso l’ accelerazione del battito cardiaco, aumento della pressione arteriosa e della tensione muscolare.

Spesso però ci rendiamo conto che l’eccesiva intolleranza e rabbia verso gli altri ci pone in uno stato di ulteriore stress emotivo che non ci fa vivere né sereni né felici. Quando prendiamo coscienza di questo, vorremmo trovare il modo per gestire tali emozioni, ma non sappiamo come fare.

A tal proposito un concetto utile a trarre vantaggio dalle emozioni negative (come la rabbia) è quello di agilità emotiva.

Cos è l’agilità emotiva?

Se ne parla per la prima volta in un articolo di Susan David, nel quale essa è descritta come l’essere “consapevoli di tutte le proprie emozioni, anche di quelle negative come rabbia e tristezza, e al tempo stesso essere in grado di accettarle e imparare da ciascuna di esse”.

Nello specifico, questa definizione ci fa capire che è importante interrogarci su: cosa mi ha insegnato quella emozione? Come ho reagito? Cosa posso fare per reagire diversamente?

Queste domande ci tornano utili perché ci aiutano a diventare consapevoli di cosa sta accadendo e ci permettono di riflettere e agire in maniera meno impulsiva ma più controllata. In questo modo ne beneficia la qualità della nostra vita.

Come svilupparla?

1)     Innanzitutto è fondamentale riconoscere le proprie emozioni: si tratta di interrogarci su quello che stiamo provando in quell’istante

2)     Prendere le distanze: cioè osservarle in modo distaccato così da impedire loro di controllare le nostre azioni

3)     Concentrarci sui nostri obiettivi, in modo da non farci sopraffare dalle emozioni

4)     Accogliere il cambiamento nelle nostre routine quotidiane per portare la nostra vita laddove vogliamo che vada.

Con questi accorgimenti permettiamo al nostro corpo e alla nostra mente di non lasciarci sopraffare dal flusso emotivo, ma impariamo grazie all’agilità emotiva, a gestirlo dando priorità ai nostri obiettivi, cercando di allineare i nostri valori alle azioni.

Nel concreto, quando sentiamo che sta per prevalere la rabbia, fermiamoci, riflettiamo su di essa e distacchiamoci tenendo sempre presente il nostro sistema di valori, così da indirizzare i nostri comportamenti in una direzione più efficace e adattiva.

Tutto ciò richiede impegno e perseveranza, che, insieme, sono la giusta combinazione per qualsiasi tipo di successo!

DOTT. FRANCESCA GIORDANO


20 dicembre 2018

foto da: https://www.videoandria.com/tumori-bambini-jpg/

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I BAMBINI E LA LORO LOTTA NEI TUMORI

La malattia potenzialmente mortale causa nel bambino sofferenza e una situazione di terrore sia sul piano fisico che su quello emotivo. Inoltre, anche se alle volte è curabile, nell’immaginario comune si tratta di una malattia direttamente collegata alla morte ed è compito dello psicologo riconoscere la presenza di eventuali disturbi o delle angosce di morte che il bambino malato potrebbe sviluppare. Le angosce di morte (Derealizzazione, Depersonalizzazione e Destrutturazione) portano il bambino a interrogarsi sul proprio futuro, a perdere la motivazione a vivere, a non riconoscersi più nel proprio ruolo e ad identificarsi differente dalla condizione iniziale di salute; crollano così i miti dell’eterna giovinezza e dell’eterna salute (Crocetti, 2012). Poiché il disagio psicologico aumenta la percezione del dolore(Riva, 2013), riducendo le angosce di morte che spesso accompagnano il paziente oncologico vi è anche un decremento del dolore fisico (Mangani, 2015).
I danni che provoca questa malattia sono un'entità con la quale bisogna fare i conti nella vita di tutti giorni dal momento della diagnosi in poi, la malattia segue una strada pericolosa incerta che si estende davanti al pazienti, come un burrone che non è segnalato sulle carte geografiche, senza
barriere ne’ guida terapeutica. L'obiettivo delle cure per i bambini con tumore non può essere limitato al controllo della malattia, ma deve mirare ad assicurare il loro inserimento e la permanenza nella vita sociale al più alto livello possibile. Notevole attenzione sarà pertanto dedicata
in particolare ai problemi psico-sociali del bambino con tumore e della sua famiglia con un'attività multidisciplinare che si articola generalmente in un programma assistenziale di accoglienza ben definito.

dr.ssa Candida Parlato  

17 dicembre 2018

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QUANDO LE MODE ADOLESCENZIALI PROVOCANO TRAGEDIE


La tragedia di Corinaldo dove hanno perso la vita sei minorenni e una giovane mamma, ha portato alla luce una nuova moda che sta dilagando fra gli adolescenti: quella di utilizzare gli spray urticanti. Difatti questa tragedia non è un episodio isolato, in una scuola di Pavia il nebulizzatore ha provocato l’intossicazione di 48 studenti. E il fenomeno si estende anche fuori Italia.

Prima di analizzare cosa spinge i giovani adolescenti a utilizzare impropriamente gli spray, è doveroso capire che, almeno in Italia, è forse fin troppo facile acquistare questi prodotti. La liberalizzazione è disciplinata dal decreto ministeriale 103 del 2011, in base al quale gli spray vengono classificati come “strumenti di autodifesa….che non hanno attitudine a recare offesa alle persone”.  Le limitazioni riguardano principalmente l’età dell’acquirente (16 anni) e alcune caratteristiche tecniche del prodotto.

Ma cosa spinge gli adolescenti a usare uno strumento utile all’autodifesa come strumento di gioco?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo considerare il periodo di vita che affrontano gli adolescenti.

L’adolescenza è un periodo di transizione. Un momento nel quale non si è ancora adulti, ma non si è più neanche bambini. Tale aspetto ambivalente conduce i ragazzi ad un bisogno di accettazione da parte della società e di autodeterminazione. Si parla di veri e propri riti di iniziazione o riti di passaggio che contengono un’importante funzione sociale e psicologica, poiché sanciscono la volontà e l’esigenza di sentirsi parte di un gruppo e di percepirsi forti. La richiesta di un mutamento di identità coincide spesso con l’assunzione di rischi dei quali l’adolescente non ne ha piena consapevolezza. Da qui scaturiscono le “mode adolescenziali” (fumare, bere, commettere azioni ai limiti della legalità etc). In automatico viene a crearsi un effetto emulativo in quanto l’imitazione di gesta forti fa in modo che essi si riconoscano coraggiosi e appartenenti a un gruppo tenace.

La moda dello spray dunque può essere associata a qualunque altra tendenza, ma non bisogna mettere da parte il fatto che quando queste mode causano tragedie come quella in discoteca, qualcuno, in qualche modo, ha fallito.

Cosa fare?

Laddove c’è una vulnerabilità fisiologica che riguarda l’adolescenza, bisogna che le due principali istituzioni, famiglia e scuola, creino insieme una rete che educhi e vigili. Difatti bisogna trasmettere valori educativi, che sono alla base del vivere civile, ma anche alimentare un senso di controllo nei confronti di comportamenti o atteggiamenti che possono essere potenzialmente a rischio.

Non possiamo lasciare i giovani a loro stessi e in balia di comportamenti dei quali non hanno chiara consapevolezza. Bisogna creare una rete che non lasci spazio al lassismo affinché la società odierna possa cambiare, ma in positivo.

dott.ssa Francesca Giordano

21 novembre 2018
foto da: https://pcpress.rs/kako-nas-lazu/

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COME RICONOSCERE UNA PERSONA BUONA E ONESTA


Può accadere, soprattutto con un fidanzato o un collega di lavoro, che ci domandiamo se sia una persona buona ed onesta. Ci sono dei modi per identificare queste caratteristiche? Certamente sì.

Per esempio le persone oneste e sincere le possiamo riconoscere credono sempre in ciò che pensano e si comportano in modo coerente con i loro pensieri inoltre spesso sono individui piuttosto realistici. Spesso non sono tipi che fanno giri di parole, ma al contrario sono sempre schietti e diretti.

Segni della comunicazione non verbale

Saper riconoscere alcuni segnali non verbali possono aiutarci a distinguere chi mente da chi è sincero.

Per esempio le persone che mentono tendono a rompere il contatto visivo. Bouton dice che quando una persona chiude gli occhi per un secondo o due potrebbe indicare che ti ha mentito, poiché questo è un tipo di meccanismo di difesa. La bocca di una persona, può apparire pallida, può asciugarsi spesso mentre sta mentendo e in più c’è la tendenza a dare informazioni superflue.

Possiamo quindi dire che quando qualcuno ci sta dando troppe informazioni rispetto a quelle richieste, arricchite da molti dettagli c’è un’alta probabilità che non stia dicendo la verità.


Attenzione però non usiamo gli strumenti che abbiamo in modo esasperato. Ovviamente non possiamo stare sempre in guardia, ma lasciamo anche che il nostro cuore ci dica di chi fidarci o meno, perché alla fine le prime sensazioni non sbagliano mai.
Candida Parlato


13 novembre 2018
foto da: https://trisquelpsicologia.com/cerebro-y-corazon2/

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ALLENIAMOCIO AD ESSERE INTELLIGENTI... EMOTIVAMENTE!

 

Sapevate che l’intelligenza è uno dei costrutti più difficili da definire? Sapevate che esistono almeno 7 tipi di intelligenza?

Ebbene sì, la concezione di intelligenza si è evoluta nel tempo tanto da non essere più considerata solo come un’abilità intellettiva, piuttosto come una competenza cognitiva complessa che interagisce con componenti biologiche, sociali, emotive e pratiche.

Ognuno di noi ha diverse intelligenze. Una di quelle più studiate è l’intelligenza emotiva.

Essa fu teorizzata per la prima volta nel 1990 e poi ripresa da Goleman, nel 1995, che l’ha definita come una capacità grazie alla quale si motiva sé stessi, si regolano i propri stati d’animo e si è empatici.

L’intelligenza emotiva si è rivelata molto efficace in diversi ambiti, ma anche nella vita di tutti quotidiana.

Molto spesso ci affidiamo solo alla ragione per affrontare gli eventi della vita e tendiamo a trascurare l’aspetto emotivo, comportandoci così quasi come delle macchine. Diversi studi hanno mostrato come invece, prestare maggiore attenzione alle nostre emozioni può condurci ad una vita lontana dallo stress, a perseguire i nostri obiettivi e a mantenere relazioni più durevoli.

L’intelligenza emotiva, inoltre, si è rivelata efficace in ambito lavorativo, difatti è stata inserita tra le prime 10 competenze richieste entro il 2020 dal World Economic Forum. Dunque secondo gli esperti, questa qualità è vitale per la carriera ed esserne dotati è addirittura più importante rispetto a possedere un alto quoziente intellettivo: la maggior parte delle persone di successo infatti possiede un buon livello di IE. A tal proposito un numero sempre crescente di aziende tende ad assumere personale con un buon indice di intelligenza emotiva e soprattutto cerca di promuovere un ambiente di lavoro in grado di stimolare tale intelligenza.

Un ottimo luogo nel quale si può promuovere lo sviluppo di questa capacità, già in tenera età, è la scuola. Le prime lezioni incentrate sull’importanza del riconoscimento e verbalizzazione delle emozioni sono state fatte negli istituti negli Stati Uniti, ma oggi, anche in Italia, sono sempre di più i docenti che danno importanza al bagaglio emotivo dell’alunno affinchè egli possa sentirsi non solo valutato nelle sue performance scolastiche, ma anche compreso come essere umano. Nello specifico si tratta di parlare nelle classi di contenuti emotivi propri o degli altri, saperli riconoscere e verbalizzare al fine di aiutare l’alunno a gestire le emozioni in maniera adeguata e di esserne consapevole. Ciò promuove inoltre sentimenti empatici che sono alla base di qualunque relazione umana.

L’intelligenza emotiva si configura dunque come uno degli indicatori più importanti nel predire la capacità di avere successo nella vita. Svilupparla significa, quindi, ottenere maggiori risultati in qualsiasi area e creare e mantenere relazioni durature.

Come possiamo allora allenarci ad essere emotivamente intelligenti?

 

l   Entra in contatto con il tuo corpo, ascolta ed osserva i cambiamenti connessi allo sviluppo di emozioni  (sudorazione, aumento battito cardiaco etc)

l   Gestisci le emozioni negative, ad esempio prima di arrabbiarti fai un respiro e conta lentamente fino a 10

l   Mettiti nei panni degli altri, ovvero sii empatico, calati nel suo mondo per comprendere meglio cosa pensa.  Le persone percepiranno di trovarsi di fronte a qualcuno che cerca di capirle, così si sentiranno ascoltate e questo creerà maggiore sintonia e fiducia nel vostro rapporto.

l   I più piccoli possono esercitarsi analizzando le emozioni dei personaggi di cartoni animati, film o libri.

L'intelligenza emotiva può essere migliorata, da qualunque livello si parta, attraverso azioni concrete, con la voglia di aprirsi al cambiamento e mutare le proprie abitudini, affinchè si arrivi alla realizzazione personale e, come diceva Goleman, ad una vita più felice.

                                                                                                                                             

dott.ssa Francesca Giordano

 


17 ottobre 2018 
foto da: www.cavernacosmica.com

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IL DEJA’ VU’ FRA TRASCENDENZA NEUROSCIENZE

 

“Mi sembra di aver già vissuto questa situazione…”; secondo gli attuali studi circa il 70% delle persone ha sperimentato questo fenomeno: dejà vù.

E’ quell’ esperienza in cui si percepisce un intenso e inspiegato senso di familiarità verso quello che si sta vivendo, come se fosse già accaduto.

Già psicologi comportamentisti lo archiviarono come “inspiegabile”; gli psicoanalisti hanno cercato di interpretarlo  come fenomeno inconscio durante il quale riaffiorerebbero alla coscienza dei ricordi o pensieri repressi; molti altri gli hanno attribuito un carattere paranormale, che sarebbe una evidenza diretta della reincarnazione: in una vita precedente, noi avremmo già vissuto la stessa esperienza che ci troviamo a vivere ora.

Le teorie mnestiche propongono che esso sia scatenato da qualcosa che abbiamo davvero visto o immaginato prima, sia nella vita cosciente che in un film o in un sogno.

Altri psicologi parlano di paramnesia, ovvero un fallimento della nostra memoria nel credere di ricordare un certo episodio in realtà mai avvenuto.

Secondo spiegazioni neurologiche, il dejà vù sarebbe il risultato di una breve interruzione-disfunzione del sistema nervoso, simile a quelle causate dall’epilessia. Questa idea trova supporto nella constatazione che i soggetti epilettici riferiscono spesso episodi di dejà vù poco prima di un attacco e dal fatto che un dejà vù possa essere indotto stimolando elettricamente certe regioni del cervello.

Nel 2012 un gruppo di ricercatori ha studiato le differenze nella morfologia cerebrale fra soggetti che hanno sperimentato almeno una volta nella vita il dejà vù, e soggetti che invece non l’hanno mai provato. Da questi studi è emersa una significativa riduzione della materia grigia nell’area paraippocampale nei soggetti con dejà vù rispetto a quelli senza.

Infine secondo un’altra interpretazione, il dejà vù deriverebbe da un conflitto a livello di informazioni cerebrali: in certi casi il cervello può essere consapevole di una sensazione ricevuta prima che si sviluppi la consapevolezza della percezione stessa.

Questa asincronia nell’elaborazione dei segnali sensoriali deriverebbe da un’azione indipendente dei due emisferi cerebrali.

Insomma, il nostro cervello è davvero un grande mistero dalle grandissime possibilità che ancora non conosciamo che in piccola parte.

dr.ssa Emanuela di Tommaso


10 ottobre 2018
foto da: https://www.expatwoman.com/ewmums/en/mums-uae/uae-mums/top-5-mommy-bloggers-dubai

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IL "MOMMY BLOGGING" UNA NUOVA GENERAZIONE DI MAMME


Da Mammafelice a Nonsolomamma, sono tanti i blog creati dalla nuova generazione digitale di mamme. Questo fenomeno del “mommy blogging” è crescente non solo in Italia, ma anche negli altri Paesi industrializzati e rappresenta la scelta di molte mamme di raccontare le vicende della propria famiglia online.

Scrivere un quaderno o diario riguardo tutti gli sviluppi progressivi dei bambini è da sempre stata una pratica comune per tante mamme. La psicologia ha dimostrato, a tal proposito, che descrivere e organizzare attraverso la scrittura i ricordi aumenta il benessere individuale e riduce lo stress. Una pratica dunque efficace, ma che ha sostuito la dimensione di privacy di un diaro a quella pubblica di un blog.

Una ricerca pubblicata su Fattoremamma, ha dimostrato che la generazione delle mamme blogger ha un’età compresa fra i 35 e i 45 anni e sono principalmente neomamme.

Ma cos’è che le spinge a raccontarsi in un blog?

In generale le principali motivazioni riguardano il condividere la propria esperienza e soprattutto confrontarsi con chi sta facendo un percorso di vita simile. Tuttavia come ben sappiamo, internet tesse delle trappole e insidie talvolta pericolose.

Quali sono i rischi nel raccontare la propria famiglia online?

Innanzitutto la mamma descrive i figli e i loro problemi da un punto di vista suo e non dell’altro,

l’esposizione mediatica dei figli, soprattutto dei più piccoli, può risultare pericolosa

un’attenzione eccessiva, soprattutto sui figli adolescenti, può spingerli a cercare una loro autonomia in maniera maggiormente conflittuale.

Questi fattori, che hanno come comune denominatore il porre tutto sotto gli occhi degli altri, avrà il risultato di rendere più importante il giudizio del pubblico e meno quello dei veri protagnisti.

Il risultato è quasi un effetto valanga: se delle questioni si sarebbero risolte con una carezza o abbraccio possono diventare delle vere e proprie questioni di principio in grado di creare conflitti difficilmente sanabili. A tal proposito, di recente il Tribunale di Roma ha condannato una madre a rimuovere le immagini del proprio figlio e a risarcire quest’ultimo di 10 000 euro per il disagio generato dai post e dai commenti su di lui. La Giustizia si sta attivando in questo senso al fine di garantire una maggiore privacy ai minori e a ridurre al minimo i rischi contenuti in questi atteggiamenti, che talvolta vengono espletati in maniera superficiale.

Ci sarebbe bisogno di uno sforzo da parte delle mamme blogger a non idealizzare troppo il proprio bambino ponendolo costantemente al giudizio altri, aiutarlo nello sviluppo della propria identità personale e sociale. Abbinato a questo bisogna sempre usare la rete con intelligenza al fine di garantire per i propri figli un sano sviluppo con la giusta privacy che meritano.

 

Dott.ssa Francescsa Giordano


2 ottobre 2018 
foto da: https://www.comune.roevolciano.bs.it/servizi/scuolabus

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FINALMENTE SI PARTE!!

Vivere la gita scolastica: entusiasmo dei ragazzi…ansia dei genitori.

 

Tutti ne abbiamo fatte tante da sapere quanto la gita sia un momento desiderato dai ragazzi. Appuntamento fisso a fine e, a volte, a inizio anno scolastico, essa è lo strumento educativo più apprezzato dagli studenti. Coinvolge insegnanti e alunni in modo diverso. Per i primi è parte del programma scolastico, per i secondi momento di svago, trasgressione e possibilità di stare fuori casa lontano dai genitori. Momento critico per quest’ultimi?.... il firmare l’autorizzazione all’uscita. Se la preparazione pratica è perfetta non lo è altrettanto quella emotiva. E’ normale per il ragazzo provare entusiasmo ed eccitazione per la partenza, e normale è per i genitori farsi assalire da brutti pensieri, dubbi e angoscia per il distacco dal figlio. Molte le domande se mandarlo o no, cosa mettere in valigia, come vivrà il pernottamento fuori casa. Che si tratti di mamme aiutanti (che partecipano accompagnando il figlio con la classe), o ansiose ( vanno via solo quando il pullman non si vede più), la preoccupazione che ne è alla base andrebbe adeguatamente gestita per sé e per il proprio figlio. Si consideri la gita come un’esperienza formativa sul piano disciplinare e relazionale, e prova di socializzazione con i coetanei. Utili le giuste raccomandazioni se date senza trasmettere ansia ma fiducia e senso di responsabilità che va così rafforzandosi. Può migliorare l’autostima e la capacità di controllare le situazioni. Questa esperienza parte integrante del programma scolastico fa crescere e maturare il ragazzo ma addestra anche i genitori a mantenere la calma e delegare la cura del proprio figlio. E’ un momento socializzante, che rafforza le amicizie e ne crea di altre facendo emergere le potenzialità e il carattere delle persone.

D.ssa Alessandra Calvario


18 settembre 2018
foto da: http://www.gossippando.it

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PERCHÉ LA NOSTRA MODA DICE CHI SIAMO ?

Flaccus (1906), parlando di psicologia della moda ha detto: “Quando portiamo un corpo estraneo in contatto con la superficie del nostro corpo (questo fenomeno non è limitato solo al tatto) la consapevolezza della nostra esistenza personale si prolunga nell’estremità e nella superficie di questo corpo estraneo, e di conseguenza nascono delle sensazioni di estensione del proprio io o di acquisizione di un tipo o di una quantità di energia estranea o di un grado inconsueto di vigore, di resistenza fisica, di sicurezza”.

Perché tendiamo a vestirci alla moda, a spendere anche un capitale per un solo capo d’abbigliamento o un accessorio?

Molte volte non indossiamo neppure ciò che più ci piace ma ciò che la moda o le nuove tendenze ci suggeriscono perché ci fanno sentire più a nostro agio, accettati, adeguati al contesto e le persone che ci circondano, ci vestiamo secondo la nuova tendenza o uno stile che ci rappresenta, che dice di noi sperando o comunque desiderando di essere apprezzati dall’altro o almeno riconosciuti.

Perché? L’essere umano è un animale sociale, per esistere ha bisogno del feedback dall’altro. Ottenere approvazione ed ammirazione è importante in quanto serve anche per alimentare la nostra autostima e ci fa stare meglio, rendendoci più felici.
Molte volte però si rischia di perdere la propria individualità, si indossa qualcosa solo perché quel personaggio famoso lo indossa, o perché in quella stagione si porta quel modello di abito adeguandoci alla massa.
Va bene seguire la moda, ma occorre non mettere mai in secondo piano ciò che ci piace e ciò che siamo. Essere alla moda e nel frattempo portare avanti la propria unicità è un obiettivo che dobbiamo tenere sempre presente perché è nella nostra autorealizzazione che che troviamo molto della nostra felicità e forse senso della vita.
Potremmo dirci questo slogan ogni mattina: “È di moda essere se stessi!”


«Ciascun essere umano è una forma di vita in se stessa unica e irripetibile. L’uomo nasce con la sua individualità. Ma c’è qualcosa che egli può fare al di là e al di sopra del materiale precostituito della sua natura, e cioè può diventare cosciente di ciò che lo fa essere la persona che è, e può consciamente adoperarsi per connettere ciò che egli è con il mondo che lo circonda. E questo è forse il massimo che ci è dato di fare.»(Jung)

Ecco perché non dobbiamo credere a quelli che ci vogliono cambiare, mettere in crisi o ci dicono se e quando siamo giusti o sbagliati, ma arrangiare il nostro modo di essere per trovare il modo di esprimerci nel migliore dei modi, non per adattarci agli altri, ma per mostrarci ed esprimerci nel migliore dei modi.


Dott.ssa Parlato


11 settembre 2018
foto da:  http://www.renegadetribune.com/the-genoa-bridge-collapse/ 

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CROLLO DEL PONTE DI GENOVA, QUALI TRAUMI PER LE VITTIME E COME AIUTARLE

 Il crollo del Ponte Morandi il 14 agosto ha sconvolto non solo i genovesi, ma l’Italia intera. Quando un evento del genere piomba sulle vite di persone che conducono esistenze normali, inevitabilmente si provano sgomento e paura.

L’esposizione diretta ad un evento che ha causato morte e distruzione può causare un trauma e strutturare un Disturbo da stress post-traumatico. (Post-Traumatic Stress Disorder)

Il quadro sindromico post-traumatico è costituito da una sintomatologia intrusiva e di evitamento. Nello specifico, le vittime sono “perseguitate” dall’evento, poichè le immagini si ripropongono continuamente davanti ai loro occhi sotto forma di allucinazioni, sogni ed episodi dissociativi. Tali soggetti, sentendosi continuamente minacciati dall’intrusione di questi contenuti, pianificano comportamenti atti ad evitare gli stimoli legati al trauma e proprio verso questi stimoli diventano più sensibili e reattivi. Tali comportamenti interferiscono nella sfera psicosociale, difatti le vittime non riescono, spesso, a svolgere anche semplici attività, poiché sono impegnate ad attivare continuamente tali meccanismi difensivi; sperimentano una incapacità a provare emozioni positive e prevalgono esplosioni di rabbia e apatia.

SINTOMI PIU’ COMUNI DEL DISTRURBO POST TRAUMATICO DA STRESS:

Flashback in cui il soggetto rivive l’evento

Ricordi involontari dell’evento traumatico;

Sogni ricorrenti dell’evento;

Problem a mantenere la concentrazione

Ipervigilanza

Difficoltà a dormire

Il persistere di sentimenti come: rabbia, paura, vergogna, colpa

LE TERAPIE CONSIGLIATE SONO:

Trattamento farmacologico;

Trattamento psicoterapeutico cognitive comportamentale con tecniche di esposizione, ristrutturazione cognitiva, gestione dell’ansia, terapia EMDR, terapia metacognitive MCT, terapia sensomotoria.

Il trattamento può durare da poche sedute a 10/12 mesi.

 

I sopravvissuti possono aver perso persone care e la dimensione psicologica del lutto non può non essere tenuta in considerazione. Quando accadono queste tragedie sentiamo spesso dire “potevo esserci io lì”. Con questa frase le vittime prendono consapevolezza della tragedia e fanno i conti con il lutto che li ha colpiti.

In queste circostanze la presenza sul luogo di esperti psicologi offre un valido sostegno alle vittime nella gestione della vita quotidiana e nell’affrontare in maniera adattiva l’evento catastrofico che hanno subito. Coloro che invece hanno vissuto l’evento in forma indiretta possono sperimentare sentimenti di:

impotenza

ansia

terrore nel dover attraversare ponti.

 Ciò può essere è alimentato dalle immagini della catastrofe continuamante trasmesse dai mass media. Dobbiamo tutti affrontare questo trauma, accogliendo le nostre emozioni e la sofferenza.

COSA FARE?

E’ necessario:

parlare dell’accaduto, condividendo con altri l’angoscia e la paura;

non trattenere le proprie emozioni, ma esternarle.

COME AIUTARE?

rendersi disponibili all’ascolto, strutturando momenti di condivisione;

Infine bisogna “riarrangiare” il modo di vedere l’evento, ovvero accettarlo per la sua immodificabilità, senza pensare a possibili soluzioni che si potevano mettere in atto per evitarlo o cercare per forza un colpevole. Questo infatti non aiuta a eleborare la tragedia, ma innesca ulteriori sentimenti di frustrazione e di rabbia.


dott.ssa Francesca Giordano





19 luglio 2018

foto da: https://blog.bookingbility.com/handicappato-chi/ 

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LA DISABILITA' SECONDO IL MODELLO BIO PSICO SOCIALE

  Il modello bio-psico-sociale considera sia la persona, sia i suoi problemi di salute che il suo contesto sociale: - “biologico” è il termine che si riferisce alla condizione di salute fisica o psichica; - “psicologico” è il termine che individua quei fattori personali o psicologici che condizionano il funzionamento dell’individuo; “sociale” è il termine che individua l’importanza del contesto sociale, le pressioni e i limiti al comportamento e al funzionamento dell’individuo . La disabilità è la limitazione delle attività e la restrizione della partecipazione a situazioni della vita quotidiana nelle persone con condizioni patologiche o menomazioni fisiche o psichiche.

La Convenzione ONU ha cancellato cioè l'idea che le persone abbiano una disabilità legata alla conseguenza automatica della loro condizione psicofisica e ha ricostruito in maniera corretta quali sono gli elementi che la causano. La Convenzione, in tal senso, è chiarissima: « [...] la disabilità è il risultato dell'interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali ed ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri».

La definizione di inclusione sociale è strettamente collegata a quella di partecipazione ed essa viene definita dalla Convenzione , come : L'inclusione è un diritto basato sulla piena partecipazione delle persone con disabilità in tutti gli ambiti della vita, su base di eguaglianza in rapporto agli altri, senza discriminazioni, rispettando la dignità e valorizzando la diversità umana, attraverso interventi appropriati, superamento di ostacoli e pregiudizi.

Dr.ssa Candida Parlato



12 luglio 2018
foto da: https://comefare.donnamoderna.com

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“AIUTO! HO PAURA DI GUIDARE!” COS’È L’AMAXOFOBIA

Attualmente in Italia ci sono circa 40 milioni di patenti attive, ma quante sono quelle inattive, cioè non utilizzate?

Le statistiche ci dicono che un numero considerevole di neopatentati e non solo non guida alcun automezzo per paura e questa paura ha un nome: Amaxofobia.

Il termine deriva dall’ accostamento dei termini greci amaxos, “carro” e phobos “panico” e indica la paura invalidante e irrazionale di guidare un automezzo. Come succede per tutte le fobie specifiche, la persona amaxofobica, pur riconoscendo che la paura è esagerata rispetto al pericolo reale, tende ad evitare o a gestire con forte ansia lo stimolo fobico (auto, scooter ecc.). La fobia specifica provoca uno stato di stress psicofisiologicamente rilevante a tal punto da interferire con la vita della persona.

Per scoprire se anche tu soffri di amaxofobia, devi considerare se sviluppi alcuni dei seguenti sintomi prima o durante la guida:

sensazione di ansia anche prima di salire in auto,

aumento del battito cardiaco,

sudorazione alle mani, nausea, vertigini

 mal di testa.

Le persone che sperimentano tali sensazioni non sono poche! Secondo gli studi condotti da Directline, il 68% degli automobilisti ha dichiarato di aver paura di guidare, nello specifico il 58% degli uomini e il 78% delle donne. Tuttavia all’interno di questa categoria ci sono due tipologie di soggetti: coloro che comunque usano gli automezzi e coloro che vi rinunciano quasi definitivamente. Non bisogna tuttavia dimenticare coloro che rinunciano a priori a prendere la patente.

Ma di cosa si ha più paura e perché?

Gli stimoli ansiogeni possono essere:

strade sterrate,

autostrade,

centri abitati,

traffico congestionato ecc.

Perché?

 La paura di guidare potrebbe essere parte di un quadro generale di disturbo d’ansia, oppure potrebbe essere sopraggiunta in seguito all’esposizione a un evento traumatico (ad esempio incidenti causati o subiti in prima persona o a persone care o come testimoni). Non bisogna sottovalutare tuttavia i pregiudizi culturali, ad esempio la credenza che le donne, i giovani e gli anziani siano più inesperti alla guida; queste credenze li condizionano a tal punto da farli sentire realmente incompetenti alla guida. Inoltre l’amaxofobia potrebbe essere conseguenza di una personalità caratterizzata da bassa autostima e autoefficacia, condizioni che comunque compromettono le competenze da guidatore.

Tali cause che conducono alla fobia possono divenire invalidanti al punto da indurre il soggetto a guidare solo in condizioni per lui favorevoli, o addirittura a rinunciare a farlo.

Cosa fare allora?

Prima di vedere qualche pratico consiglio è utile tenere a mente due cose:

1 parla della tua fobia, infatti attraverso la verbalizzazione si diviene consapevoli della paura e questo è un primo passo verso la risoluzione del problema

2 non evitare di guidare, provaci comunque.

Detto questo vediamo qualche consiglio pratico da tenere a mente quando ti metti alla guida:

1)   Entra in macchina e respira con il diaframma (inspira piano con il naso espandendo l'addome, espira lentamente e lascia che l'intero corpo si rilassi).

2)   Ripeti affermazioni positive per autotranquillizzarti

3)   Non focalizzarti troppo sulle circostanze, ma pensa al tuo modo di guidare.

4)   Rendi il tuo automezzo un luogo a tua immagine e somiglianza, così da assottigliare le distanze tra di voi.

5)   Per i primi tempi fatti accompagnare da persone di cui ti fidi e che ti mettono a tuo agio.

6)   Prima di metterti al volante simula la situazione a casa tua (immaginando di guidare) e imparando ad allontanare pensieri negativi, così da ri-arrangiare il modo di percepire la situazione.

Tali consigli sono utili quando la paura è sinonimo soprattutto di insicurezza e possono aiutare a far maggiore affidamento sulle proprie potenzialità, migliorando così l’autostima e l’autoefficacia. Ce la puoi fare!

 

Dott.ssa Francesca Giordano



06 luglio 2018
foto da:  https://www.quotidiano.net/sport/calcio/foto/euro-2016-italia-svezia-1.2263757

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 IL TIFO: PERCHE’ AIUTA GLI SPORTIVI AD ESSERE PIU’ COMPETITIVI?


Piu’ o meno tutti sappiamo cosa vuol dire essere tifosi: di una squadra di calcio, di un campione...

Ci siamo mai chiesti come i tifosi aiutino gli sportivi ad essere piu’ competitivi? Sarebbe la stessa cosa per una squadra di calcio disputare una partita importante a porte chiuse o risulta fondamentale il supporto dei propri ultras?

La risposta a questi quesiti tento’ di darla a fine anni ’60 uno psicologo sociale di origine polacca di nome Robert Zajonc.

Egli fu il primo a parlare di “effetto pubblico”, ovvero quella circostanza curiosa che si presenta quando siamo guardati dagli altri.

Secondo la teoria della “facilitazione sociale” di Zajonc, la sola presenza di altre persone è in grado di attivare fisiologicamente gli individui, portandoli ad avere una variazione nella loro prestazione, sia in negativo che in positivo.

Lo sportivo che crede di essere bravo e saper fare qualcosa magari di non comune è stimolato dal suo pubblico potendo sfoggiare le sue capacità. Avviene il contrario per chi ritiene di non essere all’altezza. Così, per esempio

Chi si trova a disputare una partita di tennis, per esempio, senza essere molto esperto, l’avere un pubblico presente, non fara’ che inibirlo a causa della pressione causata dall’insicurezza derivante dall’inesperienza.

Secondo lo psicologo polacco, l’essere attivati dai rappresentanti della stessa specie sarebbe una tendenza innata comune sia agli uomini che agli animali. Il voler apparire al meglio (ed il timore del giudizio), spiega per quale motivo la semplice presenza di altre persone possa influenzare le nostre prestazioni.

Riassumendo, per una squadra (o per un singolo sportivo), disputare una partita e pensare al proprio pubblico tifoso, sprona lo sportivo esperto a giocare bene, creando, al contrario, agitazione ed insicurezza nei meno ferrati o in quelli che pensano di esserlo.


Dr.ssa Emanuela Di Tommaso



16 giugno 2018
foto da: https://libreriaantiquariacoenobium.it/catalogo/come-combatto/

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COMBATTO O MI ABBATTO?

Il “Quarter life crisis”

E’ stato definito ,“Quarter-life crisis” il periodo di crisi che attraversano i ventenni di oggi.

Spesso demoralizzati, umiliati e depressi, questi giovani sentono dire tanti ‘NO’ e vedono chiudersi tante porte di fronte a loro. Complice la crisi economica, alla forza giovane italiana non è data la possibilità di esprimere pienamente le proprie potenzialità e a volte vediamo ‘fuggire’ dal nostro territorio le menti più brillanti.

I cosiddetti “cervelli in fuga” si rifugiano in Paesi che credono in loro e nel loro lavoro e così l’Italia perde tanto in termini di ricerca, di crescita economica e di cultura. Questa condizione di instabilità provoca profonda insoddisfazione in chi resta e cerca di trovare una via d’uscita nell’impervio labirinto della richiesta di lavoro italiana.

Che tu sia diplomato, plurilaureato, che tu conosca o meno le lingue, che tu sia senza alcuna referenza non importa... nella mente dei giovani di oggi resta la disillusione per un futuro migliore. Nella convinzione che tutto è inutile e che tale condizione non cambi, i giovani rispondono sentendosi impotenti, superficiali e poco orientati al perseverare nel raggiungimento dei propri obiettivi.

Questo perché assumono un atteggiamento di chi possiede un locus of control esterno, vale a dire una condizione in cui ci si convince che i motivi dei successi e dei fallimenti dipendano da fattori esterni e dunque non controllabili.

La società offre inoltre rinforzi negativi, ovvero non fa che alimentare questa mentalità, parliamo ad esempio di risposte mai date ai curricula inviati, a chi ricerca persone giovani, ma con già tante esperienze, ect.

Come affrontare questo pessimismo e questa situazione di crisi interiore?


Sicuramente c’è bisogno di fiducia nei giovani, nel renderli partecipi della vita politica ed economica del nostro Paese.

Il locus of control da esterno deve diventare interno ovvero bisogna cominciare a capire che i successi e i fallimenti non è detto che siano incontrollabili, ma possono comunque essere parte delle proprie competenze e soft skills, così da riarrangiare il modo di percepire gli eventi.

E’ fondamentale non lasciarsi abbattere dai rifiuti o dalle porte in faccia, perchè si sa, prima o poi la vita ci riserva quel famoso treno e a quel punto potremmo spiccare il volo.



Dott. Francesca Giordano


8 giugno 2018

foto da: https://it.blastingnews.com/cronaca/2017/05/effetto-werther-come-la-notizia-di-un-suicidio-porta-all...

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SUICIDI A CATENA ED EFFETTO EMULAZIONE

 La cronaca nera ci mette dinanzi a tragedie guidate da atti umani estremi ed inaccettabili. Assistiamo quotidianamente a notizie agghiaccianti veicolate dai media che non risparmiano neanche i particolari più macabri. Anche nelle ultime settimane si sono verificati casi sconcertanti:

-       20 maggio 2015: padre lancia la figlioletta dal viadotto dell’autostrada per poi lanciarsi a sua volta, entrambi morti sul colpo;

-       26 maggio 2018: fratelli gemelli si tolgono la vita lanciandosi da un viadotto della A24;

-       2 giugno 2018: tragedia sul viadotto; 22 enne si toglie la vita lanciandosi nel vuoto.

 

Oltre alla sofferenza e la disperazione che non hanno trovato altra via alla tragedia, può esserci qualcos’altro? Si sente parlare di Emulazione.

 

Cos’è?

 

 Il fenomeno dell’emulazione (il desiderio di eguagliare o superare qualcuno) per quanto riguarda i suicidi ha radici lontane. Alla fine del 700 il sociologo David Phillips parla esplicitamente di “Effetto Werther”, riferendosi al romanzo di Goethe “I dolori del giovane Werther”, il cui protagonista sceglie il suicidio come mezzo per smettere di soffrire.

Negli anni seguenti alla pubblicazione del libro si assistette ad un’ondata di suicidi per emulazione tanto da vietarne la pubblicazione.

Analoga reazione vi fu in Italia dopo la divulgazione de “Le ultime lettere di Jacopo Ortis” di Ugo Foscolo nel 1802.

Stessa sorte toccò a Los Angeles nel mese successivo al suicidio di Marilyn Monroe, dove si registrò un aumento di suicidi pari al 40%.

Ma cos’è nel dettaglio l’“Effetto Werther” e come mai si ripropone tragicamente nella nostra società da più di 200 anni?

Sembra che i media siano in grado di influenzare il tasso di suicidi in una società per il semplice fatto di annunciarli, e questo accade, secondo lo psichiatra J. A. Motto, a causa di un fenomeno per identificazione, ossia propositi suicidi latenti in alcune persone che possono essere amplificati e messi in atto identificandosi con qualcuno che abbia appena compiuto lo stesso atto.

Questo accade in quanto l’uomo è un animale sociale che tende ad usare le azioni degli altri per decidere cosa è appropriato fare.

A questo punto l’unico potere per sopprimere o quantomeno ridurre il tragico impatto dell’”effetto Werther”, è nelle mani dei media che, constatando l’esistenza di fenomeni emulativi inaccettabili, dovrebbero riflettere sull’opportunità o meno di pubblicare notizie che potrebbero indurre nella popolazione una spinta all’imitazione.

 Dr.ssa Emanuela Di Tommaso


22 maggio 2018
foto da: www.amando.it 

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IL TRADIMENTO NELLA COPPIA: PERCHE' SI TRADISCE, QUANDO, CONSIGLI PER AFFRONTARLO E SUPERARLO

Il  tradimento nella coppia: perché si tradisce, quando, consigli per affrontarlo e superarlo.

La formazione della coppia è una caratteristica dell’umanità, sa per questioni biologiche sia per questioni affettive.Quando una coppia entra in crisi , questo rapporto si spezza e si prova insoddisfazione, tristezza o ansia.la maggior parte delle crisi deriva dal tradimento. Chi tradisce, molte volte, appaga un suo bisogno personale.

  1. Bisogno di  non sentirsi soli e di sentirsi  riconosciuti e  amati. "tradisco perché il mio partner mi trascura e io ho bisogno di sentirmi amato".
  2. Bisogni di cure
  3. Bisogno di sentirsi desiderabili e di valore, perchè ciò aumeta la propria autostima
  4. Bisogno di  dimostrarsi superiore
  5. Bisogno di non subire un abbandono.
  6. La  maggior parte tradisce perchè vi sono problemi nella coppia , che si creano con il tempo  per questioni personali , comportamentali.PERCHE' SI TRADISCE E NON SI LASCIA IL PARTNER?
  7. Il partner fisso è una presenza fissa che non abbandona, un punto solido di orientamento.
  • Il partner è vissuto come un sostegno nelle difficoltà'
  • Molte coppie non si lasciano per tutelare i figli ( cosa non vera in quanto il bambino sara' influenzato da ciò)
  • Oppure desiderano salvare "le apparenze" per preservare un buon giudizio sociale preservando intatta la famiglia.
  • Si dipende dal coniuge economicamente
  • Si dipende dal partner affettivamente.

Il tradimento comporta una sofferenza da entrambi le parti , sia da chi lo commette sia da chi lo riceve , i quanto sono coinvolti sensi di colpa , rabbia frustrazione ,sopratutto da parte di chi subisce un tradimento,  ma come si supera?
 
  • Vivete le vostre emozioni, non  Fare finta che nulla sia successo
  • Evitate di decidere subito:
  • Evitate la vendetta 
  • Pensate a qualcosa che possa farvi staccare la mente: c
  • Uscite con gli amici, non chiudetevi in casa
  • Evitate di vergognarvi per ciò che è accaduto
  • Cercate di capire 
  • chiedete aiuto a persone competenti quali psicologi o psicoterapeuti
CANDIDA PARLATO


9 maggio 2018

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COS'E' IL BINGE WARCHING? 

“Vado a dormire o finisco di guardare la serie?” 


I social network condizionano la nostra vita, ma cos’è il Binge watching. Ci accade quando diciamo: “Ho finito la prima stagione de “Il trono di Spade”, adesso vado a letto…., anzi no inizio a guardare la seconda”.

Il binge watching è una vera e propria abbuffata di programmi e serie televisive siti consecutivamente.
Il fenomeno è un’espressione dell’ abuso/dipendenza da televisione ed è particolarmente diffuso tra i teenagers. Quest’incidenza è dovuta anche al fatto che oggi è possibile guardare le più amate serie tv in qualsiasi momento della giornata, basta uno smartphone e una connessione, e sappiamo che la maggioranza degli adolescenti italiani ne possiede uno.

La serie che genera più dipendenza ?

sembra essere “Games Of Throne” ed è inoltre la serie tv fantasy più seguita al mondo.

Ma perchè le serie tv ci tengono incollati allo schermo per tanto tempo?

Le teorie più accreditate affermano che la guardiamo perchè ci sentiamo insicuri della nostra identità, delle relazioni e dell’ambiente oppure per soddisfare bisogni che non riusciamo a colmare altrove. Inoltre accendere la tv o smartphone attiva un’immediata sensazione di rilassamento, che ci libera dallo stress. Ma l’effetto benefico della visione incontrollata di serie tv non è duraturo.

Che effetti negative dà?

L’eccessiva esposizione comporta deficit di attenzione, iperattività e insonnia, e ciò conduce a conseguenze negative per i più giovani, tra cui scarso rendimento scolastico e difficoltà a mantenere relazioni. Inoltre alcune ricerche hanno dimostrato che chi trascorre più di quattro ore al giorno davanti alle serie sviluppa sintomi simini a quelli presentati da chi abusa di sostanze, di alcol o da chi è affetto da gioco d’azzardo, come sintomi da astinenza.

Come contrastare il fenomeno?

la prevenzione è sempre la strategia pricipale per evitare che strumenti funzionali causino abitudini disfunzionali insegnare agli adolescenti a visionare le serie tv in modo più critico cercare di contenere la frequenza e l’ eccessiva esposizione alla serie.

Dott. Francesca Giordano


7 maggio 2018

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COME FARSI NOTARE DAGLI ALTRI



Oggi conta di più essere o apparire. Preferiamo mostrarci come realmente siamo o essere notati (perché belli, magri, ben vestiti, ecc.)?

Una cosa è certa: i social network sembrano alimentare il bisogno di apparire.

Ma è davvero così importante farsi notare tramite i social postando continuamente foto o raccontando a tutti la nostra vita o possiamo costruire delle relazioni concrete riassaporando la bellezza e l’autenticità della chiacchierata davanti ad un caffè (possibilmente con lo smartphone in tasca…)?

Per imparare a farsi apprezzare dagli altri è fondamentale imparare ad ascoltare, essere attivamente in ascolto dei bisogni dell’altra persona, cercare di entrare nel mondo dell’altro anche se non lo condividiamo.

Dobbiamo comprendere che ogni relazione, anche la più superficiale, è un’occasione per arricchirsi, imparare e considerare un nuovo punto di vista.

Secondo la teoria della selettività socio- emotiva invecchiando sentiremo sempre meno il bisogno di approvazione costante dal mondo esterno.

L’uomo anziano, avendo dinanzi a sé un tempo limitato da vivere, è più propenso a spendere il proprio tempo sulle relazioni che esso trova costantemente piacevoli ed emotivamente soddisfacenti.

Invecchiando quindi punteremo alla qualità delle relazioni emotivamente significative a scapito delle tante conoscenze che non ci arricchiscono sul piano emotivo: che sarà quindi la vecchiaia a farci finalmente capire il valore effimero dei social network a favore di una energica chiacchierata al bar in compagnia dei “pochi ma buoni” cari veri amici?? Sembra che la nostra società ci mostri ancora una volta come la tecnologia e i nuovi mezzi di comunicazione ci stiano cambiando profondamente, non ci resta che Arrangiare il nostro modo di vivere ed essere.

Dr.ssa Emanuela Di Tommaso


11 aprile 2018

foto da: https://lavorareconfermezza.wordpress.com/2013/04/...


DIRE LE PAROLACCE FA BENE


A chi non è mai scappata una parolaccia? Ci insegnano fin da piccoli ad avere un linguaggio elegante e pulito caratterizzato dall’uso di parole corrette senza parolacce nè imprecazioni, specialmente quando siamo in pubblico. Eppure i più celebri e antichi letterati, da Omero a Dante a Shakespeare, usavano espressioni forti nelle loro opere. In ambito cinematografico, la celebre frase “Francamente me ne infischio” pronunciata da Clarke Gable nel capolavoro “Via col vento” costò al produttore una multa salatissima!

Ma ci siamo mai chiesti perché tendiamo a usare spesso imprecazioni e quali sono i loro effetti su di noi e sugli altri?

Diverse ricerche hanno mostrato che esse possono avere riscontri non necessariamente negativi.

Uno studio del 2006 condotto da Scherer e Sagarin ha messo in evidenza che i discorsi contenenti imprecazioni hanno più effetti sulla platea. I ricercatori divisero degli studenti in tre gruppi che ascoltarono tre tipi di discorsi diversi, due con imprecazioni a inizio e fine discorso e una senza. I risultati mostrarono che i partecipanti erano stati maggiormente influenzati dai discorsi in cui era contenuta la parolaccia. Infatti essa aveva l’effetto di attirare l’attenzione del pubblico, aiutando così l’oratore ad essere più persuasivo.

In modo azzardato, ma con successo, negli ultimi anni volti noti della TV e della politica del nostro Paese, e non solo, hanno utilizzato questo tipo di linguaggio. Anche durante la vita quotidiana, quegli attimi di sfogo, durante i quali scappa la parolaccia, hanno un peso positivo per l’individuo.

Vediamo in quali modi:

  1. Usare imprecazioni reca sollievo a chi le dice poiché aumenta l’adrenalina e quindi ha un effetto analgesico
  2. Ci aiuta a prepararci all’attacco e aumenta la nostra autostima, poiché ci percepiamo forti e in grado di controllare la situazione
  3. È un modo per esprimere le nostre idee e dare maggior enfasi ai nostri discorsi
  4. Ci rende persuasivi, dal momento che la parolaccia attira l’attenzione dell’ascoltatore.

Inoltre il potere delle parolacce non risiede solo nella parola, ma anche nel suono e nel tono: imprecare a voce alta aumenta ancora di più il suo potere persuasivo.

Insomma ha un effetto del tutto liberatorio. Tuttavia, attenzione a non diventare imprecatori seriali.

Imprecazioni continuate ci fanno correre il rischio di perdere credibilità, oltre a dare di noi un’immagine poco elegante…quindi le parole in libertà hanno effetti positivi, ma devono essere sempre usate con le dovute precauzioni.

Dott. Francesca Giordano


06 aprile 2018

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COME POSSIAMO OFFRIRE AI NOSTRI FIGLI STRUMENTI EFFICACI PER AFFRONTARE LA VITA?


Oggi si parla sempre più spesso di educazione ma esattamente cosa si intende per educazione? Quale tipo di educazione è realmente efficace da permettere alle nuove generazioni di affrontare le avversità che la vita inevitabilmente porta con sé?

Un bravo genitore deve preferire un metodo educativo basato sull’autorità e l’imposizione o protendere verso un metodo incentrato sul rispetto e sull’ accompagnare i propri figli nel loro processo evolutivo?

Facendo un breve excursus tra le principali teorie che affrontano la psicologia dello sviluppo, secondo l’approccio comportamentista, il bambino nasce privo di contenuto psicologico e crescendo riflette in sé le conoscenze esterne conformandosi gradatamente all’ambiente soprattutto attraverso l’imitazione dei modelli. Da questo punto di vista si evince l’importanza del ruolo genitoriale come modello dal quale il bambino apprende per imitazione.

Tra gli autori più recenti è interessante, a mio avviso, la posizione di Bruner, il quale ritiene i bambini esseri socialmente competenti , in grado di stabilire precocemente relazioni, a patto che l’istruzione e la formazione non siano esclusivamente indirizzate a far acquisire conoscenze, ma a produrre una reale comprensione del mondo.

Gli insegnamenti di Bruner ci permettono di rispondere ad uno dei quesiti iniziali di questo articolo riguardanti il metodo educativo da adottare.

È il metodo incentrato sul rispetto, l’approccio che insegna al minore il perché’ delle cose quello che deve essere adottato dai genitori.

Il metodo basato sul castigo e l’imposizione mira ad addestrare i figli e a trasmettere loro i valori attraverso la paura e l’autorità: i minori obbediscono senza imparare e senza pensare solo per evitare le conseguenze negative che deriverebbero dal non fare quello che si chiede loro.

L’apprendimento che si basa sull’esperienza e sulle negoziazioni con i genitori, invece, ha l’obiettivo di potenziare l’autonomia dei figli, in modo che imparino ad essere responsabili anche delle piccole decisioni e delle loro conseguenze.

Gli obiettivi di un buon genitore devono riguardare:

  1. L’ educazione all’emotività (essere genitori sicuri di sé conduce i propri figli a vivere la vita secondo la propria esperienza e con il sostegno dei genitori);
  2. Insegnare a gestire le proprie emozioni ( il bambino sicuro di sé è quello cresciuto grazie alla comunicazione e alla fiducia dei genitori anche riguardo la gestione della rabbia o della gelosia);
  3. Educare all’accettazione delle difficoltà della vita ( educare a vivere significa anche educare ad accettare gli aspetti spiacevoli della vita come aspetti essenziali della vita stessa);
  4. Responsabilizzare ( facilitare la vita dei nostri figli, come vestirli o rispondere alle domande che gli fanno, va nella direzione opposta, rendendoli meno responsabili, dipendenti dagli altri ed incapaci di agire);
  5. Educare alla gentilezza (secondo recenti studi, il diffuso atteggiamento genitoriale focalizzato sulle capacità e i successi dei propri figli, non li aiuterebbe a diventare adulti rispettosi. I bambini hanno bisogno di adulti che gli insegnino a diventare gentili, rispettosi verso gli altri e responsabili verso la comunità di cui fanno parte). 

Dr.ssa Emanuela Di Tommaso


26 marzo 2018 

foto da: http://arancha26mm.blogspot.it/2016/10/what-do-you...

 

MIGLIORIAMO LE NOSTRE RELAZIONI, DIFENDIAMOCI

DAL PHUBBING

Lo facciamo seduti in metro, durante una cena, durante l’attività fisica, di prima mattina, prima di andare a dormire ….cosa? Il phubbing. Questo termine unisce le parole inglesi “phone” (telefono) e “snubbing” (snobbare, ignorare) ed indica l’atteggiamento, piuttosto sgarbato, di coloro che, durante le più comuni attività sociali, controllano e aggiornano le proprie attività sui social network, ignorando così il mondo circostante.

Questo tipo di atteggiamento ci pone di fronte ad un paradosso: laddove la tecnologia nasce per unire le persone, creare reti ed interconnessioni, in realtà può condurre all’allontanamento dalla realtà fino all’isolamento. Difatti se l’intento è quello di condividere i nostri momenti della giornata con persone che verosimilmente conosciamo, perché allora non lo  facciamo da vicino, interagendo, ad esempio, direttamente con chi ci è accanto?

Secondo alcune ricerche ottenere likes e condivisioni aumenta l’autostima e risulta essere più gratificante diventando così un rinforzo positivo a ripetere il comportamento. Ciò che a questo punto dobbiamo considerare è il possibile danno che questo atteggiamento apporta alle relazioni sociali.

Cosa prova chi subisce il phubbing?

Spesso esclusione ed emarginazione.

Diverse ricerche hanno mostrato (se sai citare quali) come le “vittime” si sentano insoddisfatte delle relazioni e a tal proposito provano emozioni come tristezza e rabbia e sentimenti di trascuratezza e frustrazione. A questo punto la persona isolata tenderà a fare lo stesso: prenderà il cellulare, unico modo per eliminare quel senso di frustrazione.

Siamo in presenza di un circolo vizioso.

Il phubbing è l’ennessima testimonianza di come stiano drasticamente cambiando i principi della comunicazione che in questo modo viene filtrata, canalizzata attraverso dispositivi digitali. Non più una comunicazione verbale, fatta di parole, gesti e sguardi ma fastidiosamente tecnologica che spezza la semplicità e la veridicità della vita stessa. Dunque le “vittime” del circolo vizioso sono due:

chi lo fa e chi riceve, dove chi fa sperimenta disagi come stress e inefficienza lavorativa, e chi riceve frustrazione e isolamento.

Come combattere allora quest’ennesima forma di dipendenza da internet?

• iniziamo a domandarci quanto il controllo del cellulare condiziona la nostra vita;

• chiediamoci se il controllo del cellulare non sia un modo per sfuggire a problemi relazionali,

come quelli di coppia o se è una semplice cattiva abitudine;

• impariamo a lasciare lo smartphone in borsa, nella giacca, o da qualche altra parte quando non siamo soli e vedremo che il rapporto ne gioverà.

Anche questo è un fenomeno dei tempi a cui sarà utile aggiornarsi sì, ma anche trovare nuovi modi di integrarlo nelle nostre vite arrangiando nuovi comportamenti e consuetudini.

Se tutto ciò non basta, consultiamo il sito www.stopphubbing.com nato per contrastare il fenomeno.

Dott.ssa Francesca Giordano

1 marzo 2018

foto da: https://suitupnation.org/protect-the-environment/

RAZZISMO, TRA SUPERIORITA’ ED INFERIORITA’ DELLE RAZZE

I recenti e drammatici fatti di cronacainducono inevitabilmente a porci delle domande riguardanti temi storici quali la xenofobia e la paura (e spesso il disprezzo) del diverso. Una ragazzina viene macabramente fatta a pezzi da quattro individui di colore, e c’è chi pensa che la soluzione sia quella di armarsi di pistola e sparare alla cieca su persone della stessa nazionalita’ degli assassini. Questi tipi di reati sono propensi a suscitare reazioni di sdegno (ed in questo caso follia), orrore e paura, perche’ vengono vissuti come un’invasione alla propria intimita’, come atti barbari che un Paese civile come il nostro si trova a dover subire da parte di stranieri senza scrupoli. Come viene percepito l’immigrato nella nostra società e quanto i mass media contribuiscono con la visione negativa che puo’ derivarne?

Gli studi di content analysis svolti sulla rappresentazione degli sbarchi sulle coste italiane hanno confermato una visione ambivalente: il successo di uno o piu’ sbarchi porta i media ad adottare la simbologia dell’invasione, mentre l’insuccesso di un viaggio verso le nostre coste (a causa di annegamenti per cattive condizioni del mare) porta gli stessi media ad una rappresentazione pseudo- compassionevole verso la vicenda, i cui protagonisti sono definiti dei “disperati” in cerca di un futuro migliore (si pensi alla foto del piccolo Aylan che ha fatto il giro delmondo, il piccolo siriano che scappava da una guerra trovando invece la morte nel vano tentativo di raggiungere l’Europa).

Il fatto curioso è che i pregiudizi razziali in senso stretto, come convinzione della superiorita’ biologica della propria razza, si sono sviluppati nell’epoca moderna. Nell’ antichita gli uomini potevano essere perseguitati per motivi religiosi, politici o culturali e mai per motivi biologici. Aristotele era convinto che schiavi si nascesse, nel senso che la differenza tra i comandanti e gli schiavi era perlopiù determinata dal caso. Secondo Aristotele l’attitudine fisica a comandare o a servire dipendeva dall’inclinazione del carattere.

I “barbari” erano considerati tali dai greci per motivi culturali e non biologici (anzi, sul piano biologico, molti li consideravano superiori, perche’ piu’ robusti fisicamente dei latini).

Il razzismo contemporaneo ha radici europee ed il suo fondatore fu il conte de Gobineau, che scrisse un libro sull’ineguaglianza delle razze umane. Le sue idee furono riprese da altri autori che sostenevano che ogni uomo, solo per il fatto di appartenere a una certa razza, possiede delle determinate qualita’ a discapito di altre. Successivamente queste idee vennero accettate dal nazismo che affermo’ che l’incrocio delle razze determinava il decadimento fisico e spirituale della razza superiore.

Col razzismo si addebitano ai piu’ deboli, ai diversi ed ai marginali, le cause del malessere collettivo.

Cosa possiamo fare per arrangiarci ed aggiornarci ai mutamenti continui che la multiculturalita’ apporta alla nostra societa’ senza avere paura del diverso?

Occorre innanzitutto interpretare in modo corretto il significato del concetto di “diversita’” e non considerare l’uno inferiore all’altro.

Considerare il confronto con l’altro come fonte di arricchimento culturale e spirituale relazionandosi senza alcun pregiudizio verso i numerosi “diversi” che si incontrano nella vita di tutti giorni.

Un ruolo cardine spetta alla scuola nel distruggere stereotipi culturali e pregiudizi aprendo la possibilita’ di un dialogo fra le culture ed un riconoscimento delle differenze etiche, religiose o di costume.

Una scuola democratica capace di fondare la propria azione educativa sul principio della tolleranza e del libero confronto delle idee.

Deve farsi strada una nuova cultura in un mondo segnato dalla plurietnicita’, che favorisca una vera e propria civilta’ dell’accoglienza, dove i diversi non siano piu’ considerati come l’”inquinamento” di una presunta purezza ed integrità della nostra civilta’.

Non parlare piu’ di “razza” ma capire che tutti gli uomini appartengono alla stessa specie, tutti hanno in comune lo stesso patrimonio genetico.

Dr.ssa Emanuela Di Tommaso

Fonte: “Gli immigrati in Europa. Diseguaglianze, razzismo, lotte. Franco Angeli.

Razzismo. Il colore della discriminazione. Rizzoli.


19 febbraio 2018

foto da  https://www.ilgazzettino.it/?p=search&tag=violenza...

 LA VIOLENZA MINORILE.

PERCHÉ I NOSTRI RAGAZZI SONO COSÌ ARRABBIATI?

Oggi giorno stiamo assistendo a una vera escalation di violenza minorile definita da: baby gang, bullismo infantile, violenza minorile.

“Un tipo di azione che mira deliberatamente a fare del male o a danneggiare; spesso è persistente, talvolta dura per settimane, mesi e persino anni, ed è difficile difendersi per coloro che ne sono vittime. Alla base dei comportamenti sopraffattori c’è un abuso sistematico di potere e un desiderio di intimidire e dominare” (Sharp, Smith, 1994).

Oggi sempre di più assistiamo a episodi di violenza minorile perché ?

“L’escalation di violenza e il fenomeno delle baby gang sono il segnale di una crisi del discorso educativo. L’educazione è quel processo che porta alla rinuncia alla violenza, perché in primo piano c’è la legge della parola. Questi fenomeni mostrano invece che in primo piano non è la parola, ma la violenza e la non rinuncia alla violenza, anche quando questa è totalmente gratuita, come nei fatti di cronaca di questi giorni”. A dirlo è lo psicoanalista Massimo Recalcati.

Ci troviamo di fronte a ragazzi che sembrano aver perso il contatto con le regole sociali e prima ancora con la regolazione emotiva e privi di empatia.  L’“acting out”, cioè l’agire impulsivo e rabbioso, determina scoppi d’ira, che non lascia spazio al dialogo,, al confronto con l'altro.

Nuove formedi violenza si stanno rapidamente diffondendo e consistono, ad esempio, nell’uso di internet o del telefonino per commettere prepotenze:

•uso di messaggi ingiuriosi o minacciosi,

•realizzazione e diffusione di fotografie e video a danno delle vittime;

•invio di e-mail offensive

•prevaricazione attuata nella chat-room attraverso offese, calunnie o isolamento nella conversazione. •Creazione di gruppi sui social-network mirati a colpire e prevaricare alcuni compagni. L’anonimato sembra rendere questa forma di violenza ancora più pericolosa di quella tradizionale in quanto difficilmente controllabile e generatrice di paura aggiuntiva nella vittima

Tali condotte di violenza hanno spesso origine da storie di infanzia deprivata, storie segnate da abusi e da legami con i cargiver. Spesso frutto di deprivazioni e violenze affettive e psicologiche. Per questo anche i “figli di buona famiglia, non sono esenti sfogando così uno stato di malessere più profondo.

Alcune azioni possibili per arginare il fenomeno dovrebbero essere orientate alla prevenzione all’educazione;

1 promuovere nelle scuole percorsi di educazione al rispetto dell’altro e contro la violenza di genere e attività di socializzazione.

2 educare i ragazzi a una cultura delle differenze e a una educazione sull’ empatia, coinvolgndo anche le famiglie ed il contesto sociale.

3 prendere atto che ci sono delle difficoltà emotive e spesso affettive che richiedono una registrazione emozionale dei soggetti

4 offrire percorsi di sostegno all’adeguamento ai cambiamenti sociali che vivono i ragazzi

5 promuovere insieme a loro orientamenti e costruzione di arrangiamenti delle proprie vite

Dr.ssa Candida Parlato


5 febbraio 2018

fotoda https://www.focusjunior.it/animali/3841709-illusio...


La nostra identità tra illusione e realtà




Nell’era di internet siamo difronte ad un cambiamento che coinvolge non solo le nostre vite ma anche la percezione di noi stessi. Siamo portati a chiederci non tanto chi siamo, ma piuttosto come gli altri ci vedono.

Perché è così importante per noi la nostra immagine sociale?

La nostra identità è l’interazione tra dimensione personale di sè (la descrizione che diamo di noi se stessi sulla base di caratteristiche individuali) e una sociale (gli aspetti di sè che derivano dalla consapevolezza di appartenere a un gruppo). Per essere accettati in società spesso è utile dare un’immagine positive di sé. Oggi questa immagine passa dai social network. Non si può ridurre però a semplice esibizionismo, ma piuttosto ad un bisogno forse sotto una forma nuova di affermazione e visibilità, che può sfociare in un trionfo del narcisismo di massa.

Se i contenuti condivisi ottengono approvazioni e riscontri positivi, si alimenta quel senso di onnipotenza che appartiene (spesso anche in maniera inconsapevole) ad ognuno di noi. Difatti, i social network danno la possibilità di cambiare la nostra immagine: è il fenomeno dell’ “impression management”, ovvero della possibilità di scegliere la propria presentazione al fine di autopromuoversi. Ovviamente il risultato è una realtà trasformata nell’irrealtà, nella quale l’uomo può controllare e modificare la sua identità. Dunque dietro questa tacita vanità si nasconde un cavernoso timore: “Cosa pensano gli altri di me, come sono?”.


Due tipi di risposta: positiva e negativa.


Una risposta negativa può indurre invece ad atteggiamenti che minano l’integrità della propria identità.


Perchè accade questo? Le risposte sono contenute proprio nei meccanismi della rete. La possibilità di avere riscontri e le opportunità di modificare la propria identità attraggono le persone tanto da cercare, ed infine ottenere, una notevole approvazione.


Riarrangiare /ci sull’uso di internet. In che modo?

capire se l’uso eccessivo di internet è costruttivo o ci fa sprecare tempo,

sostituire il tempo speso su internet usandolo per sé, per la famiglia, per gli amici,

resistere alla tentazione di tornare nel mondo digitale attraverso la pazienza, così da godere della sensazione di essere finalmente disconnessi.

Dott.ssa Francesca Giordano



RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI


David G. Myers (2008). Psicologia Sociale. McGraw-Hill.


Erikson (1995), Infanzia e Società. Armando editore. Roma








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