Psicologia Generale



RUBRICA DI PSICOLOGIA GENERALE


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foto da:  www.tgnewstv.it


Abbiamo sentito l’esigenza di inaugurare questa nuova rubrica per rispondere a tutte le persone che ce lo chiedevano.

L’obiettivo principale per noi qui è informare per vivere meglio.

Quante volte ci affidiamo alle intuizioni per prendere delle decisioni importanti, ogni giorno?! Eppure non basta, il nostro futuro ed il nostro presente dipendono anche da quanto siamo in grado di mediare e di resistere tra noi stessi e gli eventi della vita.

La domanda a cui tutta la psicologia contemporanea dovrebbe cercare di dare risposta crediamo non sia più quella romantica del “Chi sono?”, ma piuttosto quella del “Come posso capire gli altri e l’ambiente che mi circonda per adeguarmi e vivere meglio? Come posso vivere un presente felice e costruirmi un futuro altrettanto o più felice?”. Quel che ci importa qui, insomma, è dare una psicologia utile per tutti e per la vita di tutti i giorni. Per questo, a partire da questo mese, ci impegneremo a pubblicare articoli di psicologi generale con l’intento dichiarato di offrire maggiori informazioni per il benessere quotidiano.

Consapevoli delle responsabilità e dell’impegno che abbiamo preso auguriamo a tutti una buona autoformazione.

Richard Unterrichter – presidente A.P.B.P.S. Psicologi di Base


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foto da:  www.rivistadonna.com 

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LA PSICOLOGIA DEL TRADIMENTO: PERCHE’ SI TRADISCE?

 

Il tradimento rappresenta uno degli aspetti più angoscianti della relazione umana in quanto altera negativamente il rapporto e determina cambiamenti in termini di stile di vita, di aspettative e di fiducia in chi la subisce.

La parola tradire proviene dal latino “tradere” che letteralmente significa “consegnare, dare, affidare”. Il prefisso trans implica un “passaggio”, una “transizione” verso l’altro. Si abbandona il vecchio e ci si “affida” al nuovo.

Nella nostra cultura non è accettato né ammesso generalmente nella coppia, a meno che entrambi i partner abbiano optato per un tipo di relazione aperta. Se il tutto avviene con l’accordo di tutti e due  i partner, la relazione non subisce deterioramenti. Nella maggior parte dei casi, invece, la relazione è esclusiva, dunque il tradimento viene inteso come un imbroglio, un raggiro o una mancanza di rispetto e di onestà da parte di chi lo attua, pertanto palesa un problema della coppia. Il tradimento, infatti, viene rappresentato non solo come non necessario ma assolutamente da evitare.

Un rapporto d’amore sano si basa sulla fiducia e sulla capacità di soddisfare i bisogni e le aspettative dell’altro. Se, invece, i bisogni vengono disattesi, viene meno l’essenza stessa del rapporto. Non è più possibile esprimere se stessi, non c’è reciprocità e si manifesta tutta la sofferenza e il disagio di cui ciascuno è portatore.

La reazione automatica ed immediata ad un tradimento o sospetto dello stesso, è la gelosia. Tale reazione rappresenta l’espressione della minaccia che proviene dall’esterno e il desiderio di possesso esclusivo dell’oggetto d’amore. Rappresenta anche la paura di perdere la persona amata: “Si tratta di una reazione carica di sofferenza per la perdita, di rancore per chi l’ha procurata, di rabbia per l’affetto destinato ad altri anziché a sé, di desiderio di vendetta contro chi lo ha depauperato.” (Widmann 1991).

Controllare l’altro, salvaguardare la relazione da possibili intromissioni esterne significa scongiurare la perdita dell’oggetto d’amore.

Nel tradire l’altro si possono riconoscere i nostri più profondi vissuti, soprattutto quelli infantili non elaborati.

La ferita che lascia il tradimento è difficile da cicatrizzare definitivamente, poiché resta la delusione, la paura che nulla potrà essere come prima e la fiducia che c’era viene compromessa.

Al traditore spetta il compito di rimodulare il rapporto, dando vita ad una nuova visione della relazione che ha perso persino la ragione di esistere.

Perché si tradisce?

Molti possono essere i motivi che inducono al tradimento:

  • Trasgressione, dove l’urgenza erotica prende il sopravvento
  • Paura di invecchiare, dove la seduzione è la conferma della capacità di conquista come in gioventù
  • Avere un’identità più sicura o mascherare incertezze psicologiche
  • Paura dell’intimità che si pensa possa rendere deboli e dipendenti, soprattutto gli uomini che hanno paura di amare
  • Mancanza di attenzioni e tenerezze, questo riguarda soprattutto alcune donne che si sentono trascurate.

Qualsiasi sia il motivo o la problematica alla base, la scappatoia apparentemente più facile diventa il tradimento.

Come superare un tradimento?

È la domanda che si pongono sia i traditori che i traditi.

La risposta non è semplice, né tantomeno univoca, perché oltre a far scattare una gelosia devastante, mina l’autostima della persona tradita. Il tradimento nell’uomo, generalmente, infligge una ferita al narcisismo; nella donna provoca una caduta dell’autostima e molta sofferenza. Per alcune coppie essere tradite ha un significato devastante con sintomi somatici importanti di stress, ansie, privazione di cibo e di sonno. I pensieri diventano ossessivi se non addirittura deliranti. Sarebbe opportuno, in questi momenti, avere almeno una persona cara che possa ascoltare e consolare e bisogna decidere cosa fare, cioè se continuare nella relazione o no.

Il tradimento è un segnale che la coppia non funziona più come prima e diventa una specie di test dove è possibile vedere la persona con la quale stiamo in un aspetto che ci permette di conoscerla meglio e capire con chi abbiamo a che fare. Dobbiamo cercare di non lasciarci andare ma raccogliere tutti i nostri pezzi e rimetterli insieme cercando di non pensare in continuazione a quello che è accaduto ma fare per se stessi cose nuove e stimolanti anche se soffriamo tanto.

Chi subisce il tradimento prova le più diverse emozioni: rabbia, tristezza, umiliazione, malinconia, depressione, smette di mangiare, rifiuta il contatto con gli altri e con il mondo esterno.

Ciò che più fa soffrire il tradito non è la presenza di un’altra persona, ma l’essere stato escluso dalla coppia.

Alcune persone invece di dimenticare un tradimento attraverso un’elaborazione, preferiscono nascondersi, fare finta che non sia successo e buttarsi tutto alle spalle, ma spesso torna a galla in altre forme come malattie psicosomatiche o disturbi del sonno o disturbi d’ansia (molto comuni sono a tal proposito le fobie).

Dopo un primo momento di sofferenza e sconforto, dobbiamo occuparci di più di noi stessi applicando un sano egoismo che ci ridia felicità e autostima.

“Chi ama rischia. Rischia di essere tradito, ma anche, un giorno di tradire. E, quindi, accettiamo il pericolo: non si può amare senza rischiare di essere traditi” (W.Pasini).

 

Dott.ssa Viola Frasca.




foto da:  www.gossipnews.tv

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PERCHE’ LE LITIGATE IN TV PIACCIONO DI PIU’?

 

I programmi in cui si vedono litigi o addirittura risse fra i protagonisti riscuotono un notevole successo. Lo share impenna e a spesso ci viene da pensare che la lite sia una finzione soltanto per avere pubblico.

Vedere litigare due personaggi famosi, che siano politici, sportivi o del mondo dello spettacolo, spesso fa sorridere perché quelli che immaginiamo felici e perfetti diventano improvvisamente ridicoli.

Ma la rabbia in tv non ci fa solo sorridere. Ci fa scoprire il personaggio televisivo nel suo lato più umano. La rabbia lo rende più vulnerabile, più simile a noi…e se si arrabbia lui possiamo arrabbiarci e litigare anche noi.

Spesso ci identifichiamo in questi personaggi e le loro emozioni diventano le nostre, la loro rabbia la nostra e vedendola agita da altri, ci possiamo permettere anche noi di esprimerla. Questo perché potremmo, per la nostra storia personale, per l’immagine che abbiamo di noi, non accettare questa emozione o avere difficoltà e timori a manifestarla. Vedendo le liti di altri potremmo avvicinarci con più cautela a questa emozione e provare ad esprimerla, è come se ci sfogassimo un po’.

Ma allora questo significa che siamo anche noi arrabbiati. Che c’è qualcosa che ci brucia dentro, che ci crea frustrazione. Che cosa? Ecco sarebbe più funzionale ascoltare questa rabbia o queste emozioni. Sono arrabbiato con chi? Perché? Che significa essere la rabbia per me?

Ponendo questa attenzione ai nostri vissuti e meno a quanto vediamo in tv, potremmo esplorare meglio la nostra esperienza emotiva, scoprirne nuovi significati e diverse possibilità di esprimerla in modo costruttivo. Si può organizzare, arrangiare, una nuova esperienza emotiva che sicuramente attiverà un processo di crescita e conoscenza personali e forse potrebbe ridurre l’attrattiva di queste scene televisive.

Dr.ssa Marzia Dileo



foto da:  https://www.lofficielitalia.com/pop-culture/primo-bacio-significato-ragazze-ragazzi

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LA POTENZA DEL BACIO effetti che ha sul corpo e sulla mente

Il bacio non è solo il simbolo del romanticismo, è un meccanismo complesso che ha potenti effetti sul nostro benessere psicofisico dimostrati da diversi studi scientifici.

 

Il bacio è un contatto fisico che coinvolge le labbra, molte ricche di terminazioni nervose e altre parti del corpo che attiva a livello neurologico la stimolazione di determinate aree cerebrali deputate alle sensazioni di benessere e piacere.

Col bacio viene stimolata la produzione di Endorfine, responsabili del piacere, di Serotonina, che stimola e alimenta l’entusiasmo, di Dopamina. Tale attivazione a sua volta dà il segnale al sistema endocrino di produrre ormoni che riducono lo stress, aumenta infatti l’Ossitocina e diminuisce il Cortisolo.

Si delinea un quadro generale di benessere, che fa si che il bacio sia più di un semplice gesto d’affetto, tanto che da una ventina d’anni viene celebrato nella Giornata mondiale del bacio, il 6 luglio.

Pensiamo quindi a quanto può essere potente e benefico leffetto quando il bacio è  presente e costante nella nostra vita di relazione.

Ma la potenza del bacio non si esaurisce con l’attivazione organica, che determina gli effetti standard, uguali per tutti, a fare la differenza tra un bacio e un altro, ci sono gli effetti legati alla psiche che dà ad ogni bacio dei significati diversi.

La relazione dà un senso specifico al bacio, è il suo contesto.

Noi attribuiamo ad un bacio un senso in base alla relazione che abbiamo con quella specifica persona, senso che richiama la nostra storia e le nostre esperienze personali.

Qualunque tipo di bacio, tra partner, tra genitori e figli, tra amici, oppure un semplice bacio come saluto, è un segnale di vicinanza, intimità e condivisione, esperienze che non siamo disposti a vivere con tutti.

Un bacio non voluto, un bacio fuori contesto non ci fa piacere, cosi come fa male un bacio non ricevuto quando ce lo aspettavamo.

Per alcuni le sensazioni legate all’intimità, alla vicinanza e alla condivisione attivano emozioni spiacevoli (paura della perdita, ansia, ecc); si tratta di coloro che hanno avuto esperienze traumatiche nelle relazioni d’attaccamento significative e che tendono spesso ad evitare il bacio o a darne pochi.

Il bacio è quindi un indicatore importante sia della qualità della relazione. Cosa pensiamo e proviamo quando non riceviamo un bacio, o quando il bacio è diverso? Probabilmente sta accadendo qualcosa nella relazione, o nell’altro o dentro di noi e per questo è più lontano, meno in sintonia con noi.

Il bacio è da intendersi come un’esperienza che fornisce molti segnali e attiva varie emozioni che parlano sia di noi stessi che delle nostre relazioni e se prestiamo attenzione ad essi potremmo dare un’organizzazione diversa alla nostra esperienza emotiva e alla nostra individualità.

 

Dr. Marzia Dileo

 




foto da:  www.alfemminile.com

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IL NOSTRO CORPO, SIAMO NOI!

Dalle ansie per la prova costume ad una nuova consapevolezza di sé.

 

E’ arrivata l’estate e noi ci scopriamo, ci confrontiamo in modo più diretto con il nostro corpo e non solo, esponendolo lo rendiamo più visibile agli altri, ci confrontiamo con altri corpi.

Siamo presi da questa smania di raggiungere la forma perfetta, di essere impeccabili.

 

 

Ma impeccabili per chi? In base a quale modello?

A quello precostituito per cui il corpo deve essere giovane, magro, tonico, come viene presentato e ostentato, a volte, dai media, dai social ecc. Quel modello di corpo perfetto che vogliamo raggiungere.

 

Il corpo ha assunto un valore diverso, è diventato una sorta di status, un oggetto che si può controllare e modificare. E’ per molti il fulcro della propria identità: “Sono, Esisto se ho un corpo scolpito in un certo modo”; il fulcro della propria autostima e soddisfazione personale: “Sono magro/a allora sono adatto/a, sono bello/a”.

Il corpo ha assunto così un valore “altro” e tutte le strategie per modellarlo possono diventare dei mezzi con cui tamponare ferite, disagi che hanno origine altrove.

Questo è il meccanismo che se diventa ossessivo può portare allo sviluppo dei disturbi del comportamento alimentare.

 

Ma l’attenzione alla forma del proprio corpo accumuna molti di noi, anche senza arrivare ai casi più estremi e in questo periodo dell’anno ci sottoponiamo ad esercizi eccessivi, a diete fai dai te per arrivare alla forma fisica perfetta.

Si attivano diverse emozioni, come ansia, senso di disagio, di insoddisfazione, vergogna; emozioni che hanno un significato. Quale?  

 

Ascoltiamole allora. Esse in realtà, hanno poco a che fare con la forma fisica, hanno origine altrove,

Domandiamoci perché è così importante avere un corpo in un certo modo. Cosa sta comunicando la nostra emozione alla nostra storia personale, alla nostra vita.

 

In questo modo spostiamo l’attenzione dal nostro corpo e potremmo accedere ad altre parti di noi stessi, più nascoste o difficili da accettare, che potremo conoscere ed organizzare in modo diverso, ridefinendo così l’immagine di noi stessi.

Spostare l’attenzione dal proprio corpo, permette anche di recuperarlo nella sua globalità, non considerando soltanto il difetto che vorremmo eliminare o nascondere.

Tutti noi abbiamo una parte del corpo che non sarà mai come dovrebbe essere, ma è parte dell’immagine globale del proprio corpo quella con cui ci presentiamo agli altri.

 

Il nostro corpo, i nostri tratti fisici sono parte di noi, sono frutto del nostro patrimonio genetico, della nostra storia personale, delle nostre abitudini. Racconta la nostra identità che il modello precostituito del corpo perfetto non potrà mai rappresentare.

 

Acquisendo questa nuova visione del nostro corpo potremmo gestire meglio le emozioni che si attivano ed imparare anche ad accettare come nostre quelle imperfezioni che vorremmo eliminare.

 

Dr.ssa Marzia Dileo

 



foto da: www.investireoggi.it

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HO DECISO CAMBIO VITA!

I pro e i contro del cambiamento.

 

Ho deciso cambio vita!

E’ capitato quasi a tutti di rendersi conto di dover modificare alcuni aspetti (vita personale, professionale) o assetti di vita. Ci siamo messi in atto per attivare il cambiamento ed ecco che ci troviamo di fronte alla decisione o alla scelta significativa…e con loro si attivano varie emozioni.

 

Abbiamo già parlato, nel precedente articolo delle ansie e delle paure del cambiamento che potrebbero portare allo stallo nella situazione esistente. Il cambiamento, però, attiva anche delle emozioni positive, entusiasmo, speranze e aspettative. Così come le ansie che divenendo troppo rigide possono cristallizzarci, anche le emozioni positive rischiano di dare una visione falsata della situazione che stiamo vivendo.

Occorre quindi tenere ben presenti i poli emotivi del cambiamento per gestire al meglio questa fase.

 

Abbiamo deciso di cambiare aspetti della nostra vita che riteniamo alla base del nostro malessere o disagio? Allora fermiamoci su questa decisione e confrontiamola con la realtà che stiamo vivendo.

Domandiamoci cosa vogliamo veramente cambiare, per agire sul fattore giusto. Domandiamoci quali sono le nostre aspettative, quali le nostre frustrazioni al momento.

 

E’  fondamentale avere una visione realistica della nostra esperienza di vita e una buona consapevolezza delle proprie emozioni e di se stessi, per poter confrontare l’attuale condizione con quella che si spera di ottenere. Proviamo ad immaginarci nella nuova situazione ad affrontare imprevisti nuovi o a scoprire nuove possibilità… E’ come una lista dei pro e dei contro.

 

Ricordiamoci anche che ogni cambiamento comporta destabilizzazione e frustrazione, sarà necessario un periodo di transizione per adattarsi al meglio alla nuova condizione e dovremmo quindi valutare quanto saremmo in grado di gestire tutto questo.

 

Il cambiamento è un processo attivo che ci chiama in gioco facendoci conoscere nuove parti di noi stessi permettendo una nuova organizzazione personale ed esistenziale.

 

Infine, è bene ricordare che non esiste una scelta giusta o sbagliata, ma la scelta che è più adatta e funzionale per noi ed ecco perché è così importante l’attenzione attiva ai nostri vissuti e al nostro mondo interiore.

 

dr.ssa Marzia Dileo



foto da: www.dire.it

(Kurt Cobain)
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PERCHE’ MI SENTO INADEGUATO? 

ALCUNI CONSIGLI PER NON SENTIRCI PIU’ COSI’

 

Avete mai sentito parlare di sindrome dell’impostore? È quel profondo senso di inadeguatezza che fa percepire come immeritati i traguardi raggiunti. Di sindrome dell’impostore soffrono, generalmente, quelli che impostori non sono. Si tratta di quella strana condizione di chi, avendo ottenuto grandi e ripetuti successi, sente di non meritarli. E continua a reputarsi così nonostante ogni oggettiva evidenza contraria.

 

All’apparenza può sembrare strano. Vediamo attori affermati, chirurghi di fama, grandi scrittori e immaginiamo persone sicure di sé, con una buona autostima, soddisfatte e realizzate. Invece qualche volta, dietro l’apparenza, può anche nascondersi una persona insicura, che pensa di non meritare il proprio successo, che vive con l'ansia che tutto possa finire da un momento all'altro.

 

Chi ne soffre pensa di avere ottenuto dei traguardi solo grazie a un colpo di fortuna, sminuisce i propri risultati e prova un profondo senso di vergogna, come se stesse imbrogliando gli altri nascondendo il suo vero sé.

 

Molte persone, indipendentemente dai risultati ottenuti, si sentono inadeguate. Può capitare a tutti, ma in alcuni casi la sensazione è talmente radicata ed invasiva da diventare invalidante.

 

Secondo gli psicologi Young e Klosko, l'inadeguatezza è una trappola mentale: uno schema di pensiero negativo, una modalità fissa di pensare, di sentire, di agire e di relazionarsi con se stessi e con gli altri.

Se ci troviamo spesso coinvolti in situazioni che non ci piacciono e che tendono a ripetersi sempre allo stesso modo, probabilmente siamo vittime di una trappola: continuiamo, nostro malgrado, a ricreare situazioni che ci fanno soffrire e non capiamo nemmeno che siamo noi stessi a porre le basi perché ciò accada. Una di queste trappole è proprio l’inadeguatezza. Si tratta, secondo gli studiosi, della sensazione (difficile da spiegare logicamente) che dentro di noi ci sia qualcosa che non va.

 

L'emozione maggiormente associata all'inadeguatezza è la vergogna: chi si sente inadeguato ha la sensazione che i propri difetti siano imperdonabili, e fa quindi di tutto per tenerli nascosti. Ci si sente indegni di essere amati, non meritevoli di attenzione, considerazione, affetto.

 

Le persone che provano questo profondo senso di inadeguatezza possono reagire in modi molto diversi, anche opposti.

Tutto dipende dalla capacità di Arrangiarsi della persona che cerca di affrontare e gestire la sensazione di inadeguatezza.

 

Una possibile strategia è la resa: ci si arrende cioè al senso di inadeguatezza e si vive così, da persone insicure, bisognose continuamente di aiuto e di conferme, senza autostima né fiducia nelle proprie capacità.

 

All'opposto c'è la strategia del contrattacco: tentare di compensare il senso di inadeguatezza affermandosi il più possibile, cercando di apparire molto sicuri, competenti, addirittura invulnerabili.

Il senso di inadeguatezza, quindi, si può nascondere anche dietro persone apparentemente molto sicure di sé. Certe volte gli individui che appaiono arroganti e con una certa tendenza a prevaricare gli altri, in realtà stanno solo cercando di camuffare la loro inadeguatezza.

 

Come fare per non sentirsi più inadeguati?

 

È possibile attuare una serie di strategie per gestire il senso di inadeguatezza:

 

1. Tenere sotto osservazione i sentimenti di inadeguatezza e di vergogna;

2. Riconoscere il problema e capire come è costituito (aumentare la consapevolezza);

3. Focalizzarsi sulle emozioni (“Cosa sto provando? Come mi sento?”);

4. Evitare la fuga, ma affrontare la situazione problematica;

5. Fare un elenco, quanto più realistico possibile, dei propri pregi e dei propri difetti;

6. Rafforzare l’autostima

Questi piccoli accorgimenti ci permettono di valutare in maniera più oggettiva chi siamo, se esiste un reale motivo per sentirsi così inferiori agli altri e insicuri. Non si tratta di convincersi di cose false, in cui non crediamo. Non si tratta di creare un’immagine di sé forte, infallibile, sicura. Si tratta invece di ricordare a il proprio vero valore. Per superare il senso di inadeguatezza serve anche il contrario: accettare di essere feribili, fragili e, perché no, a volte inadeguati.

 

dott.ssa Viola Frasca.



foto da:   www.femaleworld.it

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BLOCCATI DALLA PAURA

La paura di sbagliare e lo stallo.

 

Capita di vivere delle fasi in cui non si vedono alternative positive per il futuro, in cui i pensieri negativi portano al disfattismo che invade ogni nostra aspettativa, Non riusciamo a trovare delle possibilità di cambiamento perché ogni cosa sembra difficile, impossibile e comunque fallimentare.

 

Sono situazioni in cui  ci si ritrova invischiati in schemi comportamentali ripetitivi e/o disfunzionali. Si tratta di una fase di stallo.

 

Lo stallo è una fase fisiologica, se transitoria, perché indica che c’è qualcosa di cui dobbiamo prendere consapevolezza e ha dei vantaggi perché consente di non esporci al cambiamento d’impulso.

Lo stallo spesso indica che è accaduto un evento traumatico o che comunque ha modificato l’equilibro precostituito e spesso è proprio il punto di partenza con cui riusciamo a fronteggiare questi eventi.

Se dura a lungo può portare ad una stasi che blocca le nostre risorse, che ci fa vivere condizionati e dipendentidipendenti da paure, ansie, aspettative rigide di fallimento.

 

Come fare a riconoscere questa fase e a modularne gli effetti?

 

Osserviamoci. Se ci sentiamo bloccati, se ci sentiamo pessimisti, ansiosi, a volte arrabbiati anche senza motivo, è possibile che questo stato sia indicativo di uno stallo. Accettiamolo.

 

Riconoscendo e accettando lo stallo, questo può dare un senso diverso alla nostra vita, diventa infatti la cornice in cui osservare quei comportamenti o quelle situazioni che vorremmo modificare. Accettare lo stallo significa che non siamo improvvisamente incapaci o predestinati al fallimento ma che siamo fermi per proteggerci da qualcosa. Probabilmente abbiamo bisogno di una registrazione dei nostri investimenti affettivi e/o evoluzione dei nostri sentimenti.

 

Questa consapevolezza permetterà l’attivazione di alcune emozioni come Paura? Ansia? Tristezza? Parliamo con queste emozioni: Perché? Di chi, di cosa? Per chi, per cosa?

 

Potremmo riconoscere anche paure e ansie che non sono nostre ma che rimandano alla nostra storia personale (Genitori, partner…che si aspettano da me?). Se queste paure non sono nostre potremmo relativizzarle e renderle meno potenti.

 

Se temiamo di sbagliare domandiamoci che significa sbagliare per noi?

 

Domandiamoci cosa realmente ci spaventa perché è su questo che possiamo agire. Fallire non fa piacere a nessuno, ma riconoscere uno sbaglio come proprio, libero da pressioni esterne, ci consente anche di valutare con più lucidità gli errori eventualmente commessi e di evitarli in futuro aprendo nuove strade a nuove soluzioni attraverso un arrangiamento del nostro modo di vedere e dare soluzioni alle circostanze presenti e immediatamente prossime della nostra vita

 

 

Questo processo consente di ridefinire la situazione che si sta vivendo, attiverà nuove risorse e nuove parti di sé, produrrà un cambiamento.

 

Dr. Marzia Dileo

 

 

 



foto da: www.wikihow.it


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NON TROVO LE PAROLE! FINIRE UNA RELAZIONE SENZA FERIRE IL PARTNER

“Un sorriso e ho visto la mia fine sul tuo viso, il nostro amore sciogliersi nel vento, ti giuro sono morto in un momento”…..Questa strofa descrive in modo immediato la comunicazione della fine di un amore, il messaggio viene comunicato con il linguaggio non verbale ed arriva in modo diretto ed immediato al destinatario attivando emozioni dolorose.

 

Lasciarsi è un’esperienza dolorosa e delicata, ci si confronta con i vissuti di perdita, abbandono, con la sensazione di aver fallito, con le proprie fragilità  e questo accade non solo a chi viene lasciato ma anche a chi lascia. Chi lascia, inoltre, deve anche affrontare l”altro/a, deve comunicare la sua decisione sapendo così di essere la causa del dolore di questi.

Spesso ci si chiede quali siano le parole o i modi più giusti per dirlo all’altro/a. Si può venire bloccati dalla paura di ferire l’altro/ oppure si considerano soltanto le proprie paure, i propri bisogni e si tende a rimandare il confronto o addirittura lo si fugge.

Ecco questa è la prima cosa da non fare per non ferire l’altro.

 

La prima cosa da fare quindi è DIRE all’altro/a la realtà.

 

Comunicare la decisione; la mancanza di comunicazione è una disconferma e veicola il messaggio “Tu non esisti”, che fa molto più male del rifiuto.

Per alcuni però questo momento è piuttosto delicato e difficile da gestire, ricorre spesso la domanda “Come dire all’altro che la relazione è finita?

 

L’elemento fondamentale nella comunicazione è il rispetto, che deriva da una profonda conoscenza e accettazione di entrambi.

Quando decidiamo di lasciare qualcuno/a abbiamo attraversato, o per lo meno avremmo dovuto, un processo personale in cui ci siamo confrontati con le nostre emozioni, le nostre aspettative e che ci hanno portato a maturare questa decisione.

 Cerchiamo di rimanere a contatto con questi vissuti, con le nostre emozioni, potremmo cosi riconoscerli ed accettarli. Potremmo in questo modo gestirli e  anche comunicarli meglio all’altra/o.

Una delle frasi che si dice spesso e che irrita molto chi la riceve è:  “Non sei tu che non vai bene, sono io il problema”;  irrita e ferisce ancor di più. L’altro oltre a viversi il dolore si trova costretto a doversi dare delle spiegazioni.

 Se ci rendiamo conto che non riusciamo a stare in relazione o per lo meno in quella relazione, ascoltiamo prima di tutto noi stessi. Cerchiamo di riconoscere questa fragilità e di darle un nome e un senso nella propria storia

 

Nel caso in cui ci sia un’altra persona già nella propria vita, comunichiamo la realtà, senza fare confronti, senza elencare pregi o difetti.

 

Non serve riversare rabbia, rancore o recriminare, non serve fare la morale o dare insegnamenti che l’altro/a non potrebbe cogliere. Esprimiamo invece solo i nostri vissuti, le nostre motivazioni senza colpire o confonderli con quelli del nostro partner.

 

Diamo all’altro/a la possibilità di far parte anche di quest’ultimo momento della relazione, di poter esprimere i suoi vissuti, di avere gli strumenti per comprendere l’esperienza.

 

In questo modo potremmo fornire all’altro/a, quando il dolore sarà diminuito le risorse per rileggere in modo di verso l’esperienza e a noi stessi la possibilità di accedere a nuove parti di se e di procedere nella nostra crescita personale.

 

Dr Dileo Marzia



foto da: www.centrometeoitaliano.it

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LA PAURA DELLA PAURA: COSA SONO GLI ATTACCHI DI PANICO?

Prima di parlare di attacchi di panico, è necessario considerare il ruolo fondamentale dell’ansia che porta a soffrire di tale disturbo. L’ansia di per sé non è patologica, anzi è funzionale ad un migliore adattamento nelle situazioni stressanti. Basti pensare all’ansia di un bambino il primo giorno di scuola, prima di un esame o di un importante colloquio di lavoro. L’ansia ci aiuta a percepire l’importanza di attivarsi per affrontare una specifica situazione che richiede un particolare impegno. L’ansia diventa patologica quando i sintomi tipici dell’ansia (tachicardia, mal di stomaco, cefalea) insorgono in assenza di una situazione pericolosa o quando sono sproporzionati rispetto all’evento scatenante o, ancora, permangono una volta cessato il pericolo. In questi casi può arrivare anche a compromettere il normale svolgimento della vita quotidiana. L’ansia patologica si può manifestare attraverso molteplici modalità, tra cui l’attacco di panico.

Un attacco di panico è un episodio breve e intenso in cui l’ansia sperimentata è acuta, insorge in modo improvviso con sintomi fisici e psicologici. Molte persone durante l’arco della loro vita hanno avuto modo di sperimentare un attacco di panico. Generalmente dura una manciata di secondi, ma per chi lo subisce lo percepisce come se avvenisse per ore, perché la mente si offusca e le paure più profonde prendono il sopravvento. La parola panico deriva dalla mitologia greca e più precisamente dal “dio Pan”, metà uomo e metà caprone, che compariva all’improvviso sul cammino altrui, suscitando terrore per poi scomparire nella stessa maniera. L’attivazione fisiologica è interpretata, da chi si trova in questo stato, come qualcosa che ineluttabilmente porterà a conseguenze estreme, tipo morire o impazzire.

 

Quali sono i sintomi più comuni dell’attacco di panico?

·       Viso arrossato

·       Capogiri

·       Stordimento e impressione di perdere i sensi

·       Parestesie (formicolio a mani e piedi)

·       Sensazione di soffocamento

·       Dolore toracico

·       Aumento della sudorazione o brividi di freddo

·       Nausea

·       Crampi intestinali o dolore allo stomaco

·       Tachicardia

·       Tremori

 

Inoltre, durante questa esperienza si possono provare:

Ø Paura di perdere il controllo

Ø Paura di “impazzire”

Ø Perdita di contatto con la realtà

Ø Sensazione di estraneità al proprio corpo (<<non sta succedendo a me>>)

Ø Incapacità di gestire qualcosa di terribile

Ø Paura di morire

Ø Crisi di pianto

Ogni crisi di panico crea un circolo vizioso in cui i sintomi fisici alimentano quelli psicologici e viceversa. L’esperienza dell’attacco di panico è decisamente invalidante ed è uguale a quella sperimentata da una persona di fronte ad un reale pericolo. Sicuramente è una situazione molto intensa, dopo la quale si ha la percezione di essere molo deboli, stanchi e confusi. Si vive nella costante paura possa succedere di nuovo. Si tratta chiaramente di una trappola che mantiene la persona nella sensazione di panico. Questa paura induce il soggetto a monitorare costantemente i segnali fisici, di conseguenza l’ansia cresce insieme alla paura. La prima cosa che si pensa quando si manifesta un attacco di panico è che sta per succedere qualcosa di grave e irrisolvibile, come un infarto o un ictus. Per questo, all’attacco di panico seguono sempre accertamenti medici aventi lo scopo di individuare la causa del malessere vissuto. Se si trattasse di un problema legato alla sfera della salute sarebbe più facile da accettare piuttosto che percepire di avere qualcosa di psichico. Di conseguenza, escludendo la causa fisica l’individuo rimane incredulo e spaventato perché non sapendo a cosa imputare quel terribile evento ha la percezione di essere vulnerabile e fragile. In questo caso, è importante farsi aiutare da uno specialista che possa aiutare la persona a capire da cosa è causato l’attacco di panico e come gestirlo, arrangiandosi attraverso le risorse di cui può usufruire.

 

Dott.ssa Viola Frasca.


foto da:  www.upda.it


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VIVERE LA PERDITA

La predita è un’esperienza traumatica, dolorosa e purtroppo inevitabile. Si può perdere una persona o rompere un legame per diversi motivi (Morte, Separazione, Abbandono), si può anche solo temere di perdere qualcuno ed evitare per questo di legarsi, o abbandonare prima. Sia che sia effettiva o sia temuta l’esperienza della perdita è dolorosa, per questo può essere considerata l’evento più stressante per l’essere umano (nelle scale dello stress lutto e perdita sono al primo posto).

Ci si deve confrontare con vissuti negativi e difficili da gestire: senso di abbandono, impotenza fino alla disperazione. Conosciamo tutti il termine “elaborazione del lutto”, che indica il processo necessario affinchè tale esperienza venga accettata ed integrata nella propria vita.

La perdita ci spiazza, ci pietrifica, ci fa sentire impotenti e incapaci di vivere senza quella persona. Ci espone a vissuti di abbandono, ad un dolore incontenibile, che non vogliamo e non possiamo accettare. Nelle fasi iniziali si assiste insieme alla disperazione a confusione, un effetto tipico di un evento stressante che rompe gli equilibri predefiniti. Nelle strutture di personalità più fragili la perdita può essere il fattore scatenante di sintomi o comportamenti disfunzionali o addirittura di disturbi psicologici, ma comunque è per tutti un’esperienza destabilizzante, che richiede l’attivazione di diverse risorse ed energie personali.

Ognuno di noi ha il suo modo di vivere la perdita e di difendersi dal dolore, difendersi, perché è fisiologico che in questi momenti si adottino delle strategie per proteggersi. Il senso di colpa per aver causato l’evento, la rabbia per essere stati abbandonati, possono esserne un esempio, come impegnarsi in varie attività per non pensare e non sentirsi. Queste strategie sono protettive perché allontanano dal dolore e dal confronto con la realtà e se ne va rispettato il valore protettivo va riconosciuto che a lungo andare possono essere dannose perchè impediscono l’evolversi del processo di elaborazione del lutto.

Possiamo pensare di gestire queste emozioni, di vivere in modo più tollerabile questa esperienza?

Cosa fare quando viviamo un lutto?

La perdita purtroppo va vissuta.

Ascoltiamo e lasciamo andare i nostri stati d’animo. Ascoltiamo e diamo voce al nostro dolore, alla nostra disperazione. Quel dolore ha un senso è legato alla persona e al legame che si è perso, quel dolore ci permetterà, quando si è affievolito, di accedere a parti di noi stessi che non conoscevamo pienamente. Ci permetterà di dare una nuova definizione di noi stessi.

Prendiamoci il tempo che riteniamo necessario e rispettiamo i nostri stati d’animo, non si piange a comando e potrebbe capitare di sorridere se si sta vivendo un momento o un’esperienza positiva, oppure potremmo ritrovarci tristi a piangere. Accettiamo i nostri stati d’animo, e riconduciamoli sempre all’esperienza che stiamo vivendo.

Non stare soli, cercare di condividere il dolore con gli altri significativi e anche stare in mezzo agli altri per distrarsi un po’, per essere più forti e pronti a confrontarci con il dolore. In solitudine le emozioni legate alla perdita diventano ancor meno tollerabili e si rischia di più di attivare comportamenti e strategie difensive che a lungo andare possono essere dannose per il nostro benessere psicologico.

Dr.ssa Marzia Dileo

 

 



foto da:  http://www.medimia.it/altro/sociologia/il-colpo-di-fulmine-scatta-solo-al-quarto-sguardo-2/

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ESISTE IL COLPO DI FULMINE?

“Da quando l’ho incontrato/a non me lo/la tolgo dalla testa”…”Mi ha colpita/o al primo sguardo”…Il colpo di fulmine è un’esperienza che è capitata a tutti, è stato sufficiente uno sguardo, il tono di voce oppure un gesto o il sorriso ed una certa persona improvvisamente diventa il centro dei nostri desideri, dei nostri pensieri, vogliamo conoscerla, incontrarla, sogniamo con lei una storia d’amore eterna. Siamo in preda all’idillio amoroso, anche se si è trattato di un solo unico incontro.

Come mai accade questo?

Di certo non è stato Cupido a scoccare la freccia, ma indubbiamente quella persona tra le altre ci ha colpiti perché ha toccato le nostre corde, è entrata in sintonia con le nostre parti più profonde (aspettative, bisogni, desideri), ha attivato il nostro mondo emotivo che ci rimanda alla nostra storia personale, ai nostri ricordi, ai nostri significati. Non siamo in gran parte consapevoli di questo mondo e viviamo un tumulto di emozioni che ci parlano di noi e che potrebbero anche essere dei segnali da ascoltare per conoscere meglio noi stessi e per gestire la potenziale relazione.

Nella teoria della dinamica di coppia, si distinguono tre fasi importanti nella relazione di coppia (Innamoramento o idillio amoroso; Crisi di Coppia; Amore e Ridefinizione del patto implicito di coppia) ed è proprio la prima fase, in cui i due costituiscono il patto implicito di coppia (cioè l’insieme di aspettative, bisogni e desideri inconsapevoli che si proiettano sul partner che sarà in grado di soddisfarli tutti)  che assomiglia al colpo di fulmine.

In questa fase l’altro/a è perfetto/a, è tutto, è colui/lei che saprà capire e darmi ogni cosa. Questa fase ha un termine inevitabile con la crisi di coppia, quando gli eventi della relazione portano a vedere l’altro/a nella sua realtà, come una persona differente da sé, che ha la sua storia, le sue esigenze, i suoi limiti e le sue risorse.

Superata questa fase si ridefinisce un nuovo patto di coppia e si entra nella fase dell’Amore, in cui l’altro/a sono accettati e riconosciuti anche per le loro unicità e differenze.

 

Alla luce di questo tanto l’inizio di una relazione quanto il tumulto del colpo di fulmine rappresentano il momento più fervido e stimolante della relazione ma anche uno dei momenti emotivi difficili da gestire. Come facciamo a viverlo senza farci schiacciare troppo da queste emozioni?

Prima di tutto, proviamo a FERMARCI, ad ASCOLTARE le nostre emozioni, queste ci diranno cosa ci piace di questa persona, perché questa persona ci piace cosi tanto.

 

METTIAMO AL CENTRO NOI STESSI LASCIANDO FLUIRE LE NOSTRE EMOZIONI, scopriremmo aspetti di noi stessi e della nostra storia personale, che magari fino a prima non erano molto consapevoli.

 

Usiamo poi questo nuove conoscenze se abbiamo deciso di frequentare questa persona, RICORDIAMOCI anche quanta parte di noi e della nostra storia viene proiettata sull’altro, e ricordiamolo anche nei primi momenti di difficoltà.

 

Questo non significa entrare con distacco e freddezza nella relazione, significa invece entrarci con la consapevolezza di chi si è e di quello che si vuole e di quello che l’altro realmente è. Questo è fondamentale per rispettarsi e per rispettare l’altro nella sua unicità e soggettività. Significa accettare quello che la relazione e l’altro ci danno momento per momento, senza andare a rincorrere aspettative rigide e non troppo realistiche. Significa vivere con maggiore spontaneità la relazione.

Aperti all’altro e con la capacità di accogliere le differenze gettiamo le basi per un legame più solido e basato sulla reciprocità

Queste piccole istruzioni potranno servirci sia per trasformare il colpo di fulmine in qualcosa di più o per lasciarlo decantare se ci rendiamo conto che ha un valore diverso da quello che avevamo immaginato.

 

Dr.ssa Marzia Dileo




foto da:  https://www.frasimania.it/frasi-amicizia-divertenti/

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COME SI FA A COLTIVARE LE AMICIZIE?

L’amicizia è un valore importante per molti di noi. Si dice “Chi trova un amico trova un tesoro”. Effettivamente l’amicizia favorisce il benessere psicologico di ciascuno di noi.

Per parlare di psicologia dell’amicizia è importante sottolineare che la vita di tutti attraversa momenti differenti, con caratteristiche specifiche. Le fasi del ciclo vitale si susseguono per tutti allo stesso modo: infanzia, adolescenza, età adulta e vecchiaia. Ognuna di queste fasi è connotata da eventi specifici, che ne definiscono l’unicità. La fase in cui si costruiscono maggiormente relazioni amicali è l’adolescenza.

È una fase di grandi cambiamenti per i giovani, nascono i primi rapporti di coppia e spesso avere degli amici su cui poter sinceramente contare è indispensabile per la psiche dell’adolescente. In questo caso il gruppo dei pari diventa quasi una seconda famiglia ed è estremamente importante l’approvazione degli amici per sentirsi sicuri, rassicurati.

Come scegliamo gli amici?

Un gruppo di ricercatori dell’Università della California a Los Angeles e del Dartmouth College ad Hanover, nel New Hampshire suggerisce l’esistenza di una sorta di “firma neurale” dell’amicizia. Detto in altri termini, secondo tale ricerca, scegliamo amici che hanno caratteristiche simili alle nostre, non soltanto in termini di età, sesso, etnia, ma anche per ciò che concerne valori, opinioni, interessi, abitudini e ciò è riscontrabile anche nel nostro cervello in quanto tra persone che si definiscono amiche si attivavano le stesse aree cerebrali, in risposta a stimoli uguali. La medesima cosa non succede tra persone che si reputano semplici conoscenti.

Gli amici, dunque, spesso fungono da specchio, ci aiutano a conoscere meglio noi stessi, ad accettare parti di noi di cui non siamo pienamente consapevoli. Le ricerche in proposito sono numerosissime: alcune sottolineano l’importanza degli amici nei momenti dolorosi, in quanto la sofferenza proveniente da malattie più o meno gravi sembra attenuarsi alla presenza di persone amiche; altre dimostrano che avere molti amici allunga la durata della vita media ed ha gli stessi effetti positivi dell’attività fisica e di un’alimentazione sana; altre ancora addirittura sostengono che buoni amici intorno abbiano un effetto dimagrante.

Come coltivare le amicizie?    

1.Dedicate loro del tempo. La maggior parte dei conflitti tra amici sembra essere causata da una cattiva gestione del tempo dedicato loro. Cercate di fare quante più cose possibili insieme.

 

2.Prossimità fisica e familiarità. Venitevi incontro reciprocamente, condividete le vostre esperienze, le vostre problematiche e ricercate la vicinanza, fisica ed emotiva.

 

3.Siate pazienti. La verità è questa: se non siete disposti ad annoiarvi ogni tanto, non potete avere amici. A volte gli amici vi coinvolgeranno in conversazioni di cui non vi interessa molto. Anche questa è amicizia: non possiamo sempre pretendere che gli amici siano lì per intrattenerci, né possiamo aspettarci di sentirci come se il rapporto fosse sempre e totalmente reciproco. Può succedere, ad esempio, di invitare un amico a cena dieci volte ed essere stati a casa sua solamente una volta.

 

4. Siate flessibili. Avere abilità sociali significa “arrangiare” i nostri schemi rigidi alle richieste dell’ambiente, in questo caso all’amico e, spesso, succede di doverlo appoggiare anche se non condividiamo le sue scelte o i suoi comportamenti. È soprattutto in questo caso che dimostriamo di tenere a qualcuno.

dott.ssa Viola Frasca.



foto da: https://www.zoom24.it/2018/09/14/entrano-in-un-negozio-fanno-shopping-e-si-dimenticano-di-pagare-den...

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L'eccessivo bisogno di comprare

Saldi, Black friday, promozioni sono non soltanto delle occasioni di risparmio, ma anche dei richiami di folla, una sorta di starter per la corsa all’acquisto. Le recenti immagini di code chilometriche di fronte ai negozi in occasione del black-Friday, non solo hanno colpito ma anche stimolato l’ennesimo spunto di riflessione sulla società dei consumi: “Ci serve davvero tutto quello che compriamo?” “Ci serve cosi tanto da giustificare ore in piedi, tra schiamazzi, folla e stress”?

 

Il discorso che si affronterà ha degli aspetti di generalizzazione ed ovviamente non riguarda chi ha davvero bisogno di quest’occasione per comprare qualcosa di necessario che altrimenti non avrebbe potuto comprare, o chi si toglie lo sfizio di una vita.

Il consumismo non rischia di avallare, di rendere “normali” alcune compulsioni e comportamenti disfunzionali che potrebbero minare il nostro benessere psicofisico?

Non esiste, infatti solo lo shopping compulsivo. Esso è una patologia che ha tutte le caratteristiche di una dipendenza (Tolleranza/Assuefazione, Craving -il comportamento compulsivo che porta all’abuso-  e l’Astinenza). Come gran parte delle dipendenze si struttura su un sostrato di vissuti depressivi e ansiosi che non sono consapevoli. Si tratta di una patologia seria che ha un quadro complesso e che richiede un trattamento psicoterapeutico integrato e specialistico.

A parte questi casi conclamati, si riscontra più frequentemente una “smania dell’acquisto”. Molti hanno bisogno di comprare solo per il gusto di possedere, perché il possesso da un senso di gloria e soddisfazione personale; sensazioni effimere che sfumano in poco tempo lasciando lo spazio al senso di colpa e al senso di fallimento. Vissuti non facili da gestire e da connotare col giusto significato e per gestirli si ricorre ad un altro acquisto “perché di moda”, “perché si deve avere per forza”.

Che facciamo se ci riconosciamo in questi comportamenti e in queste emozioni?

Stiamo attenti, FERMIAMOCI. ASCOLTIAMO questa  smania, questa frenesia. Si tratta di emozioni e ci parlano e possono suggerirci qualcosa di più di noi stessi che va al di là dell’acquisto. C’è qualcosa che ci mette ansia, tensione, che ci crea un vuoto, ecc?

INTERROGHIAMOCI su queste emozioni e cerchiamo di dare loro un significato diverso, potremmo cosi accedere ad altri aspetti della nostra esperienza emotiva che si ricollegheranno alla nostra storia personale o alla nostra situazione del momento.

Conoscendo altre parti di noi stessi potremmo vivere e gestire diversamente la situazione che stiamo vivendo…un'altra riorganizzazione di sé.

Si sta avvicinando il Natale, altra tappa consumistica e per evitare di dissipare le nostre finanze e farci venire i sensi di colpa, proviamo anche a controllarci stilando una lista degli acquisti, che conterrà sia quelli veramente necessari e sia qualcuno degli sfizi che ci vogliamo togliere, diamo a questi una priorità e la relativa importanza. Usciamo con questa lista e atteniamoci ad essa, usciamo con i soldi  in contanti e contati e possibilmente in compagnia, molti degli acquisti si fanno in solitudine e una passeggiata e un caffè con un amico/a possono aiutare.

 

Dr.ssa Marzia Dileo



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 L'infedeltà: differenze tra uomo e donna

L'amore può durare?

 Dagli studi di etologia capiamo ci spiegano che tra uomini e donne ci sono delle differenze: nel modo in cui vivono le relazioni, l'amore e anche l'infedeltà.  

Alcuni studiosi credono che nel patrimonio genetico dell'uomo ci siano delle propensioni a cercare dei legami con quante più donne possibili perché geneticamente maggiormente orientati a garantire il proseguimento della specie (per esempio possono essere fertili per molti più anni).

 

E le donne? Sono davvero così fragili e così monogame, come si dice? Un'attenta osservazione dei fatti, farebbe pensare proprio di no!

Può infatti accadere che le donne, come le femmine di altre specie, abbiano relazioni plurime e parallele.

Sapevate che in Italia 1 figlio su 10 è illegittimo e la percentuale aumenta al 15% nel caso dei secondi figli? In USA? Negli ultimi 25 anni, in una ricerca condotta dall’istituto di ricerca Families USA, le nascite illegittime sono triplicate: dal 10% al 29% .

Il punto è che, come emerge da numerose ricerche, le donne nascondono con cura la loro infedeltà e sopratutto la vivono in maniera emotiva e romantica.

Eccola, la differenza tra uomini e donne!

Nel caso venga scoperta una relazione extraconiugale, la donna viene stigmatizzata dalla società, molto di più di quanto non succeda quando l'infedeltà vede protagonista un uomo.

In questo, sembra giocare un ruolo molto importante la società e la cultura Sebbene queste differenze, oggi, sembrano molto più sfumate ed è chiaro che ognuno di noi trova il proprio modo per concepire il rapporto di coppia e di vivere l'amore. Alcuni di noi sono più infedeli mentre altri non lo sono affatto e rimangono felicemente legati al proprio partner per tutta la vita.

 

Detto ciò dobbiamo sicuramente fare i conti con la nostra storia personale, familiare e anche con la nostra società e con la nostra cultura che in qualche modo sembrano condizionare le nostre scelte, la nostra infedeltà e la nostra monogamia, anche quando sembrano non avere più alcun senso!

 

Dr.ssa Giulia Floris  
   


foto da:  http://www.nutrieprevieni.it/il-brutto-tempo-influenza-lumore-ID17706


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Meteo e umore: che relazione c'è? 

 

Quante volte ci è capitato di notare delle variazioni nel nostro stato d’animo e attribuirle ai cambiamenti climatici? Un po’ tutti lo facciamo e la scienza ci dice che non è sbagliato: il clima influenza il nostro stato d’animo. Il cervello, infatti, non è altro che un organo e per funzionare bene ha bisogno di glucosio, una sostanza che ci fornisce energia. La sua presenza, nel nostro organismo, aiuta a prendere decisioni, formulare pensieri, regolare le risposte emotive e risolvere problemi.

 

Se questa risorsa viene utilizzata per la regolazione della temperatura corporea, tutte le altre funzioni ne risentono. Prendiamo ad esempio una giornata afosa e calda. Il glucosio permette di raffreddare il nostro corpo evitando colpi di calore, ma lo fa utilizzando grandi quantità di energia che verranno meno nello svolgimento di altre funzioni. Ricordiamoci inoltre che servono molte più energie per raffreddarci che per riscaldarci. Infatti, in una giornata fredda, serviranno meno risorse per la regolazione termica e avremo quindi più energie a disposizione per i nostri processi mentali.

 

Quindi chi vive al freddo ragiona meglio di chi vive al caldo? Non proprio. Il corpo si regola velocemente, abituandosi al clima e all’ambiente circostante. Quindi queste differenze di performance cognitive potremo riscontrarle soltanto nei cambiamenti di temperatura repentini, per esempio quando si passa dal calore di un’abitazione al freddo esterno) o nei “cambi di stagione”, dopodiché la situazione tende a riequilibrarsi e non avvertiremo più queste differenze.

 

Ci sono, inoltre, persone che fanno particolare attenzione ai cambiamenti climatici, percependo i loro effetti in maniera particolarmente intensa. Stiamo parlando dei cosiddetti “meteoropatici”. Per natura lo siamo un po’ tutti; appena ci svegliamo guardiamo fuori dalla finestra per sapere che tempo c’è, se c’è il sole o no. Un po’ tutti tendiamo a diventare malinconici dopo tre giornate piovose consecutive, o irritabili dopo una settimana umida e afosa. Il clima è così importante per la psiche che ha influenzato usi, costumi, arte e carattere di tutti i popoli del mondo.

 

Eppure molti fra noi hanno una sensibilità assai più spiccata di altri: sono i veri meteoropatici, quelli il cui umore e i cui pensieri si orientano quasi totalmente sul tempo che fa. Anzi, si può dire che in loro è il tempo a “fare” l’umore. C’è chi soffre l’umido, chi il caldo, chi il vento freddo, l’afa, l’assenza di sole o l’eccesso di luce. Più che in sintonia sono in balia del clima, e ciò rende la loro vita un’altalena continua di pensieri e stati d’animo contrastanti che impediscono un fluire sereno dell’esistenza. Inoltre la persona, che assume dentro di sé il tempo che fa, trasporta poi “il tempo che fa” in famiglia: porta cioè il clima nelle relazioni più strette, sul luogo di lavoro e ciò non giova né a lei né a chi le sta vicino, che deve adattarsi a cambiamenti incomprensibili.

 

Come capire se e quanto si è meteoropatici? Basta porsi alcune semplici domande.

- Presti particolare attenzione al tempo che fa. Fai commenti, ne parli con le persone, ti lamenti spesso?

 

- È raro che ci sia un clima che ti faccia sentire proprio bene: senti spesso che potrebbe essere meglio di ciò che è?

 

- Se fai una vacanza essa è fortemente influenzata dal clima del luogo (ad esempio troppo umidità al mare) e dal tempo durante il soggiorno (ad esempio qualche giorno di pioggia e freddo)?

 

- In alcuni giorni di ogni mese ti senti debole e prostrato, anche psichicamente, senza riuscire a trovare un qualsiasi nesso casuale, e viceversa, hai giorni immotivati di super-energia?

 

- Le persone intorno a te manifestano spesso uno sconcerto per l’alternarsi frequente e immotivato dei tuoi stati d’animo e delle tue idee?

Se si risponde positivamente a tre o più delle precedenti domande il clima esterno potrebbe avere un’influenza eccessiva nella vita quotidiana e, dunque, costituire un problema.

 

Cosa si può fare allora?

Innanzitutto, evitare di subire passivamente il tempo che fa, ma cercare e sfruttare al meglio il lato positivo. Come ogni cosa, anche il clima peggiore ha una sua utilità. Non scaricare sugli altri rabbia e nervosismo, non permettere che il clima influenzi le relazioni interpersonali. Può essere utile anche attrezzare la casa in modo da gestire ciò che si soffre maggiormente, che sia il freddo o il caldo.

 

dott.ssa Viola Frasca.




foto da: https://www.forelsket.it/dare-un-nome-alle-emozioni-piu-strane-11-parole/

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Contagiati dalle emozioni

Ci è capitato spesso di ritrovarci a ridere contagiati dalla risata di un vicino, anche sconosciuto e senza saperne il motivo, oppure ci siamo sentiti a disagio al solo pensiero che di stare fianco a fianco a qualcuno (collega, conoscente ecc) che è spesso scostante o imbronciato.

Improvvisamente, siamo colti da emozioni negative o positive, di cui non riusciamo a comprendere il senso e la causa ma che possono influenzare il nostro stato d’animo e le nostre azioni.

Siamo stati contagiati! Si, le emozioni come un virus si trasmettono e possono insinuarsi in sotterraneo nel nostro stato emotivo.

Il fenomeno si chiama “contagio emotivo”, studiato da D. Goleman (Intelligenza emotiva, 1995) ed è tipico dell’interazione umana. E’ legato alla potenza del linguaggio non-verbale, che è appunto quello che veicola le emozioni attraverso il tono della voce, i gesti, gli sguardi, le espressioni facciali ecc. Responsabili del contagio emotivo sono i neuroni specchio, che si attivano assistendo nel qui ed ora ad un determinato stato emotivo e riproducono fedelmente (riflettono appunto) in noi la stessa emozione dell’altro; questa cosi diventa anche la nostra emozione del momento. Questi neuroni sono anche alla base del fenomeno dell’empatia ma questa non va confusa con il contagio emotivo, perché nell’esperienza empatica si ha la capacità di assumere il punto di vista dell’altro senza smarrire il proprio e di comprendere le sue emozioni senza confonderle con le proprie.

 

E’ questa confusione fra sé e l’altro il potenziale critico del contagio emotivo Se, infatti, osserviamo effetti positivi quando siamo esposti ad un’emozione positiva (un sorriso, un gesto d’affetto) che infonderà uno stato di maggior benessere che aiuterà la nostra giornata, se invece l’emozione che ci contagia è negativa (rabbia, tensione) questa influenzando il nostro stato d’animo procurerà malessere e disagio…..ma queste emozioni non sono le nostre  eci producono questi effetti proprio perche’ non le riconosciamo come tali.

 

Come facciamo ad accorgerci se ci troviamo di fronte al contagio emotivo?

 

1) ASCOLTIAMOCI. Fermarsi ad ascoltare la propria emozione ci permetterà un maggior controllo emotivo e quindi  la consapevolezza delle nostre emozioni e una visione realistica della realtà in cui agire con azioni congruenti. Se riconosciamo di provare un’emozione negativa che non ci appartiene è possibile che il nostro stato d’animo sia stato contagiato da chi ci è vicino.

2) RIORGANIZZARE LA PROPRIA ESPERIENZA EMOTIVA.  Riconoscendo la natura di questa emozione potremmo distanziarcene e riscopriremo la nostra esperienza emotiva. Rimpossessandoci delle nostre emozioni potremmo modificare i nostri comportamenti verso l’altro e modificare cosi anche il clima e la qualità dell’interazione.

Ad esempio abbiamo un collega che suscita tensione, senza un motivo ben preciso. L’atmosfera diventa cosi tesa che questa tensione ci invade e potrebbe anche ostacolare le nostre prestazioni, fermiamoci su questa tensione, riconosciamoci che NON SIAMO NOI ad essere a disagio o in tensione. Cosi ci difendiamo dal contagio e avremmo la possibilità di mettere in atto un’azione diversa che magari può sciogliere anche quella tensione.

 

Se l’emozione è positiva si è più contenti del contagio, ma anche in questo caso utilizziamo il buon umore, l’entusiasmo instillati da qualcun altro per investirli in quello che da benessere a noi stessi.

 

3) RESPONSABILIZZIAMOCI. Se  è vero che possiamo “essere contagiati” è vero anche che “siamo contagiosi”,  per cui la conoscenza delle nostre emozioni ci potrà ricordare che siamo anche responsabili delle emozioni di chi ci sta vicino. Se siamo arrabbiati per motivi extra-lavorativi, ad esempio, dovremmo evitare di riversare sguardi o gesti rabbiosi al nostro collega, perché oltre a contagiarlo lo stiamo rendendo responsabile di un’emozione di cui non è la causa.

 

Le emozioni devono poter essere espresse, verbalizzate e condivise e non agite

 Il contagio emotivo può essere un limite o una risorsa e gli effetti dipendono da come ORGANIZZIAMO la nostra esperienza emotiva.

 dr.ssa Marzia Dileo


foto da: http://www.donna10.it/rientro-a-scuola-dopo-le-vacanze-estive-senza-stress.html

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Il Rientro a Scuola, che stress!

 

Il rientro a scuola evento che attiva tutta la famiglia a diversi livelli:

- livello pratico: comporta una ridefinizione dell’organizzazione e degli equilibri familiari quotidiani, “Chi porterà il bimbo/a scuola?” “Chi lo porterà in palestra/piscina ecc”?

- livello emotivo. La scuola inizia dopo le vacanze il momento in cui nella maggior parte dei casi tutta la famiglia condivide molto tempo e diverse esperienze, un momento di spensieratezza e coesione familiare, e lasciarsi alle spalle questo momento, riprendere gli abituali ritmi quotidiani rappresenta uno stress per tutti. I più piccoli possono vivere con maggiore difficoltà il distacco dalla famiglia, ancor di più quelli che per la prima volta fanno il loro ingresso a scuola.

 

In generale, comunque l’ingresso a scuola è un evento significativo. Implica un distacco, la crescita (pensiamo al passaggio ai vari cicli scolastici), emozioni ed aspettative sulla riuscita e la capacità di affrontare la situazione nelle diverse sfaccettature sia nei genitori -“Sarò in grado di occuparmi di lui/lei tra scuola e lavoro?- che nei figli -“Mamma/papà non mi stanno lasciando per sempre? La maestra mi fa paura? O per i più grandi: “Conoscerò nuovi amici nella nuova scuola? “Sarò capace con le nuove materie?- .

I dubbi e le paure sono diverse a seconda delle età e delle dinamiche e valori familiari, ma senza dubbio esistono e rendono questo un momento delicato. Potremmo individuare insieme alcune strategie per cercare di affrontarlo al meglio.

 

Come genitori dovremmo AVERE LA CONSAPEVOLEZZA che stiamo sia noi che i nostri figli stiamo vivendo un cambiamento e uno stress, e quindi destabilizza ed attiva delle emozioni (senso di fallimento se pensiamo di non farcela, senso di colpa ecc). Questa consapevolezza ci consentirà di FERMARCI AD OSSERVARE ED ASCOLTARE quanto sta accadendo sia in noi che nei nostri figli. E’, infatti, fondamentale PORRE UN CONFINE fra le nostre preoccupazioni e quelle dei nostri figli, altrimenti rischiamo di riversare su di loro le nostre   paure trascurando i vissuti dei nostri figli.

Individuare le nostre emozioni, dare a queste uno spazio e un significato ci permetterà di RIORGANIZZARE la nostra esperienza emotiva e scoprire anche altre risorse sia emotive che pratiche da poter impiegare nella nuova situazione.

 

Inoltre in questo modo potremmo essere anche di maggior sostegno per i nostri figli, essere una figura che accompagni in questo percorso di crescita.

 Non è l’assenza di vulnerabilità che da autorevolezza ma la possibilità di conoscerle e gestirle. Un figlio/a può sentire che il genitore è preoccupato o spaventato dalla sua crescita, ma deve avere la consapevolezza che le paure del genitore non ostacoleranno il suo percorso e non gli toglieranno lo spazio per affrontare i suoi vissuti e le sue paure.

 Dr.ssa Marzia Dileo



foto da: https://www.jonicaradio.it

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Perché i single sono più felici?

 

Oggi molte persone sono single per molti motivi diversi:

- chi ha vissuto abbandoni ancora non superati;

- chi è stato tradito;

- chi ha alle spalle attaccamenti feriti da genitori egoisti o incapaci;

- chi ha subito violenze di famiglie spezzate.

Tuttavia l’essere single non è sempre e certo non più, una condizione svantaggiosa.

Perché è un vantaggio essere single?

-       Per la salute. Ricerche dimostrano che i single dormono meglio e sono più magri e le donne sono molto meno stressate di quelle sposate con figli;

-       non devono patteggiare i propri bisogni;

-       gestiscono meglio le proprie risorse finanziarie;

-       coltivano meglio le amicizie;

-       hanno maggiori esperienze di vita (viaggi, hobbies…);

-       hanno un’attività sessuale meno frequente ma più soddisfacente;

-       possono concentrarsi su se stessi, migliorarsi e diventare quello che desiderano;

-       possono scegliere le persone di cui circondarsi (per esempio niente suoceri per rimanere nei luoghi comuni);

 

Oggi c’è sempre più consapevolezza che una relazione sentimentale dà tante soddisfazioni, ma comporta anche vincoli e rinunce su ogni campo della propria esistenza, dal lavoro al tempo libero passando per le amicizie, e, inoltre, l’ideale dell’amore romantico talvolta si riduce ai primi appuntamenti e nei casi più fortunati ai primi anni di relazione.

L’essere single quindi forse oggi non è necessariamente una scelta dettata dalla paura di mettersi in gioco nelle relazioni e di soffrire, ma è una scelta matura per scoprire o riscoprire se stessi, le proprie potenzialità e migliorarsi per realizzare i propri bisogni, sogni ed esistenze.

Ad ogni modo la vita è un percorso non lineare ma ciclico, nel quale si affrontano diverse stagioni, c’è un tempo per essere single ed essere felici e un tempo per riscoprire la bellezza dell’intimità con un'altra persona ed essere ugualmente felici e protagonisti della propria vita.

Dott.ssa Paola Amaranto

 

 



foto da: http://hotkisstips.com

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Chi è il bugiardo patologico e come riconoscerlo

Quando si ha a che fare con una persona che mente quasi sempre, è possibile si tratti di un bugiardo patologico. C’è una differenza però tra bugiardi patologici e bugiardi compulsivi. Questi ultimi non mentono per un motivo o scopo preciso, ma per abitudine, perché mentire è una sorta di stile relazionale, è il modo più semplice da loro posseduto  parlare di se stessi e confrontarsi con gli altri. È, per l’appunto, una compulsione, un qualcosa di automatico e inarrestabile. I bugiardi patologici, invece, mentono continuamente per ottenere un vantaggio, senza porre la minima attenzione sulle conseguenze che tale comportamento può avere sugli altri. Spesso sono manipolativi e poco empatici. Nella maggior parte dei casi, non percepiscono tale modalità di condotta come patologica o poco funzionale, soprattutto nei confronti degli altri.

Perché mente?

La difficoltà maggiore con i bugiardi patologici è far sì che si rendano conto di avere un problema. La menzogna, può essere assunta al lo stesso ruolo di una qualsiasi dipendenza che offre una scappatoia da una realtà spesso difficile da fronteggiare.

Come funziona la mente di un bugiardo?

La bugia crea dipendenza ed assuefazione, pertanto risulta difficile da eliminare. L’atteggiamento più comune ravvisabile nei bugiardi patologici è la tendenza a deformare il reale, tanto da non distinguere più la realtà dalla fantasia. In altre parole, sono talmente abituati a mentire da perdere di vista il contesto circostante così com’è e sostituendolo con un altro costruito sulle loro bugie. La realtà, dunque, assume una connotazione di menzogna, di falsità e diventa l’unico mondo possibile.

Sono persone in grado di fingere così bene da apparire sinceri all’osservatore. La sincerità, infatti, è la maschera che più utilizzano per poter raggirare meglio gli altri.

Tutti mentiamo, ma farlo, a differenza di quanto si possa credere, è un processo estremamente complicato, perché i fattori che bisogna tenere sotto controllo sono numerosi, proprio per questo chi dice una bugia non riesce a controllare ogni aspetto del suo comportamento. Un osservatore esterno in genere, prende in considerazione solo il verbale del bugiardo, ma le parole fanno parte proprio di quei pochi elementi che il bugiardo riesce a controllare di più e se come osservatori ci basiamo solo su questo dato, il bugiardo riesce a farla franca. Anche il viso e la mimica facciale sono tra le cose meglio controllate da chi mente.

 Come fare per riconoscere una bugia?

Gli studi ci consigliano di porre attenzione sia alla comunicazione verbale, sia a quella non verbale. Per quanto concerne la prima il bugiardo:

-       tende ad usare frasi piuttosto semplici e generiche.

-       Non racconta quasi mai cosa ha provato, cosa ha sentito, ma si limita ad una descrizione oggettiva dei fatti. Per esempio, se un bugiardo patologico deve descrivere un posto in cui non è realmente stato tenderà a concentrarsi sui colori, sui monumenti, come se descrivesse una cartolina, ma non parlerà mai delle proprie sensazione, di quello che ha provato.

-       Di solito, evita di rispondere alle domande, servendosi molto spesso di comportamenti manipolativi per esempio, rispondendo ad una domanda con un’altra domanda e sviare il cardine del discorso.

 

 Per quanto riguarda, invece, il comportamento non verbale la prima cosa a cui bisogna prestare attenzione è il contatto visivo.

-       La credenza comune è che i bugiardi patologici evitino di guardare i loro interlocutori negli occhi. Benché chi mente abbia generalmente la tendenza a non incrociare lo sguardo con le altre persone, in realtà i bugiardi patologici non hanno questa abitudine. Al contrario, è frequente il tentativo di prolungare sin troppo il contatto visivo, con lo scopo di sembrare più credibili. Osservando gli occhi di una persona, si possono notare alcuni segnali poco evidenti che sta mentendo come le sue pupille possono dilatarsi ed è possibile che batta le palpebre lentamente.

-        Un bugiardo patologico non prova né rimorso né senso di colpa per le sue bugie, perciò potrebbe apparire particolarmente rilassato.

-        un’attenzione particolare va rivolta al tono di voce, soprattutto quando cambia in maniera improvvisa, e al sorriso: un sorriso finto coinvolge solo la bocca, un sorriso autentico si osserva anche negli occhi.

 

In conclusione, ciò che è importante nel riconoscere una verità da una menzogna, resta l’incongruenza comunicativa tra il livello di comunicazione verbale e non verbale. Chi sta dicendo una bugia si tradirà, con un qualche segnale del corpo o della voce, bisogna saperli cogliere.

 dott.ssa Viola Frasca.


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Trip terapy: il viaggio come esperienza terapeutica 

Siamo da poco rientrati dalle vacanze o le stiamo terminando ed ancora sono molto vividi i vissuti e i ricordi dei nostri viaggi. Il viaggio, infatti, porta con sè diversi significati e potenti emozioni anche ambivalenti. Viaggiare implica lasciarsi dietro qualcosa, una parte di noi e della nostra vita, è un piccolo strappo nella nostra storia che attiva emozioni legate alla perdita…ma viaggiare è anche una possibilità per scoprire e conoscere posti nuovi e gente diversa, è una possibilità per sperimentarsi in nuove situazioni.

 Queste sono alcune delle emozioni che si attivano con il viaggio e non sempre sono ben consapevoli in noi stessi, pertanto riuscire a definirle rende il viaggio un’esperienza terapeutica, se alla terapia diamo il valore di crescita e cambiamento.

 Come?

In viaggio, in qualunque tipo di viaggio (piacere, lavoro, migrazione) entriamo in contatto con gente differente, ci confrontiamo con diverse culture e stili di vita e possiamo renderci conto che quello che facciamo, quello che pensiamo, quello che mangiamo nella nostra comunità o nel nostro paese, non è l’unico e assoluto modo di pensare, di fare, di mangiare ecc, ma accanto a questi ce ne sono tanti altri ugualmente importanti, efficaci o buoni. col viaggio assume un valore la relatività dell'esperienza.

 

Il viaggio è anche un momento di scambio, non solo veniamo a contatto noi con diverse culture, ma anche noi siamo portatori di novità e differenza per i paesi e le genti che ci accolgono e possiamo fornire loro degli stimoli che attivano un processo di cambiamento…un processo che nasce proprio dall’incontro, dall’interazione. Perchè questo avvenga è necessario saper accogliere ed accettare senza pregiudizio la diversità con cui ci confrontiamo e le emozioni che questa provoca in noi.

 

Prendiamo ad esempio il cibo che per noi italiani sembra essere la rinuncia più grande, la sfida più difficile quando si va in un paese straniero. Spesso ci avviciniamo con sospetto e disgusto al cibo di altri paesi, convinti che non sarà mai buono quanto il nostro, ma in questo modo rimaniamo legati al nostro paese, alle nostre tradizioni ed è come se non fossimo mai partiti.

 

Come possiamo fare per rendere il nostro viaggio un’esperienza di crescita ed arricchimento personale?

  

- ACCOGLIERE E APRIRSI A NUOVE ESPERIENZE. Ascoltiamo le emozioni che si attivano nell’incontro con il nuovo e con il diverso;

- ACCETTARE LE EMOZIONI come parti di noi ed INTEGRARLE nella nostra esperienza e storia personale.

- RIORGANIZZAMOCI. Questa integrazione permetterà di accedere a nuove parti di noi stessi che potremo ridefinire e organizzare nella nostra identità.

 

In questo modo il viaggio, come ogni esperienza di incontro e scambio, potrà arricchirci ed avere per noi un valore terapeutico.

 

dr.ssa Marzia Dileo



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PERCHE' SCEGLIAMO SEMPRE LO STESSO TIPO DI FIDANZATI?


La preferenza per alcuni partner può essere determinata da caratteristiche fisiche, chimiche o caratteriali/comportamentali o da un insieme di queste componenti.

Se ci riferiamo a caratteristiche fisiche probabilmente si tratta di una preferenza inconscia che rimanda alle prime esperienze di attaccamento nell’infanzia che influenzano il gusto estetico per un grande periodo della nostra vita ed alcune volte ci influenzano per sempre.

Dal punto di vista chimico la scienza ci informa che esiste una chimica dell’innamoramento causata dai feromoni, una tipologia di molecole presenti nel corpo umano, impercettibili al naso dal punto di vista cosciente, ma in grado di influenzare ampiamente la scelta del partner, determinando una forte attrazione in coloro i quali emano feromoni compatibili a noi.

Se ci riferiamo a preferenze caratteriali del partner si tratta di una scelta indubbiamente più matura rispetto alla sola valutazione fisica del partner, meno inconsciamente influenzata da stereotipi e pregiudizi sociali che ci fanno guardare all’altro attraverso il filtro del senso comune (specialmente per quanto riguarda la bellezza fisica).

A volte anche basarsi sulle caratteristiche comportamentali/caratteriali non si rivela una scelta matura e consapevole circa la persona che desideriamo accanto. Potrebbero verificarsi casi in cui ci si senta attratti da persone che sistematicamente trascurano o fanno soffrire per altri motivi, mentre ci si continua a dichiarare innamorati e a comportarsi da tali.

Gli stili di attaccamento acquisiti durante l’infanzia ci influenzano nella scelta del partner e possono crearci anche gravi problemi nella vita di relazione e di coppia in particolare.

Come potersi Arrangiare in simili situazioni?

-       Se ho la tendenza a coinvolgermi in relazioni dove non vengo rispettato, sto male per sofferenze fisiche (percosse) o psicologiche (il partner mi percepisce inadeguato, incapace, non intelligente e che ogni iniziativa presa e ogni cosa ideata o attuata non è degna di considerazione, mi svaluta sul piano fisico o per qualsiasi altro motivo mi mette in difficoltà) devo cercare di allontanarmi da queste relazioni che inficiano l’autostima personale a livelli molto elevati.

-       Chiedere aiuto ad uno psicologo se divento consapevole del fatto che mi coinvolgo sempre in relazioni con uomini che presentano queste caratteristiche negative e non riesco da sola a gestire la cosa (ad esempio soffro l’abbandono del partner anche se si comporta male con me e non mi lascia vivere con libertà e rispetto)

 

Dott.ssa Paola Amaranto

 




20.07.2018
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COME ESSERE PIÙ PRODUTTIVI NELLA PROPRIA GIORNATA

 

Hai mai avuto quei giorni in cui ti senti sopraffatto dal lavoro e ti sembra di soffocare? Magari ti ritrovi a desiderare di avere quelle 3 o 4 ore in più per riuscire a fare tutto. Io stessa mi sono trovata in questa situazione, più volte, devo ammetterlo.

Per aumentare la propria produttività nella giornata è importante stabilire una routine e ridurre il più possibile le distrazioni intorno a noi!

Un elemento può essere la musica! Molte persone ascoltano musica mentre lavorano, è importante però che abbia alcuni requisiti.

La musica deve essere strumentale. Soprattutto se stai facendo un lavoro di scrittura, i testi delle canzoni entrano in competizione con le parole che stai cercando di produrre.

Alcune persone addirittura ascoltano la stessa canzone a ripetizione per tutto il tempo.

Anche se questo può sembrarci strano, la canzone dopo poco diventa parte dello sfondo, quasi come un mantra. Qualcosa che stabilisce il ritmo del lavoro che stai facendo, senza richiedere uno sforzo aggiuntivo al tuo cervello.

 Un altro trucchetto è quello del film!

So che può sembrare strano perchè, se non vogliamo ascoltare i testi delle canzoni, mai dovremmo guardare un film?

Ovviamente anche il film deve avere dei requisiti. Innanzitutto deve essere messo in modalità muto e deve essere un film che conosci a memoria.

Questo ha lo scopo di tenerti compagnia mentre lavori e di distrarti quando il tuo cervello ha bisogno di una pausa.  Per alcune persone, ad esempio, è molto utile per non andare a cercare altre distrazioni in giro e dimenticarsi del lavoro che stavano facendo!

L'elemento essenziale per riuscire ad essere più produttivo nella tua giornata è l'assenza dello smartphone, o comunque altri dispositivi che potrebbero distrarti con l'arrivo delle notifiche.

Puoi lasciare il tuo telefono in un'altra stanza e andare a controllarlo una volta all'ora, se proprio senti che lo vuoi fare.

In questo modo puoi rimanere concentrato sul tuo lavoro senza perderti nel mondo virtuale e riuscire a fare un lavoro di qualità.

Questa piccola routine può essere un esempio di come si può trovare un modo per essere più produttivi ma puoi anche semplicemente prendere spunto o adattare la parte che ti piace di più alle tue esigenze. 

dott.ssa Giulia Floris



06.07.2018
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QUANDO I FIGLI DEI NOSTRI COMPAGNI DIVENTANO DEI PICCOLI NEMICI…

E’ molto frequente oggi avere delle relazioni con compagni che hanno dei figli da precedenti unioni.

Le famiglie ricostituite rappresentano un esempio della flessibilità, della coesione e di nuove risorse del sistema sociale ma a volte il confronto con i figli dei propri partner può generare difficoltà, dubbi, che a lungo andare possono creare malessere sia in noi che nella nostra storia di coppia.

Perché?

Il partner deve dedicare del tempo ai suoi figli (festività, fine settimana, vacanze), perché è necessaria la sua presenza per alcuni eventi o per la gestione di alcune scelte che riguardano la vita del figlio/a (scuola, malattie, ecc) e noi in questi casi possiamo sentirci esclusi, non considerati. Aumentano le nostre insicurezze e preoccupazioni in una relazione in cui ci sentiamo sempre più precari e messi continuamente a confronto con altri (il bambino, l’ex del nostro/a partner e genitore naturale del bimbo/a). Iniziamo a sentire rabbia, a provare gelosia, a mettere in atto ripicche e recriminazioni e piano piano il bimbo diventa il “nemico” con cui competere, per conquistarci il tempo e lo spazio con il nostro partner o per guadagnarci la sua stima e fiducia nel ruolo di nuovi genitori.

Un’altra situazione difficile da gestire si presenta Quando si condividono spazi con questi i bambini del partner (vivono nella nostra casa, condividiamo situazioni sociali) e ci troviamo ad assistere a comportamenti che non avremmo mai accettato o permesso se fossero stati figli nostri….Le frasi “Se fosse mio figlio” o “Chi lo ha educato” sono un esempio tipico dei vissuti che si attivano in queste circostanze.

I figli dei nostri partner diventano cosi il terzo membro della relazione, con cui si compete, succede anche con i figli naturali (complesso di Edipo ed Elettra, le competizioni, le alleanze tra gentori e figli per esempio),  e con cui si vuole avere a tutti i costi una buona relazione perché da questa dipenda quella di coppia con il nostro partner. Si è quindi creata una dinamica competitiva con il bambino.

 

Come possiamo gestire meglio queste emozioni/sentimenti ? 

 Prima di tutto dovremmo recuperare la realtà e cioè che noi adulti stiamo competendo con un bambino, Il legame tra genitori e figli prescinde da noi, un legame che va rispettato e accettato e che invita a mantenere i giusti confini e le giuste distanze.

Rispettare questo confine ci permette di non tentare di sostituirci ai genitori, che ci esporrebbe al rifiuto non solo del piccolo ma anche del nostro partner. Assumere la giusta posizione fa si che anche il bimbo inizi a rispettarci e ad accettarci nella sua vita…anche lui/lei dovrà abituarsi a vedere qualcun altro/a affianco a suo padre/sua madre.

 Questa situazione attiva delle emozioni, rabbia e gelosia sono sentimenti che dovremmo imparare a riconoscer e sentire. Questi parlano anche di noi, delle nostre aspettative nella storia di coppia, delle nostre ferite e bisogni e ascoltandole potremmo dare a queste un senso diverso e individuare la vera radice del problema.

 Un’altra strategia funzionale è data dalla possibilità di condividere con il nostro partner i nostri vissuti, le nostre difficoltà, non vedendolo solo come il genitore del nemico, ma scoprendolo come alleato che potrà aiutarci nel rapporto con i figli.

 Queste strategie consentono un arrangiamento delle nostre emozioni e delle nostre esperienze che permetterà di scoprire nuove parti di sé, di definire un nuovo equilibrio nella relazione di coppia e nella relazione con il bimbo/a.

 

dr.ssa Marzia Dileo

 



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AUTOLESIONISMO: CAUSE, DIFFICOLTA’ E COME AFFRONTARLO

L’ autolesionismo è il provocare a se stessi danni fisici transitori o permanenti.

Tagli alle braccia o alle gambe inferti con coltelli o rasoi e poi ferite alle mani o alla testa a causa dello sbattere con violenza sono gli agiti più comuni.

Anche l’uso di moto o auto ad alta velocità noncuranti delle conseguenze però possono essere considerati atti autolesionisti.

persino l’uso smodato e immaturo della chirurgia plastica, oltre che il numero eccessivo di piercing e tatuaggi che ricoprono letteralmente il corpo, quando eccessivi possono rientrare in questa categoria.

Ognuna di queste condotte autolesioniste fa riferimento a patologie diverse quali il disturbo di personalità borderline, il disturbo da dismorfismo corporeo, la schizofrenia, l’autismo.

Chi sono i più esposti all’autolesionismo?

-       Soggetti che hanno una carica emozionale eccessiva e la allentano e ridimensionano con queste condotte

-       Soggetti che hanno difficoltà a sentire il proprio corpo e i segnali che questo dà e provano a creare un legame tra mente e corpo con queste condotte.

Se da una parte abbiamo soggetti con forti emozioni, dall’altra abbiamo soggetti apatici non capaci di dare il giusto nutrimento emozionale al proprio corpo.

Si tratta di due macrocategorie di soggetti che presentano una patologia grave e degna di attenzione clinica.

Oltre ai succitati quadri clinici di patologia conclamata a volte l’insorgere di queste condotte è più blando e meno eclatante, in particolare negli adolescenti. Gli adolescenti mettono in atto spesso comportamenti stravaganti o insensati all’apparenza e talvolta anche l’autolesionismo potrebbe farne parte.

Come capire se una persona, amica o di famiglia, mette in atto questi comportamenti?

-       Fare attenzione ai comportamenti che il ragazzo/a ha quando si arrabbia;

-       Ispezionare con discrezione braccia e gambe, ad es. facendo caso se il ragazzo/a si copre anche in estate con maglie lunghe, molti bracciali, pantaloni pesanti per coprire i tagli;

-       Monitorare con quanta frequenza si possono trovare per casa fazzoletti sporchi di sangue o sangue sospetto su lenzuola, asciugamani perché i tagli autoinferti in queste modalità non guariscono subito;

In questi casi è utile poter dialogare in modo sereno con un soggetto che ha questi problemi. Il miglior approccio è quello che non drammatizza l’accaduto ma nello stesso tempo richiede un supporto psicologico per comprenderne le cause, perché, anche se di solito chi è autolesionista non mette in atto condotte più gravi, ciò non è una legge assoluta e si potrebbe arrivare al suicidio in casi estremi.

Come Arrangiarsi riguardo alle proprie condotte autolesionistiche?

-       devo riconoscere il mio bisogno di aiuto e cercare di non nascondere questo disagio;

-       devo parlare con una persona che mi possa aiutare e mi possa indirizzare a fare qualche visita da un bravo psicologo;

-       il cambiamento dipende soprattutto da trovare un equilibrio tra quello che sento e la vita che mi circonda.

 

Dott.ssa Paola Amaranto

 



foto da: http ://www.mevita.it


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MANGIAR BENE PER STARE BENE

L'estate è arrivata ci spogliamo dei vestiti pesanti e mettiamo più in mostra il nostro corpo.

Molti di noi possono vivere questo momento con preoccupazione e ansia.

Per questo si cercano di fare diete, veloci e istantanee, che vissute con ansia, alla fine ottengono l'effetto contrario a quello desiderato.  ( Un classico sono ad esempio le grande abbuffate, magari fatte di nascosto!)

Tanti di noi, non solo in estate e nei periodi di dieta, usano il cibo come una stampella, un aiuto nei momenti di tensione, infatti quando la tensione è troppo alta, il cibo sembra abbassarla, dandoci un apparente e illusorio momento di ristoro!

Il trucco per riuscire a controllare le proprie reazioni impulsive, sopratutto nei momenti più stressanti, è quello di fermarsi, e ascoltarsi.

In certi momenti farti delle domande per indagare più a fondo come ti senti, ti permette di riprendere immediatamente il controllo e di mettere in atto la risposta più adeguata.

Per esempio prima di un'abbuffata chiediti:

- Sto mangiando perchè ho effettivamente fame o perchè sono arrabbiata?

- Voglio mangiare per non pensare a come mi sento?

- Cosa potrebbe calmarmi al posto del cibo?

Molte persone trovano molto utile tenere una specie di diario alimentare.

Quindi, ad esempio, oltre a prendere nota del tipo di cibo che hai mangiato e, se vuoi anche dei nutrienti che hai assunto, puoi aggiungere una parte in cui scrivi che cosa ti ha colpito di quel cibo, se ti è piaciuto oppure se era troppo salato. Puoi anche appuntare come ti sei sentito dopo, se eri troppo stanco, o se invece ti ha ridato energia.

Riguardando il diario potrai tenere sotto controllo le tue abitudini alimentare e sii fiero di ogni obiettivo che raggiunti!

 Dott.ssa Giulia Floris



foto da: www.alfemminile.com 

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LUI CAMBIERA' , E' UN'ILLUSIONE?

Non sempre ci si trova a vivere una relazione di coppia serena e soddisfacente. Spesso le donne hanno a che fare con uomini che non le rendono pienamente felici, ma piuttosto che rompere un legame sovente malsano, cercano di “aggiustarlo”.

 Perché succede?

 Ci sono persone che vivono il disordine come un dramma, pertanto devono necessariamente ordinare, ma a modo loro. L’esempio più calzante è quello della mamma che non sopporta il caos nella cameretta del figlio. Quindi la sistema nonostante suo figlio senta il disordine più in linea con la sua personalità. Mette ordine dove non le era stato richiesto. Fin che si tratta della cameretta, va bene, è un desiderio innocuo. Il problema sorge quando si vogliono aggiustare le altre persone. Proprio come succede con la cameretta, si vuole aggiustare la persona secondo i propri modelli e il proprio punto di vista. Senza curarsi di cosa desidera veramente l’altro. Solitamente, la prima cosa da correggere sono i difetti del partner. In questa fase sono frequenti i conflitti, gli scontri, le divergenze, perché si cerca di apportare dei cambiamenti non richiesti.

Attenzione, nel corso di una relazione sentimentale si cambia tantissimo. Passare molto tempo con il proprio partner, condividere con momenti speciali, investire emotivamente su quella persona, apporta modifiche significative su noi stessi, sulla nostra personalità. Ma tutto ciò avviene in maniera, naturale e graduale, senza forzature. Se il rapporto è sano, diventeremo giorno dopo giorno migliori per il nostro partner: registreremo il nostro corredo emozionale e aggiorneremo le nostre esperienze, così l’altro. Se però le differenze sono troppo profonde, il cambiamento positivo potrebbe essere troppo difficoltoso. Provare a forzare l’altro non servirà a nulla. Non tutti possono diventare “l’uomo ideale”. Certi uomini e certe donne semplicemente non sono fatti per stare insieme. Passare una vita a sperare che lui cambi è un vero spreco di felicità.

 In alcuni casi, ciò che spinge una donna a sperare di poter cambiare il proprio compagno è l’instabilità del rapporto. Mi spiego meglio: quando si ha a che fare con un uomo incostante, che in una prima fase della relazione è presente, affettuoso, amorevole, poco dopo “sparisce” per giorni, settimane o addirittura mesi (magari non risponde neanche al telefono), per poi ricomparire come se niente fosse, la speranza di riavere la persona dell’inizio non muore mai. Se lui fosse sempre freddo, scontroso e insensibile, sarebbe facile chiudere il rapporto. L’errore più comune è quello di legarsi ai momenti belli, sperando che con il tempo diventino sempre più duraturi. Di solito, invece, succede esattamente l’opposto: il legame diventa sempre meno stabile e soddisfacente. Spesso, di fronte al comportamento ambiguo del partner, la donna commette l’errore di giustificarlo, di pensare che le sue fughe siano dovute soltanto alla paura di innamorarsi e che basti essere paziente, comprensiva, non chiedergli niente e dargli tutto perché lui superi le sue paure e si leghi. Purtroppo, è bene sapere che non tutte le persone hanno la capacità di stabilire delle relazioni profonde con un altro essere umano: alcuni individui, per svariate cause e motivazioni (per esempio, traumi infantili o gravi problematiche interpersonali) non hanno mai potuto sviluppare un’affettività sana. Questi uomini hanno gravi difficoltà a sviluppare relazioni intime sane e anche se possono avere dei momenti di premura e di tenerezza, non si legano mai in modo totale e definitivo ad una persona.

 Come fare per venirne fuori?

Il primo passo per uscire da una relazione malsana come quella appena descritta è vedere ed accettare l’uomo che si ha accanto per quello che è realmente. Molte donne non sono innamorate dell’uomo che hanno vicino ma sono innamorate dell’uomo che potrebbe diventare. Mai accontentarsi solo dei pochi momenti belli che si possono vivere con persone di questa tipologia e, soprattutto, lasciare andare l’illusione di poterlo cambiare.

 

Dott.ssa Viola Frasca.




foto da: http://pinkitalia.it/rubriche/sei-solo-mia-il-dramma-della-gelosia/

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LA GELOSIA OSSESSIVA. COME GESTIRLA?

La gelosia è un sentimento naturale. Tutti possiamo essere stati a gelosi a volte, ma in alcune situazioni diventa un problema sia per chi la prova, e sia per gli effetti che ha sulla relazione.

 La persona gelosa può arrivare ad essere accecata da un unico pensiero: “Lei/lui mi tradisce”, “Lui/Lei mi preferirà a qualcun altro/a”, questo pensiero può distorce la realtà divenendo a volte un’ossessione. Ogni gesto, ogni comportamento del partner verranno interpretati come il segno e la conferma del tradimento e questa convinzione rafforzerà la gelosia attivando un circolo vizioso pericoloso.

 Come vedo gli altri le persone gelose?

Pressante, controllante, richiede continuamente conferme e con i suoi comportamenti mette a rischio la relazione inducendo l’altro spesso al temuto allontanamento.

Non è facile la vita per chi è troppo geloso…ma neanche quella di chi gli è accanto.

Nelle situazioni più problematiche e drammatiche il partner troppo geloso può arrivare ad uccidere o stalkerare, quando non accetta la fine della relazione per esempio.

 La gelosia cosi intesa non è una manifestazione d’amore, ma, è un segno di una problematica.

 Se il nostro partner è geloso, se ci riconosciamo in questa descrizione e temiamo continuamente la fine della nostra relazione, dovremmo ascoltare questo segnale perché indica difficoltà e fragilità.

 La gelosia ossessiva nasconde la convinzione che l’altro/a sia una nostra proprietà, sia qualcuno che deve essere e/o fare ciò che decidiamo, perché solo cosi ci mostrerà amore. C’è la convinzione che l’amore debba essere assoluto. L’altro/a vivrà per noi e noi senza lui/lei non siamo nulla.

 Come gestire questo sentimento?

Non è facile riconoscere ed accettare di provare queste emozioni, ma è l’unica cosa necessaria sia per gestirle meglio e sia per comprenderne le cause più antiche. In questo processo si rivela molto utile la Teoria dell’Arrangiamento che ci permette di analizzare i dati di realtà, e dare il significato alle nostre emozioni e sentimenti per trovare un nuovo equilibrio più “utile” per noi e chi ci circonda.

 1) La prima cosa da fare è ASCOLTARE LA GELOSIA, RICONOSCERLA E ACCETTARLA COME PROPRIA. 

2) INTERROGHIAMO LA GELOSIA: Accettando la gelosia potremmo “parlarci” confrontandola con la realtà: “Cosa fa il mio/la mia partner davvero che mi preoccupa? “Cosa mi preoccupa davvero?” Che significa perdere qualcuno?” “Quando l’ho provato per la prima volta?”. L’attenzione si sposta dal partner a noi, al modo in cui viviamo una relazione.

Queste riflessioni faranno emergere ricordi ed esperienze, si attiveranno altre emozioni che richiederanno un’esplorazione più profonda. Nei casi più difficili può essere necessario ricorrere ad uno specialista, ma in molti casi potremmo parlarci da soli con la nostra gelosia. Meglio ancora se riuscissimo a chiedere aiuto al nostro/a partner, laddove non si sono verificati eventi traumatici un confronto che impegni entrambi i partner, può essere molto utile per modificare l’equilibrio di coppia.

3) ARRANGIARE, ORGANIZZARE L’ESPERIENZA EMOTIVA: Che questo dialogo sia solitario o di coppia o che avvenga con il sostegno di uno specialista è importante che tutte le emozioni che emergono siano Organizzate in modo diverso, affinché venga attribuito loro un senso diverso. In questo modo si recupera un ruolo attivo, si è meno in balia dei pensieri ossessivi e più consapevoli di parti nuove di noi stessi. Emergeranno nuove risorse e un nuovo modo di concepire la relazione e lo stare in relazione.

 dr.ssa Marzia Dileo




foto da: https://www.insiemeonline.it/i-consigli-degli-esperti/la-psicologia-nel-matrimonio/item/1286-innamor...

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ABBAGLI E RISCHI DELL'INNAMORAMENTO

Già in fase di corteggiamento si possono prendere dei grossi abbagli perché tendiamo a valorizzare (e magari idealizzare) il nostro partner e questo potrebbe portarci a sbagliare molto sul suo conto. Darci il giusto tempo per conoscere realmente l’altro può risparmiarci delusioni e fraintendimenti.

Il grado e la facilità dell’amato di influenzarci può aumentare in modo esponenziale nel tempo, per questo è bene saperne prendere atto.

Le tendenze distorsive possono incidere nella quotidianità ed esperienza di coppia in diverse forme e modi influenzando il nostro giudizio e le nostre scelte. Ad esempio:

  1. Giustificare in ogni momento le azioni della persona che amiamo; possono essere semplici scelte quotidiane o scelte di vita personali per noi saranno sempre e comunque la cosa giusta;

  2. Andare contro le nostre convinzioni; assorbendo completamente il punto di vista dell’altro pian piano in modo sempre più acritico;

  3. Lasciare alla persona amata la facoltà di decidere per noi; sia che si tratti di amicizie che di gestione delle attività da svolgere quotidianamente.

Il fatto che questi atteggiamenti e comportamenti possono perduare nel tempo ci fa rendere conto della pericolosità della cosa e di tutti gli errori più o meno gravi che si possono fare. Si può arrivare anche a situazioni estreme nelle quali si accetta tutto da parte dell’altra persona, come il tradimento, l’essere picchiati, accettare le dipendenze patologiche del partner (da alcool, droga o gioco) e in alcuni casi esserne coinvolti o ancora si coprono o si favoriscono reati commessi dal partner. Ovviamente le situazioni estremamente negative sono rare, ma presentarle rende l’idea della pericolosità della cosa e della sua possibile evoluzione.

Come fare ad Arrangiarsi quando ci troviamo in situazioni del genere?

L’essere umano non è perfetto in sé però deve sforzarsi di valutare le cose da solo senza il filtro consapevole o inconsapevole di un’altra persona.

Il primo passo che la persona deve fare per non rimanere “ingabbiato” da una relazione potenzialmente tossica è l’essere consapevole del proprio modo di relazionarsi con gli altri rendendoli partecipi di ciò che vuole, delle proprie convinzioni ed aspettative, fino a mettere fine ad una relazione nella quale si avverte un senso di inadeguatezza e di stanchezza.

Dott.ssa Paola Amaranto



foto da: www.amando.it 

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 IL  TRADIMENTO NELLA COPPIA: PERCHÉ SI TRADISCE, QUANDO, CONSIGLI PER AFFRONTARLO E SUPERARLO

 Chi tradisce, molte volte, appaga un suo bisogno personale tra cui:

1.     di non sentirsi soli e di sentirsi  riconosciuti e  amati. "tradisco perché il mio partner mi trascura e io ho bisogno di sentirmi amato". ;

2.     di cure;

3.     di sentirsi desiderabili e di valore, perchè ciò aumenta la propria autostima;

4.     di  dimostrarsi superiore;

5.     di non rimanere soli;

6.     La  maggior parte tradisce perchè vi sono difficoltà nella coppia;  

 

PERCHE' SI TRADISCE E NON SI LASCIA IL PARTNER?

·       Il partner può essere vissuto come una sicurezza;

·       per tutelare i figli;

·       desiderio di salvare "le apparenze" per preservare un buon giudizio sociale preservando intatta la famiglia.

·       dipendenza economica dal coniuge;

·       dipendenza affettiva dal partner.

 

Il tradimento tuttavia genera sofferenza da entrambi le parti: sensi di colpa , rabbia e frustrazione.

 

COME SI SUPERA?

 ·       dando voce alle proprie emozioni;

·       evitando decisioni d’impulso;

·       evitando azioni di rivalsa;

·       chiedendo aiuto a persone competenti quali psicologi o psicoterapeuti

 

Candida Parlato

 


foto da: www.bloggolo.it   

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  A COSA SERVE LA TRISTEZZA ?

 

Noi tutti facciamo esperienza di una vasta gamma di emozioni. Queste sono capaci di informarci sul nostro stato interno e sull'ambiente. Ci permettono di stare al mondo e ci hanno consentito di sopravvivere e adattarci al mondo.

Il dottor Ekman, con il suo gruppo di ricerca, individua un gruppo di 6 emozioni,  innate e riconoscibili da chiunque in qualunque parte del mondo.

Le 6 emozioni primarie, così definite dagli studiosi, sono:

felicità paura rabbia disgusto tristezza sorpresa

Sono presenti anche negli animali e hanno funzioni adattive.

Tra queste emozioni di base vi è anche la tristezza, infatti tutti noi possiamo dire di esserci sentiti tristi, almeno una volta.

Qual è l'importanza di riuscire a provare questa emozione senza esserne travolti, o facendo finta che non esista ?

Solitamente pensiamo che la tristezza sia un intralcio alla gioia, una spada nel fianco dell'ottimismo e la possiamo immaginare come la nemica numero uno della felicità. La escludiamo da qualsiasi discorso. La vediamo come un segnale di debolezza, che qualcosa non va.

Cerchiamo di allontanarla come se fosse una condanna a morte e aspiriamo ad un modello imposto dai media di beata felicità, che non tiene conto della complessità della vita e della realtà in cui vivono realmente le persone.

Da questa prospettiva perdiamo di vista il fatto che, se non fossimo capaci di cogliere e di provare la tristezza, saremmo delle macchine. La gioia, senza la tristezza non avrebbe senso, perché non riusciremmo a vederla e goderne.

La tristezza ci permette, sopratutto, di guardarci dentro da una prospettiva diversa. Ci consente di guardare l'altro con delle altre lenti. Ci rende consapevoli, e umani.

L'invito è quello di non scacciare a tutti i costi i momenti di tristezza, ma piuttosto cerchiamo di accoglierli e comprenderli.

Possiamo provare a notare il momento in cui questa emozione si presenta, da cosa è nata. È legata ad un pensiero in particolare? Ad un’immagine mentale? Proviamo anche a notare se si trasforma e come lentamente passa.

 In questo modo, osservare il funzionamento della tristezza, ci aiuta a conoscerla più chiaramente e a non averne paura e a trovare dentro di noi il modo per gestirla al meglio.

 

Dott.ssa Giulia Floris

 


foto da: https://viverepiusani.it/come-superare-il-lutto/


ELABORAZIONE DEL LUTTO: TRA MITO E REALTA’


La morte è una tra le più antiche paure radicate negli esseri umani, che spesso risulta estremamente complicata da elaborare, pertanto è spesso associata a particolari usanze o rituali, che cambiano con le epoche e con i luoghi. Generalmente, una fase di sconforto, disperazione, calo del tono dell’umore, è estremamente comune e comprensibile. Anzi, è parte integrante dell’elaborazione del lutto e, pertanto, di per sé non è negativo. Quando però diventa angoscia e depressione costante, allora può essere utile un aiuto per uscire da tale percorso tortuoso. Infatti, molte delle problematiche psicologiche che spingono una persona a cercare sostegno si rivelano essere legate proprio alla mancata elaborazione di un lutto, che sia una perdita reale o, simbolicamente, una perdita di qualcosa di fondamentale nella vita di una persona.
Quando si parla di lutto, per l’appunto, non ci si riferisce esclusivamente alla morte di una persona cara: a volte eventi negativi come una separazione, la diagnosi di una malattia cronica, il trasferimento di un familiare, possono essere vissuti come vere e proprie perdite. Una persona che riceve diagnosi di Sclerosi Multipla, ad esempio, malattia progressivamente invalidante è costretta a fare i conti con la perdita di una parte di se che non le appartiene più. Ci saranno attività che non potrà più svolgere, sarà costretta a riorganizzare la sua vita, per questo è fondamentale la capacità di accettare il cambiamento e l’assenza di ciò che era. Allo stesso modo, una madre che vede un figlio partire all’estero per lavoro dovrà fare i conti con la mancanza.

Ovviamente si tratta di un processo che richiede tempo ed energie. A tal proposito, diversi studiosi hanno teorizzato quelle che vengono comunemente definite le cinque fasi di elaborazione del lutto, attraverso le quali passerebbe obbligatoriamente un individuo (anche se non necessariamente in questa esatta sequenza) a seguito di una perdita:

  1. Negazione (inizialmente si nega il lutto come naturale meccanismo di difesa);
  2. Rabbia (c’è una maggiore consapevolezza emotiva della perdita e subentra un enorme carico di dolore che provoca una forte rabbia alle volte rivolta verso se stessi o persone vicine);
  3. Elaborazione (si comincia ad elaborare razionalmente l’accaduto, cercando delle risposte o trovando soluzioni per spiegare l’evento);
  4. Depressione (ci si arrende alla situazione razionalmente ed emotivamente);
  5. Accettazione (si accetta l’accaduto, riappacificandosi con esso, spesso sperimentando fasi di depressione e rabbia di natura moderata, volte a riconciliarsi definitivamente con la realtà).

Questa teoria tende a generalizzare un quadro assai complesso che subentra nel caso di lutto. L’idea di fondo è che se ci si blocca o non si attiva una di queste fasi, allora la persona in questione non sta elaborando una registrazione emozionale e quindi una ristrutturazione del proprio Sé. Non bisogna mai dimenticare che ogni persona è diversa rispetto all’altra, quindi avrà un modo personale di elaborare la perdita che non sarà giusto o sbagliato, ma più o meno efficace per quella specifica situazione. Ad ogni modo, è utile non trascurare le proprie sensazioni, i propri sentimenti, la propria sofferenza, quando ci si ritrova ad affrontare situazioni complicate come questa. Resta comunque fondamentale accompagnare le persone in un momento così delicato, soprattutto coloro che chiedono aiuto o che sentono di non essere riusciti a passare oltre una perdita importante, con particolare attenzione alle risorse personali dell’individuo e alla sua cultura familiare e sociale, che può portarlo ad accettare ed assimilare la perdita in modi del tutto differenti eppure altrettanto funzionali.


dr.ssa Viola Frasca



foto da: http://velvetbody.it/2017/03/22/sesso-euforia-fa-b...


Aiuto: la vergogna mi blocca nel fare sesso


Le cause di un blocco nella sfera sessuale possono essere molteplici e riguardano sia gli uomini che le donne.

In alcuni di questi casi sono rintracciabili cause organiche ad esempio nel vaginismo, nella disfunzione erettile, nell’eiaculazione precoce, curabili attraverso rimedi farmacologici, anche se il più delle volte il problema (anche per i casi citati) non è solo organico ma anche di tipo psicologico e richiede l’intervento congiunto dello psicologo a fianco di altri specialisti.

A volte i problemi legati a questa sfera possono essere dovuti al timore e a dubbi, questa modalità è tipica di molti adolescenti ma non ne sono libere neanche persone adulte. Ciò dipende in larga misura da come è pensato e valutato il proprio corpo e dal tipo di relazioni che si è abituati ad instaurare con gli altri.

Quando i problemi legati all’ attività sessuale riguardano la vergogna di se stessi è utile cercare la causa di questa vergogna e porsi delle domande:

1) Percepisco che l’attività sessuale è qualcosa di sbagliato?

2) Ho vergogna del mio corpo?

3) Sono abbastanza coinvolta a livello fisico con il mio partner?

Rispondendo a queste domande cerco di esplicitare meglio le mie considerazioni.

1) Il fare sesso in sé non è sbagliato, produce dei benèfici effetti a livello sia fisico che mentale, in termini di aiuto al sistema immunitario e circolatorio, aiuta a contrastare i problemi di insonnia oltre che aumentare l’autostima e la positività in generale. Ovviamente va precisato che può essere percepito come qualcosa di non sicuro e salutare a causa del pericolo di contrazione di malattie veneree ed altre malattie a trasmissione sessuale nel caso di partner occasionali. Nel caso di partner occasionali è necessario attuare la prevenzione con i dispositivi medici preposti (preservativi).

2) Il corpo è un mezzo che ci permette di agire, provare sensazioni di diverso tipo sia spiacevoli che piacevoli. Sarebbe sbagliato paragonare il proprio corpo a quello di modelle e modelli visti sui social network, perché la perfezione non esiste, quasi sempre è frutto di fotoshop o di altri programmi. L’importante è condurre una vita sana possibilmente non sedentaria evitando eccessi di bevande alcoliche e di sigarette. Per il resto bisogna sentirsi a proprio agio nel proprio corpo. Il sentirsi sicuri è esso stesso un modo per migliorare il proprio aspetto fisico.

3) Il blocco e la vergogna potrebbero essere dovuti alla mancanza di attrazione verso il partner scelto, probabilmente nel caso dei soggetti più giovani che si affacciano alle prime esperienze. In questo caso è utile riflettere su questa possibilità ed eventualmente cambiare partner. La mancanza di autostima potrebbe farmi pensare che non merito un partner migliore, non riuscirò a trovarlo perciò devo accontentarmi. La realtà è che si deve cercare di guardare con fiducia a se stessi e darsi la possibilità di intraprendere relazioni più appaganti da tutti i punti di vista quotando se stessi in modo meno rigido e più realistico.

Queste riflessioni sono un aiuto per riuscire ad Arrangiarsi nella ricerca delle  soluzioni personali ai problemi e sono un punto di partenza per altre possibili considerazioni.

Dott.ssa Paola Amaranto


foto da:  https://gabrieledimaio.com/2017/05/10/psicologo-do...



VADO DALLO PSICOLOGO E NON SONO MATTO!


Il ruolo dello psicologo, nella nostra società, non è molto chiaro : , per la maggior parte della gente coincide con l’immagine del cosiddetto “strizzacervelli” oppure il “dottore dei pazzi”. Addirittura, si pensa d’avere dei “consigli” e per questo sia sufficiente rivolgersi ad un amico, senza oneri economici. E’ per questo che spesso può diventare difficile andare da uno psicologo. Le paure poi sono molteplici: di essere considerati matti, che gli altri vengano a saperlo, di essere considerati fragili, non in grado di risolvere i propri problemi...

Così, chi si rivolge ad uno psicologo, può essere visto come un debole o un incapace. Ecco perché, il primo passo è proprio superare la tendenza ad etichettare o considerare negativamente ciò che non si conosce.

Per esempio: se sfortunatamente vi si rompesse una gamba a causa di una caduta, andreste da un amico ingegnere o dal vostro panettiere di fiducia per farvi aiutare o da un medico? La risposta sembra scontata.

Perché? Sicuramente il dolore alla gamba è estremamente invalidante, ma avete mai pensato a quanto sia fastidioso e difficile da gestire un problema che colpisce la mente e non il corpo? Quante difficoltà, scelte difficili e/o dannose potremmo evitare per noi e chi ci sta vicino? Quanto potrebbe essere migliore la nostra vita e di quelli che ci circondano ?

Infatti, per rivolgersi ad uno psicologo non bisogna necessariamente avere una psicopatologia, ma essere portatori di sofferenza è un male per sé e per chi ci sta vicino.

Provate a pensare di incontrare una persona rilassata e tranquilla al bar. Più facilmente genererà un clima di positivo di uno che entri urlando o faccia osservazioni offensive. E’ banale certo, ma non scontato. Quante volte gli scontri sociali, le crisi familiari, quelle personali sono innescate da rabbie, risentimenti, paure… mal gestiti? A tal proposito, Richard Eugen Unterrichter nel suo “Lo psicologo per i cittadini. Teoria ed esperienze nel servizio di base”, presenta un metodo e un modo innovativi di lavoro usati nei servizi A TU PER TU dagli psicologi, che offrono il proprio servizio al cittadino utilizzando un metodo nuovo, quello dell’arrangiamento, che consente di affrontare i problemi quotidiani a partire da soluzioni alternative e concrete. Mostra come questa nuova figura professionale sia capace di intercettare in maniera preventiva i sintomi del disagio, prima che sconfinino nella psicopatologia.

Dott.ssa Viola Frasca



foto da: https://www.cprlorient.com/assemblee-generale-cprl...





IL PESO DELLE ASPETTATIVE SOCIALI



Le aspettative, quello che pensiamo gli altri ci chiedano, si aspettino da noi si formano con le esperienze di vita, prima fra tutte quella familiare. D’altro canto anche noi stessi poniamo sugli altri le nostre aspettative, quello che ci attendiamo di ricevere da loro, di essere per loro. noltre, se allarghiamo la visuale dalle esperienze significative al mondo esterno, immediatamente balzano agli occhi molti dettami su come dovremmo essere o cosa dovremmo fare che provengono dalla società.

Questo scambio o proiezione di aspettative è una tendenza naturale dell’essere umano e in questo senso le aspettative potrebbero essere considerate come una sorta di guida nel processo di costruzione della nostra identità.

Ci riconosciamo in molte di queste aspettative, altre invece le accettiamo in modo quasi acritico, ci impegniamo per soddisfarle, per raggiungerle, perché da queste facciamo dipendere il grado di soddisfazione che abbiamo di noi stessi e quanto ci sentiamo accettati dagli altri.

Le aspettative sono naturali, tutte le abbiamo è vero, ma possono rappresentare un pericolo, se troppo rigide, assolute e irrealistiche. Quando su queste facciamo dipendere tutta la nostra autostima.

Concentriamoci su quello che oggi la società ci chiede: ci chiede di essere sempre in forma, sempre al passo coi tempi. Dominano in ogni campo, aspettative di successo e perfezione; ne siamo quasi completamente assorbiti dai media, dalla pubblicità, dai nuovi valori, tanto che potremmo dire che non sempre sappiamo distinguere tra quello che effettivamente vogliamo per noi e quello che invece siamo indotti ad aspettarci da noi e dagli altri.

Viviamo la nostra vita, compiamo i nostri gesti con l’intento di raggiungere e conformarci a determinati nuovi modelli sociali, da cui per molti di noi, dipende la propria soddisfazione personale e la propria felicità. In questo modo le aspettative diventano un condizionamento.

Se riusciamo a definirci abilitati ad essere cittadini di quest’epoca, se ci sentiamo felici solo a condizione di avere lo smartphone di un certo modello, di condurre quel determinato stile di vita, di avere un lavoro di successo, di mangiare questo o quel cibo, allora si, purtroppo dobbiamo affermare che per gran parte di noi queste aspettative siano un vero e proprio condizionamento.

Siamo, cosi, impegnati in questa rincorsa alle aspettative indotte e rischiamo di perderci, di smarrire la nostra vera identità, di dimenticare quello che veramente vogliamo per noi stessi e per gli altri. Rischiamo in questo modo di indossare delle maschere, che non ci permettono di esprimere la nostra vera individualità.

Questa rincorsa potrà omologarci e abilitarci alla società, ma oltre a compromettere la nostra vera essenza genera insoddisfazione, rabbia e frustrazione.

Cosa proviamo infatti quando non riusciamo a raggiungere certi standard? O peggio quando ci rendiamo conto che certi standard che ci vengono posti non ci appartengono? Quando certi comportamenti o modi di essere non ci consentono di esprimerci al meglio? Non ci sentiamo invischiati in condizionamenti? Siamo in trappola, una trappola che genera sofferenza e difficoltà, che in alcuni casi può essere la base di ansia e vissuti depressivi.

Come possiamo gestire il peso delle nuove aspettative? Come possiamo mantenere un adattamento funzionale senza rischiare l’omologazione e l’annullamento della nostra personalità?

- FERMIAMOCI e ASCOLTIAMOCI, potremmo cosi osservarci e iniziare a distinguere le nostre aspettative reali, quelle che veramente ci appartengono e vorremmo soddisfare, da quelle indotte. Fermandoci, potremmo ascoltare il flusso di emozioni che si attiva in questo processo e RICONONOSCENDO le nostre emozioni, saremmo in grado di integrarle nella nostra esperienza e in una nuova immagine di noi stessi.

- TORNIAMO AD ESSERE PROTAGONISTI, fermandoci potremmo individuare le nostre risorse effettive e i nostri limiti per raggiungere certe aspettative, cosi riprendiamo un ruolo attivo in cui siamo noi gli artefici della nostra vita, dei nostri successi e fallimenti.

Questo lavoro di arrangiamento richiede impegno, ma potrà garantirci il nostro specifico adattamento, il nostro vero e unico modo di essere al di là dei condizionamenti.

dr.ssa Marzia Dileo



foto da: http://www.teleacras.com/wp1/2017/11/07/agrigento-...



UNA BREVE ANALISI SU ALCUNI FATTORI CHE INFLUENZANO IL VOTO


Le elezioni politiche si sono concluse da poco, siamo alle prese con i risultati elettorali, abbiamo, però, ancora in mente i toni e gli echi dell’ultima campagna elettorale. Per mesi abbiamo sentito questo o quel candidato politico fare promesse, presentare programmi di miglioramento, i candidati politici hanno parlato agli elettori, al “popolo”, utilizzando tutti i mezzi di comunicazione e tutti i modi possibili (mass media, social), per orientare il voto.

Il voto politico dovrebbe essere dettato dall’ideale politico, dalle nostre idee, che si formano con l’educazione ricevuta, con l’esperienza di vita, con la cultura in cui siamo cresciuti e con cui si è venuti a contatto. Quello che dovremmo fare è conoscere i programmi sostenuti dal nostro orientamento politico, confrontarli con le nostre idee e con quelli degli avversari e dalla valutazione maturare una nostra scelta. Invece sembra che siano più il messaggio, la propaganda elettorale ad influenzare il voto che le nostre idee e la situazione generale del paese. Perché?

Se osserviamo l’ultima campagna elettorale, ma non solo questa, notiamo che i messaggi elettorali cavalcavano le emozioni dell’elettorato.

Al di là delle differenze, tutte le forze e i leader politici in campo hanno comunicato alle e con le emozioni dei cittadini italiani.

Rabbia, Delusione, Sfiducia e Speranza nei confronti del futuro, sono le quattro emozioni che descrivono lo scenario politico-sociale del nostro paese. Abbiamo assistito, come ad un bombardamento, ad insulti, invettive contro il nemico di turno (il nemico e non l’avversario), a comizi in cui si è parlato poco o nulla di temi e progetti politici. Abbiamo visto i leader politici trasformarsi in guru, in incantatori di folle, cavalcare l’entusiasmo e l’onda emotiva del momento.

La nostra attenzione è stata condotta solo verso temi o “problemi” spefici, creando una distorsione dell’effettiva percezione della realtà. I social, senza le regole prescritte dai mezzi di comunicazione classici (la par condicio, la presenza di un moderatore) hanno amplificato l’effetto e la risonanza di tali messaggi.

Se è vero che la politica è anche emozione e passione è vero che è pericoloso cavalcare l’onda delle emozioni, La politica deve essere vicina ai cittadini, farsi portavoce dei bisogni e delle aspettative comuni. I messaggi politici a cui abbiamo assistito hanno messo in atto meccanismi di persuasione, suggestione, che sappiamo essere fattori efficaci nei messaggi pubblicitari.

Cosa facciamo di queste emozioni?

Dobbiamo confrontarci con i vissuti, ascoltarli e integrarli nella nostra esperienza, per cercare delle risposte diverse e nuove.

Questo non significa che non dobbiamo essere arrabbiati se il nostro paese non va come vorremmo, se il nostro partito ci ha delusi, se sentiamo lontane da noi le Istituzioni, ma significa che dobbiamo riprendere possesso delle nostre emozioni.

Sintonizzarci sulle nostre emozioni ci permette di comprendere se la rabbia, la delusione, la speranza sono anche le nostre; di risalire alla loro origine e ad una loro possibile soluzione. In questo modo possiamo recuperare una visione più critica della realtà e della natura dei problemi che ci darà gli strumenti per valutare meglio l’operato dei prossimi governanti e saprà orientarci nella prossima chiamata alle urne.

Dr.ssa Marzia Dileo



foto da: https://www.lecconotizie.com/rubriche/separarsi-in... 


 


“MI SENTO IN COLPA”


Il senso di colpa è una delle reazioni più arcaiche e radicate della nostra psiche. Non è altro che un continuo ripensare a situazioni avvenute in precedenza che sarebbero potute andare diversante. È l’incessante tendenza a riportare il passato nel presente.

A volte succede che tutto vada proprio bene. Il contesto ottimale, le relazioni positive, l’impegno che viene ripagato, ma qualcosa dentro ci impedisce di goderne in pieno e ci fa comportare in modo trattenuto e poco spontaneo. È il senso di colpa che può arrivare a deturpare ogni cosa. Questo sentimento non nasce in noi come qualcosa di insano: quando è sviluppato in modo normale, rappresenta un fattore evolutivo importante, poiché rende possibile il senso di responsabilità e partecipa alla costruzione dell’etica personale. Ma quando è eccessivo costituisce un elemento di blocco molto doloroso. Chi prova colpa prende decisioni importanti sulla scia di questa emozione negativa e relega la propria vita a sottostare a questa emozione.

In questo secondo caso, il pensiero dominante è: “Se dico tutto ciò che penso, se chiedo rispetto per le mie esigenze, se dico di no a qualcosa che mi viene chiesto, genererò sofferenza nell’altro e non riesco a sopportarlo”. E’ questo lo schema interiore che ci blocca. La verità è che non si tratta di bontà, ma del tentativo di non perdere l’immagine che ci siamo costruiti di noi stessi, di non perturbare la propria identità.

Il passo determinante per sciogliere il senso di colpa, pertanto, consiste nella capacità di lasciare andare una concezione eccessivamente egocentrica di se stessi, che non concede agli altri la possibilità di elaborare disagi e frustrazioni. Vincere il senso di colpa significa darsi la possibilità (e la libertà) di farci conoscere dagli altri per ciò che siamo, che proviamo e che pensiamo per davvero. Scopriremo che fino a oggi abbiamo sempre omesso una parte di noi, non perché volevamo ingannare, ma perché temevamo che gli altri non ci avrebbero accettati. E finalmente, se seguiremo noi stessi, ci sentiremo liberi.

Può essere utile seguire delle semplici regole:

1) Saper dire di no. Non sempre accettare ogni cosa è indice di rispetto nei confronti dell’altro, anzi proprio una disconferma può essere di aiuto ad un’altra persona per capire meglio eventuali errori. Di certo non sarà un “no” a definire negativamente la propria personalità, piuttosto può essere un modo per esplicitare sincerità e correttezza.

2) Non vedere gli altri come “vittime”. Ciascuno è responsabile della propria vita e delle proprie scelte, pertanto non serve farsi carico delle sofferenze degli altri e assumersi responsabilità che non ci appartengono.

3) Tirarsi fuori dal loop. Più ci si sente in colpa, più gli altri lo useranno e ne approfitteranno per i propri fini. Si entra in un circolo vizioso, che può essere spezzato solo eliminando il senso di colpa patologico.

Senza l’obbligo di andare d’accordo con tutti è più facile costruire relazioni autentiche e sviluppare un dialogo proficuo e onesto con gli altri. Si possono perseguire i propri progetti senza essere eccessivamente frenati e senza la paura di recare danno a terzi.

Dott.ssa Viola Frasca



foto da:http://scienzaesalute.blogosfere.it/post/573505/pr...


SCIENZA E SALUTE


La ricerca scientifica contemporanea ci dimostra come la pratica della meditazione possa avere un impatto positivo sulla salute e sulla qualità di vita delle persone. Questo sembra produrre una cascata di effetti positivi a livello globale.

Oggi vorrei condividere con voi alcuni dati scientifici che possono servire come spunto di riflessione sulla propria vita e sulla propria quotidianità.

Attraverso i nuovi strumenti per studiare il cervello,gli neuroscienziati hanno scoperto che la meditazione praticata con costanza porta alla cosi detta neuroplasticità. Con questa parola si intende la capacità del cervello di cambiare, strutturalmente e funzionalmente, sulla base di uno stimolo ambientale.

Per gran parte del secolo scorso, gli scienziati credevano che il cervello non potesse cambiare con l'età adulta. Sorprendentemente, la ricerca da parte dell'Università del Wisconsin, guidata dal dottor Richard Davidson ha dimostrato il contrario. Gli studiosi hanno anche notato che i praticanti di meditazione sono maggiormente in grado di controllare i loro pensieri e i sentimenti negativi.

Uno studio del 2005, condotto dai ricercatori della Kent State University e pubblicato sulla rivista ufficiale dell'American Psychocomatic Scociety, ha coinvolto uomini e donne americane che hanno praticato la meditazione per soli 40 minuti al giorno. La ricerca ha dimostrato che queste persone riportavano un aumento della materia grigia. Ciò significa che il loro cervello sta invecchiando più lentamente. Inoltre questi soggetti mostravano miglioramenti nella capacità di risolvere problemi, nell'attenzione e nella memoria.

Nel 2008, il Dr. Randy Zusman, medico presso il Massachusetts General Hospital, ha chiesto ai pazienti che soffrono di pressione alta e che non prendono dei farmaci specifici, di provare un programma di rilassamento basato sulla meditazione. Ebbene, dopo aver meditato regolarmente per tre mesi, 40 dei 60 pazienti hanno mostrato cali significativi del livello di pressione sanguigna.

Come è possibile? Il relax provoca la formazione di ossido nitrico, che apre i vasi sanguigni.

Un altro aspetto interessante è legata all'invecchiamento.

Nello specifico, coltivare la pratica della meditazione aiuta il nostro corpo a produrre più telomerasi, ovvero un enzima che va a costruire i telomeri.

I telomeri sono quella sorta di cappuccio che proteggono i nostri cromosomi dal deterioramento.

Quindi, più i telomeri sono lunghi e robusti, più le nostre probabilità di vivere a lungo aumentano.

La pratica delle meditazione, aumentando i livelli di telomerasi, contribuisce a rendere i nostri telomeri più grandi, aumentando così la nostra prospettiva di vita.

A livello globale, si avverte una particolare necessità di intensificare la ricerca per valutare l’impatto della meditazione sull’assistenza sanitaria.

Sebbene esistano dei dati che confermano una diminuzione dell’utilizzo dell’assistenza sanitaria tra i praticanti di meditazione, nessuno studio rigoroso ha esaminato questo tema.

Qualora si ottenesse la conferma che la meditazione riduce l’utilizzo dell’assistenza sanitaria anche di solo pochi punti, ciò avrebbe enormi conseguenze economiche positive a livello nazionale e globale.

Questo tipo di informazione offrirebbe anche un potente incentivo al governo a prendere più sul serio le pratiche meditative a livello di salute pubblica.

Ci auguriamo, infatti, che uno studio, ben progettato e rigoroso, sugli effetti delle pratiche meditative sull’assistenza sanitaria venga intrapreso il prima possibile.

Giulia Floris


foto da: https://diventarefelici.it/amore-eterno/




L'AMORE PUO' ESSERE ETERNO?


Tutto ciò che ci sta intorno ed anche noi stessi , siamo destinati a cambiare, anche i sentimenti provati mutano.

Nell’amore tra partner la relazione di dare e avere cambierà e segnerà nel profondo i soggetti coinvolti in base alla sua durata e alla sua intensità.

La letteratura e la poesia ci insegnano che l’amore eterno può esistere a discapito del fatto che i dati relativi a divorzi, separazioni e tradimenti sono alti.

Se è vero che esistono casi in cui si accorda la propria fiducia e si ripongono le proprie aspettative su chi non lo merita, è anche vero che ci sono casi in cui tra i due partner c’è, oltre all’ attrazione fisica e la passione che sono indispensabili, una riuscita corrispondenza di fiducia e aspettative reciproche. Riferendoci al fatto che ogni cosa è destinata a cambiare con il passare del tempo, nella coppia si hanno delle evoluzioni che danno vita a due possibili scenari:

a) Cresce la critica, il giudizio (negativo) nei confronti del partner, e la coppia si lasci











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