PSICOLOGIA INFANTILE


123jpg

MI AGGIORNO O MI ADATTO? VIVERE FELICI E' UN GIOCO BASTA CONOSCERE LE REGOLE

di Richard Unterrichter, Cleup

PER VEDERLO VAI IN LIBRERIA O CLICCA SULL'IMMAGINE

090b5fa2-f8c4-4fe2-b14f-7d6bf5c8fd9bjpg

I nostri figli nascono con un temperamento proprio, ma sta a noi contribuire alla formazione della loro personalità.

Per comprenderli e dargli strumenti efficaci in un mondo sempre più performante;

Per avere figli amorevoli, empatici, resilienti ed efficaci

Ecco la guida utile per farlo


ARTICOLI



foto da:  www.vitadamamma.com

piccinpng

BAMBINI SUPERIMPEGNATI

E’ sempre positivo l’impegno in tante attività extrascolastiche?

 

Scuola finita estate che arriva. Molte attività extrascolastiche sono terminate altre ancora se ne possono fare. Corsi di nuoto, musica , inglese, atletica e ogni giorno della viene saturato di impegni. Riempire l’agenda del tempo libero dei propri figli di mille attività e corsi sembra spesso rispondere più a un’esigenza dei genitori di non far loro mancare nulla e tenerli impegnati, piuttosto che a un’effettiva richiesta da parte degli interessati. Il risultato è quello di avere bambini iperstimolati che corrono da una parte all’altra con dispendio di energie e senso di stanchezza o, talvolta , d’irritabilità. Il tempo non è più così libero ma interamente occupato tanto da non lasciare spazio alla possibilità di chiedersi cosa fare e diventare un antidoto all’ansia dei genitori del tempo vuoto che non ammette noia. A questo punto viene da chiedersi: Quanto fa paura la noia?

Rappresentativa del vuoto, della solitudine e depressione, la paura è quella che il bambino non riesca a gestire dei momenti di inattività iniziando lamentele e capricci che è meglio evitare. Innanzitutto va considerato che la noia permette al bambino di sviluppare l’immaginazione e la creatività. Fa riflettere su ciò che accade, raccoglie i pensieri e fa scoprire i propri interessi lasciando liberi di produrre spontaneamente partendo da quello che si ha e scegliere cosa fare senza venire giudicati per la riuscita o meno di una prestazione. La capacità di gestire il tempo in autonomia e prendere decisioni è anche la capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni, necessario per un sano e equilibrato sviluppo. Questo non significa lasciare i bambini nell’inattività ma trovare un giusto equilibrio tra le attività proposte e lo spazio che il bambino organizza autonomamente. Le attività andrebbero scelte insieme al bambino ascoltando le sue preferenze così da scoprire e sviluppare le proprie attitudini. Evitare, quindi, l’eccesso riservando del tempo,limitato ma di qualità,  da trascorrere con i genitori in attività piacevoli per entrambi.

 

D.ssa Alessandra Calvario



6 giugno 2019

fodo ta: www.meglio.it

picjpg

GENITORI CHE AMANO TROPPO

Può essere nocivo l'amore filiale? 

 

Spesso la cronaca ci riporta fatti sconcertanti di genitori che uccidono i figli. Ci sfugge così di pensare, invece, al troppo amore verso i figli. Esso ha la caratteristica di essere tra individui che non si sono scelti ma hanno un rapporto inscindibile. La fretta e il lavoro rende meno presenti e induce a colmare la mancanza col dare tutto, così il figlio è contento e il genitore pensa di essere bravo per averlo reso felice. L’amore sano è quello che dà regole, fornisce un modello da seguire,  e rispetta le inclinazioni naturali dei figli. Non si deve togliere tempo all’aspetto emotivo e alla condivisione delle esperienze dei figli. Il genitore molto protettivo filtra la realtà depurandola, la restituisce bella e perfetta ma irreale. Il troppo amore potrebbe originare dal senso di solitudine, immaturità o ansia e bassa autostima del genitore. Una madre che ama troppo potrebbe non sentirsi sicura di sé e del rapporto col bambino per cui tende a proteggerlo esageratamente e avere un rapporto esclusivo con lui per paura dell’abbandono.

Quali i rischi di un eccesso di amore filiale?

·       Scarsa autostima

·       Incapacità a stare soli

·       Incapacità nello stringere relazioni con figure al di fuori dei genitori

·       Non riuscire a capire cosa si vuole nella vita

·       Incapacità di gestire lo stress, i conflitti e le frustrazioni.

 

I figli non sono una proprietà e aiutarli non significa avere il controllo su di loro evitandogli ogni sofferenza ma incoraggiare l’autonomia e le libere scelte.

Proteggerli da tutto vuol dire rischiare di privarli di crescere e di sperimentare il senso di autoefficacia necessaria per imparare a relazionarsi con sé e con gli altri. Le difficoltà della vita sono un’opportunità di crescita, maturazione e non uno scoglio insormontabile.

 

Dr.ssa Alessandra Calvario



20 maggio 2019
Foto da:   www.mardeisargassi.it

66jpg


LA SCUOLA DELL’AUTONOMIA                      

Libertà d’insegnamento per garantire la libertà di apprendimento

 

Oggi viviamo in un tempo che rivendica la libertà di chiunque e in qualunque ambito con particolare sensibilità. Anche il contesto scolastico si basa sulla libertà della persona, che a scuola può assumere il ruolo d’insegnante o quello di studente.

Tradizionalmente la scuola è il luogo in cui i nostri figli apprendono, intendendo per apprendimento il processo neuropsicologico influenzato dall’ambiente in cui l’alunno impara a modificare le proprie conoscenze e il proprio comportamento.

Se è vero che la scuola di oggi è ancora il luogo dove i nostri figli imparano, è anche vero che la metodologia d’insegnamento è stata rivoluzionata. Oggi alunno e insegnante costruiscono insieme la didattica perché l’obiettivo del lavoro del docente è quello di far raggiungere ad ognuno dei suoi studenti il successo formativo. Per farlo, l’insegnante dovrà adattare/arrangiare (ossia insegnare in modo comprensibile e utile) la metodologia didattica rispetto all’evolversi degli apprendimenti dell’alunno. Si parla perciò di scuola dell’autonomia: l’insegnante è autonomo nello scegliere le strategia didattiche più efficaci in maniera tale da garantire ad ogni studente il rispetto del suo diritto all’apprendimento.

Di conseguenza i nostri figli non possono essere liberi di apprendere se anzitutto i loro insegnanti non sono liberi d’insegnare. Per tutelare la libertà di apprendimento dei nostri figli dobbiamo anzitutto garantire l’autonomia dei loro professori nell’esercizio della loro funzione didattica. Questo è importante perché la scuola di oggi possa insegnare anzitutto ad avere proprie opinioni sul mondo per agire su di esso in modo autonomo e responsabile al fine di viverci e/o di cambiarlo.

Conseguentemente il compito del professore non è più quello di insegnare mere conoscenze concettuali, ma di trasmettere un metodo di studio che sia trasferibile, per progettare con creatività ed innovazione. Questo è possibile solo se gli alunni imparano a comunicare, collaborare e partecipare tra loro e con i loro docenti per risolvere problemi individuando collegamenti e relazioni che consentano di acquisire ed interpretare le informazioni, piuttosto che subirle passivamente a causa del bombardano mediatico ed informatico a cui i nostri figli sono quotidianamente esposti.

 

Dr.ssa Alessia Meloni



7 maggio 2019 
foto da:  www.foggiatoday.it

piccinojpg

VIOLENZA A SCUOLA

Come riconoscerne e gestirne i segnali

Spesso la cronaca ci riporta casi eclatanti di violenza sui minori a scuola da parte delle maestre. La violenza fisica lascia segni evidenti. Quella psicologica è più subdola ma non meno dannosa. Essa induce a comportamenti e relazioni in cui la vittima sente di non valere e non degna dell’amore dell’altro. Sdegno, rabbia, incredulità, sono solo alcune delle reazioni che i genitori possono avere. La maestra è vista come un sostituto della mamma e subire da lei violenze crea insicurezza e spavento nei piccoli. La paura blocca e perciò rende faticoso il poter parlare di ciò che accade. Il bambino è fedele ai contesti e relazioni. Il trovarsi vittima indifesa dell’adulto non solo traumatizza ma è destabilizzante al punto da dover negare questa parte negativa della relazione. Quali potrebbero essere i campanelli di allarme da non sottovalutare?

Fare storie al momento di alzarsi, vestirsi per andare a scuola.

Disturbi comportamentali, facile irritabilità, impulsività o autolesionismo

Somatizzazioni come mal di pancia, disturbi del sonno, incubi, enuresi, encopresi

Ritardo nello sviluppo, difficoltà cognitive e sociali

Disturbi alimentari

Consideriamo, inoltre, che il bambino non solo esprime attraverso il corpo ciò che non riesce a verbalizzare, ma ricorre al gioco e al disegno per comunicare. Al minimo sospetto i genitori dovrebbero verificarne il fondamento parlandone con altri genitori o con il dirigente. Essere accoglienti verso le emozioni del bambino, trasmettere calore e creare uno spazio in cui si senta protetto e libero di aprirsi. Favorire in modo non intrusivo e invasivo il racconto di ciò che è successo in modo da ricostruire una sana autostima e fiducia nelle relazioni. Potrebbe superare il trauma solo se riuscisse a elaborarlo con l’adulto che lo ama in una relazione contenitiva, sicura e positiva.

dr.ssa Alessandra Calvario


5 aprile 2019

foto da: http://bambini.doctissimo.it

piu piccolojpg



FIGLI VIZIATI

I segnali di allarme e come disciplinarli.

 

Crescere un figlio è una sfida continua. Ci si affida all’ istinto e si impara giorno per giorno. Il tempo dedicato al lavoro e il poco che ne resta per stare a casa inducono a cedere a ogni richiesta pur di rendere felice il proprio figlio evitando di imbattersi in pianti e capricci. I bambini hanno tutto ciò che desiderano, praticano tante attività extrascolastiche ma risultano spesso infelici, ribelli e trasgressivi. Non esiste il decalogo del buon genitore ma la consapevolezza dei propri errori e responsabilità educative, genera una relazione sana e un figlio capace di reagire alle frustrazioni e ai no della vita senza venirne sopraffatto. Quali i segnali di allerta?

Continui capricci a volte usati come arma per raggiungere il proprio scopo.

Attirare l’attenzione con capricci soprattutto in pubblico.

Non condividere i giochi con altri e un atteggiamento egoistico.

Pensare di essere al centro del mondo, non essere mai contento ma volere sempre di più.

I bambini viziati sono diversi tra loro; c’è il mammone, il pauroso, l’emarginato, l’introverso ma qualunque sia il tipo dipende dalla relazione stabilita col genitore.

Come modificare tale comportamento?

Innanzitutto stabilire regole coerenti.

Facilitare in lui la risoluzione autonoma dei problemi.

Essere un modello positivo per quanto riguarda la capacità di gestire le emozioni.

Rinforzare i comportamenti positivi.

Dargli delle piccole responsabilità anche in casa come sistemare le sue cose senza farlo al suo posto.

Dare tutto ai figli non è indice di amore né generano oggi un bambino felice e domani un adulto responsabile. Uno sviluppo sano dipende da un buon equilibrio tra desideri soddisfatti e frustrazioni. Solo la capacità di apprezzare e godere delle piccole cose e la percezione e consapevolezza delle proprie risorse e limiti potrebbe portare a tale equilibrio.

dr.ssa Alessandra Calvario


25 marzo 2019

foto da: www.pianetamamma.it

piccolajpg

GIOCHIAMO PER FAR MANGIARE I NOSTRI FIGLI                    

   

Quando mangiamo stomaco e intestino inviano  dei “segnali” al cervello, per informalo se assumere o meno altro cibo attivando le stesse strutture cerebrali che decodificano non solo informazioni alimentari, ma anche emozionali e sociali. Questo fa sì che tendiamo a percepire un senso di fame non solo quando lo stomaco è vuoto, ma anche quando siamo nervosi (stimolo emotivo), oppure se ci troviamo ad un pranzo in compagnia (stimolo sociale).

Cosa fare in caso di disturbi del comportamento alimentare dei nostri figli?

  1. consultare il pediatra per escludere allergie o intolleranze;
  2. non insistere: questo permetterà al bambino di sentirsi libero di orientare le proprie energie verso il nuovo. Al contrario, se l’adulto invade l’autonomia del bambino, rischia di cristallizzarne le scelte alimentari a pochi cibi;
  3. aggiornare la percezione dello stimolo alimentare evitato.

La percezione è un’attività psichica complessa che mette in rapporto soggetto e ambiente: attraverso gli organi di senso gli stimoli esterni vengono integrati, registrati ed organizzati in base all’esperienza. Se vostro figlio evita un cibo o una classe di alimenti, potete insegnargli come costruire significati che gli permettano di trovare in sé le risorse necessarie per affrontare il cibo evitato adottando comportamenti alimentari meno rigidi. Registrandosi riuscirà a gestire gli stati emozionali ansiogeni che lo portano ad evitare i cibi perché modificherà il proprio modo di dare significato alle cose, di comprenderle e di sedimentarle nell’esperienza.

In pratica come fare? Usando il gioco. “Giocate” con vostro figlio a:

  1. piantare un seme: un po' di ovatta e un fagiolo lasciato alla luce basteranno per mostrargli come spunta una pianta. Avere esperienza diretta su come arrivano gli alimenti sul piatto lo aiuterà a percepirli come meno estranei e minacciosi, tanto da poterli mangiare;
  2. cucinare: aiutarvi nella preparazione dei cibi gli permetterà di creare con voi qualcosa da condividere con tutta la famiglia nel momento del pranzo. Questo lo farà sentire accompagnato ed importante: ai bambini piace giocare a fare i grandi perché nel farlo apprendono ad essere gli adulti che diventeranno.

Dr.ssa Alessia Meloni



13 marzo 2019

foto da: www.giovanigenitori.it

giovanigenitori-l-amico-immaginario-350x260jpg


PERCHE' MIO FIGLIO HA UN AMICO IMMAGINARIO ?

Inventarsi un amico: le funzioni e l’utilità di questa invisibile compagnia.

 

Tra gli amici di cui siamo circondati ce n’è sempre uno “speciale” con cui ci confidiamo e condividiamo esperienze, sentimenti, pensieri. Ci espone e aiuta a guardarci dentro dall’esterno. I più piccoli riescono a costruirselo con l’immaginazione. Può comparire in un momento particolare, difficile in cui si ha più bisogno di essere ascoltati e sostenuti. L’amico immaginario assume una pseudo-identità, ha un suo pensiero è un  ponte tra sé e il mondo esterno. Per il suo aspetto irreale, l’esserci ma non esserci, riflette, in parte, le caratteristiche del suo inventore e le situazioni che vive permettendogli di elaborarle. E’ una presenza calda, accogliente con cui litigare, parlare delle esperienze fatte ed elaborare i propri vissuti. E’ un prodotto della creatività infantile, e ha delle caratteristiche uniche: non tradisce mai, è sempre presente ma resta segreto. C’è chi ne parla e chi non lo fa conoscere ma, in entrambi i casi indica la consapevolezza di rappresentarsi una realtà fittizia che fa parte del proprio mondo col rischio di non essere compresa dagli altri.

Quali le sue funzioni?

Consolatoria, di ascoltatore; compensatoria, fa vivere momenti magici,; normalizzatrice e di critica verso il suo creatore; rassicurante e di stimolo al miglioramento.

 Il bambino lo vive anche come un gioco che a differenza degli altri lo aiuta a capire meglio il suo mondo interno portandolo fuori. Esercita le sue capacità relazionali e vedendo il suo punto di vista dall’esterno riconosce anche quello degli altri.  Questa presenza invisibile non deve destare preoccupazione finchè il bambino riesce a tenere separate realtà e fantasia. I genitori dovrebbero accettare l’amico immaginario senza chiedere troppo, considerando che verrà salutato per lasciare spazio a nuove relazioni dopo gli 8 anni.

Del resto le riflessioni degli adulti, il parlare tra sé e sé potrebbero essere riconducibili alla coscienza morale e a quell’amico invisibile che abbiamo lasciato nell’infanzia e che ci ha aiutato ad adattarci al complesso mondo relazionale adulto.

D.ssa Alessandra Calvario




25 febbraio 2019
foto da: www.quicosenza.it


piccolojpg

DISTURBI ETA' EVOLUTIVA

Esternalizzanti ed interiorizzanti

Dalla nascita ai 18 anni, l’essere umano è caratterizzato da una straordinaria plasticità, funzionale al raggiungimento di un’organizzazione di personalità che orienterà il suo essere e il suo agire. Crescendo i bambini possono sperimentare delle difficoltà che è importante affrontare per avere la possibilità di reimpiegare strategie acquisite o testare nuove soluzioni per migliorare il loro adattamento.

Tuttavia, quando i bambini non riescono ad esprimere il conflitto con il linguaggio o con comportamenti adeguati al contesto, le difficoltà possono trasformarsi in crisi. Senza le parole per dire agli altri quello che stanno sperimentando, esternalizzano o internalizzano queste loro difficoltà con disturbi che hanno la funzione di esprimere un disagio. Nei disturbi esternalizzanti il disagio viene espresso agendo direttamente sull’ambiente con comportamenti osservabili, come nel caso dell’aggressività verso cose o persone. Invece, nei disturbi internalizzanti il bambino cerca di aumentare il controllo verso sé stesso, come avviene nel ritiro sociale o nei problemi psicosomatici.

Quando un bambino esprime in modo disfunzionale le sue difficoltà, sta usando le modalità comunicative di cui dispone per dire quello che non sa raccontare a parole. Di fronte all’espressione di un disturbo è possibile adottare diverse strategie:

  1. Ludica: i bambini agiscono quello che non sanno dire nel gioco. L’adulto può inserirsi nel gioco con personaggi che imitano il comportamento disfunzionale dal bambino. Nella sicurezza della finzione il bambino potrà osservare il proprio comportamento e creare con l’adulto un personaggio in grado di risolvere il problema.
  2. Esperienziale: lasciate che i bambini vi affianchino nei vostri momenti di difficoltà. Superarli insieme gli permetterà di imparare ad affrontare i loro problemi.
  3. Linguistica: dategli un lessico adeguato, con cui possano parlare del bene e del male. Cercate la biblioteca più vicina a casa e frequentatela coi vostri bambini: i libri per i più piccoli trattano tematiche complesse in modo da renderle accessibili a tutti.
  4. Imitativa: i bambini apprendono non solo dagli adulti, ma anche dai pari. Interagendo tra loro in gruppi eterogenei troveranno negli altri le risorse per risolvere i propri conflitti senza dipendere dagli adulti.

 

Dr.ssa Alessia Meloni

22 febbraio 2019

foto da: https://siamomamme.it

piccola2jpg

COME FACCIO A SVILUPPARE IN MIO FIGLIO L'INTELLIGENZA EMOTIVA?

 

Spesso quando parliamo dei bambini, parliamo di intelligenza.

Generalmente con questo termine si tende a far riferimento alla capacità di affrontare e risolvere situazioni o nuovi problemi (Q.I.)

 

L'intelligenza però è molto più di questo, essa può essere, ad esempio, suddivisa in intelligenza cognitiva ed emotiva; la prima, più conosciuta, possiamo riassumerla come la capacità di acquisire e comprendere il mondo circostante attraverso i pensieri e l'esperienza, mentre la seconda, recentemente introdotta da Goleman, è la capacità di saper riconoscere e gestire le proprie emozioni per affrontare meglio la vita.

 

Come si può sviluppare?

Insegnandola, infatti essa non è innata e Gottman propone come farlo introducendo quelli che chiama i genitori "allenatori emotivi".

 

Come facciamo a svilupparla nei nostri figli?

 

Gottman nel suo libro "intelligenza emotiva per un figlio" ci dà risposte ed esempi in merito eccone alcune.

 

E’ importante accettare le emozioni negative dei figli, ma non i comportamenti sbagliati, quelli vanno corretti, i bambini di genitori permissivi non sono più felici nè meno capricciosi anzi.

 

-Per quanto riguarda invece i bambini, il consiglio più importante è quello di dare nome alle emozioni, cioè aiutare il bambino a trovare le parole per definire ciò che sta provando, così da aiutarlo a dare dei confini e chiarezza a sensazioni (soprattutto con le sensazioni sgradevoli).

 

-Ascoltare senza giudicare ciò che i bambini provano, leggittimare i loro sentimenti, questo è chiamato ascolto empatico. Un aspetto fondamenta è quello di dimostrare di capire ciò che loro provano ma senza dare soluzioni, insegnargli invece a trovare strategie per la gestione delle loro emozioni.

 

-Insegnargli che nessuna emozione è sbagliata: tutte le emozioni sono importanti, soprattuttoquelle "negative". Non bisogna sgridare un bambino perchè è arrabbiato o se è triste, perchè si trasmette inconsciamente il messaggio che queste emozioni sono sbagliate, bisogna invece dargli una mano ad esprimerle nel modo giusto ed affrontarle.

 

-Infine aiutare il bambino ad ascoltare il proprio corpo ed aiutarlo a capire cosa succede quando è arrabbiato o triste, aiutandolo a registrare le sue emozioni e sentimenti; questo è il primo passo per imparare a gestire le emozioni e costruire strumenti di riconoscimento e regolazione emotiva, utili per tutta la vita

 

Dr.ssa Diana Falvo


8 febbraio 2019

foto da: www.informainfanzia.net

piccolinajpg


IL CARNEVALE PER I BAMBINI: GIOIA E DIVERTIMENTO MA ANCHE INSIDIE E SPAVENTO PER I NOSTRI FIGLI. Ecco cosa fare per evitare problemi e traumi

 

Febbraio apre le porte e si respira aria di Carnevale. Come ogni anno ci si spoglia della propria identità e se ne assume un’altra. Festa di divertimento, scherzi, sfilate e soprattutto di maschere, coinvolge tutti ma viene vissuta in modo diverso. Per i piccoli diventa un’occasione per fingere di essere il personaggio preferito indossando i suoi panni. Imparano, così, a mettersi nelle vesti di un altro, drammatizza i loro vissuti interni, abbandonano la loro identità, si rompono le convenzioni sociali. Come recita però un vecchio detto: “lo scherzo è bello quando dura poco” e Il mascheramento può generare in molti spavento e ansia.

 Il trucco oscura le espressioni facciali, distorce l’aspetto di chi lo indossa rendendo irriconoscibile chi sta dietro. L’abbigliamento eccentrico e i movimenti buffi dei clown, il cui fine è dare allegria, finiscono con lo spaventare perché sono imprevedibili.

Molti genitori si trovano a combattere con il pianto del figlio che non vuole mascherarsi e partecipare alla festa a scuola. Sarebbe meglio non forzarli e proporre il gioco dei travestimenti a casa, facendogli capire che è limitato nel tempo, la maschera si toglie e tutto torna come prima.

 Potrebbe essere utile preparare insieme il vestito, da lui scelto, in modo da partecipare al gioco di finzione e divertirsi liberando la sua fantasia e creatività. La costrizione trasformerebbe l’allegria della festa in un trauma. Pertanto, va rispettata la sua libertà di vivere l’esperienza a modo suo sostenendolo nel suo vissuto emotivo di paura.

I bambini imparano col tempo a rapportarsi a questo mondo di finzione e capire che da adulti la maschera fa parte del quotidiano. Se ne tolgono e mettono tante per arrangiarsi ai contesti e relazioni che si vivono, con la capacità di mantenere sempre la consapevolezza e percezione di sé.

 

D.ssa Alessandra Calvario

 


8 gennaio 2019

foto da: https://www.mammemagazine.it/come-insegnare-a-leggere-bimbo-5-anni/


piccola2jpg


RITO E…RITUALE

L’utilità delle piccole abitudini quotidiane

 

Che sia rito o rituale il riferimento è a una serie di atti eseguiti nel corso della giornata o secondo delle precise norme. Ne abbiamo tanti che inconsapevolmente si ripetono sempre allo stesso modo e scandiscono la nostra giornata. Il rituale è un momento prevedibile che permette di anticipare il sopraggiungere di un evento. Esso rientra nella vita dell’adulto così come in quella del bambino. Il bacio della buonanotte, il racconto della favola o il bagnetto prima della cena, sono solo alcune delle pause abitudinarie che gli danno sicurezza. Le routine sono per i bambini importanti elementi di organizzazione e punti di riferimento. Egli ha bisogno di una certa regolarità negli orari della giornata e ritualizzare dei gesti o dei comportamenti propri e di chi lo accudisce gli dà sicurezza e fiducia. Rispettato il suo ritmo, diverso da quello dell’adulto, costruirà nel tempo un suo ordine interno ed eseguirà autonomamente delle sequenze comportamentali a lui più sintoniche. Quale utilità? Aiutano a regolare il corso della giornata, danno sicurezza e rafforzano i rapporti interpersonali, creando un incontro particolare madre-bambino. Possono acquisire un significato scaramantico e divenire un modo per augurarsi la buona riuscita in una prova, placando l’ansia che l’accompagna. Ma questa ripetitività giornaliera può trasformarsi in una mania ossessiva per i propri figli? Del resto anche le manie sono dei piccoli rituali messi in atto per tranquillizzarsi e a cui ricorrere nei momenti di paura e insicurezza. Se non diventa eccessiva e compulsiva da invalidare la vita del bambino, esplica la sua funzione consolatoria conseguente a un momento di distacco dal genitore o a un’esperienza vissuta traumaticamente. Un’attenta osservazione del suo comportamento potrebbe condurre a una giusta valutazione: se rientra nella norma evitare di deridere il bambino considerando i suoi gesti insignificanti o dei noiosi capricci; se la situazione diventa ossessiva risulterebbe utile un adeguato intervento.

D.ssa Alessandra Calvario


11 dicembre 2018

foto da: www.chedonna.it

3f8ab8a2-4774-4668-9bef-3821aa83d6b2png

RABBIA: AMICA O NEMICA?

Cosa fare e come gestirla

 

Scatenata dalla perdita del giocattolo, dal no dei genitori o da un desiderio irrealizzato, la rabbia esplode in modo improvviso lasciando impotenti. Il rischio è che allarma e spesso alimenta altra rabbia nell’adulto. Ma è davvero così negativa ? Partiamo dalla considerazione che i bambini a causa dell’immaturità delle strutture nervose deputate al controllo degli impulsi hanno meno strumenti per controllare o esprimere le loro emozioni adeguatamente. La possiamo vedere come:

-       Un’autoaffermazione davanti a un torto subito e modo di farsi rispettare,

-       Un modo per chiedere aiuto se si subisce un danno

-       Un modo per testare i propri limiti, sfidare i genitori e diventare cosciente di quello che può provocare agli altri la propria reazione

-       Richiesta di amore, attenzione verso coloro da cui se ne vorrebbe avere

Nonostante ciò affrontare questi momenti disfunzionali non è semplice e neanche immediato. Richiede per primo mantenere la calma mentre il bambino si sfoga e passata la tempesta parlarne. Aiutarlo a dare un nome a quel che prova e capire cosa lo ha provocato. Occorre autorevolezza ma non comportamenti punitivi o giudicanti. Non deve reprimere il suo stato ma riconoscerlo e aiutato a esprimere in maniera più adeguata la sua collera. I genitori sono uno specchio. Se usano l’empatia, la calma e il no, quando occorre, i figli interiorizzeranno degli schemi inibitori, la capacità di riconoscere, gestire l’emotività e tollerare la frustrazione. Cos’altro fare? Possiamo aggiungere la fantasia e giocare con questa turbolenta emozione facendola disegnare per strappare poi il foglio e mandarla via. Oppure ricorrere alla lettura di storie con personaggi arrabbiati creando uno spazio di relax e calma. Ci si deve preoccupare? Certo è che se si va oltre un limite e si sfocia in aggressività e fatica a rispettare le regole la situazione va affrontata nella sede adeguata con un professionista, senza spaventarsi ma con il fine di aiutare il figlio a gestire il suo mondo interno per adattarsi a quello esterno.

Dr.ssa Alessandra Calvario




20 novembre 2018

foto da: https://www.noisiamofuturo.it/2018/03/13/musica-classica-risorsa-giovani/


5683e77f-4a6b-4353-b0eb-dad975cdbb4ejpeg

CANTA CHE TI PASSA

 Effetti e poteri della musica

 

Stanco, stressato, arrabbiato? Infila le cuffie, premi un tasto ed ecco: parte la musica! I problemi sono ancora lì, ma tu sei già lontano in un universo di suoni che ti trascinano via dai pensieri quotidiani. Aiuta a migliorare il carattere e a dominare le emozioni, l’autocontrollo e la concentrazione.   La musica ha origini antiche. Si è diffusa nei centri riabilitativi e nelle scuole diventando musicoterapia. Favorisce il rilassamento corporeo e mentale nei momenti di stress psicofisico. Ha una funzione sociale rafforza amicizie esistenti e ne costruisce di nuove. Ha un linguaggio universale che abbatte ogni barriera culturale. Aiuta nei momenti tristi, ci dà gioia, ci fa riflettere sulla vita e richiama alla memoria ricordi piacevoli e non. L’ascoltarla ci permette di restare in contatto con le nostre emozioni profonde. 

Questo è uno degli effetti che provoca, insieme al recupero delle funzioni cognitive, miglioramento delle capacità attentive, abilità matematiche, coordinamento e sviluppo fisico, e dell’apprendimento in generale. A livello cerebrale rilascia dopamina procurando piacere, e al di là dell’aiuto che può portare ai bambini in situazioni di disagio l’imparare a suonare uno strumento è una richiesta da prendere con piacevole considerazione da parte dei propri figli. Ne esiste di vari generi: la classica per rilassare e ridurre l’ansia, il country per accendere il buonumore, il pop o rock per dare energia e forza nell’affrontare le nostre giornate.

Negli ultimi tempi si è stretto il rapporto musica giovani. Andare a scuola con l’mp3, ascoltando i brani preferiti dà la carica per affrontare la giornata. E’ la forma di comunicazione più usata dai ragazzi. Parla per loro esprime ciò che è difficile dire e pensare, il desiderio di rivolta, la ricerca di un’identità propria, riflettendo problemi reali. Ascoltarla in solitudine favorisce la concentrazione e calma quelle emozioni e angosce che rischierebbero di debordare. Usare la musica come canale con i figli potrebbe essere una risorsa da considerare utile a favorire la consapevolezza e il contatto con il mondo interno.

 dr.ssa Alessandra Calvario 

18 novembre 2018

foto da: http://www.superando.it/2015/01/07/autismo-e-scuola-solo-cosi-puo-funzionare/

autismo-11jpg

AUTISMO A SCUOLA                              

   

Il disturbo dello spettro dell’autismo è inserito nel DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) nel capitolo dei disturbi del neuro sviluppo. Per spettro si intende l'insieme dei comportamenti adottabili in relazione all’ ambiente, mentre autismo significa “sé stesso”.

Oggi si preferisce parlare di autismi al plurale, riconoscendo la variabilità di funzionamento tra i soggetti in cui si riscontrano le caratteristiche comuni (deficit della comunicazione ed interazione sociale, comportamenti ristretti e ripetitivi) della diagnosi, il cui spettro oscilla tra alti (Asperger), medi e bassi funzionamenti cognitivi.

Il numero sempre maggiore di casi di autismi nell’età evolutiva porta a chiedersi come includere questi tipi di alunni nella scuola, un’istituzione che valuta gli apprendimenti e le abilità sociali in preparazione dell’inserimento lavorativo.

Se da un lato la rigidità dei sistemi valutativi rischia di escludere funzionamenti mentali atipici quando non riesce a comprenderne bisogni e potenzialità, dall’altro la didattica inclusiva permette il confronto coi normotipici a scuola.

Qui il ruolo degli insegnanti diventa quello di adeguarsi al bambino attraverso un processo di aggiornamento con cui conoscere la diversità per interfacciarvisi al meglio.

I passaggi da seguire per un adeguamento soddisfacente sono:

-       non eseguire soluzioni proposte da altri ma trovare la soluzione nella nostra relazione col bambino. Osservare quando e come viene sfogata la rabbia per al fine di agganciarci alle sue specifiche aree di interesse per motivarlo nell’apprendimento;

-       calibrare i punti di forza e debolezza del soggetto per progettare strategie di rinforzo e barriere che sostengano le sue performance nei compiti per lui critici;

-       trovare strategie comunicative adottando codici, come la CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) o la comunicazione non verbale, per apprendere e conoscere:

-       lasciare circolare le proprie emozioni, anche negative, per prenderne consapevolezza e generare strategie da testare per permettere al bambino di accedere agli apprendimenti proposti.

Perché si tratta solo di bambini, che come tutti i bambini vogliono solo essere felici. Il nostro dovere di adulti è quello di accompagnarli ed affiancarli per non fargli manifestare con condotte distruttive, siano esse oppositivo-provocatorie, auto o etero-agressive i limiti emozionali e cognitivi che non sanno verbalizzare all’altro.

Dr.ssa Alessia Meloni


15 novembre 2018

foto da: http://www.vitadamamma.com

1ee5eef5-781c-4fcf-b7ae-da5ade8ecfdepng

HO UN FIGLIO PREFERITO. SBAGLIO?


Quale genitore almeno una volta nella vita non si è ritrovato a farsi questa domanda.

Che sia un genitore a porsela o che sia un figlio a farla, questa è una domanda molto comune, seppure tratta un argomento molto delicato.

Essa può nascere da diverse situazioni: dalla rivalità tra i figli, sensi di colpa dei genitori o da tante altre dinamiche familiari.

 Oltre ai vissuti soggettivi, esistono diversi studi che hanno affrontato questo argomento.

 

Per molti, esso può diventare un trascorso che rimane legato all'infanzia, ma spesso si presenta anche in età adulta, condizionando talvolta l'essere genitore, i rapporti in ambito lavorativo o altre relazioni sentimentali.

La maggior parte dei genitori alla domanda se hanno un figlio preferito, rispondono no, ma poi i loro atteggiamenti, comportamenti o semplicemente le loro reazioni emotive dicono altro.

Questo potrebbe portare confusione tra i figli, ed inconsciamente si potrebbero sviluppare complessi di inferiorità (nel caso del figlio "non" preferito) e ansia da prestazione (nel caso dei figli preferiti).

 

Sebbene possa sembrare un qualcosa da nascondere, l'avere un figlio preferito dovrebbe essere un "cruccio" contro il quale i genitori non dovrebbero combattere, ma semplicemente prenderne atto, così da poter rendersi conto di quello che provano e gestire le emozioni in modo da non far pesare questo loro vissuto ai figli. Non bisognerebbe negare a se stessi la preferenza di un figlio ma anzi accoglierla come un qualcosa che fa parte di noi e come tale gestirla al meglio delle proprie possibilità, in questo modo si possono migliorare anche i rapporti tra tutti i membri della famiglia.

 

E quindi se per esempio il figlio con il quale si è meno in sintonia accusa il genitore di avere una preferenza verso un altro fratello o sorella, si potrebbe chiedere cosa gli fa pensare questo e ci si potrebbe mettere in discussione per capire dove effettivamente si palesano i comportamenti che lasciano pensare ad una preferenza e dopo aver chiarito fare un gioco insieme da soli, per passare un po' di tempo “solo vostro”.

Mentre con il figlio preferito,bisognerebbe non perdere di vista che, se fa qualcosa di sbagliato o assume qualche comportamento di superiorità con il fratello o la sorella, è importante dirglielo anche se questo significa fargli qualche piccola ramanzina, così da responsabilizzarlo e non creare in lui il concetto de “ho sempre ragione”.

 

dott.ssa Diana Falvo


22 ottobre 2018

foto da: https://www.ilmessaggero.it/primopiano/scuola_e_universita/scuola_contratto_aumenti_mese_tribunale-3...

dbf01658-280f-48e6-863f-ab56435ce63ejpg

INCLUSIONE SCOLASTICA ED ESCLUSIONE          

La scuola è oggi luogo di incontro con alunni provenienti da culture diverse. Nelle aule scolastiche, questo confronto crea alcune problematiche.

Le più comuni sono, dal punto di vista degli insegnanti:

-       diversità linguistica e gestionale: bambini senza una conoscenza madrelingua dell’italiano e senza il materiale scolastico richiesto.

Dal punto di vista dei genitori:

-       diversità dei modelli educativi e didattici: gli insegnanti non sanno farsi rispettare dagli alunni e nella scuola italiana non si impara niente di utile, solo a giocare.

Sono criticità che possono bloccare l’apprendimento degli alunni, che finiscono col trovarsi in svantaggio didattico rispetto ai compagni. Conseguentemente diventa difficoltoso sviluppare un’appartenenza al gruppo dai pari, considerata centrale nello sviluppo del senso di cittadinanza.

Nel documento "Indicazioni nazionali e nuovi scenari" il MIUR recepisce la complessità dell’incontro interculturale sottolineando come l’inclusione sociale a scuola sia la base per costruire una cittadinanza attiva e responsabile.

Per interfacciarci con questo ambiente interculturale, possiamo adottare tre azioni:

- conoscenza

- integrazione

- consapevolezza

Conoscere permette di acquisire le abilità necessarie alla risoluzione dei nuovi problemi di apprendimento che i bambini migranti pongono al sistema educativo italiano;

Integrare le diversità permette di dare senso ai cambiamenti leggendoli come una continuità che naturalmente costruisce nuove identità generando nuovi insight e problem solving;

La consapevolezza permette di esprimere azioni nel presente, rendendoci sensibili e reattivi a ciò che accade nel qui ed ora.

In ambito scolastico è possibile attivare queste tre azioni aprendo sportelli di ascolto con cui conoscere le diversità in presenza di rappresentanti riconosciuti sia dalla comunità straniera che dall’istituzione italiana (come possono esserlo gli insegnanti e i mediatori culturali). In questo modo si integrano le risorse delle culture di provenienza con quelle dello Stato ospitante, generando un incontro che definisca consapevolmente strategie comuni nell’interesse dell’alunno e del suo percorso di inclusione scolastica e crescita come cittadino.

Senza conoscenza ed integrazione, la scuola rischia di reprimere inconsapevolmente le diversità identitarie col modello culturale predominante. In questo caso i bambini imparerebbero un’obbedienza fittizia, rafforzando internamente l’appartenenza a gruppi estremi nel tentativo di trovare nuclei opposti rispetto a quelli da cui sono stati esclusi.

dr.ssa Alessia Meloni


24 settembre 2018

foto da: http://www.arsmentis.it
e31ba4e7-f67c-469e-a1b0-4e018648210fjpg

DSA DISTURBI SPECIFICI DELL'APPRENDIMENTO

Cosa sono e cosa fare


DSA è l’acronimo di: “Disturbi Specifici dell’Apprendimento”. È un gruppo di disturbi appartenenti all’area del neurosviluppo, caratterizzato da criticità osservabili in età scolare riguardanti l’apprendimento, senza che vengano riscontrate disabilità intellettive, disturbi sensoriali o neurologici.

Più specificatamente rientrano nel gruppo DSA:

-       i disturbi dell’espressione scritta (difficoltà nel comporre testi scritti);

-       la disgrafia (disordine o errori nella scrittura);

-       la disortografia (impossibilità a scrivere ciò che viene dettato);

-       la discalculia (incapacità di comprendere simboli numerici ed eseguire calcoli);

-       la dislessia (disturbo della lettura).

A scuola i DSA si manifestano con rendimenti scolastici inferiori ai livelli attesi. Le prestazioni insufficienti sono spesso associate a un abbassamento dei livelli di autostima e conseguentemente alla perdita di motivazione. Per esempio un ragazzo con dislessia potrebbe pensare: “Non riesco a leggere, non sono capace!” e rifiutarsi di studiare.

Per capire cosa fare quando viene certificata una diagnosi di DSA, è utile sottolineare che questa etichetta diagnostica indica modalità diverse di accesso del bambino alla conoscenza. Non significa che nostro figlio sia malato, ma che applica un ragionamento diverso, che lo contraddistingue, come tante altre caratteristiche individuali ci contraddistinguono per l’intero arco della nostra vita.

Per migliorare lo studio, e quindi la qualità di vita degli studenti con DSA, è possibile affiancare un tutor che nel rapporto uno a uno trovi con loro un metodo con cui costruire delle rappresentazioni alternative basate sulle loro abilità specifiche, siano esse motorie, musicali o visive, che permettano di raffigurare diversamente concetti spiegati verbalmente in una lezione frontale. Così facendo i nostri studenti ricevono degli strumenti per essere consapevoli delle loro possibilità e delle indicazioni su come sforzarsi per trovare strategie diverse con cui gestire le difficoltà scolastiche che si trovano ad affrontare.

In questo modo li aiutiamo a conoscere ed accettare i loro limiti e le loro abilità, aggiornando la propria immagine per agire adeguatamente ed arrangiarsi nella vita in modo fluido e soddisfacente. Per questo la diagnosi di DSA può essere una fotografia delle difficoltà attuali, da cui partire per esplorare i punti di forza dello studente che ci troviamo di fronte.

Dr.ssa Alessia Meloni




17 settembre 2018

foto da: www.leostickers.com 

35eacf7f-c5df-48a8-aa1b-b98d3591faa9jpg

IL PESO DI UN TRASLOCO

Suggerimenti per viverlo al meglio coi nostri figli

 

A tutti è capitato nella vita di imbattersi in un trasloco. E’ un momento del ciclo vitale misto di timore, curiosità, angoscia e entusiasmo da richiedere energia psicologica per fronteggiarlo. La vita ci richiede continui cambiamenti e adattamenti. Il trasloco è uno di essi. Comporta una ristrutturazione dell’identità per tutta la famiglia. Il cambiamento va vissuto non con paura e ansia ma come un evento significativo della propria vita e un passo verso la vita futura nel percorso di crescita. La sua risonanza emotiva colpisce l’adulto e ancor di più il bambino. E’ importante capire i segnali che il piccolo manda come il nervosismo e l’agitazione che può manifestare. Potrebbero essere utili piccoli accorgimenti per aiutare a vivere il cambiamento nel modo più sereno possibile:

Coinvolgerlo negli aspetti pratici, (preparare pacchi o arredare la nuova stanza),

Iscriverlo ad attività sportive per facilitare le nuove conoscenze

  usando il dialogo e la chiarezza sul perché si cambia casa, scuola o città e come avverrà il tutto;

fargli prendere confidenza col nuovo quartiere visitando, per esempio i parchi vicini.

Dargli la possibilità di salutare la vecchia casa o organizzare momenti d’incontro con i vecchi amici.

Farsi vedere sereni e fermi nella propria scelta. Se i genitori si mostrano felici e tranquilli lo saranno anche i figli che ritroveranno in loro immutabili punti di riferimento.

Un bambino che cresce deve superare cambiamenti e arrangiarsi ad essi trovando nuove strategie di vita utile per vivere al meglio le nuove situazioni. Dopo un momento iniziale di disorientamento, la capacità di arrangiamento lo riporterà a una maggiore consapevolezza delle sue risorse, liberandone anche di nuove. La capacità di superare il dolore del distacco e della separazione, prendendosi il tempo senza farsi travolgere ci rende capaci di vivere e di adattarsi ai continui passaggi della vita. E’ un’occasione oltre che di crescita, di conoscenza di sé stessi, delle proprie risorse, limiti e capacità.

L’adulto non deve nascondere il dolore e la difficoltà che vive, neppure spianare le difficoltò ma offrire contenimento emotivo al bambino ed opportunità di arrangiare il proprio sé (schemi mentali, emotivi e comportamentali) lasciandogli il tempo per elaborare la nuova esperienza a modo suo e con le sue strategie.

 

dr.ssa Alessandra Calvario


agosto 2018

foto da: https://www.oxfordviaggi.it/corsi_francese/cia_junior/program_cia_jun.htm

6e4d881f-59c4-4efe-aec4-5072a0c57544jpg 

BAMBINI IN VACANZA. Istruzioni per l'uso


Il 12 settembre si riaprono le porte delle scuole. Meno di un mese di tempo per finire i compiti e riprendere i ritmi sonno-veglia. Per molti genitori agosto è anche il mese del rientro al lavoro, per cui bisogna organizzare il tempo in cui i nostri piccoli restano a casa senza di noi.

La soluzione italiana più gettonata è ricorrere ai nonni, ma sempre più spesso i genitori vivono nei pressi del luogo di lavoro, lontano dal paese d’origine. Per questo negli ultimi anni si sono moltiplicati i centri che erogano servizi di centri estivi, che nei loro programmi hanno ore dedicate anche allo svolgimento dei compiti.

Il valore aggiunto di questa soluzione è il gruppo dei pari: i bambini imparano più facilmente con gli altri perché lavorare in un gruppo di coetanei costituisce un amplificatore della loro intelligenza emotiva, in quanto velocizza:

- la sperimentazione e quindi il riconoscimento dei propri bisogni e motivazioni;

- la moltiplicazione degli investimenti affettivi, oltre la famiglia e la classe;

- la gestione dei loro limiti attraverso l’identificazione dei loro talenti.

Questi sono alcuni dei punti che permettono ai vostri bambini, se sostenuti, di realizzare il processo di arrangiamento, ovvero di ottimizzazione ottimizzare il loro aggiornamento alle necessità del quotidiano attraverso il confronto e il dialogo con gli altri e delle loro esperienze.

Per quando i centri estivi sono chiusi, il consiglio è quello di fare rete con il vostro quartiere: magari fra i vostri vicini di casa c’è uno studente universitario che può farvi da babysitter.

Se invece il lavoro non vi tiene lontano dai figli potete costruire con loro degli strumenti che gli permettano di visualizzare il tempo che passa e la quantità di compiti da svolgere di giorno in giorno. Per esempio potete disegnare insieme un calendario settimanale dividendo il numero di pagine da leggere per i giorni della settimana e aggiungere alla fine della vostra giornata lavorativa un ‘ ora di tempo per affiancarli nei compiti che loro trovano più difficili. In questo modo, senza lasciarli completamente soli, gli permetterete di interiorizzare un livello maggiore di autonomia che poi applicheranno anche durante l’anno scolastico.

dr.ssa Alessia Meloni


9 luglio 2018

foto da: www.superinformati.com

timid 1jpeg

IL GUSCIO CHIAMATO TIMIDEZZA

Piccoli suggerimenti per uscirne fuori e superarla.

La timidezza è un tratto di personalità ma nel caso dei bambini può diventare un problema se suscita l’ansia e le preoccupazioni dei genitori. Innanzitutto non va confusa con l’introversione. L’introverso sta bene da solo, il timido desidera relazionarsi con altri ma non ci riesce e si sente a disagio. Entrambe possono nascondere un senso d’insicurezza e d’inferiorità. Non necessariamente il bambino timido ha scarsa considerazione di sé, è solo più selettivo e si relaziona più lentamente con gli altri. Di certo non va trascurata e i genitori sono i primi educatori che con il loro atteggiamento possono influire sullo sviluppo armonico del figlio.

Cosa evitare:

Non parlare del proprio figlio in sua presenza,

Non etichettarlo come svogliato o imbranato perché potrebbe fare proprie queste valutazioni,

Non criticarlo per le sue insicurezze

Non dargli troppa attenzione perché si potrebbe sentire osservato

Non sostituirsi a lui quando qualcuno gli rivolge una domanda

Evitare confronti con fratelli o compagni.

Cosa fare:

Descriverlo come riservato e discreto

Stare con lui nelle nuove situazioni sociali ( come a scuola) e allontanarsi pian piano lasciandolo ambientare per poi tornare prima che manifesti segni di disagio.

Incoraggiarlo a partecipare a feste e attività extrascolastiche che lui dovrà scegliere. Più si espone a esse più le troverà piacevoli e capace di gestirle.

Ascoltarlo e accettare il suo modo di pensare e sentire mostrando empatia. (A volte i genitori stessi sono stati a loro volta timidi da piccoli)

Accettare soprattutto il bambino così com’è e insegnargli a esprimere al meglio le proprie abilità in modo da raggiungere i propri obiettivi. Infine non demonizziamo questo tratto caratteristico di alcune persone. Esso può aiutare a riflettere più su sé stessi e a osservare meglio il comportamento degli altri evitando conflitti. E’ importante che il messaggio trasmesso al bambino sia che ognuno deve saper riconoscere e registrare i propri limiti e che quelli definiti difetti sono in realtà le cose che rendono unica e speciale una persona.

D.ssa Alessandra Calvario


--


7 giugno 2018
foto da: www.giostradeicolori.it 

c48c2c4a-e339-4128-83bd-76bf628bc293jpg


GENITORI SEPARATI E FIGLI INGESTIBILI A SCUOLA

 Separazioni di coppia e alunni con disturbi emotivi e comportamentali a scuola sono diventati temi all’ordine del giorno. Sembra esserci un legame tra i due confermato da ricerche (Francescato,1992; ricerca svolta in California,1968),ed insegnanti. La rottura del legame tra i genitori, se mal gestito, può avere effetti negativi sui figli e la loro crescita.

Le dinamiche familiari cambiano e si rivoluzionano soprattutto quando intervengono altri partners o figli di quest’ultimi. Ognuno deve ricrearsi nuova vita, abitudini e persino rivedere i ruoli. I genitori devono registrare il mondo interno proprio e dei figli, aggiornare quello relazionale, arrangiare anche i sistemi educativi. Le reazioni dei piccoli variano secondo molti fattori. Non è ovvia e né scontata l’equazione separazione = figlio disturbato, ma ci sono dei rischi.

Come evitarli?

 Le difficoltà affettive e la ridefinizione dei legami possono non essere facilmente affrontabili né dai genitori né dai figli così possono generarsi rabbia, rancori, silenzi… su cui si possono innestare stati ansiosi o addirittura attivare angosce che incidono in modo negativo sull’attenzione e la concentrazione, la condotta ed il rendimento scolastico.

I figli hanno bisogno di sentirsi amati e sicuri, vedere vicine le loro figure di attaccamento. Se esiste una conflittualità tra adulti possono interpretarla come abbandono e portare a scuola rabbia, paura, insicurezza esplodendo in aggressività fisica e irrequietezza fisica ed emozionale.

I genitori e le altre figure di riferimento (caregivers) hanno così difficoltà a gestire i figli fermandosi spesso  ai sintomi e non vedendo l’origine del loro dolore espresso.

La mancanza di regole, l’incoerenza educativa, alternando punizioni e ricompense senza motivo per esempio, un rapporto spesso superficiale o obbligato magari da un accordo di separazione (es. il primo e terzo week end del mese i bambini stanno con il padre) può generare di fatto, relazioni falsate a cui i figli tentano di ribellarsi.

Di cosa hanno bisogno i figli?

1 Di avere chiaro il cambiamento della situazione che vivono e che non possono controllare offrendo loro nuovi strumenti per gestire questa passività come ad esempio degli interventi psicologici appositamente strutturati;

2 Necessitano di tempo per trovare un ruolo nella nuova struttura familiare e relazionale di aggiornare accettare e registrare l’assenza fisica come non equivalente a un’assenza psicologica e affettiva;

3 Essere compresi nel significato vero delle loro apparenti inadeguate reazioni.  Queste infatti possono essere anche tentativi, anche se disfuzionali, di arrangiare le proprie esistenze sul nuovo assetto relazionale ed emotivo comunicando, per esempio la rabbia. Se ci si concentra sulla comprensione e si lavora sulla registrazione dei sentimenti coinvolti come la rabbia, la frustrazione… si potranno affrontare, gestire e superare anche i comportamenti disfuzionali dei nostri ragazzi che rischiano di rovinarli e creare grosse criticità.

Sono quindi i genitori insieme agli insegnanti e gli operatori del settore i veri chiamati in causa in una logica di collaborazione e non di scaricabarile. I genitori per primi prenderanno consapevolezza e capacità di gestire il loro stato emotivo in modo da apparire aperti all’ascolto e al dialogo col proprio figlio trasmettendo un’immagine di sicurezza, supporto e stabilità.  

D.ssa Alessandra Calvario                                                                                                                              



7 maggio 2018

foto da: www.insiemeinfamiglia.com



IL MIO MONDO IN UN DISEGNO

Il disegno è un piacevole passatempo ma anche un’ importante forma espressiva e relazionale.

Nato come prima forma di comunicazione dell’umanità, il disegno riveste molta importanza sul piano comunicativo ed educativo. Al servizio degli irrequieti o dei più timidi è un mezzo per esprimere ciò che non riesce a essere verbalizzato. Allena la concentrazione, alimenta la creatività, è un modo per connettersi agli altri e sentirsi parte di un contesto. Il foglio bianco è l’anima, il Sé, il proprio mondo su cui si proietta l’esperienza vissuta, ogni emozione e pensiero.

I colori creano effetti diversi riflettendo le diverse sfumature esistenti nella vita. Anche lo scarabocchio ha il suo significato tanto che in contesti quali perizie in tribunale, il disegno è la via di accesso alla comunicazione con bambini vittime di abusi. Chiedere ciò che ha disegnato accresce le abilità linguistiche, racconta di sé, prende conoscenza e consapevolezza del suo mondo presentandolo e condividendolo con l’adulto. In casa non dovrebbero mai mancare fogli, matite e colori.

Anche i piccoli come gli adulti risentono dei ritmi frenetici che la società impone con conseguente stress. Il disegno è gioco, divertimento, fatto da soli o con altri. Permette di allentare le tensioni, esteriorizzare emozioni difficili da definire, formando adulti capaci di relazionarsi con gli altri, consapevoli dei propri limiti e potenzialità. Cuori, fiori, principesse o robot, ogni giorno i bambini esprimono la loro personalità su un foglio bianco. I destinatari delle loro opere sono sempre gli adulti (genitori, insegnanti, nonni), che devono “ascoltare” con gli occhi senza tralasciare nessun particolare di questo dono (che rappresenta il loro mondo), che il piccolo porge nelle loro mani.

Qualche idea per valorizzare i disegni dei nostri figli:

1 scannerizzandoli e poi stamparlo su una maglietta, una tovaglia, una coperta…

2 appendere il disegno in casa

in modo da sostenere e valorizzare l’espressività e la comunicazione Concludo con una frase di Paul Klee: “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non lo è”.

D.ssa Alessandra Calvario

30 aprile 2018

foto da: http://www.faenzawebtv.it/w/la-gestione-del-bambin...

COME GESTIRE LE EMOZIONI NEI NOSTRI FIGLI?

Conflitto e gioco per potenziare l'intelligenza emotiva.


Crescendo il bambino passa dalla totale dipendenza dalla madre, alla conquista graduale dell’autonomia individuale. Questo processo è detto di individualizzazione.

Fin dalla nascita le emozioni permettono ai nostri figli di esprimere i loro bisogni: paura, rabbia, tristezza e felicità vengono espresse in pianto, irascibilità, aggressività e risa. Ai genitori spetta il compito, a volte difficile, di soddisfare le necessità dei piccoli, orientandoli nella relazione e nella scoperta del mondo e tradurne i significati es: “Hai preso una botta e ti sei spaventato. Povero piccolo”.

Ma cosa fare quando i bambini sembrano incontentabili, insopportabili, e i loro comportamenti inadeguati? Di fronte ad ogni conflitto nella relazione con nostro figlio, possiamo iniziare ad affrontare il problema usando le emozioni. Valorizzarle come informazioni utili, piuttosto che reprimerle, ci permette di costruire modelli di potenziamento efficaci. Possiamo così trasmettere ai più piccoli gli strumenti relazionali e comportamentali con cui arrangiarsi al contesto sociale, adottando condotte adeguate che soddisfino anche i loro bisogni.

Come fare nella pratica? In primis partendo da noi, per esempio non lasciando soli i nostri figli, ma affiancandoli in generale, e in particolare nel gioco.

Giocare con loro consente al bambino di sperimentarsi nel contesto della finzione: una cornice protetta entro cui l’eccezione alla regola è ammessa e dove la presenza dell’adulto fornisce un modello per orientare i piccoli nello sviluppo delle loro abilità. Questo gli permetterà di conoscersi esplorando pensieri e sentimenti senza diventare schiavi delle passioni, ma potenziando la propria intelligenza emotiva: radice dell’empatia e base delle relazioni sociali. Nel quotidiano quindi, comprendendo, dando il significato delle loro emozioni e nominandogliele: “Piangi perché sei spaventato” sono i mattoncini fondamentali che permetteranno ad ogni individuo da adulto di registrare le proprie emozioni e quindi ad essere congruente con le esperienze che sta vivendo.

Per una serata con mamma e papà consiglio il film d’animazione: “Inside Out”.

Dr.ssa Alessia Meloni



Foto da: http://www.bertegiocattoli.it/prodotti/casetta-per... 


14 aprile 2018

GIOCARE CHE PASSIONE!

Il gioco: un’esperienza di vita dagli aspetti educativi e formativi.


Il gioco non è solo un piacevole ricordo dell’infanzia, ma è presente in modi diversi in ogni fase della crescita, fa parte del mondo reale e alimenta quello fantastico contribuendo alla costruzione della personalità individuale. La vita stessa è un gioco con l’alternarsi di vincite e perdite. E’ l’attività preferita dai bambini e se partecipano i genitori diventa più piacevole. Il gioco è una componente importante dello sviluppo del bambino, della relazione genitori/figli, dell’apprendimento e conoscenza di sé.

Il gioco è creatività, esplorazione, emozione, espressione della fantasia, conoscenza del mondo circostante. Ogni gioco ha una funzione. I giochi di finzione o simbolici permettono di rivivere e rielaborare emozioni vissute nel quotidiano, ma in una dimensione in cui tutto è possibile Il “far finta” permette di risolvere da solo e gestire le proprie emozioni negative, per esempio. Quando gioca alla lotta o rifiuta una proposta il bambino può guadagnare una nuova consapevolezza e registra i suoi limiti e capacità confrontando le reazioni degli altri.

E’ importante il gioco libero, non strutturato, perché stimola la fantasia e la curiosità. E’ altrettanto importante il gioco in gruppo per socializzare e interiorizzare delle regole sociali oltre che per sviluppare l’intelligenza emotiva. Forse niente è più coinvolgente del gioco per un bambino.

E’ un potente mezzo con cui trasforma la realtà, la reinventa, riflette i suoi sogni e desideri. Il gioco può essere anche una palestra della fantasia l’attività ludica che permette di allenare la creatività, l’immaginazione, il pensiero e le emozioni per trovare alternative e strategie di adattamento a una realtà vista come dall’esterno con le proprie risorse interne.

Dr.ssa Alessandra Calvario



foto da: https://www.amicopediatra.it/crescita/bambini-e-co...

 

4 aprile 2018

TECNOLOGIA: QUAL E' LA DOSE GIUSTA ?

L’influenza delle nuove tecnologie sembra rendere il percorso di crescita dei bambini e degli adolescenti sempre più articolato. Ma ogni cosa ha il suo tempo, anche l’utilizzo della tecnologia.

Da 0 a 3 anni: aggiornamento ! Rinnoviamo gli schemi educativi, ma non togliamo esperienze importanti ! Un bambino necessita di sviluppare competenze interagendo con l’ambiente attraverso esperienze sensoriali che utilizzino tutti e cinque i sensi.

Da 3 a 6 anni: regole! In questa fascia d’età un’ora di videoschermi al giorno è più che sufficiente, e l’accesso a Internet è vietato. E’ utile privilegiare le esperienze dirette, la manipolazione, l’interazione relazionale.

Da 6 a 9 anni: alla scoperta! Occorre cominciare a dare qualche spiegazione semplice ed essenziale su come utilizzare i videogiochi, la TV, il digitale, ma per navigare in Internet da soli c’è ancora tempo.

Da 9 a 12 anni: sviluppo delle capacità relazionali. Internet può essere introdotto a 9 anni perché è l’età in cui i bambini escono dal pensiero magico. Ora possono, gradualmente, interagire con il mondo anche attraverso gli strumenti digitali.

Nell’età pre-adolescenziale e adolescenziale inizia un periodo della vita nel quale i ragazzi vogliono costruire qualcosa di proprio e hanno bisogno del loro spazio, ma non dobbiamo mai smettere di “monitorare”: i social network offrono la possibilità di creare Sé possibili e mancano degli elementi metalinguistici con il rischio di un’identità fluida e di un “analfabetismo emotivo”.

Inoltre, occorre sempre individuare regole sociali che coinvolgano tutta la famiglia: niente cellulare a tavola, il rispetto dell’interlocutore, l’attenzione all’utilizzo e alla condivisione di immagini e video, il tempo da dedicare ai videoschermi, il pc in una zona della casa accessibile a chiunque, l’inserimento di password e filtri di controllo parentale.

dott.ssa Maria Maggi


foto da: http://www.mamme24.it/5-consigli-per-non-danneggia...

19 marzo 2018

COME SI COSTRUISCE L'AUTOSTIMA NEI NOSTRI FIGLI?

Cos’è l’autostima? Come aumentarla?

Un suo possibile significato è dato dal considerarla come il rapporto tra i successi ottenuti e le aspettative di un soggetto. Si tratta di un concetto multidimensionale, influenzato da fattori ambientali e culturali che contribuiscono a migliorare o peggiorare le prestazioni individuali. Secondo questa definizione è possibile ricavare il livello di autostima osservando il posizionamento del singolo soggetto rispetto:

- alle sue relazioni interpersonali;

- al controllo che esercita nell’ambiente circostante;

- all’espressione della propria emotività;

- al successo scolastico;

- alla vita familiare;

- a come vive il proprio corpo e come lo usa nello spazio.

In particolare l’autostima nei bambini è in continua costruzione. L’estrema plasticità dei nostri figli li porta a vivere cambiamenti quotidiani. Nell’accompagnarli nella loro crescita, la famiglia dovrebbe progressivamente delegare una parte della loro educazione alla società. Il primo passaggio è la scuola.

Qui gli alunni imparano a sviluppare relazioni istituzionalmente accettabili nel contesto scolastico attraverso l’interazione col gruppo dei pari e col gruppo degli adulti che lì operano: le maestre, i bidelli, il dirigente scolastico aggiornando i modelli familiari con quelli nuovi e iniziando a confrontarsi con modi di sentire diversi da quelli familiari.

Le nuove situazioni e contesti gli permettono di sperimentarsi sempre più in autonomia nelle relazioni con gli altri. Queste nuove esperienze comprendo successi e fallimenti, lo aiutano ad auto-valutarsi e parallelamente a sviluppare un’esperienza di sé sempre più diversificata. In altre parole il bambino sviluppa un’immagine di “chi è secondo lui” e come può essere visto dagli altri. Questo orienterà la sua azione non solo in ambienti conosciuti, ma anche in nuovi contesti.

Accompagnarli ed affiancarli nella crescita significa andare alle loro nuove esperienza significati, in un formato che sia comprensibile e accettabile per loro (non per noi!). Questo passaggio gli permetterà di costruire la loro resilienza e pensare a strategie diverse che gli consentano di ottenere futuri successi senza collezionare continui fallimenti, che rischiano di aumentare i livelli di frustrazione che portano i bambini a sviluppare una bassa autostima inibendone l’azione e l’esplorazione ambientale.

Prendiamo l’esempio di un fallimento scolastico: il bambino si confronterà con un limite esterno che ridurrà il suo livello di autostima. Tuttavia questo stesso limite può permettergli di sviluppare strategie di arrangiamento rispetto alle richieste scolastiche, fornendogli un bagaglio di conoscenze su come riconoscere ed arrangiarsi alle regole sociali per essere più performante anche al di fuori della scuola e quindi sentirsi più fiero di sé.

Per concludere: educare degli adulti empatici, resilienti ed efficaci implica lavorare insieme ai nostri figli per contribuire alla formazione della loro personalità permettendogli di comprendere i nostri linguaggi, spesso valutativi e impersonali, dandogli strumenti efficaci che gli consentano di adattarsi al loro ambiente senza sostituirsi alla loro esperienza.

Un film consigliato su questo tema per passare una serata con mamma e papà: Forrest Gump.


Dr.ssa Alessia Meloni


foto da: www.ladyo.it

12 marzo 2018

PANE E…CARTONI

Perché piacciono e cosa trasmettono.

Dai classici, intramontabili di Walt Disney ai più moderni, da sempre i cartoni esercitano un potere ammaliante e stimolante la curiosità e l’apprendimento dei piccoli. Trasmessi ogni ora su tanti canali diventano momento d’intrattenimento e di divertimento. Mezzi educativi e comunicativi, hanno potere di ricondurre anche gli adulti alla condizione di bambino, a patto che l’adulto non sia spettatore passivo ma guardi con spirito critico evitando brutalità e violenza a favore di cartoni che trasmettono valori di pace, bene, legalità.

E’ preferibile non lasciare troppo tempo e solo il proprio figlio davanti la tv ma guardarla insieme e interagire con lui per spiegargli cosa guarda e chiedergli se gli piace. Nonostante l’effetto ipnotizzante, consideriamo gli aspetti educativi che veicolano :

·l’uso di un linguaggio diretto, chiaro, semplice, immediatamente fruibile offrendo modelli e modalità di rapportarsi a storie di vita quotidiana

·l’efficacia del linguaggio emozionale

·il potere di rispecchiamento e identificazione che stimolano nei piccoli spettatori.

I cartoons accedono alle emozioni profonde, al bisogno di continuità, sicurezza, costanza attraverso la ripetitività degli eventi e il racconto a lieto fine. Soddisfano le esigenze infantili legate a quegli stati di aspettativa ed eccitamento che si creano nell’interazione ludica con la madre, aiutando a sintonizzarsi con l’altro empaticamente. I soggetti sono antropomorfizzati, viene enfatizzata la gestualità, prevale l’espressione degli stati emozionali, permettendone la registrazione e il riconoscimento.

Attraverso l’immedesimazione nei personaggi si sviluppa una comprensione empatica e competenze relazionali. Si favorisce un apprendimento per immersione proponendo una realtà dai tanti volti sulla quale si agisce con le proprie risorse. Le informazioni vanno collegate al contesto da cui provengono e poiché, i contesti sono di diverse nazionalità, emerge la multiculturalità e l’integrazione, tema molto attuale.

Un elemento molto forte è il potere di rispecchiamento che stimola attraverso esperienze note ai bambini, (mangiare, dormire, giocare), ma anche con immagini riproducenti caratteri prototipici dell’infanzia, (testa grande, guance paffute, naso all’insù, bisogno di accoglienza e tenerezza). Questo sintonizza il piccolo con l’eroe del cartone e temi di amore, amicizia rispetto per la natura vengono facilmente interiorizzati. Nonostante il cambiamento nel tempo i cartoni restano sempre un potente mezzo educativo.

Parlano di emotività, temi esistenziali, paura facilitando nel piccolo spettatore la consapevolezza del suo mondo interno e esterno e possono confrontarsi con modelli (anche se animati) comportamentali ed etici che potranno poi aiutarli ad alimentare la resilienza personale nell’affrontare gli ostacoli della vita così come fanno i protagonisti dei amati cartoni.

Dr.ssa Alessandra Calvario


foto da: www.chiesiscilla.it


5 febbraio 2018

RIFIUTO DELLA SCUOLA

Cosa può nascondere e come poterlo gestire.

Chi non ha avuto mai periodi in cui di andare a scuola non ne aveva voglia e ha cercato di evitarlo in tutti i modi? Può capitare all’apertura o al rientro dalle vacanze natalizie sentirci dire “Non voglio andare a scuola!”. Può essere un rifiuto momentaneo, legato all’uscita da casa e all’abbandono dei genitori ma se persiste è necessario indagare la presenza di eventuali problemi. Non è facile per i genitori fronteggiare tali situazioni e trovare un equilibrio tra razionalità e emotività.

Assale il senso d’impotenza e disorientamento. Il rifiuto si manifesta verbalmente, con sintomi psicosomatici (mal di testa, di pancia, vomito), o ansia e agiti aggressivi. Può essere un semplice marinare la scuola o assumere la forma di una fobia scolare. Diversi possono essere i fattori scatenanti: problemi relazionali con compagni o insegnanti, eventi stressanti familiari (nascita di un fratellino, trasloco, separazione dei genitori), difficoltà di apprendimento. L’assenza diventa un modo per difendersi da eventuali minacce, preservare l’autostima o mantenere il controllo su una situazione familiare.

Ma questa “soluzione” diventa “problema” in quanto la scuola è luogo di crescita culturale, educativa, ma anche relazionale e sociale. Qualunque sia la causa sono necessari adulti attenti. Non si tratta di accogliere e concedere ma ascoltare e capire cosa c’è dietro il NO. Ottenere ciò che si desidera rinforzerà l’idea della fuga come soluzione e compromette un’adeguata consapevolezza delle capacità di affrontare le situazioni spiacevoli. Se dopo aver consultato l’insegnante non emerge nulla di significativo è opportuno avviare una buona e confidenziale conversazione genitore-figlio.

E’ bene aiutarlo a definire l’emozione provata senza colpevolizzarlo e spronarlo a cercare la soluzione in modo da acquisire fiducia nelle proprie risorse e capacità di trovare alternative arrangiandosi a nuove situazioni. Il genitore potrebbe motivare il figlio ad andare a scuola serenamente magari coinvolgendolo dopo a fare ciò che più desidera. In caso di un evento stressante è importante la gestione emotiva e relazionale di esso.

I figli vanno informati e rassicurati. Le emozioni vanno identificate e vissute così da poterle registrare nel proprio mondo interno. Accogliere paure e preoccupazioni, assicurando che scuola e famiglia sono luoghi sicuri. In conclusione, il rifiuto scolare, se frequente, non va sottovalutato ma analizzato per intervenire efficacemente a incremento della resilienza di chi ne è coinvolto, il minore.

Alessandra Calvario



foto da: www.blogmamma.it

23 gennaio 2018

LE FATICHE DELLE MAMME: CONSIGLI PER SOPRAVVIVERE

Mamme, ma prima ancora donne. Mamme ma anche lavoratrici, mamme ma anche mogli, compagne, fidanzate.

Eppure una volta mamme tutto il mondo inevitabilmente ruota intorno alla meravigliosa priorità dell’accudimento dei propri figli tra le mille e una difficoltà che comporta.

Come sopravvivere alle fatiche della vita di una mamma? Qualche consiglio che apparentemente potrebbe risultare scontato a volte viene perso di vista.

1- Farsi influenzare dal travolgente entusiasmo dei bambini: Anche quando si è stanche e sopraffatte, è bello e rigenerante notare come un bambino sorrida ad uno stimolo che alle mamme possono addirittura passare inosservati. I figli spesso vogliono condividere le piccole scoperte e amano raccontare. Non smettere mai di ascoltare attivamente e di gioire delle piccole grandi soddisfazioni di cui gioiscono loro.

2-2- Se non hai il tempo o materiale di dedicarti a piccoli momenti per te stessa cerca di ritagliarli comunque coinvolgendo i figli: trovare un compromesso per intrattenere o creare un ambiente confortevole e stimolante per i propri figli e contemporaneamente dedicarsi alle proprie esigenze (in alcuni casi preferibilmente non indispensabili ma di puro svago), è la tecnica per far collimare impegni e desideri.

3-Non prefissarsi di trascorrere tutto il tempo possibile solo in compagnia dei figli, di qualunque età si tratti i bambini o ragazzi stanno bene con i coetanei. È fondamentale che sappiano che possono contare sulla vostra presenza e reperibilità, ma lo spazio di gioco, studio, sport con i coetanei senza la supervisione diretta della madre è altrettanto utile e costruttiva.

4-Parlare il più possibile delle preoccupazioni o dei pensieri eventuali con partner, propri familiari o amici: Non è quasi mai positivo a lungo termine tenere per sé stessi sentimenti negativi e preoccupazioni anche se apparentemente superficiali o addirittura imbarazzati. Confrontarsi con persone vicine (o non) potrebbe essere il giusto modo per rimettere

in prospettiva la visione delle cose, tranquilllizzarsi o aiutarsi a porre la propria attenzione su aspetti finora poco considerati.

5-Non colpevolizzarsi: spesso e volentieri in maniera diretta o indiretta il comportamento di un genitore ricade su quasi tutti gli aspetti emotivo, caratteriale e comportamentale dei figli ma questo non significa che se qualcosa non va per il verso giusti s “colpa” della mamma. Sapendo che ciascun genitore tendenzialmente fa del proprio meglio, l’idea d colpa è un ostacolo al miglioramento oltre che una frustrazione controproducente. Sarebbe meglio riuscire ad osservare le cose da una certa distanza in modo tale da poter riconoscere il margine di azione ed agire, laddove possibile, a livello emotivo piuttosto che pratico.

Dr.ssa Fabia Pietersen


foto da: www.granarolobimbi.it

12 gennaio 2018

ARRIVANO I SUPEREROI!

Modelli da imitare e…da moderare

Spiderman, Batman, Ironman, sono solo alcuni dei personaggi che popolano la fantasia dei bambini. Dotati di superpoteri si elevano a eroi del bene e protettori dei deboli. Ma dietro le maschere si celano uomini comuni con problemi reali, un passato di sofferenza e che soffrono ancora. Hanno paure e debolezze che affrontano canalizzando verso il bene tutti i propri disagi interiori, insegnando che il dolore può farci crescere e non solo abbattere.

I media contribuiscono all’imposizione di tali modelli. Il loro mondo affascina e coinvolge. Essi sono quello che vorremmo essere, lo specchio di paure, sogni ,desideri di ognuno. La figura del supereroe è valorizzante per il bambino. Identificandosi con lui e il suo coraggio trova la forza per confrontarsi con i genitori ( considerati onnipotenti) e le risorse per superare le frustrazioni. 

Affascinato dagli scontri tra buoni e cattivi prende coscienza di ciò che è bene e ciò che è male e dell’esistenza delle difficoltà, delusioni, giudizio degli altri. Questo è ciò che apprendono crescendo mentre costruiscono la loro personalità passando dall’imitazione all’identificazione. Un supereroe penetra nel profondo di bambini, ragazzi e adulti. Invincibili eroi ma anche esseri umani vulnerabili. Osservandoli il bambino prova quello che “loro” provano e familiarizza con emozioni piacevoli e non, integrando le ambivalenze, alimentando la consapevolezza e resilienza emotiva per adattarsi al contesto di vita. Il costume, indossato, permette di entrare nel mondo magico col vissuto di esser più forte (del genitore), secondo l’immaginario infantile. Ma consente anche di tornare alla realtà, se tolto, e proiettarsi nel mondo adulto superando la finzione. 

Tutto ciò può spaventare un genitore?

A volte sì! Molte mamme si preoccupano di questa “eccessiva” ammirazione. Dietro di essa potrebbe esserci un desiderio o sogno del bambino. Si potrebbe sfruttare tale passione per iniziare un dialogo con lui e ascoltarlo nelle sue paure e desideri. Incoraggiare gli aspetti positivi a incremento dell’autostima, favorire la consapevolezza dei propri limiti e risorse e la capacità intuitiva di aggiustarsi agli eventi. Nulla di preoccupante finchè tutto resta nell’area della finzione. Si potrebbe, altrimenti, moderare l’esposizione e consumo di tali modelli coinvolgendo il bambino in tante attività in cui la passione per i supereroi è solo una delle tante cose che a lui piace fare. 

dr.ssa Alessandra Calvario

foto da: www.blogmamma.it



Articoli

downloadjpg









<!-- Global site tag (gtag.js) - Google Analytics -->
<script async src="https://www.googletagmanager.com/gtag/js?id=UA-131938835-1"></script>;
<script>
  window.dataLayer = window.dataLayer || [];
  function gtag(){dataLayer.push(arguments);}
  gtag('js', new Date());

  gtag('config', 'UA-131938835-1');
</script>