PSICOLOGIA INFANTILE


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MI AGGIORNO O MI ADATTO? VIVERE FELICI E' UN GIOCO BASTA CONOSCERE LE REGOLE

di Richard Unterrichter, Cleup

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I nostri figli nascono con un temperamento proprio, ma sta a noi contribuire alla formazione della loro personalità.

Per comprenderli e dargli strumenti efficaci in un mondo sempre più performante;

Per avere figli amorevoli, empatici, resilienti ed efficaci

Ecco la guida utile per farlo


ARTICOLI

11 dicembre 20184

foto da: www.chedonna.it

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RABBIA: AMICA O NEMICA?

Cosa fare e come gestirla

 

Scatenata dalla perdita del giocattolo, dal no dei genitori o da un desiderio irrealizzato, la rabbia esplode in modo improvviso lasciando impotenti. Il rischio è che allarma e spesso alimenta altra rabbia nell’adulto. Ma è davvero così negativa ? Partiamo dalla considerazione che i bambini a causa dell’immaturità delle strutture nervose deputate al controllo degli impulsi hanno meno strumenti per controllare o esprimere le loro emozioni adeguatamente. La possiamo vedere come:

-       Un’autoaffermazione davanti a un torto subito e modo di farsi rispettare,

-       Un modo per chiedere aiuto se si subisce un danno

-       Un modo per testare i propri limiti, sfidare i genitori e diventare cosciente di quello che può provocare agli altri la propria reazione

-       Richiesta di amore, attenzione verso coloro da cui se ne vorrebbe avere

Nonostante ciò affrontare questi momenti disfunzionali non è semplice e neanche immediato. Richiede per primo mantenere la calma mentre il bambino si sfoga e passata la tempesta parlarne. Aiutarlo a dare un nome a quel che prova e capire cosa lo ha provocato. Occorre autorevolezza ma non comportamenti punitivi o giudicanti. Non deve reprimere il suo stato ma riconoscerlo e aiutato a esprimere in maniera più adeguata la sua collera. I genitori sono uno specchio. Se usano l’empatia, la calma e il no, quando occorre, i figli interiorizzeranno degli schemi inibitori, la capacità di riconoscere, gestire l’emotività e tollerare la frustrazione. Cos’altro fare? Possiamo aggiungere la fantasia e giocare con questa turbolenta emozione facendola disegnare per strappare poi il foglio e mandarla via. Oppure ricorrere alla lettura di storie con personaggi arrabbiati creando uno spazio di relax e calma. Ci si deve preoccupare? Certo è che se si va oltre un limite e si sfocia in aggressività e fatica a rispettare le regole la situazione va affrontata nella sede adeguata con un professionista, senza spaventarsi ma con il fine di aiutare il figlio a gestire il suo mondo interno per adattarsi a quello esterno.

Dr.ssa Alessandra Calvario




20 novembre 2018

foto da: https://www.noisiamofuturo.it/2018/03/13/musica-classica-risorsa-giovani/


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CANTA CHE TI PASSA

 Effetti e poteri della musica

 

Stanco, stressato, arrabbiato? Infila le cuffie, premi un tasto ed ecco: parte la musica! I problemi sono ancora lì, ma tu sei già lontano in un universo di suoni che ti trascinano via dai pensieri quotidiani. Aiuta a migliorare il carattere e a dominare le emozioni, l’autocontrollo e la concentrazione.   La musica ha origini antiche. Si è diffusa nei centri riabilitativi e nelle scuole diventando musicoterapia. Favorisce il rilassamento corporeo e mentale nei momenti di stress psicofisico. Ha una funzione sociale rafforza amicizie esistenti e ne costruisce di nuove. Ha un linguaggio universale che abbatte ogni barriera culturale. Aiuta nei momenti tristi, ci dà gioia, ci fa riflettere sulla vita e richiama alla memoria ricordi piacevoli e non. L’ascoltarla ci permette di restare in contatto con le nostre emozioni profonde. 

Questo è uno degli effetti che provoca, insieme al recupero delle funzioni cognitive, miglioramento delle capacità attentive, abilità matematiche, coordinamento e sviluppo fisico, e dell’apprendimento in generale. A livello cerebrale rilascia dopamina procurando piacere, e al di là dell’aiuto che può portare ai bambini in situazioni di disagio l’imparare a suonare uno strumento è una richiesta da prendere con piacevole considerazione da parte dei propri figli. Ne esiste di vari generi: la classica per rilassare e ridurre l’ansia, il country per accendere il buonumore, il pop o rock per dare energia e forza nell’affrontare le nostre giornate.

Negli ultimi tempi si è stretto il rapporto musica giovani. Andare a scuola con l’mp3, ascoltando i brani preferiti dà la carica per affrontare la giornata. E’ la forma di comunicazione più usata dai ragazzi. Parla per loro esprime ciò che è difficile dire e pensare, il desiderio di rivolta, la ricerca di un’identità propria, riflettendo problemi reali. Ascoltarla in solitudine favorisce la concentrazione e calma quelle emozioni e angosce che rischierebbero di debordare. Usare la musica come canale con i figli potrebbe essere una risorsa da considerare utile a favorire la consapevolezza e il contatto con il mondo interno.

 dr.ssa Alessandra Calvario 

18 novembre 2018

foto da: http://www.superando.it/2015/01/07/autismo-e-scuola-solo-cosi-puo-funzionare/

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AUTISMO A SCUOLA                              

   

Il disturbo dello spettro dell’autismo è inserito nel DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) nel capitolo dei disturbi del neuro sviluppo. Per spettro si intende l'insieme dei comportamenti adottabili in relazione all’ ambiente, mentre autismo significa “sé stesso”.

Oggi si preferisce parlare di autismi al plurale, riconoscendo la variabilità di funzionamento tra i soggetti in cui si riscontrano le caratteristiche comuni (deficit della comunicazione ed interazione sociale, comportamenti ristretti e ripetitivi) della diagnosi, il cui spettro oscilla tra alti (Asperger), medi e bassi funzionamenti cognitivi.

Il numero sempre maggiore di casi di autismi nell’età evolutiva porta a chiedersi come includere questi tipi di alunni nella scuola, un’istituzione che valuta gli apprendimenti e le abilità sociali in preparazione dell’inserimento lavorativo.

Se da un lato la rigidità dei sistemi valutativi rischia di escludere funzionamenti mentali atipici quando non riesce a comprenderne bisogni e potenzialità, dall’altro la didattica inclusiva permette il confronto coi normotipici a scuola.

Qui il ruolo degli insegnanti diventa quello di adeguarsi al bambino attraverso un processo di aggiornamento con cui conoscere la diversità per interfacciarvisi al meglio.

I passaggi da seguire per un adeguamento soddisfacente sono:

-       non eseguire soluzioni proposte da altri ma trovare la soluzione nella nostra relazione col bambino. Osservare quando e come viene sfogata la rabbia per al fine di agganciarci alle sue specifiche aree di interesse per motivarlo nell’apprendimento;

-       calibrare i punti di forza e debolezza del soggetto per progettare strategie di rinforzo e barriere che sostengano le sue performance nei compiti per lui critici;

-       trovare strategie comunicative adottando codici, come la CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) o la comunicazione non verbale, per apprendere e conoscere:

-       lasciare circolare le proprie emozioni, anche negative, per prenderne consapevolezza e generare strategie da testare per permettere al bambino di accedere agli apprendimenti proposti.

Perché si tratta solo di bambini, che come tutti i bambini vogliono solo essere felici. Il nostro dovere di adulti è quello di accompagnarli ed affiancarli per non fargli manifestare con condotte distruttive, siano esse oppositivo-provocatorie, auto o etero-agressive i limiti emozionali e cognitivi che non sanno verbalizzare all’altro.

Dr.ssa Alessia Meloni


15 novembre 2018

foto da: http://www.vitadamamma.com

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HO UN FIGLIO PREFERITO. SBAGLIO?


Quale genitore almeno una volta nella vita non si è ritrovato a farsi questa domanda.

Che sia un genitore a porsela o che sia un figlio a farla, questa è una domanda molto comune, seppure tratta un argomento molto delicato.

Essa può nascere da diverse situazioni: dalla rivalità tra i figli, sensi di colpa dei genitori o da tante altre dinamiche familiari.

 Oltre ai vissuti soggettivi, esistono diversi studi che hanno affrontato questo argomento.

 

Per molti, esso può diventare un trascorso che rimane legato all'infanzia, ma spesso si presenta anche in età adulta, condizionando talvolta l'essere genitore, i rapporti in ambito lavorativo o altre relazioni sentimentali.

La maggior parte dei genitori alla domanda se hanno un figlio preferito, rispondono no, ma poi i loro atteggiamenti, comportamenti o semplicemente le loro reazioni emotive dicono altro.

Questo potrebbe portare confusione tra i figli, ed inconsciamente si potrebbero sviluppare complessi di inferiorità (nel caso del figlio "non" preferito) e ansia da prestazione (nel caso dei figli preferiti).

 

Sebbene possa sembrare un qualcosa da nascondere, l'avere un figlio preferito dovrebbe essere un "cruccio" contro il quale i genitori non dovrebbero combattere, ma semplicemente prenderne atto, così da poter rendersi conto di quello che provano e gestire le emozioni in modo da non far pesare questo loro vissuto ai figli. Non bisognerebbe negare a se stessi la preferenza di un figlio ma anzi accoglierla come un qualcosa che fa parte di noi e come tale gestirla al meglio delle proprie possibilità, in questo modo si possono migliorare anche i rapporti tra tutti i membri della famiglia.

 

E quindi se per esempio il figlio con il quale si è meno in sintonia accusa il genitore di avere una preferenza verso un altro fratello o sorella, si potrebbe chiedere cosa gli fa pensare questo e ci si potrebbe mettere in discussione per capire dove effettivamente si palesano i comportamenti che lasciano pensare ad una preferenza e dopo aver chiarito fare un gioco insieme da soli, per passare un po' di tempo “solo vostro”.

Mentre con il figlio preferito,bisognerebbe non perdere di vista che, se fa qualcosa di sbagliato o assume qualche comportamento di superiorità con il fratello o la sorella, è importante dirglielo anche se questo significa fargli qualche piccola ramanzina, così da responsabilizzarlo e non creare in lui il concetto de “ho sempre ragione”.

 

dott.ssa Diana Falvo


22 ottobre 2018

foto da: https://www.ilmessaggero.it/primopiano/scuola_e_universita/scuola_contratto_aumenti_mese_tribunale-3...

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INCLUSIONE SCOLASTICA ED ESCLUSIONE          

La scuola è oggi luogo di incontro con alunni provenienti da culture diverse. Nelle aule scolastiche, questo confronto crea alcune problematiche.

Le più comuni sono, dal punto di vista degli insegnanti:

-       diversità linguistica e gestionale: bambini senza una conoscenza madrelingua dell’italiano e senza il materiale scolastico richiesto.

Dal punto di vista dei genitori:

-       diversità dei modelli educativi e didattici: gli insegnanti non sanno farsi rispettare dagli alunni e nella scuola italiana non si impara niente di utile, solo a giocare.

Sono criticità che possono bloccare l’apprendimento degli alunni, che finiscono col trovarsi in svantaggio didattico rispetto ai compagni. Conseguentemente diventa difficoltoso sviluppare un’appartenenza al gruppo dai pari, considerata centrale nello sviluppo del senso di cittadinanza.

Nel documento "Indicazioni nazionali e nuovi scenari" il MIUR recepisce la complessità dell’incontro interculturale sottolineando come l’inclusione sociale a scuola sia la base per costruire una cittadinanza attiva e responsabile.

Per interfacciarci con questo ambiente interculturale, possiamo adottare tre azioni:

- conoscenza

- integrazione

- consapevolezza

Conoscere permette di acquisire le abilità necessarie alla risoluzione dei nuovi problemi di apprendimento che i bambini migranti pongono al sistema educativo italiano;

Integrare le diversità permette di dare senso ai cambiamenti leggendoli come una continuità che naturalmente costruisce nuove identità generando nuovi insight e problem solving;

La consapevolezza permette di esprimere azioni nel presente, rendendoci sensibili e reattivi a ciò che accade nel qui ed ora.

In ambito scolastico è possibile attivare queste tre azioni aprendo sportelli di ascolto con cui conoscere le diversità in presenza di rappresentanti riconosciuti sia dalla comunità straniera che dall’istituzione italiana (come possono esserlo gli insegnanti e i mediatori culturali). In questo modo si integrano le risorse delle culture di provenienza con quelle dello Stato ospitante, generando un incontro che definisca consapevolmente strategie comuni nell’interesse dell’alunno e del suo percorso di inclusione scolastica e crescita come cittadino.

Senza conoscenza ed integrazione, la scuola rischia di reprimere inconsapevolmente le diversità identitarie col modello culturale predominante. In questo caso i bambini imparerebbero un’obbedienza fittizia, rafforzando internamente l’appartenenza a gruppi estremi nel tentativo di trovare nuclei opposti rispetto a quelli da cui sono stati esclusi.

dr.ssa Alessia Meloni


24 settembre 2018

foto da: http://www.arsmentis.it
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DSA DISTURBI SPECIFICI DELL'APPRENDIMENTO

Cosa sono e cosa fare


DSA è l’acronimo di: “Disturbi Specifici dell’Apprendimento”. È un gruppo di disturbi appartenenti all’area del neurosviluppo, caratterizzato da criticità osservabili in età scolare riguardanti l’apprendimento, senza che vengano riscontrate disabilità intellettive, disturbi sensoriali o neurologici.

Più specificatamente rientrano nel gruppo DSA:

-       i disturbi dell’espressione scritta (difficoltà nel comporre testi scritti);

-       la disgrafia (disordine o errori nella scrittura);

-       la disortografia (impossibilità a scrivere ciò che viene dettato);

-       la discalculia (incapacità di comprendere simboli numerici ed eseguire calcoli);

-       la dislessia (disturbo della lettura).

A scuola i DSA si manifestano con rendimenti scolastici inferiori ai livelli attesi. Le prestazioni insufficienti sono spesso associate a un abbassamento dei livelli di autostima e conseguentemente alla perdita di motivazione. Per esempio un ragazzo con dislessia potrebbe pensare: “Non riesco a leggere, non sono capace!” e rifiutarsi di studiare.

Per capire cosa fare quando viene certificata una diagnosi di DSA, è utile sottolineare che questa etichetta diagnostica indica modalità diverse di accesso del bambino alla conoscenza. Non significa che nostro figlio sia malato, ma che applica un ragionamento diverso, che lo contraddistingue, come tante altre caratteristiche individuali ci contraddistinguono per l’intero arco della nostra vita.

Per migliorare lo studio, e quindi la qualità di vita degli studenti con DSA, è possibile affiancare un tutor che nel rapporto uno a uno trovi con loro un metodo con cui costruire delle rappresentazioni alternative basate sulle loro abilità specifiche, siano esse motorie, musicali o visive, che permettano di raffigurare diversamente concetti spiegati verbalmente in una lezione frontale. Così facendo i nostri studenti ricevono degli strumenti per essere consapevoli delle loro possibilità e delle indicazioni su come sforzarsi per trovare strategie diverse con cui gestire le difficoltà scolastiche che si trovano ad affrontare.

In questo modo li aiutiamo a conoscere ed accettare i loro limiti e le loro abilità, aggiornando la propria immagine per agire adeguatamente ed arrangiarsi nella vita in modo fluido e soddisfacente. Per questo la diagnosi di DSA può essere una fotografia delle difficoltà attuali, da cui partire per esplorare i punti di forza dello studente che ci troviamo di fronte.

Dr.ssa Alessia Meloni




17 settembre 2018

foto da: www.leostickers.com 

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IL PESO DI UN TRASLOCO

Suggerimenti per viverlo al meglio coi nostri figli

 

A tutti è capitato nella vita di imbattersi in un trasloco. E’ un momento del ciclo vitale misto di timore, curiosità, angoscia e entusiasmo da richiedere energia psicologica per fronteggiarlo. La vita ci richiede continui cambiamenti e adattamenti. Il trasloco è uno di essi. Comporta una ristrutturazione dell’identità per tutta la famiglia. Il cambiamento va vissuto non con paura e ansia ma come un evento significativo della propria vita e un passo verso la vita futura nel percorso di crescita. La sua risonanza emotiva colpisce l’adulto e ancor di più il bambino. E’ importante capire i segnali che il piccolo manda come il nervosismo e l’agitazione che può manifestare. Potrebbero essere utili piccoli accorgimenti per aiutare a vivere il cambiamento nel modo più sereno possibile:

Coinvolgerlo negli aspetti pratici, (preparare pacchi o arredare la nuova stanza),

Iscriverlo ad attività sportive per facilitare le nuove conoscenze

  usando il dialogo e la chiarezza sul perché si cambia casa, scuola o città e come avverrà il tutto;

fargli prendere confidenza col nuovo quartiere visitando, per esempio i parchi vicini.

Dargli la possibilità di salutare la vecchia casa o organizzare momenti d’incontro con i vecchi amici.

Farsi vedere sereni e fermi nella propria scelta. Se i genitori si mostrano felici e tranquilli lo saranno anche i figli che ritroveranno in loro immutabili punti di riferimento.

Un bambino che cresce deve superare cambiamenti e arrangiarsi ad essi trovando nuove strategie di vita utile per vivere al meglio le nuove situazioni. Dopo un momento iniziale di disorientamento, la capacità di arrangiamento lo riporterà a una maggiore consapevolezza delle sue risorse, liberandone anche di nuove. La capacità di superare il dolore del distacco e della separazione, prendendosi il tempo senza farsi travolgere ci rende capaci di vivere e di adattarsi ai continui passaggi della vita. E’ un’occasione oltre che di crescita, di conoscenza di sé stessi, delle proprie risorse, limiti e capacità.

L’adulto non deve nascondere il dolore e la difficoltà che vive, neppure spianare le difficoltò ma offrire contenimento emotivo al bambino ed opportunità di arrangiare il proprio sé (schemi mentali, emotivi e comportamentali) lasciandogli il tempo per elaborare la nuova esperienza a modo suo e con le sue strategie.

 

dr.ssa Alessandra Calvario


agosto 2018

foto da: https://www.oxfordviaggi.it/corsi_francese/cia_junior/program_cia_jun.htm

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BAMBINI IN VACANZA. Istruzioni per l'uso


Il 12 settembre si riaprono le porte delle scuole. Meno di un mese di tempo per finire i compiti e riprendere i ritmi sonno-veglia. Per molti genitori agosto è anche il mese del rientro al lavoro, per cui bisogna organizzare il tempo in cui i nostri piccoli restano a casa senza di noi.

La soluzione italiana più gettonata è ricorrere ai nonni, ma sempre più spesso i genitori vivono nei pressi del luogo di lavoro, lontano dal paese d’origine. Per questo negli ultimi anni si sono moltiplicati i centri che erogano servizi di centri estivi, che nei loro programmi hanno ore dedicate anche allo svolgimento dei compiti.

Il valore aggiunto di questa soluzione è il gruppo dei pari: i bambini imparano più facilmente con gli altri perché lavorare in un gruppo di coetanei costituisce un amplificatore della loro intelligenza emotiva, in quanto velocizza:

- la sperimentazione e quindi il riconoscimento dei propri bisogni e motivazioni;

- la moltiplicazione degli investimenti affettivi, oltre la famiglia e la classe;

- la gestione dei loro limiti attraverso l’identificazione dei loro talenti.

Questi sono alcuni dei punti che permettono ai vostri bambini, se sostenuti, di realizzare il processo di arrangiamento, ovvero di ottimizzazione ottimizzare il loro aggiornamento alle necessità del quotidiano attraverso il confronto e il dialogo con gli altri e delle loro esperienze.

Per quando i centri estivi sono chiusi, il consiglio è quello di fare rete con il vostro quartiere: magari fra i vostri vicini di casa c’è uno studente universitario che può farvi da babysitter.

Se invece il lavoro non vi tiene lontano dai figli potete costruire con loro degli strumenti che gli permettano di visualizzare il tempo che passa e la quantità di compiti da svolgere di giorno in giorno. Per esempio potete disegnare insieme un calendario settimanale dividendo il numero di pagine da leggere per i giorni della settimana e aggiungere alla fine della vostra giornata lavorativa un ‘ ora di tempo per affiancarli nei compiti che loro trovano più difficili. In questo modo, senza lasciarli completamente soli, gli permetterete di interiorizzare un livello maggiore di autonomia che poi applicheranno anche durante l’anno scolastico.

dr.ssa Alessia Meloni


9 luglio 2018

foto da: www.superinformati.com

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IL GUSCIO CHIAMATO TIMIDEZZA

Piccoli suggerimenti per uscirne fuori e superarla.

La timidezza è un tratto di personalità ma nel caso dei bambini può diventare un problema se suscita l’ansia e le preoccupazioni dei genitori. Innanzitutto non va confusa con l’introversione. L’introverso sta bene da solo, il timido desidera relazionarsi con altri ma non ci riesce e si sente a disagio. Entrambe possono nascondere un senso d’insicurezza e d’inferiorità. Non necessariamente il bambino timido ha scarsa considerazione di sé, è solo più selettivo e si relaziona più lentamente con gli altri. Di certo non va trascurata e i genitori sono i primi educatori che con il loro atteggiamento possono influire sullo sviluppo armonico del figlio.

Cosa evitare:

Non parlare del proprio figlio in sua presenza,

Non etichettarlo come svogliato o imbranato perché potrebbe fare proprie queste valutazioni,

Non criticarlo per le sue insicurezze

Non dargli troppa attenzione perché si potrebbe sentire osservato

Non sostituirsi a lui quando qualcuno gli rivolge una domanda

Evitare confronti con fratelli o compagni.

Cosa fare:

Descriverlo come riservato e discreto

Stare con lui nelle nuove situazioni sociali ( come a scuola) e allontanarsi pian piano lasciandolo ambientare per poi tornare prima che manifesti segni di disagio.

Incoraggiarlo a partecipare a feste e attività extrascolastiche che lui dovrà scegliere. Più si espone a esse più le troverà piacevoli e capace di gestirle.

Ascoltarlo e accettare il suo modo di pensare e sentire mostrando empatia. (A volte i genitori stessi sono stati a loro volta timidi da piccoli)

Accettare soprattutto il bambino così com’è e insegnargli a esprimere al meglio le proprie abilità in modo da raggiungere i propri obiettivi. Infine non demonizziamo questo tratto caratteristico di alcune persone. Esso può aiutare a riflettere più su sé stessi e a osservare meglio il comportamento degli altri evitando conflitti. E’ importante che il messaggio trasmesso al bambino sia che ognuno deve saper riconoscere e registrare i propri limiti e che quelli definiti difetti sono in realtà le cose che rendono unica e speciale una persona.

D.ssa Alessandra Calvario




7 giugno 2018
foto da: www.giostradeicolori.it 

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GENITORI SEPARATI E FIGLI INGESTIBILI A SCUOLA

 Separazioni di coppia e alunni con disturbi emotivi e comportamentali a scuola sono diventati temi all’ordine del giorno. Sembra esserci un legame tra i due confermato da ricerche (Francescato,1992; ricerca svolta in California,1968),ed insegnanti. La rottura del legame tra i genitori, se mal gestito, può avere effetti negativi sui figli e la loro crescita.

Le dinamiche familiari cambiano e si rivoluzionano soprattutto quando intervengono altri partners o figli di quest’ultimi. Ognuno deve ricrearsi nuova vita, abitudini e persino rivedere i ruoli. I genitori devono registrare il mondo interno proprio e dei figli, aggiornare quello relazionale, arrangiare anche i sistemi educativi. Le reazioni dei piccoli variano secondo molti fattori. Non è ovvia e né scontata l’equazione separazione = figlio disturbato, ma ci sono dei rischi.

Come evitarli?

 Le difficoltà affettive e la ridefinizione dei legami possono non essere facilmente affrontabili né dai genitori né dai figli così possono generarsi rabbia, rancori, silenzi… su cui si possono innestare stati ansiosi o addirittura attivare angosce che incidono in modo negativo sull’attenzione e la concentrazione, la condotta ed il rendimento scolastico.

I figli hanno bisogno di sentirsi amati e sicuri, vedere vicine le loro figure di attaccamento. Se esiste una conflittualità tra adulti possono interpretarla come abbandono e portare a scuola rabbia, paura, insicurezza esplodendo in aggressività fisica e irrequietezza fisica ed emozionale.

I genitori e le altre figure di riferimento (caregivers) hanno così difficoltà a gestire i figli fermandosi spesso  ai sintomi e non vedendo l’origine del loro dolore espresso.

La mancanza di regole, l’incoerenza educativa, alternando punizioni e ricompense senza motivo per esempio, un rapporto spesso superficiale o obbligato magari da un accordo di separazione (es. il primo e terzo week end del mese i bambini stanno con il padre) può generare di fatto, relazioni falsate a cui i figli tentano di ribellarsi.

Di cosa hanno bisogno i figli?

1 Di avere chiaro il cambiamento della situazione che vivono e che non possono controllare offrendo loro nuovi strumenti per gestire questa passività come ad esempio degli interventi psicologici appositamente strutturati;

2 Necessitano di tempo per trovare un ruolo nella nuova struttura familiare e relazionale di aggiornare accettare e registrare l’assenza fisica come non equivalente a un’assenza psicologica e affettiva;

3 Essere compresi nel significato vero delle loro apparenti inadeguate reazioni.  Queste infatti possono essere anche tentativi, anche se disfuzionali, di arrangiare le proprie esistenze sul nuovo assetto relazionale ed emotivo comunicando, per esempio la rabbia. Se ci si concentra sulla comprensione e si lavora sulla registrazione dei sentimenti coinvolti come la rabbia, la frustrazione… si potranno affrontare, gestire e superare anche i comportamenti disfuzionali dei nostri ragazzi che rischiano di rovinarli e creare grosse criticità.

Sono quindi i genitori insieme agli insegnanti e gli operatori del settore i veri chiamati in causa in una logica di collaborazione e non di scaricabarile. I genitori per primi prenderanno consapevolezza e capacità di gestire il loro stato emotivo in modo da apparire aperti all’ascolto e al dialogo col proprio figlio trasmettendo un’immagine di sicurezza, supporto e stabilità.  

D.ssa Alessandra Calvario                                                                                                                              



7 maggio 2018

foto da: www.insiemeinfamiglia.com



IL MIO MONDO IN UN DISEGNO

Il disegno è un piacevole passatempo ma anche un’ importante forma espressiva e relazionale.

Nato come prima forma di comunicazione dell’umanità, il disegno riveste molta importanza sul piano comunicativo ed educativo. Al servizio degli irrequieti o dei più timidi è un mezzo per esprimere ciò che non riesce a essere verbalizzato. Allena la concentrazione, alimenta la creatività, è un modo per connettersi agli altri e sentirsi parte di un contesto. Il foglio bianco è l’anima, il Sé, il proprio mondo su cui si proietta l’esperienza vissuta, ogni emozione e pensiero.

I colori creano effetti diversi riflettendo le diverse sfumature esistenti nella vita. Anche lo scarabocchio ha il suo significato tanto che in contesti quali perizie in tribunale, il disegno è la via di accesso alla comunicazione con bambini vittime di abusi. Chiedere ciò che ha disegnato accresce le abilità linguistiche, racconta di sé, prende conoscenza e consapevolezza del suo mondo presentandolo e condividendolo con l’adulto. In casa non dovrebbero mai mancare fogli, matite e colori.

Anche i piccoli come gli adulti risentono dei ritmi frenetici che la società impone con conseguente stress. Il disegno è gioco, divertimento, fatto da soli o con altri. Permette di allentare le tensioni, esteriorizzare emozioni difficili da definire, formando adulti capaci di relazionarsi con gli altri, consapevoli dei propri limiti e potenzialità. Cuori, fiori, principesse o robot, ogni giorno i bambini esprimono la loro personalità su un foglio bianco. I destinatari delle loro opere sono sempre gli adulti (genitori, insegnanti, nonni), che devono “ascoltare” con gli occhi senza tralasciare nessun particolare di questo dono (che rappresenta il loro mondo), che il piccolo porge nelle loro mani.

Qualche idea per valorizzare i disegni dei nostri figli:

1 scannerizzandoli e poi stamparlo su una maglietta, una tovaglia, una coperta…

2 appendere il disegno in casa

in modo da sostenere e valorizzare l’espressività e la comunicazione Concludo con una frase di Paul Klee: “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non lo è”.

D.ssa Alessandra Calvario

30 aprile 2018

foto da: http://www.faenzawebtv.it/w/la-gestione-del-bambin...

COME GESTIRE LE EMOZIONI NEI NOSTRI FIGLI?

Conflitto e gioco per potenziare l'intelligenza emotiva.


Crescendo il bambino passa dalla totale dipendenza dalla madre, alla conquista graduale dell’autonomia individuale. Questo processo è detto di individualizzazione.

Fin dalla nascita le emozioni permettono ai nostri figli di esprimere i loro bisogni: paura, rabbia, tristezza e felicità vengono espresse in pianto, irascibilità, aggressività e risa. Ai genitori spetta il compito, a volte difficile, di soddisfare le necessità dei piccoli, orientandoli nella relazione e nella scoperta del mondo e tradurne i significati es: “Hai preso una botta e ti sei spaventato. Povero piccolo”.

Ma cosa fare quando i bambini sembrano incontentabili, insopportabili, e i loro comportamenti inadeguati? Di fronte ad ogni conflitto nella relazione con nostro figlio, possiamo iniziare ad affrontare il problema usando le emozioni. Valorizzarle come informazioni utili, piuttosto che reprimerle, ci permette di costruire modelli di potenziamento efficaci. Possiamo così trasmettere ai più piccoli gli strumenti relazionali e comportamentali con cui arrangiarsi al contesto sociale, adottando condotte adeguate che soddisfino anche i loro bisogni.

Come fare nella pratica? In primis partendo da noi, per esempio non lasciando soli i nostri figli, ma affiancandoli in generale, e in particolare nel gioco.

Giocare con loro consente al bambino di sperimentarsi nel contesto della finzione: una cornice protetta entro cui l’eccezione alla regola è ammessa e dove la presenza dell’adulto fornisce un modello per orientare i piccoli nello sviluppo delle loro abilità. Questo gli permetterà di conoscersi esplorando pensieri e sentimenti senza diventare schiavi delle passioni, ma potenziando la propria intelligenza emotiva: radice dell’empatia e base delle relazioni sociali. Nel quotidiano quindi, comprendendo, dando il significato delle loro emozioni e nominandogliele: “Piangi perché sei spaventato” sono i mattoncini fondamentali che permetteranno ad ogni individuo da adulto di registrare le proprie emozioni e quindi ad essere congruente con le esperienze che sta vivendo.

Per una serata con mamma e papà consiglio il film d’animazione: “Inside Out”.

Dr.ssa Alessia Meloni



Foto da: http://www.bertegiocattoli.it/prodotti/casetta-per... 


14 aprile 2018

GIOCARE CHE PASSIONE!

Il gioco: un’esperienza di vita dagli aspetti educativi e formativi.


Il gioco non è solo un piacevole ricordo dell’infanzia, ma è presente in modi diversi in ogni fase della crescita, fa parte del mondo reale e alimenta quello fantastico contribuendo alla costruzione della personalità individuale. La vita stessa è un gioco con l’alternarsi di vincite e perdite. E’ l’attività preferita dai bambini e se partecipano i genitori diventa più piacevole. Il gioco è una componente importante dello sviluppo del bambino, della relazione genitori/figli, dell’apprendimento e conoscenza di sé.

Il gioco è creatività, esplorazione, emozione, espressione della fantasia, conoscenza del mondo circostante. Ogni gioco ha una funzione. I giochi di finzione o simbolici permettono di rivivere e rielaborare emozioni vissute nel quotidiano, ma in una dimensione in cui tutto è possibile Il “far finta” permette di risolvere da solo e gestire le proprie emozioni negative, per esempio. Quando gioca alla lotta o rifiuta una proposta il bambino può guadagnare una nuova consapevolezza e registra i suoi limiti e capacità confrontando le reazioni degli altri.

E’ importante il gioco libero, non strutturato, perché stimola la fantasia e la curiosità. E’ altrettanto importante il gioco in gruppo per socializzare e interiorizzare delle regole sociali oltre che per sviluppare l’intelligenza emotiva. Forse niente è più coinvolgente del gioco per un bambino.

E’ un potente mezzo con cui trasforma la realtà, la reinventa, riflette i suoi sogni e desideri. Il gioco può essere anche una palestra della fantasia l’attività ludica che permette di allenare la creatività, l’immaginazione, il pensiero e le emozioni per trovare alternative e strategie di adattamento a una realtà vista come dall’esterno con le proprie risorse interne.

Dr.ssa Alessandra Calvario



foto da: https://www.amicopediatra.it/crescita/bambini-e-co...

 

4 aprile 2018

TECNOLOGIA: QUAL E' LA DOSE GIUSTA ?

L’influenza delle nuove tecnologie sembra rendere il percorso di crescita dei bambini e degli adolescenti sempre più articolato. Ma ogni cosa ha il suo tempo, anche l’utilizzo della tecnologia.

Da 0 a 3 anni: aggiornamento ! Rinnoviamo gli schemi educativi, ma non togliamo esperienze importanti ! Un bambino necessita di sviluppare competenze interagendo con l’ambiente attraverso esperienze sensoriali che utilizzino tutti e cinque i sensi.

Da 3 a 6 anni: regole! In questa fascia d’età un’ora di videoschermi al giorno è più che sufficiente, e l’accesso a Internet è vietato. E’ utile privilegiare le esperienze dirette, la manipolazione, l’interazione relazionale.

Da 6 a 9 anni: alla scoperta! Occorre cominciare a dare qualche spiegazione semplice ed essenziale su come utilizzare i videogiochi, la TV, il digitale, ma per navigare in Internet da soli c’è ancora tempo.

Da 9 a 12 anni: sviluppo delle capacità relazionali. Internet può essere introdotto a 9 anni perché è l’età in cui i bambini escono dal pensiero magico. Ora possono, gradualmente, interagire con il mondo anche attraverso gli strumenti digitali.

Nell’età pre-adolescenziale e adolescenziale inizia un periodo della vita nel quale i ragazzi vogliono costruire qualcosa di proprio e hanno bisogno del loro spazio, ma non dobbiamo mai smettere di “monitorare”: i social network offrono la possibilità di creare Sé possibili e mancano degli elementi metalinguistici con il rischio di un’identità fluida e di un “analfabetismo emotivo”.

Inoltre, occorre sempre individuare regole sociali che coinvolgano tutta la famiglia: niente cellulare a tavola, il rispetto dell’interlocutore, l’attenzione all’utilizzo e alla condivisione di immagini e video, il tempo da dedicare ai videoschermi, il pc in una zona della casa accessibile a chiunque, l’inserimento di password e filtri di controllo parentale.

dott.ssa Maria Maggi


foto da: http://www.mamme24.it/5-consigli-per-non-danneggia...

19 marzo 2018

COME SI COSTRUISCE L'AUTOSTIMA NEI NOSTRI FIGLI?

Cos’è l’autostima? Come aumentarla?

Un suo possibile significato è dato dal considerarla come il rapporto tra i successi ottenuti e le aspettative di un soggetto. Si tratta di un concetto multidimensionale, influenzato da fattori ambientali e culturali che contribuiscono a migliorare o peggiorare le prestazioni individuali. Secondo questa definizione è possibile ricavare il livello di autostima osservando il posizionamento del singolo soggetto rispetto:

- alle sue relazioni interpersonali;

- al controllo che esercita nell’ambiente circostante;

- all’espressione della propria emotività;

- al successo scolastico;

- alla vita familiare;

- a come vive il proprio corpo e come lo usa nello spazio.

In particolare l’autostima nei bambini è in continua costruzione. L’estrema plasticità dei nostri figli li porta a vivere cambiamenti quotidiani. Nell’accompagnarli nella loro crescita, la famiglia dovrebbe progressivamente delegare una parte della loro educazione alla società. Il primo passaggio è la scuola.

Qui gli alunni imparano a sviluppare relazioni istituzionalmente accettabili nel contesto scolastico attraverso l’interazione col gruppo dei pari e col gruppo degli adulti che lì operano: le maestre, i bidelli, il dirigente scolastico aggiornando i modelli familiari con quelli nuovi e iniziando a confrontarsi con modi di sentire diversi da quelli familiari.

Le nuove situazioni e contesti gli permettono di sperimentarsi sempre più in autonomia nelle relazioni con gli altri. Queste nuove esperienze comprendo successi e fallimenti, lo aiutano ad auto-valutarsi e parallelamente a sviluppare un’esperienza di sé sempre più diversificata. In altre parole il bambino sviluppa un’immagine di “chi è secondo lui” e come può essere visto dagli altri. Questo orienterà la sua azione non solo in ambienti conosciuti, ma anche in nuovi contesti.

Accompagnarli ed affiancarli nella crescita significa andare alle loro nuove esperienza significati, in un formato che sia comprensibile e accettabile per loro (non per noi!). Questo passaggio gli permetterà di costruire la loro resilienza e pensare a strategie diverse che gli consentano di ottenere futuri successi senza collezionare continui fallimenti, che rischiano di aumentare i livelli di frustrazione che portano i bambini a sviluppare una bassa autostima inibendone l’azione e l’esplorazione ambientale.

Prendiamo l’esempio di un fallimento scolastico: il bambino si confronterà con un limite esterno che ridurrà il suo livello di autostima. Tuttavia questo stesso limite può permettergli di sviluppare strategie di arrangiamento rispetto alle richieste scolastiche, fornendogli un bagaglio di conoscenze su come riconoscere ed arrangiarsi alle regole sociali per essere più performante anche al di fuori della scuola e quindi sentirsi più fiero di sé.

Per concludere: educare degli adulti empatici, resilienti ed efficaci implica lavorare insieme ai nostri figli per contribuire alla formazione della loro personalità permettendogli di comprendere i nostri linguaggi, spesso valutativi e impersonali, dandogli strumenti efficaci che gli consentano di adattarsi al loro ambiente senza sostituirsi alla loro esperienza.

Un film consigliato su questo tema per passare una serata con mamma e papà: Forrest Gump.


Dr.ssa Alessia Meloni


foto da: www.ladyo.it

12 marzo 2018

PANE E…CARTONI

Perché piacciono e cosa trasmettono.

Dai classici, intramontabili di Walt Disney ai più moderni, da sempre i cartoni esercitano un potere ammaliante e stimolante la curiosità e l’apprendimento dei piccoli. Trasmessi ogni ora su tanti canali diventano momento d’intrattenimento e di divertimento. Mezzi educativi e comunicativi, hanno potere di ricondurre anche gli adulti alla condizione di bambino, a patto che l’adulto non sia spettatore passivo ma guardi con spirito critico evitando brutalità e violenza a favore di cartoni che trasmettono valori di pace, bene, legalità.

E’ preferibile non lasciare troppo tempo e solo il proprio figlio davanti la tv ma guardarla insieme e interagire con lui per spiegargli cosa guarda e chiedergli se gli piace. Nonostante l’effetto ipnotizzante, consideriamo gli aspetti educativi che veicolano :

·l’uso di un linguaggio diretto, chiaro, semplice, immediatamente fruibile offrendo modelli e modalità di rapportarsi a storie di vita quotidiana

·l’efficacia del linguaggio emozionale

·il potere di rispecchiamento e identificazione che stimolano nei piccoli spettatori.

I cartoons accedono alle emozioni profonde, al bisogno di continuità, sicurezza, costanza attraverso la ripetitività degli eventi e il racconto a lieto fine. Soddisfano le esigenze infantili legate a quegli stati di aspettativa ed eccitamento che si creano nell’interazione ludica con la madre, aiutando a sintonizzarsi con l’altro empaticamente. I soggetti sono antropomorfizzati, viene enfatizzata la gestualità, prevale l’espressione degli stati emozionali, permettendone la registrazione e il riconoscimento.

Attraverso l’immedesimazione nei personaggi si sviluppa una comprensione empatica e competenze relazionali. Si favorisce un apprendimento per immersione proponendo una realtà dai tanti volti sulla quale si agisce con le proprie risorse. Le informazioni vanno collegate al contesto da cui provengono e poiché, i contesti sono di diverse nazionalità, emerge la multiculturalità e l’integrazione, tema molto attuale.

Un elemento molto forte è il potere di rispecchiamento che stimola attraverso esperienze note ai bambini, (mangiare, dormire, giocare), ma anche con immagini riproducenti caratteri prototipici dell’infanzia, (testa grande, guance paffute, naso all’insù, bisogno di accoglienza e tenerezza). Questo sintonizza il piccolo con l’eroe del cartone e temi di amore, amicizia rispetto per la natura vengono facilmente interiorizzati. Nonostante il cambiamento nel tempo i cartoni restano sempre un potente mezzo educativo.

Parlano di emotività, temi esistenziali, paura facilitando nel piccolo spettatore la consapevolezza del suo mondo interno e esterno e possono confrontarsi con modelli (anche se animati) comportamentali ed etici che potranno poi aiutarli ad alimentare la resilienza personale nell’affrontare gli ostacoli della vita così come fanno i protagonisti dei amati cartoni.

Dr.ssa Alessandra Calvario


foto da: www.chiesiscilla.it


5 febbraio 2018

RIFIUTO DELLA SCUOLA

Cosa può nascondere e come poterlo gestire.

Chi non ha avuto mai periodi in cui di andare a scuola non ne aveva voglia e ha cercato di evitarlo in tutti i modi? Può capitare all’apertura o al rientro dalle vacanze natalizie sentirci dire “Non voglio andare a scuola!”. Può essere un rifiuto momentaneo, legato all’uscita da casa e all’abbandono dei genitori ma se persiste è necessario indagare la presenza di eventuali problemi. Non è facile per i genitori fronteggiare tali situazioni e trovare un equilibrio tra razionalità e emotività.

Assale il senso d’impotenza e disorientamento. Il rifiuto si manifesta verbalmente, con sintomi psicosomatici (mal di testa, di pancia, vomito), o ansia e agiti aggressivi. Può essere un semplice marinare la scuola o assumere la forma di una fobia scolare. Diversi possono essere i fattori scatenanti: problemi relazionali con compagni o insegnanti, eventi stressanti familiari (nascita di un fratellino, trasloco, separazione dei genitori), difficoltà di apprendimento. L’assenza diventa un modo per difendersi da eventuali minacce, preservare l’autostima o mantenere il controllo su una situazione familiare.

Ma questa “soluzione” diventa “problema” in quanto la scuola è luogo di crescita culturale, educativa, ma anche relazionale e sociale. Qualunque sia la causa sono necessari adulti attenti. Non si tratta di accogliere e concedere ma ascoltare e capire cosa c’è dietro il NO. Ottenere ciò che si desidera rinforzerà l’idea della fuga come soluzione e compromette un’adeguata consapevolezza delle capacità di affrontare le situazioni spiacevoli. Se dopo aver consultato l’insegnante non emerge nulla di significativo è opportuno avviare una buona e confidenziale conversazione genitore-figlio.

E’ bene aiutarlo a definire l’emozione provata senza colpevolizzarlo e spronarlo a cercare la soluzione in modo da acquisire fiducia nelle proprie risorse e capacità di trovare alternative arrangiandosi a nuove situazioni. Il genitore potrebbe motivare il figlio ad andare a scuola serenamente magari coinvolgendolo dopo a fare ciò che più desidera. In caso di un evento stressante è importante la gestione emotiva e relazionale di esso.

I figli vanno informati e rassicurati. Le emozioni vanno identificate e vissute così da poterle registrare nel proprio mondo interno. Accogliere paure e preoccupazioni, assicurando che scuola e famiglia sono luoghi sicuri. In conclusione, il rifiuto scolare, se frequente, non va sottovalutato ma analizzato per intervenire efficacemente a incremento della resilienza di chi ne è coinvolto, il minore.

Alessandra Calvario



foto da: www.blogmamma.it

23 gennaio 2018

LE FATICHE DELLE MAMME: CONSIGLI PER SOPRAVVIVERE

Mamme, ma prima ancora donne. Mamme ma anche lavoratrici, mamme ma anche mogli, compagne, fidanzate.

Eppure una volta mamme tutto il mondo inevitabilmente ruota intorno alla meravigliosa priorità dell’accudimento dei propri figli tra le mille e una difficoltà che comporta.

Come sopravvivere alle fatiche della vita di una mamma? Qualche consiglio che apparentemente potrebbe risultare scontato a volte viene perso di vista.

1- Farsi influenzare dal travolgente entusiasmo dei bambini: Anche quando si è stanche e sopraffatte, è bello e rigenerante notare come un bambino sorrida ad uno stimolo che alle mamme possono addirittura passare inosservati. I figli spesso vogliono condividere le piccole scoperte e amano raccontare. Non smettere mai di ascoltare attivamente e di gioire delle piccole grandi soddisfazioni di cui gioiscono loro.

2-2- Se non hai il tempo o materiale di dedicarti a piccoli momenti per te stessa cerca di ritagliarli comunque coinvolgendo i figli: trovare un compromesso per intrattenere o creare un ambiente confortevole e stimolante per i propri figli e contemporaneamente dedicarsi alle proprie esigenze (in alcuni casi preferibilmente non indispensabili ma di puro svago), è la tecnica per far collimare impegni e desideri.

3-Non prefissarsi di trascorrere tutto il tempo possibile solo in compagnia dei figli, di qualunque età si tratti i bambini o ragazzi stanno bene con i coetanei. È fondamentale che sappiano che possono contare sulla vostra presenza e reperibilità, ma lo spazio di gioco, studio, sport con i coetanei senza la supervisione diretta della madre è altrettanto utile e costruttiva.

4-Parlare il più possibile delle preoccupazioni o dei pensieri eventuali con partner, propri familiari o amici: Non è quasi mai positivo a lungo termine tenere per sé stessi sentimenti negativi e preoccupazioni anche se apparentemente superficiali o addirittura imbarazzati. Confrontarsi con persone vicine (o non) potrebbe essere il giusto modo per rimettere

in prospettiva la visione delle cose, tranquilllizzarsi o aiutarsi a porre la propria attenzione su aspetti finora poco considerati.

5-Non colpevolizzarsi: spesso e volentieri in maniera diretta o indiretta il comportamento di un genitore ricade su quasi tutti gli aspetti emotivo, caratteriale e comportamentale dei figli ma questo non significa che se qualcosa non va per il verso giusti s “colpa” della mamma. Sapendo che ciascun genitore tendenzialmente fa del proprio meglio, l’idea d colpa è un ostacolo al miglioramento oltre che una frustrazione controproducente. Sarebbe meglio riuscire ad osservare le cose da una certa distanza in modo tale da poter riconoscere il margine di azione ed agire, laddove possibile, a livello emotivo piuttosto che pratico.

Dr.ssa Fabia Pietersen


foto da: www.granarolobimbi.it

12 gennaio 2018

ARRIVANO I SUPEREROI!

Modelli da imitare e…da moderare

Spiderman, Batman, Ironman, sono solo alcuni dei personaggi che popolano la fantasia dei bambini. Dotati di superpoteri si elevano a eroi del bene e protettori dei deboli. Ma dietro le maschere si celano uomini comuni con problemi reali, un passato di sofferenza e che soffrono ancora. Hanno paure e debolezze che affrontano canalizzando verso il bene tutti i propri disagi interiori, insegnando che il dolore può farci crescere e non solo abbattere.

I media contribuiscono all’imposizione di tali modelli. Il loro mondo affascina e coinvolge. Essi sono quello che vorremmo essere, lo specchio di paure, sogni ,desideri di ognuno. La figura del supereroe è valorizzante per il bambino. Identificandosi con lui e il suo coraggio trova la forza per confrontarsi con i genitori ( considerati onnipotenti) e le risorse per superare le frustrazioni. 

Affascinato dagli scontri tra buoni e cattivi prende coscienza di ciò che è bene e ciò che è male e dell’esistenza delle difficoltà, delusioni, giudizio degli altri. Questo è ciò che apprendono crescendo mentre costruiscono la loro personalità passando dall’imitazione all’identificazione. Un supereroe penetra nel profondo di bambini, ragazzi e adulti. Invincibili eroi ma anche esseri umani vulnerabili. Osservandoli il bambino prova quello che “loro” provano e familiarizza con emozioni piacevoli e non, integrando le ambivalenze, alimentando la consapevolezza e resilienza emotiva per adattarsi al contesto di vita. Il costume, indossato, permette di entrare nel mondo magico col vissuto di esser più forte (del genitore), secondo l’immaginario infantile. Ma consente anche di tornare alla realtà, se tolto, e proiettarsi nel mondo adulto superando la finzione. 

Tutto ciò può spaventare un genitore?

A volte sì! Molte mamme si preoccupano di questa “eccessiva” ammirazione. Dietro di essa potrebbe esserci un desiderio o sogno del bambino. Si potrebbe sfruttare tale passione per iniziare un dialogo con lui e ascoltarlo nelle sue paure e desideri. Incoraggiare gli aspetti positivi a incremento dell’autostima, favorire la consapevolezza dei propri limiti e risorse e la capacità intuitiva di aggiustarsi agli eventi. Nulla di preoccupante finchè tutto resta nell’area della finzione. Si potrebbe, altrimenti, moderare l’esposizione e consumo di tali modelli coinvolgendo il bambino in tante attività in cui la passione per i supereroi è solo una delle tante cose che a lui piace fare. 

dr.ssa Alessandra Calvario

foto da: www.blogmamma.it

12 dicembre 2017

LITIGANDO SI IMPARA

Il litigio tra bambini: momento di crescita e di apprendimento.


L’aria si scalda, i toni si alzano, chi urla e chi piange. E’ nata una lite tra bambini ma anche un’occasione di crescita emotiva, cognitiva e sociale. Gli adulti ignorano la valenza positiva di questi conflitti pensando di doverli interrompere. Minori e adulti danno significati diversi alle dispute. Per i bambini litigare è un fatto naturale E’ inopportuno l’intervento dell’adulto in quanto priva il bambino di un patrimonio esperienziale tale da permettere l’esercizio delle sue abilità comunicative.

A cosa serve il litigio tra bambini?

1 Gli permette di acquisire consapevolezza delle emozioni provate e di quelle vissute da altri;

2 Con il litigio afferma se stesso imparando a conoscersi in un contesto in cui il compagno impone dei limiti al desiderio onnipotente di avere tutto;

3 Esplicita un disagio scoprendo l’esistenza di un altro punto di vista senza irrigidirsi sulla propria posizione;

4 Impara a gestire le forti emozioni come rabbia e tristezza aggiornando modalità sociali e relazionali più adeguate;

5 Giungere a un arrangiamento, una mediazione, che lo porta ad adattare i propri desideri e bisogni al contesto integrando mondo interno e esterno.

L’adulto potrebbe solo favorire il confronto tra bambini dando loro la possibilità di:

A Attingere alla resilienza personale;

B Si sviluppa il pensiero laterale perché il problema è visto da angolazioni diverse;

C Si costruiscono, inoltre, gli strumenti per registrare le proprie emozioni e pensieri e per vedere la realtà secondo diverse prospettive agendo intuitivamente su di essa senza modificarla, ma arrangiandosi ai suoi continui cambiamenti.

dr..ssa Alessandra Calvario

FOTO DA: www.studioergo.it

10 novembre 2017

I NOSTRI FIGLI E….ASCOLTIAMOCI

Ascoltare per imparare, imparare ad..ascoltare

Un giorno una bambina mi disse “Sei il mio punto di riferimento.. perché mi ascolti”. La confidenza mi suggerì quanto i bambini abbiano bisogno di essere ascoltati e mi chiesi soprattutto quanto i genitori li ascoltano? E come? L’ascolto è comunicazione. I bambini ne hanno bisogno per sentirsi accolti, accettati e poter raccontare e condividere con gli adulti, più importanti nella loro vita, quello che provano. Molte volte chiedono attenzione in momenti in cui l’adulto è impegnato, stanco, arrabbiato scatenando reazioni di non risposta (allontanamento verbale o fisico, assenza emotiva,) al suo bisogno del momento. La loro sensibilità è superiore a quella dell’adulto e potrebbe risentirne l’autostima e la sicurezza di sé. Meglio la sincerità e comunicare la propria indisponibilità posticipando il tutto dopo dieci minuti.

Ascoltare attivamente i propri figli significa insegnare loro un modello di comunicazione efficace, permettendo di esercitarsi in una dote preziosa per noi adulti. Elementi fondamentali di un ascolto attivo sono:

accettare l’altro com’è, comprendere i suoi stati emotivi (empatia), essere sinceri (autenticità).

Non si può pretendere che il bambino ascolti se l’adulto stesso ha difficoltà ad ascoltare.


Anche il non verbale parla. La postura, lo sguardo, il tono di voce vanno osservati inviando al tempo stesso messaggi di accoglimento, sguardi e cenni di conferma di ciò che dice e di incoraggiamento a parlare.

Dare dignità al proprio pensiero insegna ai bambini a essere persone sicure e aiuta noi adulti ad allenarci nella flessibilità e rispetto delle idee altrui. Ascoltarli, significa dedicare un tempo solo a loro, non giudicare né interrompere, dar valore al loro racconto e rimandargli il messaggio ricevuto senza metterci del proprio.Ascolto, accettazione e empatia insegnano una piacevole attività “l’ascolto interiore”. Rabbia o tristezza vengono rese per lui più accettabili in modo da prendere consapevolezza anche di sentimenti dolorosi così come delle capacità di risolvere autonomamente un problema e l’adulto facilita questo processo.

La capacità di ascoltare e comunicare efficacemente è una risorsa da registrare ed esercitare in modo da aggiornarsi a ogni contesto di vita e relazionale giocando flessibilmente le carte più appropriate al gioco e al giocatore con cui si disputa la partita.

dr.ssa Alessandra Calvario



23 ottobre 2017

SOCIAL: AI GENITORI FANNO PAURA...


I social network stanno prendendo piede ormai sotto qualunque forma e con qualunque risvolto. Come coerentemente i ragazzi si “adeguano” a questo stile di comunicazione e divulgazione, allo stesso modo i pericoli si “adeguano” al medesimo canale per diffondersi:

L’età nella quale i ragazzi si avvicinano all’utilizzo di questi strumenti si abbassa dando spazio da un lato a sempre maggiori abilità e confidenza nell’uso della dell’informatica -cosa importante e apprezzabile al giorno d’oggi- dall’altra una incompatibilità tra strumenti che sono vere e proprie “finestre” dalle quali è possibile guardare letteralmente tutto il mondo e al contempo essere visti da praticamente tutto il mondo, ed un’età troppo giovane per affacciarcisi a queste finestre.

Una volta i genitori potevano relativamente limitare le frequentazioni dei propri figli, così come la loro esposizione alle cose della vita belle o brutte che fossero, quantomeno secondo proprio giudizio e fino ad una certa età cercando per quanto possibile di dosare in maniera proporzionata tali esposizioni a quella che era presumibilmente una “preparazione psicofisica” adeguata.

Come farlo adesso? Con tale e tanta possibilità di contatti con chi si vuole e, purtroppo capita, anche con chi non si vuole?

  • -Parlare con loro: qualunque sia la loro età parlare con i propri figli spesso e possibilmente in maniera non superficiale è il miglior modo di capire cosa passa loro per la testa, cosa interessa loro, cosa fanno anche quando sono soli davanti al loro pc. Guardarli negli occhi mentre raccontano è una possibilità in più di vedere oltre che guardare.
  • -Imparare ad usare i social: anche se non ci si iscrive e non si ha una rete di amicizie online come i figli, è buona cosa sapere quantomeno usarli, eventualmente (non si sa mai) capire quali sono le tipologie di amicizie, foto, contatti che caratterizzano i vari e tanti diversi social network.
  • -Sollecitare i contatti veri e propri con gli altri: promuovere le amicizie dal vivo, le uscite in cui si parla, si ride, si fanno anche le bravate ma che danno spazio ad uno scambio umano invece che virtuale. In questo modo la normale e quasi inevitabile attività online sarà solo secondaria e di cornice a rapporti piè solidi e dei quali si riconosce l’importanza.
  • -Non impedire l’utilizzo dei social: Dal momento in cui si permette ai propri figli di disporre una tecnologia sufficiente ad avere accesso ai social network è inutile quanto pericoloso impedire loro di usarli, il risultato immediato sarebbe l’accanimento nel trasgredire alla regola.

Dr.ssa Fabia Pietersen


9 ottobre 2017

LE MIELLE E UNA NOTTE

Il potere terapeutico ed educativo delle fiabe

Ci hanno fatto sognare, aperto porte di mondi fantastici e accompagnato nella crescita. Riscopriamo il valore e il fascino delle fiabe in un’epoca in cui il digitale rischia di ridurre il bambino a mero recettore di stimoli e mina il racconto e la lettura. Fin dai primi mesi di vita ninne nanne e filastrocche sono un’occasione per condividere del tempo insieme. Il suono della voce del genitore, la sua disponibilità e calma hanno un effetto rassicurante e antiansia.

La favola serale non è solo un dolce avvio all’addormentamento ma accompagna il bambino nella sua dimensione più naturale: l’immaginazione. In essa convivono luoghi e personaggi fantastici, animali che parlano e persone che si trasformano. Le fiabe parlano un linguaggio universale, simbolico e rispecchiano le tappe dell’esistenza umana. Offrono soluzioni e mostrano che gli ostacoli possono essere superati. Risalta la capacità del singolo di affrontare i problemi della vita.

Ogni argomento allarma e tranquillizza, crea tensione e distensione al riparo delle mura domestiche dove nulla può accadere. Il “c’era una volta…” garantisce al bambino che può lasciarsi andare e immedesimarsi in vari personaggi favorendo processi d’ identificazione e l’espressionedelle proprie emozioni in un contesto sicuro e protetto. Tutto avviene in un luogo e tempo indefiniti.

Viene presentato il male ma l’osservazione creativa della realtà gli permette di distanziarsi da essa. Sono un valido strumento per sviluppare le capacitàcognitive (memoria, attenzione, pensiero logico), relazionali ed emotive. Il bambino si immedesima nel personaggio e le emozioni di rabbia, paura, gelosia che lo agitano trovano in essa un contenimento. La conoscenza emotiva di sé, di ciò che si prova aiuta a vivere meglio la realtà senza sentirsi in balìa degli altri o degli eventi riscoprendo la capacità di usare al meglio le risorse individuali.

Fiabe e racconti antichi si rivelano utili ai genitori per aiutare il figlio ad elaborareforti emozioni. Inventare con lui una storia potrebbe aiutarlo a dar voce ai sentimenti e sentirli senza averne timore. Una lettura rivolta ai piccoli ma utile anche ai grandi e, dopo una lunga giornata di lavoro, vale la pena dedicarsi a questa sana e piacevole abitudine.

Dr.ssa Alessandra Calvario



FOTO: disegnidacolorareonline.com


25 settembre 2017

MIO FIGLIO SI TROVERA' BENE A SCUOLA?

Alcune famiglie hanno qualche piccola preoccupazione in merito all’andamento scolastico dei propri figli. Altri hanno preoccupazioni in merito alle compagnie di amici, all’eventuale isolamento, al benessere più prettamente “sociale” dei figli in ambito scolastico.

In effetti, specialmente in questi ultimi tempi, i canali di informazione rendono sempre più pubblico il potenziale o vissuto disagio di ragazzini e, in alcuni casi bambini, che sfortunatamente vivono situazioni difficili con i loro compagni di scuola.

Come possiamo capire se i nostri figli sono o meno sereni quando vanno a scuola?

1 - Semplice quanto complesso il primo passaggio: cercare di parlare. Non è facile sottrarsi a diversi modi, diversi momenti e diversi occhi. Da parte di un figlio potrebbe essere visto come intrusione, tuttavia il mancato tentativo molto spesso ha conseguenze peggiori, come il senso di trascuratezza o l’assenza di attenzione nei loro confronti. Risultato: aumento del senso di solitudine.

Parlare anche con gli insegnati che, spesso, sono attenti sia ai cambiamenti di comportamento sia alle dinamiche tra compagni.

2 - Prestare attenzione ai segnali non verbali: l’umore dei vostri figli inevitabilmente risentirebbe di un malessere intenso durante la gran parte della giornata, quindi probabilmente mostrerebbe segnali di agitazione o svogliatezza prima di andare a scuola, alterazioni del modo di mangiare, sbalzi di umore o insofferenza nei confronti di attività abituali.

Quali modi potrei usare per promuovere il benessere dei miei figli a scuola?

1 – Cercare, a seconda dell’età dei figli, di coinvolgere nelle attività anche del tempo libero i compagni di classe, facendo in modo da creare una sorta di confidenza (naturalmente lasciando ai bimbi il loro spazio), che esula dal solo rapporto interno alla classe e, quindi, dall’opinione tendenzialmente circoscritta all’ambito delle lezioni ed intervalli.

2 – Promuovere i rapporti interpersonali anche esterni alla scuola come ad esempio in contesti sportivi o di compagnia di giochi nel quartiere ecc. Questo, anche se dovesse esserci qualche reale “difficoltà” del proprio figlio a relazionarsi con compagni e compagne, stimolerebbe un senso di sana appartenenza, di autoconsapevolezza e di non isolamento. Sensazioni che, consciamente o meno, aiutano ad affrontare situazioni spiacevoli in contesti nei quali invece, ci si potrebbe percepire indifesi, isolati o addirittura in difetto.

E se mio figlio è già in un momento davvero difficile?

Una parentesi di maggior attenzione in casi più complessi come quello del “bullismo” di qualunque intensità ed entità si parli, andrebbe fatta.

Supporto dei genitori; eventuale supporto di un professionista; lavoro di squadra con insegnanti; incoraggiamento del proprio figlio a sviluppare una maggior considerazione di sé in modo tale da mostrarla come “deterrente” ai propri compagni molesti (spesso e volentieri i bulli si divertono solo con chi ha paura, chi non ne ha non dà soddisfazione al loro gioco crudele).

Sono tutti questi provvedimenti utili e necessari.

Non ultima possibilità da considerare è un eventuale cambio di classe o scuola: non necessariamente questo sarebbe un segno di arrendevolezza o debolezza. Spesso cambiare ambiente senza ostinarsi a cambiare dinamiche viziate, è una mossa coraggiosa quanto netta. Permette di rimettere a posto i pezzi e non farsi inglobare fino a risultati potenzialmente molto pericolosi. Del resto noi adulti prendiamo spesso questa decisione per noi stessi.

Dr.ssa Fabia Pietersen


foto da: http://www.bcc-lavoce.it/2017/05/cosa-accadra-ai-f...