Gli psicologi dello sport rispondono

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19 novembre 

Buonasera, nostra figlia negli ultimi due anni ha frequentato un corso di karate, sempre con soddisfazzione e buoni risultati. Pena le nuove amicizie e i nuovi interessi, ultimamente ha perso interesse fino al dire basta, poichè a suo parere non piace più. A noi dispiace soprattutto per la motivazione che la spinge a farlo, secondo noi le nuove amicizie, e sapendo che imporlo servirà solo momentaneamente e a poco per il futuro, non sappiamo cosa fare.

Grazie mille.

 

Gentili genitori,

sarebbe stato utile avere maggiori informazioni rispetto a vostra figlia, come la sua età, il suo carattere, eccetera, poiché spesso la motivazione allo sport è influenzata dalle amicizie, dalle relazioni con i pari.

Quello che sento di dirvi, tuttavia, è di valutare insieme a lei quelli che siano i pro e i contro rispetto al fatto di lasciare questo sport e supportare comunque la scelta che lei farà, poiché imponendolo, non avrà comunque la motivazione giusta per continuare, anzi potrà avere l’effetto contrario e precludere la possibilità di ritornare a praticare karate. Parlatene con lei apertamente rispetto alle scelte che fa, senza farla sentire giudicata o costretta a dover scegliere qualcosa che in questo momento non sente di fare, se in questo momento non se la sente di continuare non è detto che sia sempre così.

Nella speranza di essere stata utile vi porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra

 

11 novembre 2019 

Ciao, sono D., mio figlio ha 11 anni, da quest'anno gioca in una squadra di buon livello. Tutti dicono(compreso io) che lui abbia delle grandi capacità col pallone, si allena che e una meraviglia… Il problema e che quando arriva la partita non corre, non mette la grinta necessaria e via dicendo. Non e un problema di adesso, nelle altre squadre in cui ha giocato era uguale.

 

Abbiamo cambiato squadre per capire se era un problema con l'allenatore, ma alla fine, in tutte le squadre, stesso problema. Quando fa il provino, lo prendono al volo. Le prime partite e sempre titolare, le danno pure la maglietta numero 10. Ma man mano che passano le partite, e comincia a deludere perché non corre e non mette la grinta necessaria, cominciano i problemi. Attualmente parte dalla panchina sempre. Vedo che gli altri bambini giocano tre tempi, lui a mala penna uno… Ma comunque devo dire che gioca 5 minuti ed è già stanco. Capisco la scelta dell'allenatore….

 

Potrebbe essere anche un problema di salute? Sinceramente non sappiamo cosa fare. E veramente un peccato perché vederlo con la palla ai piede e un piacere, ma vederlo in una partita… viene la voglia di entrare in campo e urlare fortissimo: CORRI!!!!!!! FAI QUALCOSA!!!!

 

Grazie della vostra disponibilità.

 

 

Gentile D.

la situazione che descrive è chiara: suo figlio possiede ottime doti calcistiche ma riesce ad esprimerle solamente negli allenamenti mentre durante le partite risulta spento, fuori dal gioco e si stanca immediatamente. Il problema potrebbe essere legato alle sensazioni e alle emozioni che prova durante le partite: è possibile che "senta" la partita e sia sopraffatto dalla tensione e dall'ansia. È una situazione che caratterizza un buon numero di ragazzi e va affrontata al fine di evitare l'abbandono per l'attività. Il mio consiglio primario è quello di parlare con suo figlio e capire insieme a lui come si sente prima e durante le partite e cosa vive di diverso rispetto agli allenamenti. Come sottolinea la teoria dell'arrangiamento, essere consapevoli delle proprie emozioni e sensazioni è fondamentale per trovare le soluzioni ai vari problemi e migliorare il proprio benessere. Queste informazioni saranno utili per capire se ha delle paure e quali sono. Paura di sbagliare? Paura di non essere abbastanza bravo? Paura di perdere? A questo punto sarà necessario tranquillizzare suo figlio e spiegargli che deve pensare solo a divertirsi e a fare il meglio possibile senza soffermarsi su possibili giudizi o valutazioni. Inoltre come genitore dovbrebbe cercare di sostenere sempre suo figlio, cercando di valorizzare gli aspetti positivi e di impegno, evitando critiche ed evitando di insistere sugli aspetti negativi. Insieme all'allenatore inoltre sarebbe importante individuare degli obiettivi che suo figlio deve raggiungere durante la partita: devono essere obiettivi raggiungibili, ben definiti e misurabili (es. fare 10 passaggi, provare 5 conclusioni in porta, provare a fare 5 1vs1 ecc). Questa tecnica si chiama Goal setting e serve a stimolare l'atleta con compiti definiti che una volta raggiunti sono fonte di soddisfazione e aumento dell'autostima.

 

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti

 

Buongiorno, sono papà di un ragazzino di 13 anni che gioca a basket, sia nella sua leva U14 che in quella maggiore U15, allenandosi puntualmente rispettando ogni decisione e indicazione dell’allenatore.
Nella leva U15 viene impiegato meno di tutti i suoi coetanei convocati, il più delle volte per un paio di minuti a partita, probabilmente perché il meno dotato fisicamente e tecnicamente.
Alla fine dell’ultima partita giocata, nella quale è stato in campo un solo minuto, ha trascorso tutto il tempo del viaggio di rientro nel silenzio più assoluto ed era visibilmente deluso, forse anche perché eravamo presenti noi genitori che avevamo percorso 150 km per vederlo giocare.
Vederlo così infelice mi ha fatto prendere la decisione di comunicare all’allenatore che nell’interesse di mio figlio non l’avrei più mandato alle partite U15, senza lasciare spazio a trattative.
L’allenatore ha provato a farmi cambiare idea spiegandomi che già la convocazione nella leva maggiore vuole essere un premio e che comunque il campionato è lungo e che ci sarebbero state sicuramente altre occasioni per poter giocare.
Sono consapevole che le scelte dell’allenatore sono state fatte nell’interesse della squadra e la mia decisione non è stata presa per contestare la condotta dello stesso.
Il mio unico scopo è tutelare la salute di mio figlio, poiché ritengo che continuare in questo modo possa fargli perdere fiducia nelle sue capacità non vedendo grande riscontro al suo impegno da parte dell’allenatore.
Tuttavia non sono pienamente sicuro del valore educativo del mio gesto e non vorrei aver sminuito il ruolo svolto dall’allenatore nei suoi confronti, pertanto gradirei, se possibile, un Vostro parere in merito.
Ringrazio per l'attenzione. S

 

Gentile S.

concordo pienamente sul fatto che il suo gesto sia teso a tutelare suo figlio da possibili emozioni negative e delusioni e non a sminuire il ruolo e l'autorità dell'allenatore. Non è facile dare una valutazione in merito in quanto non conosco le reali motivazioni per le quali l'allenatore convoca alle partite ragazzi più giovani e per quale motivo li mette in campo oppure no. Da quello che racconta rispetto al confronto con l'allenatore si può intuire come per lui la convocazione sia un premio, un modo per confrontarsi con un livello fisico, tecnico ecc più elevato e per fare esperienza. Se le motivazioni fossero queste, sarebbero a mio avviso corrette. La cosa importante è che l'allenatore spieghi in modo chiaro le proprie intenzioni in modo che l'atleta sia consapevole del fatto che è una opportunità di crescita ma che la possibilità di giocare in partita sono minime. Essere chiari è fondamentale per evitare il nascere di emozioni negative e fraintendimenti. Lo stesso ragionamento vale per lei come genitore: è fondamentale che la scelta di non andare più con la squadra più grande sia stata condivisa tra lei e suo figlio e che abbia alle basi le giuste motivazioni. A mio avviso sono le motivazioni che stabiliscono se le nostre scelte hanno il giusto valore educativo.

 Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti

 

 Salve

 Mio figlio A di 12 anni dopo circa 2 mesi dall' inzio della stagione ha deciso di smettere di fare calcio.. Il tutto nasce da un problema relativo ad un disturbo.. Infatti capita nelle partite che a volte dopo aver fatto degli scatti in velocità ha urto di vomito e mancamento di fiato.. Non c'è la fa.. E si fa sostituire.. Preciso che il problema è nato solo negli ultimi 2 anni.. Lui gioca da quando ne aveva 6.. E si manifesta quasi esclusivamente nelle partite... Probabilmente è dovuto anche ad un fattore psicologico.. o lo è diventato.. perché per lui è un po' come una sconfitta.. anche se non ha gettato la spugna subito.. io gli ho consigliato di fare allenamenti extra di andare a correre con me visto che io vado spesso e discretamente.. Perché sono convinto che deve correre a 100 per poi correre con meno fatica a 80 In partita.. questa ipotesi nasce da una mia esperienza personale.. Io come lui sofro di asma e so che un buon allenamento intenso aiuta tanto.. Ora lo staff ci ha parlato lo vorrebbero vedere tornare.. Visto che ha un buon comportamento ed è di medio livello non so se forzarlo o se dirottarlo su altri sport.. magari meno aerobici.. preciso che di fisico e asciutto e apposto.. anche nel eventuale scelta di altre alternative non ha idea.. perché non manifesta interessi particolari per altre attività.. a dire il vero non va pazzo neppure per il calcio.. non guarda nessun sport in TV.. ma si proietta su la solita ps4.. Se potete darmi un consiglio.. Grazie I.

 

Gentile A,

il mio consiglio iniziale è quello di verificare se suo figlio soffre di qualche disturbo fisico oppure no. Il fatto che avvenga solo durante le partite non dimostra che sia legato solo a fattori psicologici in quanto c'è la possibilità che il disturbo fisico si manifesti in situazioni con un maggior livello di ansia. Una volta capito questo sarà possibile in caso intervenire a livello fisico. Rispetto alla possibilità di ricominciare o cambiare sport è importante capire quali sono le sensazioni e le motivazioni di suo figlio: obbligarlo a ricominciare o a cambiare potrebbe avere effetti negativi come l'abbandono o malessere. Il mio consiglio è quello di confrontarsi con lui e proporgli magari delle prove nelle quali valutare se il problema dell'asma si riesce a risolvere o controllare e se invece nasce una passione o un interesse verso un altro sport. A 12 anni è importante la pratica di uno sport in quanto porta con sè tantissimi aspetti educativi, fisici e relazionali fondamentali.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti



4 novembre 2019

Salve vorrei una info.. Durante un allenamento è giusto che un allenatore dia una "punizione" ai bambini che nn ascoltano. Tipo un giro di campo, un 5 min fuori dal campo ecc

 

Gentile scrittore,

ci sono diverse teorie rispetto l’utilizzo della punizione ai fini educativi. Mi soffermerò in particolare su quella montessoriana che suggerisce di sostituire le punizioni con conseguenze naturali e logiche che permettono di far riflettere maggiormente il bambino sulle proprie azioni e sulle conseguenze che hanno, in modo da portare il bambino a non fare più quei comportamenti che hanno una conseguenza spiacevole per il bambino stesso. Da un punto di vista educativo e comportamentale bisogna lavorare sulla motivazione del bambino, quindi, ad esempio, se è ora di andare al parco ma il bambino non vuole mettersi le scarpe, la conseguenza naturale sarà che dovrà stare seduto sulla panchina con la mamma ad esempio, perché correre senza scarpe non è sicuro.

In un contesto sportivo, di gruppo diventa maggiormente complicato dover gestire diversi comportamenti di bambini diversi tra loro, quindi spesso viene utilizzata questa punizione che lei ha scritto che però può essere efficace se ai bambini non piace correre, altrimenti potrebbe avere l’effetto contrario. Ora il discorso è che dipende la sua curiosità a cosa era finalizzata poiché ognuno ha il suo metodo educativo e in un contesto sportivo l’allenatore diventa l’educatore di riferimento, quindi al centro deve rimanere sempre il benessere dei bambini e bisognerebbe chiedersi se il proprio stile educativo-di allenamento, sia efficace e utile per loro.

Nella speranza di essere stata utile, le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra

 


22 ottobre 2019

Buonasera,

Sono il padre di un bimbo di quasi 8 anni che pratica Minibasket. Questo è il suo terzo anno di attività ed è innamorato di questo Sport (che pratico anche io) tanto che durante i week end vuole andare sempre al Parco a giocare sul campetto. Si impegna moltissimo e nei cosiddetti "fondamentali" è veramente bravo, più avanti di quasi tutti i suoi coetanei (non lo dico io ma il suo Istruttore) però quando gioca in gruppo (anche in 2 contro 2) e non da solo si blocca... come se avesse paura del contatto fisico o di sbagliare, non lo so, sta di fatto che ogni volta finisce quasi con l'estraniarsi dalla competizione non cercando mai la palla o di farsela passare e anche quelle poche volte che gli arriva lo vedi che è come bloccato e vuole liberarsene immediatamente e lo vedi pure che alla fine delle partitine è sempre un po' deluso da se stesso. Io non so come comportarmi... ho provato a dargli qualche suggerimento, ho provato a far finta di niente e di rimarcare le cose positive che fa, ma sempre senza risultato... ho pensato che forse devo solo lasciare che il tempo faccia la sua parte e di ignorare questo suo blocco (come ha suggerito il suo Istruttore... "si farà" ha detto) ma non so se faccio bene perchè ho paura che alla lunga lo scoramento prenda il sopravvento su di lui... gradirei quindi, se possibile, un Vostro parere in merito.

Vi ringrazio in ogni caso per l'attenzione.  

C.N.

 

 Gentile C.N.,

da quello che scrive si capisce che suo figlio gioca da 3 anni a basket, è portato è capace ma fatica ad esprimersi nelle partite e nelle situazioni di gruppo. È difficile capire quali possano essere le cause e quindi individuare una possibile soluzione. Le modalità che sta usando sono corrette: valorizzare gli aspetti positivi è molto importante e influenza l’autostima. Il mio consiglio è quello di indagare le emozioni e le sensazioni di suo figlio dopo una partita per capire come si sente e perché si sente così. Le sue risposte daranno sicuramente informazioni maggiori e più precise. Soltanto considerando e conoscendo le nostre emozioni é possibile affrontare e superare le difficoltà. Inoltre le consiglierei di creare insieme a suo figlio e all’istruttore dei micro obiettivi da raggiungere durante le partitelle; fare 10 passaggi ai compagni, ricevere tot palloni, tentare tot tiri possono essere degli esempi. Tali obiettivi devono essere raggiungibili e devono tendere ad incentivare il gioco di squadra e la sua partecipazione durante il match. In questo modo si lavora anche sull’autostima e sul superamento di eventuali ansie o paure.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti

 

 

Salve, mi chiamo A, ho 30 anni e pratico calcio a 5 da 12 anni.

Amo da morire questo sport e amo far parte di una squadra ma negli ultimi 5/6 anni le mie stagioni agonistiche sono state pesantemente condizionate da una serie infinita di infortuni, di natura muscolare, ossea e soprattutto tendinea (fascite plantare, tendine d'Achille, bandelletta, pubalgia ecc).

Purtroppo il mio fisico longilineo, con ossa fine e scarsa massa muscolare è assolutamente inadatto al calcio a 5!

Io non mi sono mai arreso e nonostante i tantissimi sacrifici, i tantissimi soldi spesi tra fisioterapie e cure varie e nonostante i costanti inviti dei medici a smettere di giocare, ho sempre perseverato.

Non riesco a farmi una ragione di come a 30 anni debba smettere di praticare il mio sport quando vedo persone intorno a me, della mia stessa età e anche più grandi, perfettamente integre che continuano senza troppi problemi.

L'aspetto però che più mi terrorizza del dover attaccare gli scarpini al chiodo è quello di rinunciare alla mia valvola di sfogo, purtroppo tendo ad accumulare molto stress ed ansia, e gli allenamenti, le partite e il fare parte di un gruppo, con tutto ciò che ne consegue, mi aiutano a combattere questo problema.

C'è anche chi mi consiglia di cambiare sport ma con i problemi alle articolazioni accumulati negli anni non è semplice trovare un'attività adatta e comunque buona parte dell'"anti stress" del calcio a 5 e sicuramente il fare parte di una squadra e ahimè a questa età intraprendere un nuovo sport di squadra partendo da zero è impossibile.

Lo sport di squadra nella mia vita è stato sempre un elemento fondamentale per il mio benessere psicofisico ed ora doverci rinunciare, a questa età, mi spaventa molto e mi deprime.

Spero possiate aiutarmi!

P.S. nel web, stranamente, questo argomento sembra non essere trattato da nessuno. Ci sono dei blog, dei siti o dei libri che secondo voi possono aiutarmi a superare questo problema?

 

GRAZIE MILLE

Gentile A.,

Il tema del cosa succede e cosa fare a “fine carriera” è uno dei più complicati della psicologia dello sport e non si è ancora riusciti ad affrontarlo nel migliore dei modi. In letteratura si parla soprattutto di post carriera di atleti professionisti e su come evitare depressione e malessere. Le soluzioni descritte parlano di una ridefinizione degli obiettivi, del trovare nuovi stimoli e nuovi ruoli nel mondo dello sport. Il tuo caso può essere simile a quello di un professionista: un consiglio potrebbe essere quello di rimanere in squadra con un ruolo diverso (allenatore, dirigente) che ti permetta di giocare quando te la senti e di rimanere comunque all’interno della squadra.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti

 

Buongiorno, chiedo consiglio, sono mamma di 2 bimbe una di 7 anni e una di quasi 5.

La più grande da 3 anni fa pattinaggio artistico, le piace molto ed è molto brava mentre la piccola lo scorso anno ha voluto fare danza e quest'anno ha un pò le idee confuse...

Ha provato ginnastica artistica e le piace ma dice che si stanca molto, poi ha voluto provare pattinaggio artistico anche lei e le piace, vorrebbe fare anche lei questo sport.

Il problema è che la piccola ha un carattere molto esuberante mentre la grande ha un carattere mite. La gelosia tra le due ovviamente c'è. Il mio dubbio è se faccio fare lo stesso sport alla piccola può essere che vado a creare disturbo alla grande provocando ulteriori gelosie???

Cosa mi consigliate di fare? Meglio convincerla a fare altro o assecondarla?

Grazie dell'attenzione

 

Gentile mamma,

Il mio consiglio è sempre quello di far praticare ai figli lo sport che più gli piace. Obbligarli a fare qualcosa che non piace porta spesso alla conclusione di smettere l’attività. Rispetto al rischio di gelosie e scontri, non possiamo escluderlo ma nemmeno darlo per sicuro: chi ci dice che invece non diventi un punto d’incontro e confronto tra le bambine? Potrebbe essere inoltre un motivo di stimolo a fare meglio. In ogni caso è difficile prevederlo.

 

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti

 


21 ottobre 2019

Salve,

Sono una mamma di un giocatore , portiere, di pallanuoto di 17 anni e mezzo.

Dopo tanti sacrifici ci rendiamo conto che anche in questa societa' vanno avanti alcuni raccomandati e vien detto a mio figlio che si può allenare ma giocheranno quelli piu' preparati come se gli facessero un favore.

Mio figlio da una parte si demoralizza dall'altra non si arrende dicendo che sfrutterà loro imparando astuzie dai compagni in modo da tenersi in forma e dimostrare un giorno per altri che lo meritano.

È una scelta giusta??? O consigliate di lasciar stare???

Poi se c'è qualcuno che sa tra i lettori VORREI sapere se è lecito nel regolamento che un tesserato nel campionato non giochi e si alleni solo.

Mi sembra strano perché se firmo un contratto l'allenatore può favorire altri ma non.. non far giocare qualcuno

Vorrei sapere come esser d'aiuto a mio figlio per renderlo più forte.

Grazie

 

Gentilissima mamma,

sarebbe stato utile avere maggiori informazioni rispetto al vissuto di suo figlio per poterle rispondere in modo più mirato. Ad ogni modo le scelte dell’allenatore da come scrive sembrano influenzate da altri fattori che non dovrebbero condizionare in realtà la professionalità di un coach. Ha mai provato a parlarne con l’allenatore stesso? O con la società? Lo sport dovrebbe essere uno strumento educativo oltre che di crescita personale e tecnica per un ragazzo e l’allenatore dovrebbe essere la loro figura di riferimento. Come vive suo figlio il fatto di non giocare? Ne parli con lui apertamente poiché se per lui non è frustrante allenarsi soltanto o magari è importante solo allenarsi, allora è inutile andare oltre. Valutate insieme i pro e i contro rispetto alla possibilità di restare in questa società o valutare un cambio, del resto come dice la teoria dell’arrangiamento, ogni cambiamento implica un nuovo “aggiustamento” rispetto al vissuto emotivo e alla situazione.

Nella speranza di essere stata utile, le porgo cordiali saluti.

Dott. Laura Camastra 

4 ottobre


Salve sono la mamma di S, lei pratica equitazione da qualche anno e partecipa regolarmente alle gare ad ostacoli, dove salta i 70 cm. Purtroppo dopo un inizio buono dove ha anche preso delle medaglie, gli è stato assegnato un cavallo buono ma difficile . E' iniziato cosi il suo percorso in discesa , spesso non è riuscita a terminare il percorso , alcune volte è andata meglio terminando ma non qualificandosi. Purtroppo gli allenatori hanno paura a cambiare cavallo perché se le cose poi non dovessero cambiare la frustrazione sarebbe ancora più grande. Loro dicono che non si concentra, che ha paura di sbagliare e che non si mette in gioco. Ma è la sua passione! La stessa cosa accade a scuola poca concentrazione e voglia di fare e di dimostrare.

come si può aiutare questo atteggiamento di finto menefreghismo  e fargli venire la grinta e forza necessaria per affrontare le difficoltà senza paura di perdere?


Gentile mamma,

è molto difficile rispondere alla sua domanda. Per prima cosa bisogna capire se i presupposti che individua sono corretti: siamo sicuri che sua figlia abbia questo atteggiamento di menefreghismo e scarsa determinazione per paura di perdere? È importante individuare le reali cause per trovare delle soluzioni efficaci. Sicuramente c'è stato un calo di motivazione che può essere legato al cambio di cavallo, ai pochi risultati ottenuti, alla crescita oppure a nuovi interessi; solo sua figlia può individuare i reali motivi. In base a queste risposte sarà possibile lavorare sull'atteggiamento grintoso e sull'autostima. Ripeto però che è fondamentale capire se la passione di cui parla è reale e se sua figlia ha realmente voglia di mettersi in gioco in questo sport e nella scuola.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti


Salve sono B ho 18 anni e pratico arti marziali da quando avevo 4 anni,il Karatè mi è sempre piaciuto e sono sempre andata super volentieri agli allenamenti amavo il karatè più di ogni altra cosa,per vari motivi ho dovuto cambiare la mia palestra all’ eta di 16 anni ho fatto nuove amicizie ho acquisito nuovi metodi e mi sono ambientata facilmente in questa nuova palestra grazie anche al mio carattere molto estroverso purtroppo i problemi sono iniziati verso gli ultimi anni di liceo in cui conciliare scuola-allenamento agonistico per le gare- corsi scolastici il pomeriggio e la pressione costante del mio insegnante a cui non fregava nulla che io dovessi studiare poiché per lui al primo posto ci doveva essere lo sport, mi ha portato ad esplodere..ho iniziato a praticare quindi una cosa non più per volontà mia ma per questa pressione psicologica che mi creava una forte ansia mi sentivo quasi in trappola io volevo studiare bene il pomeriggio perché a me piace studiare e invece ero costretta a studiare poco per allenarmi per le gare !

Ho finito la scuola ho da poco iniziato l’universita e la paura che tutto ciò si possa ripresentare mi rendono svogliata ad andare di nuovo in palestra non voglio più soffrire per tutta quell ansia e nervosismo che mi metteva con i suoi messaggi dove mi faceva pressione.. secondo voi ho perso del tutto la voglia di praticare questo sport che per me era la mia vita ?

Secondo voi come mi dovrei comportare ?

mi sento come se mi avessero tolto tutta la felicità che avevo per questo bellissimo sport.


Gentile B,
solo tu puoi sapere se hai perso la voglia di praticare questo sport. Il fatto che tu stia cercando soluzioni per stare meglio è però un indizio sul fatto che non sei ancora pronta a lasciare questo sport che ha accompagnato quasi tutta la tua vita fino ad ora. A mio avviso devi cercare di capire quanto spazio dargli e quale importanza. Se ad oggi l'università ha la precedenza , devi ridurre il tempo dedicato al karate e di conseguenza aspettative ed obiettivi. Il mio consiglio è quello di trovare dei momenti, non so qualche ora 1/2 giorni a settimana, in cui dedicarti allo sport e cercare di farlo senza pressioni esterne ma in un ambiente che ti permetta di viverlo con serenità. Sono convinto che il tuo allenatore spinga e cerchi di motivarti perché crede nelle tue potenzialità ma probabilmente non sa che stai vivendo con sofferenza questa situazione. Parlarne con lui, se non l'hai ancora fatto, e spiegagli le tue emozioni e le tue sensazioni in modo da trovare una soluzione che ti faccia stare bene e non ti costringa a lasciare il karate. Altrimenti prova a prenderti una pausa per vedere l'effetto che ti fa non allenarti.
Spero di essere stato utile
Dr Paolo Peluchetti

30 settembre 2019

Buongiorno, sono la mamma di una ragazza di 16 anni che pratica il tennis a livello agonistico da diversi anni ormai.

Il suo grande problema sono gli attacchi di crampi che ha in genere quando una partita si protrae raggiunge il terzo set. Lei è molto allenata fisicamente e segue alla lettera un buon programma alimentare e un piano integrativo di un nutrizionista ; è ben idratata e durante match ed allenamenti ha un piano di integrazione con integratori quali idraxam e ciclodestrine.... insomma fa tutto il necessario per evitare i crampi ma questi di tanto in tanto si ripresentano e spesso anche quando è in netto vantaggio ed ha il pieno controllo della partita...

A questo punto lei si è convinta che i crampi (che spesso le prendono in più punti del corpo) non sono di origine alimentare e fisica, ma di origine mentale dovuti a stress, carico emotivo, ansia di prestazione, ecc... e che è dunque inutile seguire ogni genere di precauzione.............. non sono controllabili né arginabili dunque........

Io non sono affatto convinta di questa teoria e chiedo a Voi se ciò sia veramente possibile e quale rimedio sarebbe dunque utile seguire.............

Ringrazio per la gentile risposta che prego indicarmi dove e se sarà pubblicata.

L


Gentile mamma,

sarebbe stato utile avere maggiori informazioni rispetto al vissuto di sua figlia, ma mi sembra di capire che lei stessa vive con un certo carico emotivo le partite. Per poter escludere cause organiche, fisiche, potreste fare delle analisi consultandovi (nel caso in cui non l’aveste già fatto) col medico, in modo da essere certi non ci siano delle carenze. Una volta escluse le cause organiche, allora si può avvalorare l’origine psicologica ed emotiva dei crampi. In realtà se sia sua figlia stessa ha pensato a questo, probabilmente intendeva comunque comunicare qualcosa, come il fatto che in questo momento vive una certa ansia e stress. Parlatene apertamente con lei e potete comunque rivolgervi ad uno Psicologo, magari anche dello sport, in modo da poter avere degli strumenti adeguati per gestire questo carico e i segnali che il corpo dà (come i crampi) in modo da evitare che pian piano anche la motivazione rispetto allo sport possa essere influenzata negativamente dalla situazione che ora sta vivendo.

Nella speranza di esserle stata utile le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra


Salve sono una mamma molto in ansia misto angoscia; ho un figlio di quasi 12 anni che per 6anni ha fatto calcio ( ruolo portiere) in febbraio si è fatto male alla spalla e da lì è cominciato il calvario! È rimasto fermo per tre mesi e oltre che ha peggiorato il rendimento scolastico , anche a calcio non ne voleva più saperne ha finito il campionato molto a stento! Però premetto che nel frattempo si è messo a giocare sempre più assiduamente con la PS4 e con il telefonino!!! Adesso proprio che comincia di nuovo la nuova stagione calcistica non ne vuol sapere di cominciare io non so cosa fare se insistere e mandarlo contro voglia o se è solo un capriccio!!!


Gentile mamma,

sarebbe stato utile avere maggiori informazioni rispetto all’infortunio e al vissuto di suo figlio in merito a questo, visto che ci sono state conseguenze anche sul rendimento scolastico. Ricominciare dopo questo lungo periodo non è semplice e scontato e bisogna capire quanto lui fosse motivato a praticare il calcio anche prima di questo stop. Come afferma la Teoria dell’Arrangiamento, ogni nuova situazione che ci troviamo a vivere ha bisogno di un “arrangiamento”, un dover trovare un nuovo equilibrio in base al vissuto emotivo e di situazione, in un’ottica di crescita personale. Valutate insieme la possibilità di provare un nuovo sport se ad esempio il calcio non lo motiva più, parlandone apertamente e senza dare per scontato che sia necessariamente un capriccio. Suo figlio è in un’età in cui probabilmente va spronato rispetto alla ricerca di un’attività che possa fargli bene da un punto di vista fisico e mentale, che distolga l’attenzione dalla tecnologia (per la quale, bisognerebbe dare delle regole rispetto al tempo di utilizzo). Cercate insieme qualcosa che possa farlo sentire bene e soddisfatto e se questo significa provare un nuovo sport, ben venga, se sia utile alla sua crescita personale.

Nella speranza di esserle stata utile le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra


Buongiorno,

 Sono la mamma di un bambino di quasi 7 anni che da due anni pratica ginnastica artistica durante la stagione invernale e nuoto in estate. Mio figlio ha un leggero ritardo psicomotorio e la neuropsichiatra infantile mi ha consigliato soprattutto il nuoto per rinforzare la muscolatura.

Ieri ha provato la lezione di ginnastica per il corso avanzato (bambini nati dal 2012 e precedenti) e non si è trovato a suo agio, in parte per la difficoltà

dell’allenamento, in parte per il fatto che alcuni suoi compagni più grandi lo hanno preso in giro per le sue difficoltà e la statura.

Potete consigliarmi come aiutarlo e indirizzarmi verso uno sport più adatto?

A parte il fatto che è un po’ scoordinato e lento nei movimenti, fa amicizia velocemente, non è timido.

Per quanto riguarda il nuoto, sa stare a galla, ma ha ancora un po’ di timore nei tuffi.

Grazie per l’aiuto e in attesa di una vostra risposta, porgo cordiali saluti

S

 

Gentile mamma,

sarebbe stato utile avere maggiori informazioni rispetto alle difficoltà di suo figlio, in modo da indirizzarvi verso uno sport più adeguato e che possa farlo sentire efficace. Penso sia molto importante per lui trovare un’attività in cui possa essere motivato, sentirsi adeguato e capace. Come mai avete provato ginnastica? Valutate insieme a lui cosa potrebbe piacergli, anche facendogli provare sport diversi, essendo ancora piccolo ci sta che sperimenti prima di capire cosa lo faccia stare bene e cosa gli piace davvero. Ad esempio la pallavolo è un buono sport di squadra stimola le capacità di coordinazione, di orientamento, di reazione, il nuoto sicuramente è molto utile per lavorare su tutti i muscoli del corpo, quindi molto dipende dalle difficoltà specifiche che ha. Potreste anche pensare di rivolgervi ad uno psicomotricista (se non lo avete già fatto) in modo da lavorare sulle sue difficoltà in maniera parallela e propedeutica rispetto allo sport che sceglierete insieme.

Nella speranza di esserle stata utile le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra


23 settembre 2019

Buongiorno,

sono il papà di una ragazzina di 12 anni, che da 5 calca i campi di pallavolo.

Negli ultimi 12 - 18 mesi, nella società che frequenta da quando ha iniziato a giocare, c'è stata un'escalation di defezioni a seguito della quale il gruppo coeso che si era venuto a formare è andato via via sgretolandosi, fino a ridurre le superstiti a pochissime ragazze, a cui sono subentrate che hanno iniziato a giocare in quel periodo. Tutto ciò è derivante sia da decisioni discutibili della parte societaria, sia dal volere di alcuni genitori ad andare via.

In tutto questo, nonostante risultati sempre più scarsi, mia figlia ha mantenuto gioia nel giocare e nello stare con le altre ragazze, con alcune delle quali ha costruito un rapporto più stretto rispetto ad altre, come succede di solito.

Personalmente ho sempre ritenuto la parte ludica preponderante rispetto al mero risultato sportivo, anche se riconosco che quest'ultima a questa età inizia ad essere una componente sempre più rilevante rispetto ai gruppi più piccoli. Il gruppo attuale è molto molto carente dal punto di vista tecnico, con la concreta possibilità non solo di prendere batoste pesanti (quello è il lato che mi interessa meno), ma soprattutto di impedire a lei e le poche altre più avanti tecnicamente di giocare ad armi pari con gli altri.

Siccome non vorrei che, per colpa di decisioni altrui che hanno minato la squadra a cui mia figlia appartiene, possa subentrare uno scoramento tale da indurla a considerare di non giocare più nel futuro più prossimo, sto prendendo accordi con società limitrofe per farle fare quantomeno un paio di allenamenti di prova altrove, in modo da permetterle di vedere coach, ragazze e metodi a cui non è abituata e prospettarle la possibilità di trovare nuovi stimoli.

In chiusura, voglio chiarire che pur ritenendo mia figlia abbastanza brava da poter proseguire nel mondo della pallavolo, non ho l'ambizione di vederla a certi livelli. La mia unica ambizione è vederla giocare ed essere contente di quello che fa e con chi lo fa.

Ovviamente lei sarà coinvolta nella decisione finale, visto che sarà lei a cambiare se se la sentirà o restare con le amiche. Pretendo forse troppo da una bambina di 12 anni?

Grazie intanto

V

 

 Gentile papà,

avere delle aspettative per un figlio rientra nel ruolo di un genitore, nei limiti del fatto che questo non vada oltre il desiderio di sua figlia stessa. Alla sua età si va via via sempre più verso una formazione tecniche, i ragazzi apprendono in genere tecniche e metodologie sempre più specifiche, ma la cosa più importante è capire la motivazione reale di sua figlia. A lei cosa interessa? Avere sempre più competenze tecniche? Le pesa restare sempre allo stesso livello? Ne parli apertamente con lei valutando i pro e i contro rispetto alla possibilità di cambiare squadra e società per avere una preparazione migliore. Come dice la teoria dell’arrangiamento ogni situazione nuova implica un riadattamento al cambiamento rispetto al vissuto e alla situazione stessa, quindi in previsione di questo, valutate insieme questa possibilità.

Ne parli apertamente con lei rispetto alle sue aspettative in questo sport, i suoi desideri e cosa la fa stare bene, del resto chi meglio di lei può saperlo? E in ogni caso la supporti nella scelta che farà.

Nella speranza di esserle stata utile le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra


18 settembre 2019



Gentile mamma,

sarebbe stato utile avere maggiori informazioni rispetto all’infortunio e al vissuto di suo figlio in merito a questo, visto che ci sono state conseguenze anche sul rendimento scolastico. Ricominciare dopo questo lungo periodo non è semplice e scontato e bisogna capire quanto lui fosse motivato a praticare il calcio anche prima di questo stop. Come afferma la Teoria dell’Arrangiamento, ogni nuova situazione che ci troviamo a vivere ha bisogno di un “arrangiamento”, un dover trovare un nuovo equilibrio in base al vissuto emotivo e di situazione, in un’ottica di crescita personale. Valutate insieme la possibilità di provare un nuovo sport se ad esempio il calcio non lo motiva più, parlandone apertamente e senza dare per scontato che sia necessariamente un capriccio. Suo figlio è in un’età in cui probabilmente va spronato rispetto alla ricerca di un’attività che possa fargli bene da un punto di vista fisico e mentale, che distolga l’attenzione dalla tecnologia (per la quale, bisognerebbe dare delle regole rispetto al tempo di utilizzo). Cercate insieme qualcosa che possa farlo sentire bene e soddisfatto e se questo significa provare un nuovo sport, ben venga, se sia utile alla sua crescita personale.

Nella speranza di esserle stata utile le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra

 



9 settembre 2019

Buongiorno,

 sono C la mamma di un ragazzino di 11 anni, che gioca a calcio da quando ne aveva 6.

A mio figlio li piace molto giocare a calcio, si diverte anche se qualche volta è amareggiato per le sconfitte.

Ma fino qui tutto normale, si trova in un'età vulnerabile dove si passa dall'essere felici e contenti a momenti di difficoltà.

 Ma c'è stato quest'anno a metà campionato un episodio nel quale di punto in bianco non voleva più giocare nella sua squadra di calcio.

Le motivazioni sono state attribuite alle continue sconfitte, genitori che continuano a sostituirsi ai mister e un cambiamento di ruolo durante una partita da fascia a difensore.

 Io e mio marito abbiamo parlato con nostro figlio e li abbiamo fatto capire che le difficoltà si devono affrontare e sopratutto se si prende un impegno si deve portare a termine.

 Non sappiamo se queste sono state le cause, ma parlando con mio figlio c'è semplicemente una voglia di cambiare, di crescere, di conoscere altre persone.

 La mia domanda è questa: assecondo mio figlio a voler cambiare squadra e quindi far decidere a lui cosa vuole fare ( abbiamo fatto un open day a inizio luglio e a settembre lo rivogliono rivedere) oppure noi genitori dobbiamo imporle di rimanere nella stessa squadra?

 Ovviamente tutto ciò a scatenato un polverone tra gli altri gentiori della squadra che ci accusano di far scegliere a nostro figlio dove vuole andare invece di prendere in mano noi la decisione, con la conseguenza che gira già voce che mio figlio è stato già preso nell'altra squadra.

 Mi scuso fin d'ora nell'essermi dilungata, ma attendo una vs. cortese risposta.

 Cordiali saluti.

 Una mamma C.


Gentile C,

a mio avviso la cosa fondamentale è che suo figlio stia bene e si diverta nel fare sport. È importante quindi capire se ciò può avvenire ancora in quella società oppure è meglio cambiarla. Da quello che mi racconta suo figlio ha manifestato in varie fasi il desiderio di cambiare e provare esperienze nuove: tale richiesta ha sicuramente delle motivazioni ed è importante capirle a fondo. Il mio consiglio quindi è quello di confrontarsi con suo figlio e approfondire tale argomento. 

Come sottolinea la teoria dell'arrangiamento è importante comprendere emozioni, sensazioni e vissuti personali per affrontare nel modo migliore le varie situazioni. Mi permetto di dire che l'imporre una scelta senza condividerla potrebbe essere pericoloso: il rischio è che il ragazzo non sopporti la situazione e abbandoni l'attività sportiva. Per quanto riguarda le accuse degli altri genitori, mi sembrano solamente tentativi per evitare un cambio di squadra che probabilmente indebolirebbe ulteriormente la società. Come genitore non si faccia convincere da queste voci ma valuti insieme a suo figlio la soluzione migliore, che garantisca benessere e motivazione.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti


Salve,

Mi chiamo F e sono il papà di un bambino che compirà 6 anni a novembre amante del pallone, chiedetegli tutto ma non toccategli il calcio.

Gioca da un anno a calcio, è il più piccolo di un gruppo di 8 bambini tutti già di 7 anni, anche se sia fisicamente che calcisticamente non sembrerebbe si noti la differenza di età, ma non è di tecnica o bravura che voglio parlare, è solo per far capire meglio il contesto. Premesso questo, i bambini sono molto uniti tra di loro, saliranno e quest'anno di categoria, che prima era 2012/13, e ora sarà 2011/12, mio figlio essendo fine 2013 avrà una differenza di quasi 3 anni con i bambini con cui dovranno cimentarsi nei vari tornei e secondo me la differenza di età in questa fase di crescita potrebbe diventare un problema.

Per intenderci mio Figlio quando gioca, come dice lui, "è un leone" nel senso di impegno, altre volte si abbatte facilmente se non riesce a fare una cosa, ma questo ho notato che lo fa più quando gioca con me o in partitella tra amici, invece in allenamento o partita , l'impegno c'è sempre.

Solo una precisazione, la società dove gioca molto probabilmente non avrà bambini del 2013/14 oltre lui, quindi anche volendo non può scendere di categoria, e lui stesso ha escluso il cambio di società, perché "voglio aiutare la mia squadra".

Ora, giungo al punto, ci potrebbe essere il rischio che il bambino visto le possibili difficoltà a cui andrà incontro posso disinnamorarsi del suo sport preferito?...per carità ci sono tanti sport e se facesse tennis o atletica o altro a noi genitori poco importerebbe ma ci dispiacerebbe se dovesse lasciare una sua passione per un motivo del quale potremmo anticipare gli inconvenienti.

Se è possibile vorrei un suggerimento. Grazie.

 

Gentile F,

è difficile dare una risposta precisa e sicura alla sua domanda. Non possiamo escludere che suo figlio incontri delle difficoltà nel giocare con bambini più grandi di lui e che possa essere a volte deluso e sconsolato. Non possiamo nemmeno escludere che in una nuova società incontri difficoltà diverse e potenzialmente con lo stesso risultato. La motivazione dimostrata da suo figlio mi sembra chiara e decisa: il mio consiglio è quello di ascoltarlo e supportarlo nelle sue scelte. Come genitore lo deve aiutare nei momenti di difficoltà ricordandogli che l’importante è divertirsi e stare bene mentre gioca, e che il suo impegno è già un vittoria al di là del numero dei goal o delle vittorie.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti


Buongiorno 

Mio figlio di 12 anni, gioca da 7 anni a calcio, nella società sportiva del paese, frequentando anche i camp estivi proposti.
Dall'anno scorso..... Favorevole anche una giusta pubblicità e una affiliazione con una società sportiva importante, sono cambiate un po le cose
Hanno avuto, cercati, molti iscritti e si è resa necessaria la creazione di due squadre
Una, la a, ben fornita di cambi e l'altra, dove ha militato mio figlio, la b, con nessun cambio... Anzi contati... Tanto che se si ammalava qualcuno doveva o chiedere in prestito all'altra squadra qualche elemento 


È stato un anno, di frustrazioni... Perché comunque questa squadra non veniva considerata e i ragazzi trattati come scarti
Ciò nonostante, mio figlio, pur tra vari alti e bassi, ha. Creato un buon rapporto con tutti i componenti delle due squadre.
A luglio....ci è stato detto che sempre per un maggior numero di iscritti... Avrebbero fatto una terza squadra... Dove avrebbero messo mio figlio
Oggi ci è stato detto che questa squadra non si farà perché dei ragazzi, si sono ritirati e ci hanno liquidato dicendo di rivolgerci a un'altra società
A mio figlio, solo a lui, è stato proposto invece di allenarsi con i suoi compagni, ma non potrà fare partite...
Io sono contraria a questo trattamento.... Ma, mio, figlio, fedele alla maglia e alla, squadra non vuole mollare e vuole frequentare anche così.... Cosa ne pensate?

Grazie
D

 

Gentile D,

non mi permetto di giudicare le scelte di una società in merito alla propria organizzazione. Trovo sorprendente la decisione di non tesserare dei ragazzi consigliandoli di trovare una nuova società. Al di là di questo ognuno è libero di fare le proprie scelte. Rispetto alla situazione di suo figlio il mio consiglio è quello di valutare la scelta insieme a lui: restare in squadra anche solo allenandosi gli permette di rimanere nel gruppo di amici e di poter dimostrare con l’impegno di meritarsi la possibilità di giocare; andare via porta a vari cambiamenti. È importante valutare a fondo le motivazioni del possibile addio: cambiare per ripicca alla società? Cambiare per andare a giocare le partite? Le differenze sono notevoli e le possibili conseguenze molto diverse. Il mio consiglio è quello di valutare insieme a suo figlio i propri desideri e la propria volontà. Come suggerisce la teoria dell’arrangiamento, è fondamentale essere consapevoli delle proprie motivazioni, emozioni e pensieri per affrontare al meglio una situazione problematica e sviluppare così benessere.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti



10 luglio 2019

Salve,

sono Rita da Genova, la mamma di una bimba di quasi 10 anni che pratica pattinaggio agonistico e di 1 altra di 7 anni che sta per iniziare l'agonismo. Vi scrivo per un aiuto per me stessa, non per loro. Io non riesco a vivere bene i momenti di gara, ho un'ansia terribile e soprattutto non accetto i risultati che arrivano, non vedo i miglioramenti che vorrei vedere o comunque le performance che desidererei visti i soldi ed il tempo che tutto questo comporta e il grosso impatto che ha sulla mia vita familiare. La società dove pattinano non è di sicuro una delle più quotate in quanto a risultati, ma loro ci stanno bene e del resto non credo che otterrebbero molto di più da un'altra parte. Come posso accettare che semplicemente non tutti diventano grandi campioni e che fare agonismo non significa per forza portare risultati ma che ci sono altri obiettivi? (quali?) In uno sport singolo tra l'altro ne vedo veramente pochi e ritengo veramente troppo l'impegno per ciò che ottengono.

Ma ripeto, il problema al momento è mio, non di loro, come posso lavorare su me stessa per accettarlo e gioire delle loro gare dove arrivano in fondo alla classifica?

 Grazie

R.


Gentile R,

parto da l fondo della sua domanda: lei non deve gioire delle gare e dei risultati ma delle sue figlie. Deve gioire del loro impegno, del loro atteggiamento, di tutta la forza e la volontà che ci mettono. Non è così semplice fare uno sport a livello agonistico: in tanti smettono prima, in tanti non partecipano alle gare, in tanti non ci provano nemmeno per paura. Le sue figlie ci riescono e deve essere orgogliosa di loro. I risultati non sono quelli sperati? L'allenatore cercherà di capire il perchè e proverà a risolvere. Inoltre la cosa importante e che le sue figlie si divertano e lo facciano con voglia e motivazione. Nello sport a mio avviso è importante la competizione ma soprattutto quella con se stessi: migliorare anche di poco è comunque migliorare.

Mi chiede quali obiettivi esistano oltre ai risultati: sicuramente migliorarsi, confrontarsi con altri, divertirsi, mantenersi in forma, imparare valori importanti (rispetto, educazione, impegno) e ce ne sono molti altri.

Non si preoccupi se arrivano prime o seconde, si goda le loro prove e le loro emozioni.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti

 


Buongiorno,

Sono la mamma di Giulia, 9 anni.

La bimba pratica ginnastica ritmica da tre anni e gli ultimi due a livello pre- agonistico. Le piace molto allenarsi e si è trovata bene nel gruppo.

Quest'anno però ci trasferiamo in una zona della città distante mezz'ora dalla palestra e per noi sarebbe un grosso impegno accompagnarla tre volte alla settimana. Mi sono informata, ma purtroppo nessuna palestra più vicina a noi offre ginnastica ritmica.

Chiedo: sarà un trauma per Giulia cambiare sport? È giusto farla cambiare solo per motivi logistici? Voi cosa fareste?

 V


Gentile V,

dalla sua domanda posso capire come lei dia grande importanza allo sport e al benessere di sua figlia ma in questo momento sia combattuta a causa di un trasferimento di residenza imminente che crea problemi a livello logistico e di spostamento.

Mi chiede se sarà un trauma per sua figlia: potrebbe esserlo se ciò accadesse senza spiegazioni e improvvisamente. Il mio consiglio è quello di parlare con sua figlia presentandole il nuovo scenario e le difficoltà connesse. Bisognerà capire poi le sue emozioni e sensazioni: sicuramente sarà dispiaciuta e triste ed è necessario che queste emozioni vengano accolte. Come mamma deve mostrare comprensione e sostegno e insieme trovare una soluzione. Soluzione che potrebbe essere quella di limitare gli allenamenti, trovare un passaggio con una compagna, cambiare palestra o sport. La cosa fondamentale è che queste decisioni siano prese insieme a sua figlia o comunque rendendola partecipe. Come sottolinea la teoria dell'arrangiamento è fondamentale essere consapevoli delle emozioni e sensazioni per affrontare al meglio le situazioni.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti


Buongiorno

Vi scrivo in quanto mio figlio di 11 anni che gioca a calcio fin dai 6, in questo finale di stagione ha mostrato un calo di rendimento abbastanza consistente.

Tecnicamente è abbastanza dotato, fisicamente c'è ma a fiato e a forza rispetto ai suoi compagni é rimasto molto indietro.

Fino a metà stagione veniva considerato uno dei migliori, ora purtroppo nemmeno gioca per tutti e due i tempi.

Lui ovviamente non lo fa vedere ma vi garantisco che ci sta soffrendo moltissimo.

Mi rendo conto che a questa età bisogna aver pazienza in quanto bambini possono essere fisicamente ed aerobicamente più o meno avanti rispetto ad altri, ma veramente credetemi la passione di mio figlio per il calcio è qualcosa di veramente importante.

Un consiglio da parte Vs su come affrontare questa situazione mi sarebbe veramente di aiuto.

Ringrazio anticipatamente


Gentile genitore,

nella sua domanda è già presente un ragionamento corretto: a questa età cioè in pieno sviluppo fisico e psicologico è normale che i bambini/ragazzi abbiamo dei cali o dei rallentamenti. È normale quindi che suo figlio stia passando un momento di difficoltà. È normale anche che soffra di questo, che sia triste e amareggiato: non è facile passare da essere uno dei migliori a non fare tutti i tempi. Il mio consiglio è quello di stargli vicino, spronandolo a fare sempre il meglio e aiutandolo ad evidenziare gli aspetti positivi. Inoltre aiutarlo a mantenere alta la motivazione, allenandosi sempre con impegno e divertendosi. L'obiettivo dello sport a quella età deve essere il divertimento: se un ragazzo si diverte affronta in modo migliore le difficoltà e riesce a superarle.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti

 


28 giugno 2019

Sono un ragazzo di 17 anni, gioco a calcio in porta e in questo ruolo sono un buon giocatore.

Parto dal dire che ho iniziato calcio nel mio paese, e dopo un paio di anni, all età di 15 anni sono andato a giocare al Torino,dopodiché dopo un anno e mezzo decisero di non riconfermarmi, così un po' deluso e amareggiato ritornai in una squadra dilettantistica, con pochissima voglia.

Adesso arriva il problema serio, io non ho praticamente più voglia di giocare a calcio, però questo anno, in questa squadra dilettantistica, è stato proficuo tantoché adesso mi vuole l'alessandria.

Però vista la distanza(abito a 78 km di distanza), e la poca voglia, e soprattutto l'impegno che ci dovrei mettere, NON SO COSA FARE.

Tenendo conto checomunque questa è l'ultima occasione che ho di fare carriera nel calcio, e qua entra il problema se praticare il calcio è quello che voglio fare nella vita.

 

Gentile ragazzo,

mi arriva la delusione provata probabilmente per un desiderio non realizzato o interrotto (quando non c’è stata una riconferma a Torino) e probabilmente questo ha influito nel calo della tua motivazione verso questo sport. Ci sono delle fasi di cambiamento e di crescita in cui cambiano i bisogni, i desideri e le priorità, ma è importante essere consapevoli di quello che ci fa stare davvero bene.

Secondo la teoria dell’arrangiamento, ogni cambiamento implica un “riaggiustamento”, un riadattamento alle nuove situazioni in base al proprio vissuto emotivo. Probabilmente in questo momento senti che possa essere un peso il fatto di spostarti per gli allenamenti? Valuta i pro e i contro (magari facendo proprio una lista) rispetto a quello che potresti perdere non cogliendo quest’occasione e cosa invece “guadagneresti” provandoci, perché tutto sta poi nell’essere sicuro delle tue scelte in modo da non avere rimpianti o da non precludersi un’occasione per paura di un’eventuale nuova delusione.

 

Nella speranza di essere stata utile di porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra

 

 

Buongiorno, vorrei una opinione sull'operato del mister di mio figlio di 8 anni. gruppo di 19 bimbi.

 

- divisione e selezione netta del gruppo in 2 squadre: “pronti” e “non pronti” con conseguente divisione anche del gruppo genitori. (se non sbaglio il regolamento figc non prevede questo). Se lo avessero detto esplicitamente a inizio anno avrei potuto scegliere se accettare o no;

- organizzare la partecipazione a 2 tornei (a 7 e a 6) fuori regione e dividere il gruppo 12 (pronti) e 7 (meno pronti), anzichè un più logico 10 e 9, con conseguente annullamento del secondo torneo per squadra numericamente insufficiente (avevano confermato la partecipazione in 6). a pensar male si fa peccato ma penso ci sia stata l’intenzione di non portarli al torneo.

- organizzare amichevole andata e ritorno con scuola calcio pari grado importante, convocati solo quelli piu pronti per non far brutta figura (totale score 2 partite 20-2 per l’altra squadra). Avrebbero potuto fare 2 squadre miste e giocare tutti.

- costituzione di 3 gruppi wathsapp (campionato figc, campionato anspi e comunicazioni ufficiali). Però per amichevoli e tornei vari venivano inviati messaggi privati. Per non far sapere eventuali favoritismi e agevolazioni. Più cristallino e logico sarebbe stato un unico gruppo con le varie convocazioni.

- in tre anni mai organizzata una riunione con i genitori. E questo mi è sembrato alquanto strano. Almeno due all’anno (obbiettivi da raggiungere e obbiettivi raggiunti) sarebbero state utili.

-nell'ultimo mese, 4 tornei effettuati e mio figlio con altri mai convocati.

 distinti saluti

g

 Gentile genitore,

sarebbe stato utile sapere se ha mai provato a chiedere spiegazioni o chiarimenti all’allenatore di suo figlio o alla società, poiché è importante soprattutto da un punto di vista emotivo che i bambini crescano in un ambiente sportivo sereno e che non influenzi negativamente anche la loro autostima. Rispetto alle scelte di divisione dei gruppi, in generale dipende spesso dagli obiettivi di campionato della società, ma a 8 anni è anche importante insegnare la sana competizione e lavorare sulla motivazione dei bambini, includendo l’aspetto ludico e di divertimento, per evitare che abbandonino lo sport se non sperimentano un senso di autoefficacia. Per autoefficacia intendiamo il percepirsi capaci ed efficaci di raggiungere un obiettivo, ma quest’ultimo deve essere chiaro e condiviso dal bambino e ragazzo stesso. Quello che sento di dirle è di cercare un confronto con la società e capire la motivazione alla base di queste scelte, tenendo sempre presente che si tratta di lavorare per il benessere del bambino. Dopo di che potete valutare insieme al bambino i pro e i contro rispetto all’eventualità di scegliere una società diversa da quella che sta frequentando ora, se il bambino vive male queste scelte e ne risente a livello emotivo e di motivazione allo sport stesso.

 Nella speranza di essere stata utile di porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra

 

Buongiorno,

sono molto preoccupata per mio nipote che ha 11 anni.

Il bambino oltre ad avere una corporatura massiccia è anche in notevole sovrappeso (pesa infatti 60 kg).

Mio figlio, che è sembre stato uno sportivo, ha provato a fargli fare diversi sport ma non si è mai appassionato a niente, anzi negli ultimi tempi è anche peggiorato. Non vuole sforzarsi e alla prima difficoltà molla...

L'anno scorso ha fatto rugby per alcuni mesi ma al primo graffio, alla prima caduta esagerava l'accaduto e non voleva più restare in campo.

Ora ha provato con la lotta (parlandone prima con lui che era si era detto d'accordo) ma è successa la stessa cosa, ha fatto solo due allenamenti che non è mai riuscito a finirne nemmeno uno perchè alla prima difficoltà ha mollato tutto dicendo che non fa per lui, non dimostrando nemmeno un briciolo di orgoglio.

Non sappiamo più cosa fare. Se va avanti così è destinato all'obesità oltre a dimostrare un tratto del carattere che non lo aiuterà certamente nella vita, anche nello studio fa il minimo indispensabile... Se fosse per lui starebbe sembre a giocare con i videogiochi e a mangiare.

 A

 

Gentile zia,

sarebbe stato utile sapere se ci sono delle attività, delle propensioni verso qualcosa, in modo da stimolarlo in qualche attività che comunque possa coinvolgerlo. E’ un bene che il cugino possa aiutarlo in questo, ma probabilmente non è abbastanza. Provate a coinvolgere lui stesso nella scelta, a cercare di aiutarlo a capire cosa gli potrebbe piacere poiché non è sempre scontato che si sappia cosa piace e cosa no. Avrei avuto bisogno di ulteriori informazioni circa il supporto dei genitori, la loro percezione rispetto alla situazione e in caso, se ritenete di non riuscire a supportarlo in questo senso, sarebbe utile rivolgersi ad un professionista sia della nutrizione, per valutare questo aspetto e in caso richiedere un supporto psicologico poiché spesso dietro a problematiche alimentari come l’obesità, c’è un vissuto emotivo da prendere in considerazione.

 Nella speranza di essere stata utile di porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra


25 giugno 2019

Salve, sono la mamma di un bambino di quasi 9 anni che gioca anche abbastanza bene a calcio in una squadra che però ha una buona media di sconfitte nel confronto con le altre squadre della zona.

Ieri è venuto a casa piangendo perché il suo amico gli ha detto che ha intenzione di cambiare squadra andando ad indebolire di parecchio il gruppo.

Non so come consigliarlo e come sostenerlo in questa situazione. Potete darmi una mano per cortesia?

Grazie


Gentile mamma,

è normale che suo figlio sia triste per il fatto che un suo compagno lasci la squadra. È importante capire quanto invece sia triste per le numerose sconfitte. Per i bambini è fondamentale il divertimento e spesso il risultato conta poco. Il mio consiglio è quello di parlare con suo figlio e capire le emozioni e le sensazioni che prova a giocare in quella squadra. Si diverte nonostante le sconfitte? È stanco di perdere? La risposta a queste domande potrebbe chiarire meglio la situazione e di conseguenza sarà per lei più facile intervenire, sempre che c'è ne sia bisogno. Fondamentale è che suo figlio si diverta: sostenerlo significa capire le sue intenzioni ed aiutarlo a scegliere la strada migliore per lui.

Spero di essere stato utile

dr Paolo Peluchetti

 

Buongiorno, sono la mamma di un bambino di 11 anni che ha fatto calcio per 4 anni (con tanto entusiasmo e pochi risultati) e da 4 anni fa basket. Partecipa agli allenamenti con piacere e divertimento. E nessun impegno! I suoi compagni hanno raggiunto ottimi risultati e vederli giocare è fonte di ammirazione e piacere da parte mia. Vedere mio figlio giocare è causa di attacchi di bile.

Ma la cosa che maggiormente mi fa rabbia è che lui sembra non accorgersi minimamente della differenza di bravura tra lui e i compagni. Il prossimo anno non ho nessuna intenzione di iscriverlo, allo scopo di risparmiargli umilizioni (non viene mai convocato nelle partite importanti e quando gioca in allenamento disputa le partitelle con bambini più bassi di lui. E non riesce nemmeno a portare risultati, essendo anche poco più alto della media). Lui invece insiste nel voler tornare a giocare. La domanda è: come convincerlo senza ferire i suoi sentimenti? Ho pensato anche di rivolgermi ad uno psicologo per capire i motivi del suo mancato miglioramento. Mi scusi per la lunghezza della mail, ho cercato di renderLe più chiaro possibile il quadro. La prego di rispondermi: questo pensiero non mi fa dormire. Grazie

.... ho dimenticato di dirle che a scuola (quest anno in prima media) ha la media dell'8. Non é una questione di intelligenza, suppongo, ma di carattere... Grazie


Gentile mamma,

l'obiettivo dello sport per i bambini non è quello di vincere o essere il migliore ma quello di divertirsi e stare bene. Da quello che mi racconta suo figlio vive con entusiasmo gli allenamenti e si diverte nel farlo senza dar peso alle mancate convocazioni: non capisco il motivo per cui dovrebbe smettere. Il mio consiglio è quello di provare ad ascoltare suo figlio e capire i motivi per i quali adora giocare a basket. Obbligarlo a smettere o cambiare sport senza che ne sia convinto potrebbe portarlo a svolgere la nuova attività controvoglia e a mollare dopo poco. Come suggerisce la teoria dell'arrangiamento è importante capire le proprie emozioni e sensazioni per affrontare al meglio le situazioni che abbiamo di fronte. Provi a dare maggiore importanza al benessere di suo figlio e al suo divertimento e meno ai risultati e credo le passerà la rabbia.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti
 

Buongiorno,

mio figlio ha 10 anni e gioca a calcio da quando ha 5 anni e da quest'anno fa il difensore centrale. Come ultimo uomo di difesa sente forte la responsabilità dei goal subiti e delle sconfitte, tanto da indurlo a cercare scuse (mal di testa, mal di pancia) per non andare agli allenamenti e alle partite. Inoltre, l'ansia di prendere goal lo fa sbagliare, a volte anche banalmente, pur essendo lui molto dotato tecnicamente.

Quest'anno frequenta una squalo calcio che riconferma i bambini in base ai risultati ottenuti e quindi lo stress è ancora più forte.

La mia richiesta di aiuto è duplice.

Devo insistere e portarlo comunque alle partite, anche se le vivrà con ansia, sperando che con il tempo le affronti come una normalità, e quindi confrontarsi con la sua paura invece di evitarla.

E', soprattutto, visto che sta paventando l'ipotesi di voler lasciare, pur essendo molto dotato, dovrei assecondarlo o tentare in ultima ipotesi (cosa che non si dovrebbe fare) chiedere ai mister se può giocare in un ruolo con meno responsabilità?

Grazie P.

 

Gentile P.

ogni ruolo ha delle responsabilità, in alcuni casi sono più visibili e in altri meno ma comunque ci sono. Questo per dirle che a mio avviso cambiare ruolo potrebbe essere una soluzione poco efficace. A mio avviso potrebbe essere migliore un intervento legato al miglioramento dell'autostima e della fiducia in se stessi. Suo figlio dovrebbe imparare che gli errori possono capitare a tutti e in ogni posizione del campo. Il mio consiglio per lei genitore è quello di sostenere suo figlio: sarà importante motivarlo, sottolineando le sue qualità e le sue prestazioni e insistendo sul fatto che partecipare e giocare è l'unico modo per migliorare. Sara importante valorizzare i piccoli miglioramenti e cercare insieme a lui elementi e sensazioni positive nel gioco del calcio.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti




16 giugno 2019

Buongiono. Mio figlio ha 9 anni e da 5 anni gioca a calcio nella squadra del paese. Noi non siamo appassionati di calcio, ma a lui piace. Purtroppo per lui le sue performance seppur non tremende, non sono in linea con quelle dei i compagni che sono bravi provenendo anche da altri paesi. Pur consapevole di non essere bravissimo, a lui piace giocare e va molto d'accordo con i compagni. Quest'anno il nuovo allenatore lo fa giocare pochissimo, solo gli ultimi minuti e lui spesso piange, perchè vorrebbe giocare un poco di più. Ieri ad un torneo hanno vinto, ma lui ha pianto perchè ha giocato solo pochi minuti in un'intera giornata e ha sentito di non aver svolto alcun ruolo per la vittoria. Parlato con l'allenatore egli ci ha detto che loro vogliono vincere e che mio figlio giocherà poco. A lui piace il calcio, vorrebbe continuare a praticarlo con i suoi compagni, ma si sente umiliato. Inoltre che tipo di valori può trasmettere questo allenatore fissato con la vittoria. Cosa fare? Grazie  

Gentile genitore,

mi sembra di capire che a suo figlio piaccia molto giocare a calcio e che trovi giovamento soprattutto dagli aspetti relazionali della pratica sportiva. All’età di 9 anni lo sport giovanile dovrebbe mettere in primo piano la motivazione ludica e sociale della pratica e gli allenatori dovrebbero assumere un ruolo educativo, trasmettendo ai bambini questi valori. Non è raro, però, imbattersi in contesti in cui si assiste ad un precoce inserimento di aspetti legati alla competizione e alla performance. Inoltre, in età evolutiva, lo sviluppo fisico e tecnico dei bambini è molto asimmetrico e questo va a scapito di chi ha una maturazione più lenta e graduale. Potrebbe essere utile dialogare con la società e comprendere le aspettative che loro hanno sui ragazzi e i valori che vogliono perseguire. Questo per valutare se sia un contesto adeguato per suo figlio.

Se suo figlio ha comunque piacere di continuare a far parte di questo gruppo potrebbe essere utile che lei come genitore lo aiutasse a ridimensionare le aspettative di suo figlio riguardanti la prestazione, portandolo a focalizzarsi sugli aspetti ricreativi e sociali della pratica. Questo per evitare che sperimenti costantemente sentimenti di umiliazione e per fare in modo che la pratica sportiva sia fonte di benessere.

Spero di esserle stato utile,

Dott. Andrea Gabbiani 

 

5 giugno 2019

Buonasera, mia figlia di 11 anni è stata richiesta in una società di pallavolo più importante di quella in cui gioca....
farebbe 4 allenamenti a settimana più partite ....sono un po’ preoccupato, smetterebbe di vivere!!! (passatemi il termine) anche qualora lei volesse andare è giusto essere così agonistici a 11 anni ?
Grazie R.


Gentile R.

a mio avviso lo sport in generale ma soprattutto per i bambini deve essere principalmente un divertimento, un modo per stare bene e sentirsi bene. Crescendo le richieste in termini di performance e qualità sono sempre maggiori e quindi è necessario alzare il livello degli allenamenti. Fare 4 allenamenti a settimana è sicuramente un grosso impegno ma non per questo significa "smettere di vivere": per un atleta fare sport è vivere. Rispetto alla sua domanda credo che a 11 anni sia ancora importante e fondamentale il divertimento ma credo anche che fare tanti allenamenti non significhi per forza essere troppo agonistici.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti


Salve, sono la mamma di una ragazzina di 12 anni che pratica la ginnastica artistica da 6 anni.

Quest'anno ha fatto un bel po' di gare, piazzandosi sempre bene.

Lei è molto presa da questo sport ed ha accettato tutto l'anno attacchi continui, minacce e urli da parte dell'allenatrice, senza raccontarmi nulla di tutto cio'.

Avendo un carattere un po' timido, a queste sgridate ha reagito chiudendosi e intristendosi nei confronti dell'allenatrice (cosa che oltretutto mi sembra normale).

Adesso arrivati a fine anno si aspettava un passaggio di livello, ma anche se tecnicamente è brava, al dire dell'allenatrice, non sarà così perché, secondo lei doveva reagire mostrando tutta la sua espressività e brillantezza.

Ovviamente io ho fatto presente che forse il metodo non è stato proprio azzeccato, lei mi ha dato ragione, ma mi ha anche risposto, che è umana anche lei.

Il prossimo anno la ragazzina vuole comunque continuare.

Avete qualche consiglio da darmi in merito?

Grazie


Gentile mamma,

inizio dicendo che ogni allenatore ha il suo metodo di allenamento e giusto o sbagliato che sia non posso permettermi di giudicarlo. Inoltre proprio in base al metodo utilizzato ogni allenatore ha delle aspettative rispetto ai propri atleti e vuole che essi raggiungano determinati obiettivi. Da quello che mi racconta posso ipotizzare che l'allenatrice con le urla e le minacce abbia cercato di spronare sua figlia a migliorare in particolare a mostrare maggior espressività e brillantezza. Questa modalità però non ha avuto effetto in quanto ha creato tristezza e rigidità nei rapporti e non ha consentito a sua figlia di poter dare il meglio e quindi salire di livello. Il suo confronto con l'allenatrice è stato a mio avviso un passaggio importante perché ha permesso a lei di capire il perché del mancato salto di livello e all'allenatrice di rendersi conto che forse le sue modalità non sono efficaci con la ragazza. Mi fa molto piacere che sua figlia voglia continuare perché dimostra di voler superare le difficoltà e di essere molto motivata. Il mio consiglio è quello di sostenere questa motivazione e di aiutare sua figlia a confrontarsi con l'allenatrice per capire in modo chiaro quali siano le richieste e gli obiettivi da raggiungere e a non vedere i rimproveri come un attacco personale ma come una spinta a migliorarsi sempre.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti


28 maggio 2019

Buongiorno

Mia figlia di quasi 13 anni gioca a pallavolo da quando ne ha 8 e si è sempre divertita molto oltre ad avere buoni risultati sul piano della performance. Si allena seriamente ed è capace e coordinata, piuttosto perfezionista. Quest'anno è stata richiesta per fare allenamenti con la squadra delle grandi (u16) ma dopo un paio di volte non ha più voluto andare, dice che le ragazze sono poco serie e non le piacciono. È stata convocata anche in panchina con loro proprio perché piuttosto brava. Ha provato controvoglia una volta (non ha giocato- per sua fortuna a detta sua-) ma adesso non ne vuole più sapere, ha il terrore di sbagliare e non saper giocare, lei non si ritiene adeguata. Io sono dispiaciuta innanzitutto perché lei è veramente brava e merita di "fare di più ", il mio dilemma è: insisto a spingerla a partecipare alle partite delle grandi, sperando impari ad avere maggior autostima e fiducia nelle proprie capacità o meglio lasciar perdere onde evitare effetto rifiuto totale?

Grazie

G

  

Gentile genitore,

da come ha posto la questione sembra che la problematica sia circoscritta a quando sua figlia partecipa ad allenamenti e partite con il gruppo under 16. I suoi dubbi in quanto madre sono legittimi: da un lato “fare un passo indietro”, dall’altro spingere affinché si sperimenti in un contesto maggiormente sfidante, che può essere utile per lo sviluppo di sua figlia come atleta. È, però, importante capire a fondo come mai sua figlia in quel gruppo esprima del disagio: descrive negativamente le nuove compagne quindi potrebbero esserci dei problemi con la relazione con queste ragazze più grandi e magari in fasi differenti dello sviluppo. Negli sport di squadra, soprattutto nella fase della pre-adolescenza, gli aspetti di benessere relazionale e di condivisione fra pari assumono un ruolo di prim’ordine. Oltre che dialogare con lei e comprendere a fondo le motivazioni e le sue intenzioni potrebbe essere utile parlare con l’allenatore del gruppo under 16 per cogliere le sue impressioni.

Spero di esserle stato utile,

Dott. Andrea Gabbiani

 


Buonasera sono la mamma di un bambino anno 2012 gioca a calcio da 2 anni sempre con bambini del 2011, lui ama molto questo sport ma si innervosisce spesso sia in partitella allenamento che durante la partita se non fa goal se perdono se sbaglia un passaggio...questo lo porta a commettere falli. Secondo lei sarebbe utile che giocasse con la sua annata? Noi cerchiamo di spiegargli che bisogna mettercela tutta ma se si perde non fa niente ...a me dispiace vederlo sempre sofferente. Grazie mille

 

Gentile genitore,

da come descrive la situazione sembra che suo figlio fatichi a gestire le piccole frustrazioni inevitabilmente presenti nel mondo sportivo. La decisione di fargli cambiare gruppo per sperimentarsi con i coetanei può aver senso se effettivamente il livello in cui sta competendo sia troppo elevato per lui o se valuta che il gruppo dei pari età sia più funzionale dal punto di vista delle relazioni amicali. Cercherei di capire con pazienza e con il dialogo come mai suo figlio “catastrofizzi” a tal punto le sconfitte o le situazioni in cui sbaglia, arrabbiandosi così tanto. Comprendere cosa pensa in quelle situazioni può permettere a lei di aiutarlo, eventualmente, a ridimensionare tali pensieri.

Spero di esserle stato utile,

Dott. Andrea Gabbiani

 




20 maggio 2019

Buongiorno. Sono S e sono un preparatore di calcio e nello specifico alleno i giovani portieri (anni dal 2009-2006).

Il problema più diffuso dei bimbi è ovviamente la paura di sbagliare e subire goal e di conseguenza far perdere la squadra, seguito dalla paura delle critiche e dei giudizi dei compagni.
Amano il ruolo ma nello stesso tempo nel momento della partita si trovano ad affrontare queste enormi paure col risultato che molto spesso quando la paura vince si trovano realmente a commettere errori anche banali.

Vorrei poterli aiutare nel gestire ed affrontare queste paure già alla loro età, visto il ruolo chiave.
Come posso fare? Ci sono letture che mi consigliate? Video?

Grazie in anticipo
S.P.


Gentile S.P.

il ruolo del portiere è un ruolo molto particolare e complesso: si è sempre sotto pressione e nel bene e nel male si è al centro dell'attenzione: gli errori poi sono visibili a tutti e hanno come conseguenza il goal avversario. Fare il portiere è molto difficile sia fisicamente che psicologicamente: bisogna essere molto coordinati, sempre concentrati e avere una grande stima di se stessi. Proprio l'autostima è secondo me l'elemento fondamentale da allenare: fissando obiettivi specifici e raggiungibili (non deve essere non prendere goal ma qualcosa di più specifico, magari legato al lavoro svolto in allenamento) si può aumentare la stima di sè. Inoltre si potrebbero trovare metodi per scaricare la rabbia e la tensione (es. stringere la palla dopo un goal subito, picchiarsi i guanti ecc). Le consiglio come letture alcune tesi di portieri svolte nei corsi di Coverciano che trova sul sito della FIGC e il sito internet preparatorideiportieri.com.

Spero di essere stato utile.

Dr Paolo Peluchetti


 

Buonasera

Chiedo consiglio per mio figlio 15 anni, in questi giorni mi ha detto che gli è passata la voglia di giocare a calcio e mi dispiace vederlo così.

Gioca da quando aveva 5 anni, grande passione e amore per il calcio.

Ma quest'anno, essendo anche piccolino non è stato proprio un anno bellissimo.

Il mister dopo due partite di questo ultimo torneo gli dice che essendo piccolo ha bisogno di fare giocare gli altri e lui torna a casa piangendo e dicendo che fa schifo...come posso aiutarlo ? Quali parole dire per non farlo mollare e mettere un po di grinta??

Grazie


Gentile genitore

da quello che mi dice suo figlio di 15 anni ha perso motivazione e voglia di giocare a calcio in quanto in questa stagione è stato poco utilizzato durante le partite. Il calo di motivazione è legato alla mancanza di divertimento: non giocando non si diverte e vorrebbe smettere. Il mio consiglio è quello di parlare con lui e capire fino in fondo le ragioni di questo suo malessere e capire insieme quali possono essere le soluzioni: cambiare squadra? Capire con l'allenatore come migliorare? Inoltre é fondamentale lavorare sulla sua autostima, analizzando le sue debolezze e cercando di colmarle: comevsottolinea la teoria dell'arrangiamento è fondamentale essere consapevoli dinse setessi, delle proprie emozioni, sensazioni e caratteristiche per prendere le decisioni più utili per il proprio benessere. Come genitore potrebbe sostenere suo figlio, incoraggiandolo e spingendolo a dare sempre il massimo perché solo in questo modo potrà migliorare e avere soddisfazioni.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti

 

Buonasera, scrivo per mia figlia di 10 anni che pratica judo da 3 anni ma gli manca completamente la cattiveria agonistica. Come potrei aiutarla?


Gentile genitore

la cattiveria agonistica è una caratteristica che pochi possiedono e difficile da acquisire. Il mio consiglio è quello di provare a fissare degli obiettivi da raggiungere che se ottenuti portano un premio, materiale o psicologico. In questo modo si potenzia la competitività e la voglia di vincere (raggiungere l'obiettivo). Questi obiettivi devono essere descritti in modo preciso, con tempistiche o situazioni ben definite e devono essere raggiungibili con l'impegno. Il premio può essere un qualcosa di materiale e desiderato inizialmente e poi con il tempo può diventare la soddisfazione personale. A mio avviso lottare e allenarsi per migliorarsi e ottenere risultati è lo scopo principe dello sport.

Spero di essere stato utile.

Dr Paolo Peluchetti

 

13 maggio 2019

Buongiorno sono un papà di un bambino 2011 che gioca a calcio da 3 anni. Negli ultimi mesi il bambino durante la partita manifesta comportamenti e reazioni violente dicendo parolacce che poi andranno a scaturire in pianto dopo non aver ricevuto un fallo a suo favore. Dato che è già il terzo episodio che si innervosisce così in partita o si arrabbia con i suoi compagni se sbagliano quando sono il primo a dirgli di incitarli invece di arrabbiarsi.... Come mi devo comportare? Gradirei volentieri un vostro consiglio. Grazie veramente.  

 

Gentile papà,

da ciò che scrive mi sembra di capire ci sia una difficoltà nel bambino a gestire la rabbia e la frustrazione rispetto a quello che vorrebbe e che non ottiene in quel momento, cosa che probabilmente lo porta a prendersela con i suoi compagni. Sarebbe stato utile capire come l’allenatore gestisce questa situazione e se succede anche in altri contesti come scuola o casa. È importante sapere anche su cosa è basata per voi figure che gli siete vicino e per il bambino stesso, cosa rappresenta la partita, se l’attenzione è posta maggiormente sul risultato (vittoria) piuttosto che sull’impegno e sul divertimento e sul comportamento corretto in questo caso. È importante che il bambino possa trovare dei momenti in cui sfogarsi e dare un nome a questa emozione che sente e che lo porta a reagire così, quindi parlatene con lui perché già dare un nome all’emozione è un passo verso la consapevolezza e la successiva gestione.

Probabilmente sta entrando ora nell’ottica di maggiore agonismo, di prestazione e, come dice la teoria dell’arrangiamento, ogni nuova situazione implica un riaggiustamento, un adattarsi alla situazione in base anche al proprio vissuto emotivo. Parlatene esplicitamente con lui, senza giudicarlo, magari parlatene anche col suo allenatore perché, essendo in una fase di crescita, deve imparare pian piano a gestire le sue emozioni e, in caso non ci sia collaborazione del bambino stesso, provate a rivolgervi ad un professionista, uno psicologo che possa aiutarlo a gestire questi momenti.

Cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra



6 maggio 2019

Buonasera,leggendo per caso ho visto questa inserzione e mi sono convinto a scrivervi per avere un aiuto su come aiutare mio figlio di 15 anni a superare un suo problema.

Vi spiego:mio figlio come detto ha 15 anni e gioca a basket,dall' età di 6/7 anni!!

quest'anno ha cambiato società e amici e si è ritrovato in un ambiente diverso.fino a oggi si stava "divertendo",ma ho notato che ultimamente e come se avesse perso fiducia in quel che fa!!!Gioca spesso e tanto,quindi il problema non è questo,ma mi ha confermato dall'ultima nostra conversazione che non sta rendendo.... perché cerca di dare tanto per ringraziare il suo allenatore che crede in lui...ma non riesce a esprimersi come vorrebbe!!!

Cosa mi consiglia di fare per aiutarlo!!!

La ringrazio anticipatamente della sua attenzione a me riservata.


Gentile genitore,

leggendo le sue parole mi nasce spontanea una considerazione: ogni cambiamento porta con sé novità e bisogno di adattamento. Suo figlio ha cambiato squadra e amicizie e ciò lo ha posto di fronte a nuovi obiettivi, nuove aspettative e nuove modalità di valutazione. A mio avviso non si è ancora adattato a questi cambiamenti: il suo sentire di "non rendere" potrebbe essere solo una sensazione personale legata alle differenze di prestazione rispetto agli anni precedenti. Non riuscendo a fare le stesse cose che faceva prima crede di giocare male e ciò influisce sulla sua motivazione  e sulla fiducia in se stesso. Il fatto che però l'allenatore lo faccia giocare sempre è segnale che ciò che sta facendo va bene e che la prestazione è positiva e funzionale alla squadra. Il mio consiglio è quello di confrontarsi con suo figlio rispetto a questa diversa visione e proporgli di parlare con il proprio allenatore per avere indicazioni chiare su ciò che sta facendo e sugli obiettivi da raggiungere.

Spero di essere stato utile

dr Paolo Peluchetti


Mia figlia ha 5 anni e mezzo. Questo è il primo anno che fa danza classica. Essendo una bambina molto giocherellona nonostante i miei continui avvertimenti di stare attenta a lezione lei prende la cosa come gioco. Ora però si stanno preparando per il saggio di fine anno. Oggi mi ha chiamato la maestra a dirmi che lei non ha ancora imparato i passi ed è molto distratta. Cosi ho perso la pazienza...l'ho fatto salutare le maestre perché quella sarebbe stata la sua ultima lezione. Sono stata molto dura dicendo che mi ha deluso perché molte volte gli ho detto d'impegnarsi. La maestra gli ha detto che gli da un'ultima possibilità. Io ho deciso di non farla andare per almeno 3 lezioni. Cosa sarebbe la cosa migliore da fare?  

 

Gentile genitore,

da come descrive la situazione sembra che sua figlia si approcci alla danza con un atteggiamento ludico e ricreativo, il che è comprensibile e sano per una bambina della sua età. Chiaramente l’ambiente che ruota intorno alla danza, sin dai primi anni, è molto strutturato e normato in termini di disciplina e ordine. Sarebbe importante che lei parlasse in maniera serena con sua figlia per capire se stia maturando la passione per la danza classica oppure se abbia il desiderio di sperimentarsi in un’attività differente e che possa offrirle maggiori spazi di gioco. 

Spero di esserle stato utile,

Dott. Andrea Gabbiani




Buongiorno,mi chiamo Gianluca ho 45 anni e corro in bici da corsa da 20,vi scrivo xché non riesco a stare nel mezzo del gruppo sentendomi altre persone troppo vicine con la paura che mi facciano cadere e in discesa non riesco ad andare forte , quando raggiungo certe velocità è come il mio io mi dicesse frena e vedo altri che mi passano quindi non è un problema di sicurezza ma mio ,perdo il gruppo dei migliori in quanto in salita vado bene e mi prendo lo sconforto e l'idea di abbandonare tutto xchè faccio tanti fatica e sacrifici per poi per una discesa perdo tutto, premetto che sono stato investito in allenamento nel 2017 con fratture del femore baciino e costole,ma tutto ciò non ha causato grandi differenze rispetto a prima,solo mi viene paura alla sola idea di poter risoffrire tanto dal dolore , chiedo un vostro aiuto per sconfiggere questo mio timore.grazie.


Gentile Gianluca.

da quello che mi racconta posso comprendere che corre in bici da corsa da 20 anni e ha paura a stare nel gruppo e ad andare al massimo in discesa. Mi dice inoltre che nel 2017 ha subito un brutto incidente con varie fratture. Non mi è ben chiaro se ha sempre avuto paura oppure è nata dopo l'incidente. In ogni caso capisco i suoi timori in quanto i momenti di gruppo e le discese sono le situazioni potenzialmente più pericolose di una corsa poiché aumenta la possibilità di cadere e quindi di farsi male.

Provo a pensare alle due situazioni diverse.

Se la paura c'è sempre stata sarebbe importante capire da cosa nasce e cosa la spinge comunque a praticare in modo assiduo questo sport. Come sottolinea la teoria dell'arrangiamento è importante essere consapevoli delle proprie emozioni e sensazioni per affrontare al meglio le varie situazioni e raggiungere l'equilibrio e il benessere desiderato.

Se invece la paura è nata o gravemente aumentata dopo l'incidente, il mio consiglio è quello di riconoscere il fatto che l'incidente possa essere una possibile causa di tali sensazioni e cercare di concentrarsi sulle emozioni e sugli stimoli positivi che provava prima di esso:deve focalizzarsi sulle proprie capacità, sulle abilità sviluppate e sulle sensazioni positive che provava nella pratica sportiva prima dell'incidente. E' importante che lei torni consapevole di ciò che era poiché l'incidente ha inciso su alcune emozioni ma non ha eliminato o limitato le sue capacità ed abilità.

Ipotizzo questo sulla base delle informazioni che avevo.

Spero di essere stato utile

dr Paolo Peluchetti



3 maggio 2019


16 aprile 2019

Buongiorno,sono la mamma di un bambino di 9 anni e mezzo.Gioca a calcio da quando ha 5 anni,per lui questo sport è tutto,porta il pallone con se ovunque va.Quest’anno è stato selezionato nelle giovanili di una squadra importante, per lui è stato un grande traguardo.All’inizio è partito in quarta, si divertiva, poi c’è stato un blocco. Si sentiva probabilmente in competizione con gli altri, lo trattavano un po’ male, lo facevano sentire inferiore.Non è stato facile, e di punto in bianco ha iniziato a “togliere il piede”. Non andava piu’ sui contrasti non dribblava più’, sembrava inesistente in campo. Non so come, ma col tempo,cercando di incoraggiarlo,stava superando il problema, poi di nuovo la paura dei contrasti,la paura dei “tacchetti”. Ha preso un calcio, e da li il buio totale. Il fatto è che oltre ad aver paura di farsi male,non si diverte.Spesso si innervosisce in campo, diventa frustrato e se la prende con gli altri, dando calci da dietro. Credo che lui sia consapevole del fatto che non riesce a giocare come sa e soprattutto non si diverte come vorrebbe. Abbiamo provato anche a mettergli delle fasciature sul piede e la caviglia per farlo sentire piu’ sicuro,ci parliamo, ma non cambia nulla.Come possiamo aiutarlo? Tenerlo lontano dai campi per un po’ potrebbe servire? Grazie mille

 

Gentile genitore,

da come lei descrive la situazione sembra ci sia stato un momento che ha sancito cambiamento nel modo di vivere l’attività sportiva in suo figlio. Lei dice che probabilmente sente la pressione della competizione con i compagni, per questo è importante capire se l’ambiente sportivo in cui è inserito suo figlio sia orientato al divertimento e all’impegno oppure al risultato e alla vittoria, magari confrontandosi con l’allenatore oppure osservando allenamenti e partite. Questo può permettere a lei di comprendere se il “clima motivazionale” del contesto sia caratterizzato o meno da aspetti di confronto con i compagni, rimprovero per l’errore, enfasi per la vittoria. Un ambiente con tale orientamento è, infatti, spesso correlato a stress e demotivazione nei ragazzi e potrebbe in parte spiegare il motivo per cui suo figlio ha cominciato a mostrare malessere, insoddisfazione e nervosismo in questa nuova squadra. Per aiutarlo potrebbe analizzare questi aspetti legati al contesto così come approfondire con suo figlio la situazione per capire se c’è stato qualche episodio dentro o fuori dal campo che lo ha turbato, comprendere come mai ha queste preoccupazioni legate al farsi del male e perché non prova più quel divertimento che sperimentava in passato. Non posso dirle se tenerlo lontano dai campi possa o meno servire, in questo momento proverei a parlare con suo figlio per riattivare la passione per il calcio enfatizzando gli aspetti legati al divertimento.

 

Spero di esserle stato utile,

Dott. Andrea Gabbiani



9 aprile 2018

Buongiorno, sono il papà di un bambino di 10 anni che da qualche anno pratica calcio; il problema che mi riferisce il mister ė che in allenamento fa tutto perfettamente, ė molto bravo. Nel momento in cui il sabato si gioca la partita di campionato, non riesce a giocare come in allenamento, qualcosa lo blocca. Come posso dare sicurezza e serenità a mio figlio anche in partita?

 Grazie

 

Gentile papà,

sarebbe stato utile avere ulteriori informazioni circa suo figlio per avere un quadro più completo. Ad ogni modo probabilmente, vista l’età di suo figlio, immagino si stia approcciando da non molto al campionato, quindi all’aspetto più di risultato. Come dice la teoria dell’adattamento, ogni situazione nuova implica una fase di “riaggiustamento” in cui bisogna trovare un nuovo equilibrio in base al proprio vissuto emotivo.

È importante capire come lui sente la partita, come siete orientati in casa, in famiglia rispetto al porre l’attenzione al risultato piuttosto che all’impegno. In psicologia dello sport si parla di «clima motivazionale percepito» dall’atleta e ci si riferisce alla percezione che il soggetto ha di un certo ambiente prestativo e riguarda l’orientamento motivazionale dell’allenatore. Se è orientato sul compito, l’attenzione è sui miglioramenti. L’orientamento sull’io pone l’attenzione sulla competizione, quindi l’allenatore rimprovera per gli errori, per una prestazione scadente. In quest’ultimo caso l’atleta potrà vivere con maggiore stress l’attività sportiva, poiché orientata solo al successo, al risultato. Soprattutto nei bambini il clima creato dagli adulti significativi è l’aspetto che più influenza la motivazione e l’orientamento personale.

Provi a parlarne con lui, per capire cosa sente lui e a stargli vicino ponendo attenzione al fatto che debba divertirti e imparare piano piano a vivere la partita come se fosse un ulteriore allenamento ma con compagni diversi.

Nella speranza di essere stata utile, le porgo cordiali saluti.

 dott.ssa Laura Camastra


8 aprile 2019

Buongiorno

sono la mamma di due bimbe di anni 5, che fa danza, e di anni 6 che fa ginnastica artistica. Premetto che la scelta di far fare due sport (scelti da loro) diversi è stata presa per evitare una competizione tra sorelle (molto sentita dalla più piccola). In realtà la prima è più portata per lo sport, anche come struttura fisica, ma riscontra un problema. Quando ci sono saggi o gare va in panico per la presenza di pubblico. Va in tilt e non c’è modo di metterla in ragione; alla fine rinuncia senza fare la gara. Questa volta io mi sono tanto arrabbiata e sono stata molto criticata. Io le ho sempre detto che non importa vincere. Vincere può essere bello per se stessi ma per me l’importante è partecipare per una questione di impegno che si è presa quando ha scelto di fare questo sport. Fare il saggio o la gara è anche rispetto nei confronti delle maestre e degli altri bimbi in squadra con lei. “Detto tra noi” (non ne ho fatto parola con lei) quello che mi dispiace non riesca mai a vincere è proprio questa timidezza perché fa male a me.... perché so che nella vita farà male a lei. In primis: ho fatto male a sgridarla? Sono troppo dura? E poi.... come posso aiutarla? Grazie per avermi letta.... vi sarei grata di una vostra risposta…


Gentile Sig.ra,

le crisi di panico in presenza del pubblico in occasione di saggi o gare, potrebbero dipendere dalle aspettative eccessive che la bambina nutre nei suoi confronti e/o dalla paura del giudizio degli altri. In allenamento la performance non è soggetta a giudizio, in gara invece le sensazioni si modificano e la paura di essere giudicati dagli altri va a sommarsi al "dover fare" necessariamente una buona prestazione.

La reazione di rabbia che lei ha avuto è comprensibile anche se il comportamento messo in atto dalla bambina non è volontario: "Sono abbastanza brava? Cosa penseranno di me? Valgo qualcosa? Ho fatto bene?" sono solo alcuni dei pensieri che sua figlia può formulare.

Il consiglio che posso darle è quello di aiutarla ad incrementare la sua autoefficacia e la fiducia in se stessa, evidenziando i suoi punti di forza. Oggigiorno la tendenza è quella di "demonizzare" l'errore, ma sbagliare o eseguire non perfettamente un passo è umano, non pregiudica la persona ed è assolutamente necessario per l'apprendimento.

dott.ssa Marika Di Benedetto



Buonasera, mio figlio di 10 anni frequenta una scuola calcio del nostro paese. Le sue qualità sono state subito evidenti ,perche molto bravo.Infatti è stato convocato per la seconda volta da una società professionistica molto importante. È contento ma nello stesso tempo smarrito,infatti ci dice che non vuole andare, crediamo che abbia paura di sbagliare il provino, perchè forse, al primo provino nn si è piaciuto,secondo noi.Lui al contempo spiega di stare bene coi suoi amici...gli abbiamo detto che è un premio al suo impegno...e cmq distante da casa solo 30 km...nn sappiamo come parlarli, perché forse a volte è meglio spiegare una delusione che il contrario.

Grazie .

Cordiali saluti.

R

 

Gentile genitore,

nella competizione sportiva, ma anche nella vita, quanto più alta è la percezione della "posta in gioco"o dell'importanza del compito che si è chiamati a svolgere, tanto più il livello di ansia aumenta. Se suo figlio viene considerato talentuoso ma non si percepise tale, può scattare in lui la paura di non essere all'altezza della situazione o delle aspettative delle figure di riferimento o più semplicemente delle proprie. Ciò che mi sento di consigliarle è di rassicurarlo cercando di affievolire le pressioni che potrebbe sentire su di sè e spronarlo a divertirsi senza pensare al risultato. In questo modo suo figlio avrebbe la possibilità di vivere serenamente questa opportunità e di esprimersi al meglio.

dott.ssa Marika Di Benedetto


2 aprile 2019

Buonasera, vorrei porvi una domanda, mio nipotino, 7 anni a luglio 2019, gioca a calcio.. È sempre stato un bimbo competitivo, vuole sempre arrivare primo, a scuola e in tutte le cose. Accetta difficilmente le sconfitte.. Va bene a scuola, nello sport è molto portato.. Prima nel nuoto tra i migliori.. Poi ha voluto cominciare calcio. In un periodo in cui faceva davvero bene, viene chiamato a un provino della società più importante in Italia.. Dopo il primo allenamento subito i dirigenti hanno contattato i genitori dicendo che il bimbo era molto interessante e veniva preso a giugno prossimo.. Continuando a farlo allenare una volta a settimana con la squadra.. Ora da circa un mese è cambiato, non riesce a fare le cose che faceva con estrema naturalezza.. Si impaurisce, si fa l'idea che non riesce più.. Ora dico, possibile questo cambiamento? Come bisogna comportarsi? Anche perché se continua così non so se a fine stagione sarà tesserato per quella società.. Grazie R. P.


Gentile R.P.

mi chiede se qualcosa è cambiato. Il cambiamento c'è stato ed è lei che me l'ha descritto: suo nipote non riesce più a fare con naturalezza le cose che faceva prima ed è impaurito al pensiero di non farcela. Cosa potrebbe essere successo? Potrebbe aver influito il fatto di confrontarsi con un nuovo ambiente, probabilmente nel quale il livello è altissimo e anche le aspettative. Suo nipote, essendo ancora all'inizio, potrebbe aver incontrato delle difficoltà nell'adattarsi alla nuova situazione nella quale sono cambiati allenatori, allenamenti, compagni e situazioni. Trovandosi di fronte a difficoltà maggiori e diverse, probabilmente prova confusione e non riesce a tollerare eventuali e naturali fallimenti e insuccessi. Io credo sia normale aver bisogno di uno spazio di adattamento per capire le migliori modalità per affrontare la nuova situazione. Il mio consiglio è quello di stargli vicino, confortandolo nei momenti di difficoltà e tranquillizzandolo rispetto alle conseguenze di eventuali errori: non deve pensare di non essere all'altezza ma solo di dover imparare ancora tante cose. Se non verrà tesserato in quella società, non sarà la fine del mondo, a 7 anni avrà sicuramente molte altre possibilità.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti



26 marzo 2019

Buonasera,

Sono la mamma di un ragazzo di 11 anni, da tre anni pratica la scherma a livello agonistico. Ha partecipato a diverse gare e tornei riuscendo a vincere anche qualche trofeo... Ho parlato spesso con il maestro perché mi replica sempre che non si impegna abbastanza e non fa uscire il suo carattere.. quando lui lo riprende spesso si mette a piangere e basta...non riesce ad avere un confronto con lui...io ho parlato con mio figlio per capire se ci fosse qualcosa che non andava con i suoi amici o se il maestro è troppo duri con lui...lui mi ha detto solo che non vuole più andarci che non gli piace più... E ci sta andando solo per fare un piacere a me..mi ha anche rinfacciato il fatto che io non lo ascolto e che per me il suo parere non conta...

A me dispiace che lasci tutto..però non mi va neanche di forzarlo a continuare..

Non so cosa fare..grazie

 

Gentile genitore,

Degli elementi che mi porta ho la sensazione che su suo figlio possa vivere delle aspettative e/o delle pressioni che possono risultargli difficili da gestire. A prescindere dallo sport praticato ad 11 anni, da un punto di vista evolutivo, siamo in una fase cruciale di sviluppo delle abilità mentali, cognitive emotive e sportive, e l’aspetto fondamentale dell’attività deve essere il divertimento piuttosto che la competizione. Forse anziché enfatizzare il “doversi impegnare” e il "fare uscire il carattere” potrebbe essere utile concentrarsi sugli aspetti puramente ludici e sociali della scherma chiedendo al bambino a fine allenamento o dopo una gara “Ti sei divertito?” piuttosto che “Ti sei impegnato? Hai vinto?”.

Spero di esserle stato utile,

Dott. Andrea Gabbiani

 


21 marzo 2019

Buongiorno

Sono la mamma di un bambino di quasi 6 anni (a giugno) che frequenta l'ultimo anno di materna.

Gli piace molto il calcio, ci gioca spesso a casa, con il fratello, al parco con gli amici, della sua età e anche con i più grandi amici del fratello. Non ha problemi e socializza volentieri.

È comunque un bambino timido soprattutto con le persone più grandi..Ci mette un po ma poi quando si abitua si apre.

All'asilo ho faticato un po...Perché inizialmente piangeva spesso ma solo nel momento in cui io andavo via..poi passava tutto e a scuola partecipava senza problemi a tutte le attività e quando andavo a prenderlo era felice e sereno. Anche quest'anno che è l'ultimo ogni tanto dice che non vuole andare a scuola ma stare con me...ma poi accetta la cosa è Va senza storie, pianti e quant'altro.

Il problema è questo...dall'anno scorso mi chiede di andare a giocare a calcio..Così abbiamo provato.

La prima volta aveva quasi 5 anni e siamo andati in una squadretta amatoriale vicino il suo asilo...Era felice ma nel momento di entrare in campo ha iniziato a piangere...l'allenatore lo ha preso cercando di coinvolgerli ma è rimasto tutto il tempo a maNina con lui...I giorni successivi ogni giorno si alzava chiedendo se doveva andare a calcio...aveva mal di pancia così ho capito che era ansia e ho preferito non forzarlo. ..lasciando perdere.

 

A settembre (5 anni compiuti) mi richiede di andare così provo a mandarlo nella squadra dove gioca il fratello che è una società più organizzata...Ci sono 4 lezioni di prova....Anche in questo caso è tutto eccetto e felice...Non vede l'ora di andare...ma poi arrivati li niente...Non vuole entrare in capo...Mi dico che devo provarci e visto che ci sono 4 giorni di prova gratuiti decido di cercare di spingerlo a provare e vado per 4 volte al campo con lo stesso risultato...pianti, mal di pancia e nessuna prova...

Parlando con lui mi dice che ha PAURA DI SBAGLIARE, PAURA DI PRENDERE PAROLE DAL MISTER...vuole stare con me....quindi lasciamo perdere...Gli dico che dovrà essere lui a dirmi quando sarà pronto ad andare...Senza problemi anche fra qualche anno...

 

2 settimane fa mi richiede di andare...Nella squadra dove abbiamo provato la prima volta. ...Sembra veramente convinto. ..Mi dice che è sicuro e che non piangera' più. .che questa volta proverà. ..Io dice a tutti che ci vuole andare...Così martedì iniziano e lo porto...Si prepara lui lo zaino usciamo di casa felici...In macchina parliamo...scendiamo entriamo dal cancello del campo edi inizia a tirarsi indietro...A dire che ha paura e che vuole stare con me....piange....Mi siedo su una panchina e provo a spronare e a tranquillizzarlo allo stesso tempo....

Poi ci rinuncio...

Probabilmente ho sbagliato. ..ma questa volta ho agito diversamente andando via subito, arrabbiandomi con lui...Gli ho proibito i giochi elettronici e il guardare video sul telefono docendo che alla sua età era più giusto andare fuori a giocare o fare altri giochi.

Lui è un bambino molto diligente qundi mi ascolta.

Faccio presente che in tutte queste volte in cui abbiamo provato non era solo..ma c'erano bambini che conosceva, amici e compagni di classe...

 

La mia domanda è questa. ...Cosa devo fare???...È giusto che io insista oppure devo lasciare perdere?

Lui dice che vuole andare. ..ma ha queste paure...

Vorrei fargli superare queste paure...fargli capire che non importa se sbaglia , che non succede niente. ...ma non so come fare...Ho provato a spiegargli la cosa...Sembra capire...ma poi è bloccato.

Il mio pensiero è che poi la cosa possa succedere anche a scuola o in altri amiti n futuro. ..

Mio marito vuole riprovarci andando lui assieme questa volta ...ma ho paura che sia tempo perso....

Grazie per la sua eventuale risposta.

Una mamma preoccupata.

 

 

Gentile mamma,

sarebbe stato utile avere ulteriori informazioni per poter inquadrare meglio la situazione. Considerando l’età di suo figlio, quando si è così piccoli è importante l’aspetto ludico nello sport, la competizione intesa come agonismo, orientamento sul risultato, dovrebbe venire in un secondo momento. In questo senso sarebbe da indagare ulteriormente quella che lui definisce paura di sbagliare visto che, spesso dipende dall’orientamento che si ha nel contesto in cui si vive (casa, scuola, sport, ecc.). I bambini, attualmente, sono sempre più orientati alla competizione, a dover essere i migliori, a non dover sbagliare e spesso quelle che sono le caratteristiche individuali, sono enfatizzate dai rimandi degli adulti. Cosa gli rimandate voi? Come sono le relazioni con i bambini della sua età? E l’allenatore? Nel contesto sportivo è importante che quest’ultimo ponga attenzione al gioco, al divertimento e all’impegno del bambino, senza calcare sull’aspetto del risultato, della vittoria. È fondamentale a prescindere dalla decisione, che il bambino si senta sostenuto da voi e che gli sia dato il tempo di adattarsi alle nuove situazioni in base anche al suo vissuto emotivo, come dice la teoria dell’arrangiamento. Quindi parlate apertamente con lui e valutate insieme i pro e i contro rispetto a continuare ad andare a calcio o no, poiché chi meglio del bambino stesso sa cosa lo fa stare meglio? È importante che lui possa trovare uno sport, un’attività, uno spazio dove potersi esprimere con serenità.

Nella speranza di essere stata utile, le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra


19 marzo 2019

Buongiorno sono la mamma di un bambino di 10 anni che gioca a calcio da 4 in una squadra dilettantistica. Lui adora il calcio in ogni suo aspetto, ma preferisce di gran lunga giocarlo piuttosto che seguirlo in tv. Abbiamo notato che mentre in allenamento é a suo completo agio, gioca bene, segna e soprattutto si diverte (questa per me é in assoluto la cosa più importante) quando ci sono le partite ufficiali si blocca é praticamente fermo! Lui si rende conto e ci resta malissimo quando arriva a casa piange e si sente umiliato. Premetto che seguo sia gli allenamenti e le partite i mister sono bravissimi, gli fanno i complimenti quando fa bene e lo spronano quando in partita si blocca. Io gli chiedo come si sente quando si blocca cosa potrebbe fare per essere se stesso anche in partita ma lui mi dice che non sa. Cosa potrei fare per aiutarlo?

Grazie

M

Gentile mamma,

da quello che mi racconta, suo figlio di 10 anni adora il calcio e si diverte moltissimo a praticarlo. Durante le partite però ha come un blocco e non riesce ad esprimersi al meglio e questo lo fa soffrire molto. A mio avviso è importante capire le cause di questi momenti: sarà importante chiedere a suo figlio che emozioni prova (è agitato o ha paura?) e quali pensieri ha in testa. Capire questo sarebbe un buon punto di partenza:come sottolinea la teoria dell'arrangiamento è fondamentale essere consapevoli delle proprie emozioni e dei propri vissuti nelle varie situazioni per trovare le strategie adeguate per superare i momenti più complicati e provare benessere.

Le cause possono essere moltissime e solo suo figlio conosce quelle reali: possono essere legate alle aspettative proprie, della famiglia o degli allenatori, alla paura di sbagliare o a confusione per quanto riguarda i compiti. Un possibile intervento potrebbe essere quello di individuare insieme agli allenatori degli obiettivi per suo figlio, indicando anche le modalità per raggiungerli. Questi obiettivi devono essere chiari, specifici e raggiungibili: in questo modo suo figlio saprà con chiarezza cosa fare in campo ed inoltre proverà soddisfazione nel completarli. Questa tecnica è chiamata goal setting e permette di tranquillizzare l'atleta e aumentarne la motivazione.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti


Salve ,

Sono il padre di un ragazzino di 12 anni e da 5 anni gioca a basket .

Quest' anno lo vedo in difficoltà , ora dopo diverse partite inizio a preoccuparmi .

Il basket e' uno sport molto veloce ed avvengono molti cambi, l' allenatore lo mette in campo lui gioca un po e quando esce dal campo non vuole piu' rientrare accampando scuse tipo mal di stomaco.

Ieri dopo l' ennesima volta l' allenatore mi dice che quando lo vuol mandare in campo lui si rifiuta .

Ho chiesto a mio figlio spiegazioni e lui mi ha risposto che si sente inutile per la squadra.

Abbiamo cercato di capire se non gli piacesse piu' il basket , ma dice di no.

Mia moglie vorrebbe mandarlo da uno psicologo , secondo lei lui non si mette in gioco e rinuncia per non essere criticato .

L' allenatore ha proposto di metterlo nella seconda squadra naturalmente se è volontà di mio figlio.

Io so che se mi esprimo posso influenzare la sua decisione , ma secondo me passare all' altra squadra è fuggire dal problema.

Voi cosa mi consigliate?

grazie

A.

  

Gentile Genitore,

La situazione che mi descrive andrebbe ulteriormente indagata e lei, come padre, può cercare di approfondirla mettendosi in una posizione di ascolto rispetto ai bisogni di suo figlio: comprendere quali pensieri gli passano per la testa che portano ai vissuti emotivi negativi e che sembra si manifestino in sintomi fisici (mal di stomaco) durante le partite. Questo può aiutarla a capire le motivazioni alla base del sentimento di inutilità che suo figlio vive nei confronti della squadra. Sarebbe utile, inoltre, allargare l’analisi del contesto agli allenamenti per capire se i problemi sorgono solamente nel contesto competitivo della gara così come approfondire i rapporti con i compagni di squadra, aspetto quest’ultimo centrale nella motivazione all’attività sportiva nei ragazzi. In un’ottica di crescita personale e benessere può essere una buona scelta rivolgersi ad uno psicologo per impostare un percorso a patto che vostro figlio condivida l’ipotesi e si mostri interessato.

 Spero di esserle stato utile,

Dott. Andrea Gabbiani.


 Buongiorno, mi chiamo A.

Abbiamo un figlio di quasi 12 anni ha iniziato a giocare a calcio intorno ai 6 anni per circa un anno tutto ok poi nella squadra non si sentiva più a suo agio perché non aveva grandi miglioramenti mentre i compagni imparava o a fare tante cose e ci furono alcuni che lo prendevano un po' in giro, quindi mal di pancia di testa fino a che decidemmo insieme a lue e a mia moglie di interrompe la scuola calcio, devo anche aggiungere che al tempo lui non era molto interessato al calcio, non conosceva nemmeno il nome di un calciatore non guardava e non interessava nessuna partita, evidentemente non era il suo sport. L anno successivo l abbiamo fatto provare a rugby tutto ok per un po' di mesi si divertiva anche perché è velocissimo e a quell età fa la differenza, comunque anche a regby il giorno della partita cambiava di umore, non più rilassato ma Serio e silenzioso anche la postura del corpo cambiava risultando rigido e testa bassa, fino che ha voluto smettere perché non gli piaceva più. A10 anni è arrivata l illuminazione ha iniziato a interessarsi di calcio così all improvviso stimolato da amici probabilmente ma comunque una passione vera sincera dai nomi di calciatori alle partite anche campionati esteri ma soprattutto ha voluto un pallone per giocare e per un estate intera ha giocato nel campetto vicino a casa con amici e non tornando a casa strafelice e a raccontare tutto, ovviamente andavo spesso anche io e vedendolo giocare così a calcio mi pareva quasi incredibile. Poi gli abbiamo chiesto se a quel punto voleva provare in un squadra anche perché a parte ogni tanto non era facile trovare bambini per giocare, sono praticamente tutti impegnati con lo spot, si è iscritto in una scuola calcio e malgrado è pochissimo tempo che gioca risulta un dei migliori gran fisico e grande corsa l allenatore è molto contento di lui, questo durante gli allenamenti dove risulta sempre i più bravo e il più attento, poi c'è la partita e qui si trasforma, faccia cupa a volte voglia di piangere corpo rigido non è più veloce ma addirittura lento impaurito al primo sbaglio e chiede addirittura di uscire, anche il mister non sa più come fare, lo riempie di commenti e si blocca non gli dice niente e si blocca ha provato a alzare la voce ma niente. Spero mi possa dare un consiglio soprattutto perché lui ne soffre tanto e a casa poi piange ma non c'è verso di farlo parlare, liberare, forse è il caso di farlo smettere ma lui non vuole. Grazie.

 

Gentile A,

la descrizione della storia sportiva di suo figlio è molto dettagliata e permette di capire alcune caratteristiche di suo figlio: prima di tutto che ha avuto diverse fasi di amore/odio verso lo sport che hanno portato ad una passione per il calcio e per la pratica di questo sport anche con ottimi risultati. Dall'altra parte di nota una difficoltà nel dimostrare le sue doti e le sue qualità durante le partite ufficiali.  Sarebbe importante capire quali sono le emozioni e le sensazioni di suo figlio: cosa lo rende triste? Di cosa ha paura? Da quello che racconta inoltre si capisce come non riesca a superare un eventuale errore. Le iniziali esperienze fallimentari con il calcio con conseguenti prese in giro potrebbero essere alla base di questi comportamenti: la paura di essere giudicato per un errore e di essere scherzato può risultare un forte fattore che blocca le prestazioni. A mio avviso sarà importante lavorare sull'autostima di suo figlio: deve capire di avere delle qualità e che gli errori fanno parte del gioco. E'importante che sviluppi "resilienza" cioè capacità di affrontare emotivamente e psicologicamente le varie situazioni mantenendo il proprio benessere. Un possibile intervento potrebbe essere quello di individuare insieme agli allenatori degli obiettivi per suo figlio, indicando anche le modalità per raggiungerli. Questi obiettivi devono essere chiari, specifici e soprattutto raggiungibili: in questo modo suo figlio saprà con chiarezza cosa fare in campo e in base a cosa verrà giudicato. Il raggiungimento di tali obiettivi porterà soddisfazione in suo figlio e aumenterà la sua autostima. Inoltre come genitore potrebbe supportare suo figlio motivandolo a divertirsi e sottolineando a fine partita solo gli aspetti positivi della sua prestazione.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti


14 marzo 2019

Buongiorno, sono la mamma di 2 bambini, uno ha 9 anni e da quando ne aveva 6 pratica hockey su prato, sport da lui stesso scelto che continua a piacergli e nel quale si impegna tanto, come è tipico del suo carattere.

La sorella di 6 anni invece, sempre stata caratterialmente più "capricciosa" ma molto portata fisicamente (molto atletica e riesce in tutto) diciamo ha fatto finora molti sport senza mai appassionarsi a nulla. Ha iniziato con la danza, le piaceva ma piangeva prima di ogni singola lezione, una volta entrata si divertiva e al saggio è stata una di quelle più sorridenti e a suo agio...felice anche di esibirsi!

Ha poi deciso di smettere e ha iniziato anche lei hockey, dopo qualche mese anzichè seguire gli allenamenti vagava nel campo piagnucolando....smesso anche quello.

Nuoto.....le piace da impazzire l'acqua, va sott'acqua da quando aveva 1 anno, entra in acqua e fa il bagnetto fregandosene di quando detto dall'allenatore.....

Ginnastica artistica: ha iniziato con piacere ma poi la annoia il riscaldamento e ormai piagnucola anche per quello; se la ignoro prosegue il suo allenamento e si diverte pure ma non posso impazzire ogni volta coi suoi umori.

Posto che è il suo carattere mi chiedo cosa sarebbe meglio fare: insistere ed ignorare i suoi capricci o continuare a cercare un fantomatico sport che possa piacerle almeno per una stagione intera?


Grazie F.

 

Gentile genitore,

capire i segnali dei bambini, soprattutto in questa fascia d'età, non è semplice. Il capriccio può essere una modalità attraverso la quale sua figlia intende esprimere un'emozione, una preoccupazione, un disagio o semplicemente un bisogno, richiamando la sua attenzione. Cosa vuole comunicarle? Una ricerca di conferme? La necessità di sentirsi rassicurata e considerata? Ciò che mi sento di consigliarle è di cercare di capire quale possa essere il motivo del capriccio utilizzando le capacità empatiche per predisporsi all'ascolto e al dialogo, tenendo in considerazione le emozioni proprie e della bambina. Il fatto che cambi sport continuamente potrebbe essere dovuto ad un'assenza o insufficienza della dimensione ludica e di stimoli: tenga in considerazione che a 6 anni i bambini si annoiano facilmente, hanno una soglia attentiva bassa e devono essere stimolati continuamente nel compito che sono chiamati a svolgere.                            

dott.ssa Marika Di Benedetto



Buongiorno. Mia figlia di 8 anni pratica ginnastica artistica da quando ne aveva 4. Si allena 15 ore a settimana da quando ne aveva 6. Capita spesso di avere crisi e paure nell'affrontare i vari attrezzi, soprattutto parallele e trave con improvvisi pianti, con continue scuse. Ho provato a parlarci dicendo e cercando di tranquillizzarla e facendole capire che non esiste solo la ginnastica e che può tranquillamente praticare altri sport. Ma niente da fare per lei esiste solo la ginnastica. Vedo che lei continua a non essere tranquilla quando va in palestra. Premetto che l'ambiente è severo ma al punto giusto. Ho provato a parlare anche con le sue allenatrice confermandomi le sue paure. Vorrei anche aggiungere che si blocca su elementi già eseguiti senza problemi in passato. Non voglio dilungarmi troppo. Mia figlia vive la ginnastica a mio parere in modo non sereno come dovrebbe essere per lo sport. Mi piacerebbe avere qualche consiglio utile per come gestire la situazione. Grazie.

   

Buongiorno,

dalla descrizione che lei ha fatto di sua figlia, si potrebbe ipotizzare un'ansia da prestazione (in allenamento). L’ansia spesso deriva dal gap tra la percezione delle proprie capacità, considerate come “basse” e le difficoltà del compito autopercepite come “troppo elevate” rispetto alle proprie potenzialità. A mio parere anche il carico di allenamento potrebbe risultare eccessivo in rapporto all'età: 15 ore settimanali per una bambina di 6 anni potrebbero essere difficili da tollerare oltre che incrementare nel tempo il livello di stress percepito.

Potrebbe essere utile indagare l'ansia che la bambina sperimenta di frequente chiedendole che cosa le fa paura, come si sente quando esegue gli esercizi, se si giudica capace, se si diverte o se avverte pressioni. Su quest'ultimo aspetto porrei la dovuta attenzione. L'ambiente in cui sua figlia si allena è stato descritto come severo ma al punto giusto: ciò potrebbe non coincidere con la percezione della bambina e portarla a non esprimersi serenamente nella sua disciplina.

dott.ssa Marika Di Benedetto


7 MARZO 2019

Salve sono un ragazzo di 18 anni e sono 12 anni che gioco a calcio,di cui 4 lo faccio da agonista.

È sempre stata la mia grande passione ed ho sempre giocato volentieri togliendomi anche belle soddisfazioni. Raramente mi è sembrato pesante allenarmi e quasi mai ho avuto voglia di saltare una seduta. Ultimamente però la situazione sta cambiando.

Quest'anno l'impegno richiesto è stato veramente tanto e complice anche la mole di compiti che devo sostenere a causa del liceo sta diventando piuttosto stressante praticare con leggerezza e spensieratezza questo sport. In concomitanza ho sviluppato anche una grande passione per il powerlifting,(mi alleno 2 volte a settimana in palestra)tanto forte che mi porta quasi ogni giorno a leggerne articoli a riguardo, libri o interviste di atleti famosi.

Per entrambi i motivi elencati sopra sto pensando di valutare di lasciare il calcio. La scelta sarebbe giustificata dal fatto che praticare un solo sport(il powerlifting)e praticarlo organizzando gli allenamenti secondo il proprio tempo libero sarebbe meno stressante e potrei ottimizzare le performance solo in quello sport. Di contro il calcio ha rappresentato qualcosa di veramente importante nella mia vita e non c'è stato mai un periodo in cui ho smesso di praticarlo, quindi non so come potrei reagire e se potrei pentirmene in futuro.

Nonostante abbia chiesto consigli ad amici e parenti mi trovo in questo limbo da qualche tempo e ho intenzione di prendere la decisione a stagione finita per avere tutta la lucidità possibile e decidere nel migliore dei modi. Nonostante questo i dubbi non sembrano risolversi. Come potrei comportarmi per prendere la decisione "migliore" che mi permetta di non soffrire e star male in futuro?

Ringrazio anticipamente chi mi risponderà.


Gentile Ragazzo,

non è mai semplice prendere una decisione di questo tipo: lasciare qualcosa, in questo caso il calcio, che è stato un elemento importante e costante nella tua vita crea sicuramente dubbi e indecisione. Il famoso calciatore,ora illuminato dirigente, Jorge Valdano ha detto che "ogni decisione, anche se vagamente tragica, finisce sempre per tranquillizzare". Io sono pienamente d'accordo con lui: fare delle scelte ci tranquillizza perché lasciamo quella zona di indecisione che tu hai chiamato limbo. Come fare a scegliere nel modo migliore? Bisogna analizzare i propri sentimenti, le proprie emozioni e sensazioni. In questo momento ti senti più motivato a giocare a calcio o a praticare powerlifting? Quale ti diverte di più? In quale hai voglia di impegnarti maggiormente? La risposta a queste domande la conosci solamente tu. Ricorda inoltre che hai solo 18 anni e quindi hai il tempo per tentare e in caso di errore correggere. Il mio consiglio è quindi quello di ascoltare te stesso, il tuo corpo, le tue emozioni perché solo così potrai trovare la strada giusta per te.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti


Buongiorno, sono la mamma di una ragazzina di 11 anni che gioca a pallavolo da quattro anni.

Non è mai stata brillantante, anche se ha scelto autonomamente questo sport, lasciando la danza e il nuoto. E noi genitori l’abbiamo assecondata.

Nella pallavolo si è trovata spesso a giocare con bambine più portate e con più esperienza di lei. È comunque cresciuta, nel senso che quando lei ha cominciato a giocare era una di quelle bambine che 9 volte su 10 non riusciva a prendere nemmeno la palla al volo fermandola. Riflessi zero. Adesso gioca tranquillamente, anche se non è mai al livello delle sue compagne.

È anche vero che è sempre stata messa a giocare ad un livello superiore, mentre, soprattutto quest’anno, era stata fatta da me richiesta di metterla a giocare con bambine di un anno più piccole affinché affrontasse meglio la competizione e darle il tempo di crescere. Chiedevo quindi che fosse inserita in un campionato U11.

Invece è stata inserita in un campionato U13 perché secondo me mancavano i numeri, con la conseguenza però che, pur essendo solo in 8, giocano sempre le stesse ragazze, e ci sono state partite in cui mia figlia non ha messo piede in campo e l’allenatrice si è giustificata dicendole che erano partite troppo importanti e che bisognava vincere.

Dopo averla vista tornare a casa piangendo più volte, abbiamo preso la decisione di andare a parlare con l’allenatrice e, non essendo stati presi in considerazione, poi con la presidente della società. La situazione non ha fatto che peggiorare, e l’allenatrice adesso non la considera proprio più, con grave sofferenza della bambina e conseguente nostra.

Abbiamo detto a nostra figlia che se vuole continuare a giocare deve solo impegnarsi di più, che cambiare squadra per andare in un'altra città non ci garantisce che lei potrà giocare di più, ma potrebbe solo aumentare il sacrificio dovuto agli spostamenti. Inoltre abbiamo capito che ci siamo trovati davanti ad un’allenatrice che non ha la benché minima idea del suo ruolo di educatrice, in cui non si fa minimamente carico delle difficoltà ma tiene in considerazione solo chi le garantisce l’opportunità di vincere.

Sappiamo, a come stanno le cose ad oggi, che per gli anni successivi all’U13, ci sono altri allenatori, quindi, dopo aver imparato la lezione che non dobbiamo nemmeno educatamente prendere posizione davanti agli allenatori, dobbiamo sperare che nostra figlia continui a tener duro per poi trovare qualcuno che non la faccia naufragare in un terreno di bassa autostima? O dobbiamo cambiare?

Il mio ruolo di madre mi invita a proteggerla, a farla cambiare. Ma il mio ruolo di madre è anche quello di accompagnarla nella sofferenza affinché possa crescere attraverso questa e capire cosa le interessa davvero. Ho paura però che soffra troppo e che questo pregiudichi la percezione che ha di sé.

Fino a che punto posso spingermi per non creare danno a mia figlia? Fino a che punto devo lasciare “carta bianca” a una persona che non stimo e che trovo inadatta al suo ruolo? (allenatrice)

Voglio avere fiducia in mia figlia, darle la possibilità di “risolvere” da sola, ma ho anche paura di lasciarla esposta a una situazione più grande di lei e per la quale forse dovremmo noi genitori prendere una decisione per tutelarla.

Abbiamo bisogno di aiuto. Spero in un consiglio.

Cordiali saluti.

Barbara


Gentile Barbara,

la situazione che mi ha descritto è abbastanza chiara: sua figlia di 11 anni gioca a pallavolo in una squadra U13 ma è poco considerata dall'allenatrice che si interessa solamente alla vittoria e non al benessere e alla crescita delle atlete. Questa situazione fa soffrire molto sua figlia e di conseguenza anche voi genitori. Come lei suggerisce le soluzioni possono essere due: rimanere nella stessa società con la speranza che nei prossimi anni ci sia un nuovo allenatore/allenatrice più disponibile e attento oppure cambiare squadra con però grossi sacrifici per gli spostamenti. La cosa per me più importante da fare per voi genitori è quella di confrontarvi con vostra figlia: capire quali sono le sue sensazioni, le sue motivazioni e analizzare insieme le varie possibilità valutandone pregi e difetti. Sicuramente sarà importante sottolineare che non è detto che in un'altra squadra non si trovino gli stessi problemi e che sia tutto più semplice. Solo sua figlia sa cosa è meglio per se stessa. A 11 anni lo sport deve essere divertimento: se esso è presente si riescono a superare le difficoltà. Mi chiede fino a che punto può spingersi e dove lasciare carta bianca: a mio avviso come madre deve essere sempre presente e accompagnare sua figlia nelle scelte, cercando però di capire la volontà della ragazza e di prendere delle decisioni condivise. Come sottolinea la teoria dell'arrangiamento è fondamentale "ascoltare" le proprie sensazioni, motivazioni ed emozioni per essere sempre più consapevoli di noi stessi e della strada da seguire per il nostro benessere.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti



1 MARZO 2019

Buongiorno, mio figlio di 7 anni gioca dall'anno scorso in una scuola calcio della nostra città. Le sue qualità sono state da subito evidenti e così ha fatto da subito parte della "rosa" dei giocatori di partite e tornei. Hanno collezionato un susseguirsi di sconfitte, ma prima di fine anno sono stati protagonisti di vittorie e trofei. Adora il calcio in ogni sua sfumatura.. Partite alla tv, conosce tutte le squadre e giocatori, colleziona figurine panini dall'età di 2 anni... È sempre con una palla tra i piedi. Allenamenti abbastanza sereni dove primeggia sempre , forse un po' noiosi e credo poco educativi. Durante l'ultimo allenamento il mister lo ha mandato nel gruppo B, togliendolo dal gruppo di bimbi che stanno giocando il torneo. E lui è corso via piangendo e non si è più voluto allenare. .... Lui non vuole più fare tornei e gare. In campo durante le partite non vuole entrare, sguardo da funerale e se prova ed entra trema, scoppia a piangere ed esce senza giocare più un minuto. Sembra proprio venire sopraffatto dall'ansia. È caratterialmente irrequieto in casa e negli ambienti dove si trova a suo agio, poco rispettoso delle regole... Ma socievole e da profitto scolastico, compprtamento da migliorare. Come dobbiamo comportarci? Insistere nel portarlo ai tornei (ma tanto non gioca!!!) o lasciargli del tempo. Grazie se mi risponderà... Una mamma preoccupata di dargli il messaggio giusto!

 

Gentile mamma,

sarebbe stato utile avere ulteriori elementi circa la situazione che suo figlio sta vivendo, ad esempio il motivo di questa scelta del mister. In generale è utile condividere la motivazione di una scelta poiché quando questo non avviene, è probabile che i bambini si facciano delle fantasie negative e sia influenzata la percezione di sé stessi, quindi l’autostima. Una volta chiarito questo, secondo la teoria dell’arrangiamento ogni cambiamento comporta un doversi riadattare ad una situazione in base al proprio vissuto emotivo. Cerchi di parlarne apertamente con lui e di capire se, tornei o gare a parte, si diverte nell’allenamento, se sta bene, poiché chi meglio di lui stesso può dirlo? È ancora presto per scegliere definitivamente uno sport, potreste valutare insieme di provarne altri ad esempio e considerare i pro e i contro di questa eventuale scelta, o se in questo momento si diverte senza fare le gare, è importante per lui che trovi una dimensione che gli permetta di esprimersi con serenità.

Cordiali saluti,

Dott.ssa Laura Camastra


Buongiorno, sono la mamma di una bambina di 8 anni (quasi9). Pratica judo da quando ne aveva 4 di anni. Ha collezionato trofei, coppe e medaglie gareggiando anche in circuiti nazionali e regionali. Quest'anno, nella sua palestra e' arrivato un nuovo maestro con a seguito due atleti un anno piu' grandi di lei. Inizialmente hanno combattutto insieme procurandole diverse volte degli infortuni ( leggeri per fortuna) e lei e' stata piu' volte sgridata dal maestro perche' piangeva in quelle occasioni. Non si e' creato un rapporto tra le parti con il risultato che lei odia la sua disciplina e vuole mollare, non vuole piu' combattere ne' gareggiare. Io sono combattuta perche' da un lato vorrei che superasse questi ostacoli e tornasse a vivere serenamente e con gioia il suo sport dall'altro mi rendo conto che le metto pressione e quindi sento di forzare la sua scelta. Non servirebbe cambiare palestra perche' il suo rancore covato verso gli atleti ed il maestro l'hanno portata alla conclusione che non le piace lo judo.

Cosa potrei fare?

Ne ho parlato con il maestro il quale mi ha risposto che il mondo e' cattivo e che lei deve abituarsi a questo. Non c'e' stato nessuno slancio a suo favore. Solo indifferenza


Gentile mamma,

forse il maestro si è presentato in modo troppo duro e ciò, con degli atleti piccoli, non è serve favorevole poiché si rischia di farli allontanare dalla disciplina invece di appassionarli ancora di più.

Potrebbe provare ad assecondare sua figlia nel suo desiderio di smettere di praticare il judo, inutile continuare a forzarla se ciò le porta solo sofferenza; probabilmente allontanarsi dalla palestra e dallo sport che tante gioie le ha regalato le faranno riscoprire la sua passione e, a quel punto, sarà normale per lei cambiare palestra e cominciare un nuovo percorso.

Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico

 



Buon giorno, sono la mamma di un bambino di 7anni e mezzo. Purtroppo suo padre ci ha lasciati quando lui aveva solo 2 mesi. Ho fatto del mio meglio per crescerlo sereno. È ovvio che so perfettamente che il vuoto che suo padre ha lasciato non potrà mai essere colmato. Ho fatto in modo che non crescesse con l'odio nei suoi confronti e le rare volte che lo viene a trovare cerco di creare un bel momento.
"Angelo" mio figlio, è un bimbo speciale, è sempre molto controllato, ma è anche tanto sensibile si accorge di tutto e tende sempre a tenere tutto sotto controllo. Ho sempre ritenuto che lo sport sia importante,quindi a 5 anni si è iscritto alla scuola calcio, ma dopo 2 mesi ha voluto smettere, mi ha spiegato che non gli piaceva, gli è sembrato a suo dire uno sport troppo aggressivo. A 6 anni è voluto andare a karate, ma è successa la stessa cosa,dopo 3 mesi ha smesso, piangeva aveva un respiro affannato, era sempre triste, quindi si è ritirato.
Faccio un passo indietro, quando aveva 6 mesi ci siamo iscritti a nuoto e questa passione non l'ha mai abbandonata, ma a Novembre ha iniziato a chiedermi di tornare a calcio. Dopo numerose sue richieste siamo scesi ad un compromesso. 1 volta a settimana Nuoto e 2 volte Calcio.
Ieri per l'ennesima volta ha chiesto di smettere. Stavolta ho deciso di comportarmi diversamente. Non l'ho assecondato, gli ho detto che ha preso un impegno e lo deve portare a termine, deve superare la paura in campo e si deve lasciare andare. È sempre molto controllato, non esulta non partecipa alle emozioni che vive la squadra.... Sembra un pesciolino fuori dall'acqua, adesso mi dice addirittura che ha paura di sbagliare a tirare che ha paura che la sua squadra perda per colpa sua.... si fa mille problemi e non vive mai con la spensieratezza giusta i suoi momenti. Dentro di me sono certa che un gioco di squadra gli faccia bene, si rapporta anche con figure maschili che fino ad oggi nella sua vita non ci sono state mai e quel poco che ci sono state non sono state positive. Spero mi possiate AIUTATE e Consigliare.... Aspetto una vostra cortese risposta. A presto. C


Gentile mamma,

è verissimo, lo sport è molto importante ed è giusto che fin da piccoli i bambini lo pratichino, ed è altrettanto importante fare uno sport di squadra che permetta di relazionarsi con i coetanei e con una figura autoritaria quale l’allenatore.

 

Ha provato a chiedere a suo figlio il perché pensa di non essere all’altezza e il motivo di questa paura? Probabilmente si sente insicuro delle sue capacità ed ha bassa autostima. Nel nuoto mostra le stesse insicurezze? Potrebbe essere utile l’aiuto di un collega che, attraverso un lavoro sulle emozioni, lo potrebbe aiutare ad essere più consapevole di se stesso.

 

Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico




26 FEBBRAIO 2019

Gentile dottore, le scrivo per la situazione di mio figlio di 13 anno e mezzo che da 4 anni gioca in una squadra di calcio, é un ragazzino molto perfezionista: voti perfetti a scuola, molto responsabile ed attento, anche se noi spesso cerchiamo di smorzare questo atteggiamento eccessivo.
Noi genitori non siamo interessati al calcio e lo vediamo solo come una cosa che piace a lui senza alcuna pretesa di prestazioni. Il ragazzo ha qualche problema di crescita perché è molto indietro nello sviluppo, da qualche mese stiamo facendo molti accertamenti per vedere se e cosa fare nel suo caso (risulta 3 anni indietro), ed in campo è molto piccolo rispetto ai compagni.

Non dimostra di farsene un problema, anche se qualche volta qualche compagno lo prende in giro. Gli piace molto giocare a calcio, non perde un allenamento ed era anche uno dei migliori in campo, da ottobre però ha cominciato ad avere problemi, inizialmente in partita entrava e diceva che non riusciva a respirare, si sentiva la gola tappata, ansimava ed era stanco (anche solo dopo 5 minuti), usciva rientrava varie volte, ma alla fine terminava subito la partita. Al termine della partita il ragazzo era arrabbiato con se stesso per quello che gli accadeva, e per non riuscire a giocare. In allenamento tutto bene nonostante la impegno fisico. Impensieriti abbiamo fatto tutti gli accertamenti per escludere problemi a cuore e polmoni senza trovare niente.

Il problema è andato ad aumentare, ora accade anche negli allenamenti (quando fanno preparazione atletica tutto bene, quando tocca la palla iniziano i sintomi), il ragazzo ora chiede di fermarsi perché sente che 'non ce la fa', che ha 'dolore alle gambe e le sente stanche'. Ora anche quando esce dagli allenamenti è arrabbiato con se stesso e demoralizzato per quello che si ripete ogni volta. L'allenatore vista la situazione ha cominciato a non convocarlo più alle partite, ed anche lui non sa come spronarlo ( ci ha detto che cerca di non brontolarlo o di incoraggiarlo a divertirsi), e chiede anche a noi cosa fare. Dottore, cosa dobbiamo fare? Forse esprime così il suo disagio o un senso di inferiorità rispetto ai compagni, o forse siamo stati noi genitori ad acuire la cosa con i controlli medici?
Grazie dell' aiuto

Gentile genitore,

da quello che posso leggere sembra che suo figlio possa soffrire per la sua attuale condizione e manifesti il proprio disagio su più fronti. Solitamente il perfezionista cela una scarsa autostima, potrebbe vivere una paura di fallire o di risultare inadatto e sbagliato agli occhi degli altri: essere bravo potrebbe essere è l’unico modo che ha trovato al momento per essere accettato. Suo figlio potrebbe tentare di sopperire alle problematiche fisiche volendo dare sempre il massimo e cercando di esprimersi al meglio, anche se non dimostra farsene un problema. 

La tendenza a non voler essere mai fuori posto può generare ansia, ansia che può essere amplificata dalla preoccupazione dei genitori. Inizialmente potrebbe sembrare che il ragazzo abbia somatizzato quello che sembra un disagio (non riusciva a respirare, si sentiva la gola tappata) nel momento in cui era messo alla prova: i ripetuti accertamenti medici possono aver acuito la sua ansia. 

Per questo credo sarebbe utile riuscire a comprendere se e quali disagi emozionali e/o affettivi possa avere al fine di poterli registrare e poi comprendere meglio se e quali cambiamenti posso essere accorsi anche nel suo contesto di vita.   Il consiglio che posso darle è quello di parlare apertamente con suo figlio, capire realmente come vive la situazione, le emozioni che prova, cercare di tranquillizzarlo e di rendere più disteso il clima familiare: l’ansia chiama ansia. Essere imperfetti non significa avere minor valore, il successo passa anche attraverso i fallimenti.

dott.ssa Marika Di Benedetto

25 FEBBRAIO 2019

Salve, ho un bambino di 8 anni che gioca a calcio. A scuola ha ottimi voti, ed è voluto bene da tutti. Noi siamo orgogliosi. Il calcio lo fa molto volentieri e quando è brutto tempo e noi proviamo a farlo rimanere a casa lui insiste x andare, che sia allenamento o che sia partita. Fa parte di un gruppo di bambini classe 2010, diviso in tre mini gruppi, con tre allenamenti e tre campionati differenti. Lui fa parte del gruppetto dei meno pronti, del quale è tra i più bravi. Mi hanno fatto notare che il suo gruppo è meno considerato, meno partecipe alle attività extra programma, se fanno amichevoli o tornei extra loro non esistono e gli allenamenti sono meno efficaci anche per via del numerico più alto (15 - 20 bambini mentre i primi due gruppi la metà) e per via di bambini alle prime armi. Adesso sono un po' confuso e forse arrabbiato e vorrei un confronto con la dirigenza, però penso che poi potrei mettere in difficoltà il cammino del bambino. Queste differenze le avevo notate già, ma non davo molto peso in quanto tutt'ora, mio figlio va volentieri, l ha scelto lui, è affezionato ai mister, ha molta complicità con i bambini del suo gruppo e mi spingo a dire anche complicità con gli altri gruppi. Diciamo di meglio non si potrebbe desiderare. Nel momento in cui il bambino saprà della situazione reale e delle penalità che sta subendo cosa gli dovrò dire? Noi vogliamo solo che lui sia felice non ci interessa il livello che raggiungerà, anzi anche in una sconfitta durante una partita gli facciamo cmq i complimenti. Saluti


Gentile genitore,

a mio avviso la cosa più importante è che suo figlio si diverta e faccia sport volentieri. In quale gruppo ha poca importanza per lui, gli interessa giocare e stare con i propri amici. Il gruppo penalizzato rispetto agli altri? Probabilmente la società ritiene che in questo momento i vari gruppi abbiano esigenze e necessità diverse. Gli allenamenti e le proposte hanno efficacia a secondo del gruppo e dei membri. Secondo il mio parere suo figlio è già consapevole delle differenze tra le squadre ma per ora va bene così. E' importante che la società motivi queste scelte e riesca a rendere partecipi e a motivare i propri atleti in ogni situazione. Come genitori il mio consiglio è quello di continuare come state facendo e cioè supportandolo e avendo come obiettivo primario la sua felicità.

Spero di essere stato utile.

Dr Paolo Peluchetti
 

Buongiorno, 

sono la mamma di A, un bambino di quasi 11 anni che gioca a minibasket.
Si allena 2 volte a settimana con 2 gruppi, i bianchi (meno forti) e i rossi (competitivo).
Ieri ha giocato un torneo con il gruppo dei bianchi e, alla fine del suo tempo, si è reso conto di aver fatto schifo (sue parole).
È entrato in crisi e, per tutta la partita aveva una gran voglia di piangere ed ha continuato a giocare senza impegno....poi è esploso negli spogliatoi in un pianto dirotto.
Gli ho chiesto cosa avesse scatenato questo suo stato d'animo e mi ha risposto che, quando ha sbagliato un canestro, ha sentito me gridare il suo nome ed ha pensato di avermi delusa.
Gli ho spiegato che nelle partite si può vincere o perdere, fare o non fare canestro ma la cosa importante è che lui si diverta e si impegni.
Non so come tranquillizzarlo e fargli vivere le partite in modo sereno.
È un bambino molto più grande dell'età che ha ma è molto sensibile, a volte in modo esagerato.
Come devo comportarmi con lui in modo da non intaccare la sua autostima e farlo reagire in modo positivo in queste situazioni?
Grazie in anticipo
A


Gentile A.

la risposta che ha dato a suo figlio è quella giusta: l'importante è impegnarsi e divertirsi, sia che si vinca sia che si perda. Il mio primo consiglio è quello di sostenerlo come fa dopo le partite, anche durante: continuare a incitarlo, dare feedback positivi, cercando di evitare rimproveri o qualsiasi frase che possa sembrare disapprovazione o lamentela. Detto questo è fondamentale lavorare con suo figlio: bisogna capire il perché si abbatte quando non gli sembra di giocare bene e rinuncia a lottare. Deve riuscire a capire che durante una partita la possibilità di sbagliare c'è e ci sarà sempre ma non per questo bisogna abbattersi e rinunciare. L'autostima è fondamentale ma insieme ad essa anche la cosiddetta resilienza, cioè la capacità di affrontare le difficoltà per superarle. Per svilupparle è importante fissare degli obiettivi da raggiungere durante le partite che però siano chiari e raggiungibili: per esempio fare un tot passaggi ai compagni, tentare un tot di tiri a canestro, fare 4 punti ecc. Importante è che siano alla portata dell'atleta. Una volta raggiunti essi provocano una soddisfazione nell'atleta e ciò lo tranquillizza e galvanizza, facendogli superare ansie e timori. A mio avviso potreste provare in questo modo.

Spero di essere stato utile.

Dr Paolo Peluchetti


11 FEBBRAIO 2019 

Salve

Mi chiamo F padre di un bambino di 11 anni.

Avrei una domanda da porvi.

Mio figlio gioca nella categoria 2007 di una scuola calcio che usa il metodo A. I. C junior

Il gruppo è formato da circa 20 bambini, prima dell'inizio della stagione calcistica, la società attraverso una riunione, comunicava a noi genitori, che alcuni ragazzini di questo gruppo sarebbero STATI 8 "TITOLARI" ogni gara di qualsiasi competizione, anche due gare nello stesso giorno, poiché secondo loro più pronti, mentre poi tutto il resto del gruppo a convocazione alternate tra di loro.

Questo ha fatto sì che oltre a mio figlio, anche altri ragazzini della squadra si sentissero esclusi dal resto del gruppo,

Tutta questa situazione ha creato uno scompiglio e gelosia tra di loro... ma ancor più grave è stato farli sentire umiliati e demotivati, visto che la società spesso attraverso il mister durante le sedute di allenamento settimanali gli ribadisce ai che gli 8 giocano anche" 2 partite intere"

mentre loro al massimo un tempo e mezzo di una sola partita.

Vorrei sapere gentilmente, ma tutto questo è normale?

Funziona così una scuola Calcio?

visto che mio figlio da quando gli anno comunicato queste decisioni si sente un poco di buono.

La società ci ha riferito che queste scelte sono state prese secondo la metodologia calcistica A. I. C junior.

Questa situazione ha creato dei seri problemi psicologici in mio figlio, il quale ha paura di stare in campo e

di sbagliare, e vedendolo giocare ieri in una partita ho notato che ha paura del mister.

Vi ringrazio anticipatamente.

In attesa.

Cordiali Saluti.

 

Gentile genitore,

premesso che ogni scuola calcio ha una sua filosofia di gioco, di allenamento, di obiettivi e di priorità, ma al centro dovrebbe esserci sempre il bambino, il giocatore. senza dimenticare che lo sport è un forte strumento educativo.

La metodologia AIC si riferisce al modello calcistico utilizzato dall’Associazione Italiana Calciatori che proprio perché metodo educativo, è un modello di allenamento e di insegnamento/ apprendimento adeguato a tutelare i diritti dei bambini che praticano attività sportiva. Le consiglio di cercare informazioni su internet perché ci sono anche progetti fatti in scuole calcio che prevedono allenamenti specifici secondo questa metodologia e dubito comportino la decisione a priori di chi gioca e chi no. Decidere questo senza dare la possibilità di cambiare, porta ad una demotivazione in chi non fa parte degli “eletti”, porta uno squilibrio tra i ragazzi stessi, oltre che rimanda un senso di impotenza e inefficacia in chi non potrà mai essere un titolare, se, davvero come dice, gli 8 titolari restano quelli per tutta la stagione.

È importante che la società abbia una corretta comunicazione con voi genitori e con i ragazzi stessi, quindi una volta informatosi correttamente su questa metodologia, le consiglio di valutare con suo figlio stesso cosa fare, se pensare di trovare un ambiente che gli permetta di esprimersi al meglio, che non lo faccia sentire così inadeguato e demotivato.

Nella speranza di essere stata utile, le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra


Buongiorno, vi scrivo per chiedere gentilmente un consiglio su come comportarmi con mio figlio di anni 8.

Lui è al terzo anno di calcio, sport che lui preferisce, e a detta sua in maniera ripetuta non vuol cambiare. Effettivamente lui ama il pallone, ci gioca a casa, adora andare al parco e giocare anche con bambini di età diversa dalla sua che non conosce(anche se inizialmente l'approccio è un po' freddo) gioca e si diverte per ore, e infine guarda continuamente video di calcio, insomma sembra proprio adorare questo sport.

Ma da sempre ha dei problemi che sia io che mia moglie non siamo riusciti a risolvere in questi tre anni. In pratica spesso vorrebbe saltare gli allenamenti ma la vera tragedia si verifica ogni volta che deve fare la partita, inizia il broncio, io sono stanco, non mi sento bene, il mister mi riprende continuamente e mi fa fare brutta figura, in fine fa di tutto per non andare a fare la cosa che a lui dovrebbe piacere di più....la partita. Inizialmente pensavamo che il problema fossero i rimbrotti del Mister (che ne ha per tutti) ma il fatto è che lui da un lato lo rimprovera e dall'altro stravede per come gioca e tocca palla il bambino. Lo tiene sempre da esempio per gli altri e gli fa continuamente complimenti quindi il problema forse siamo noi? Infine il fatto ancor credo più grave ( che ci fa stare male e preoccupati )è che ci vuole sempre presenti e in vista sul campo, ci tiene sempre sott'occhio ad ogni minimo spostamento, giocando cosi sempre teso, mal rilassato e poco concentrato. Insomma vive la partita come uno che entra in una trincea di guerra piuttosto che nel campo di calcio a vivere il suo giorno di festa. Nonostante non lo abbiamo mai lasciato da solo, cerchiamo sempre di sminuire il valore delle competizioni e proviamo tutte le strategie per farlo stare bene veniamo spesso sconfitti facendolo cosi spesso e malvolentieri disertare il campo...

In attesa dei vostri aiuti vi lasciamo i nostri distinti saluti con la speranza di trovare risposte che aiutino sia noi che il piccolo.


Gentile genitore,

dal suo racconto si evince come suo figlio sia appassionato di calcio e voglioso di giocarci ma per qualche motivo spesso cerca scuse per non andare agli allenamenti e alle partite. Il motivo a mio avviso lo ha già indicato lei riportando le parole di suo figlio: "il mister mi riprende continuamente e mi fa fare brutta figura". Essere sgridati di continuo non é sicuramente piacevole, in modo particolare quando si cerca di divertirsi. Probabilmente il mister si comporta cosi' per stimolarlo e cercare di migliorarlo ma sta ottenendo l'effetto contrario: l'allontanamento dalla calcio. A mio avviso sarà importante per voi genitori parlare con vostro figlio e capire le emozioni che prova e insistere sul fatto che il calcio deve essere per lui soprattutto un divertimento. Inoltre sarebbe importante parlare con il mister di questa situazione, per renderlo consapevole del vissuto di vostro figlio e cercare insieme delle soluzioni. Per quanto riguarda il comportamento teso durante le partite credo sia legato a quanto detto prima: cerca voi genitori perché siete il suo sostegno e sa che non lo giudicherete e rimproverate per ogni errore: cerca chi lo sostiene e non chi lo rimprovera. Il mio consiglio é quello di accettare ed esplicitare le sue emozioni ed insistere sul fatto che deve divertirsi.

Spero di essere stato utile.

Dr Paolo Peluchetti


Buongiorno ,

sono il papà di un bambino di 6 appena compiuti, che frequenta un corso di nuoto già per il terzo anno.

Ha frequentato sempre volentieri, non ha mai mostrato paura e si è sempre divertito molto a fare i tuffi e ad andare sott'acqua. Quest'anno ha cominciato molto bene e spesso gli istruttori lo fanno nuotare con i bambini più grandi, cosa che lo rende molto contento.

Da qualche settimana, sporadicamente, si lamenta che non vuole andare in piscina. Noi non lo forziamo a farlo, ma, poiché portiamo in piscina la sorellina di 4 anni che fa anche lei il corso, quando arriviamo lì decide di nuotare ed è contento quando esce. Poiché è un bambino che non dice le cose molto facilmente, siamo riusciti piano piano a farci spiegare che ha paura di affondare a causa delle bollicine che escono dalle grate per il ricambio dell'acqua. Dopo avergli spiegato che non poteva affondare per questo motivo era contentissimo ed è andato a nuotare volentieri.

Nel corso dell'ultima lezione ha manifestato nuovamente problemi e dopo due giorni ha detto alla mamma che ha ancora paura delle bollicine. Gli istruttori sono molto competenti e comprensivi e non lo forzano, né hanno atteggiamenti aggressivi.

Abbiamo ipotizzato che il passaggio dal dorso allo stile libero possa creargli problemi perché deve stare con il viso nell'acqua, ma, finora, non ha mai avuto questo tipo di problema e già l'anno scorso nuotava con il viso nell'acqua.

Non vi nascondo che abbiamo anche pensato che il vero motivo è da ricercare nel fatto che il giorno che c'è nuoto lui non ha tempo di giocare a casa, ha iniziato quest'anno la prima elementare e, tra i compiti e la piscina si fa subito ora di cena.

Caratterialmente è un bambino che si impegna molto, sia a scuola che piscina riesce a primeggiare e ricerca l'apprezzamento nostro o delle maestre e degli istruttori a nuoto.

Vi chiedo un aiuto per capire come comportarci, soprattutto perché non siamo sicuri di quale sia la vera motivazione che lo spinge a non voler andare in piscina. Se fosse la paura non vorrei traumatizzarlo ulteriormente forzandolo, ma, d'altra parte, non vorrei che non portarlo più in piscina gli dia un messaggio sbagliato.

Grazie

 

Gentile papà,

sicuramente in questa fase di passaggio alla scuola primaria, suo figlio deve abituarsi ai nuovi ritmi che prevedono comunque un impegno maggiore, togliendo spazio al gioco che, probabilmente, fino alla scuola dell’infanzia occupa più tempo. Come dice la teoria dell’arrangiamento, quando ci sono di cambiamenti, bisogna riadattarsi alla situazione in base anche ai vissuti emotivi che ne conseguono.

Vista l’età del bambino, è ancora piccolo per decidere in modo certo lo sport che preferisce, mi chiedo se ha anche provato un altro sport ad esempio, che possa motivarlo di più in questo momento.

In questa fascia d’età sarebbe importante e utile far sperimentare i bambini in diverse discipline, in modo da dargli la possibilità di sentire e scegliere quella in cui si sentono più a loro agio, che gli permette di esprimersi al meglio.

Ciò che sento di dirle è di valutare insieme a lui i pro e i contro del continuare o meno la piscina, poiché a prescindere dalla motivazione specifica, sicuramente ci sarà qualcosa in lui che non lo motiva al punto di andare in piscina come prima. Inoltre potreste valutare, eventualmente la possibilità di fargli provare un altro sport come alternativa alla piscina.

Nella speranza di essere stata utile le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra


Buongiorno, sono un dirigente di una squadra di calcio under 17 (allievi), sto cercando di far andare con la nostra squadra maggiore di Prima categoria qualche elemento, per ora sto riscontrando sul piano caratteriale molti progressi, con una fiducia in loro molto aumentata.

Voglio sapere quali sono i pro e i contro.

Grazie.

 

 Gentile dirigente,

rispetto al fatto di far allenare i ragazzi più piccoli nella categoria maggiore i pro sono quelli che sta riscontrando lei stesso: una crescita personale, caratteriale, tecnica. Il confronto con persone più grandi e con maggiore esperienza è molto importante, se però ben gestito nel gruppo. È opportuno comunicare e chiarire con i giocatori della prima categoria, il motivo per cui gli allievi sono con loro, in modo da gestire e avere un’accoglienza adeguata e per far sentire i ragazzi appartenenti allo stesso gruppo. Inoltre sarebbe opportuno che anche gli allievi sappiano gli obiettivi che avete nel loro inserimento nella prima categoria. Se ad esempio rappresenta un’opportunità di allenamento e di crescita in questo senso, è utile condividere con loro questo pensiero e in generale gli obiettivi, poiché il contro potrebbe essere che, ad esempio, nel caso in cui non dovessero mai entrare in partita, sappiano il motivo e non si sentano invece inadeguati e inefficaci poiché inciderebbe negativamente sulla loro fiducia e autostima, quindi anche un calo di motivazione.

Cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra




Buongiorno , sono la mamma di un bambino di 5 anni che gioca a calcio da settembre e a detta di moltissimi e’ Molto bravo, motivo per cui ora molte società più in alto vorrebbero provinarlo, il problema e’ Che da qualche mese a questa parte, esattamente da quando in tornei che hanno fatto qui nella zona ha incontrato una squadra con bambini leggermente più grandi e fallosi , si rifiuta di giocare partite se vede che i bambini sono più grandi di lui o e’ Da solo inserito in un ambiente nuovo ( ad esempio i campi dove lo porto x fare i provini ) si blocca, chiede di essere tolto e si intristisce... io non so come gestirlo, come affrontare il problema perché gioca a calcio da mattina a sera, non perde una partita in tv,parla solo di quello è si allenerebbe tutti i giorni .... ora dovrei provinarlo in un’altra squadra come posso spiegargli che deve solo divertirsi e non avere paura? Come mi devo comportare? E’ Lui che vuole andare a fare questi provini ...Anche perché quando andiamo al parco gioca anche con bambini di 10/12 anni mi dispiace perché so che eM un suo desiderio ma al momento di giocare si blocca grazie mille confido in un vostro aiuto


Gentile mamma,

il calcio e lo sport in generale deve essere visto come un divertimento, in particolare modo nell'infanzia. A 5 anni i bambini devono essere liberi di giocare senza pensieri, condividere con gli amici momenti di gioia e di divertimento, senza sentirsi giudicati. Leggendo la sua descrizione mi viene da pensare che suo figlio si senta un po' schiacciato dalla pressione dei vari provini e dal dover giocare bene per forza perché lo stanno visionando. Quello che è passione e divertimento diventa quasi un lavoro, un dovere. Suo figlio al parco gioca con tutto e tutti perché è libero di divertirsi; al contrario nei provini non lo è perché deve dimostrare di essere bravo. Il mio consiglio è quello di cercare un contesto stabile e definito nel quale possa divertirsi e crescere prendendosi tutto il tempo necessario. Per i provini ci sarà tempo.

Spero di essere stato utile.

Dr Paolo Peluchetti



6 FEBBRAIO 2019

Buongiorno, mi chiamo Emanuele e ho bisogno di un consiglio.

Sono due anni che pratico calcio a 7 e prima di tutte le partite e quasi ogni allenamento ho ansia e angoscia.

Dopo due anni mi sono stufato di stare così male e quindi anche se siamo a metà stagione sono indeciso se continuare o no...

Grazie per il vostro tempo, buona giornata.

 

Gentile Emanuele,

si ricorda quando è iniziata questa ansia? Si è verificato un evento particolare e/o traumatico, nello sport o nella vita privata, a seguito del quale ha cominciato a provare queste sensazioni spiacevoli? O è riconducibile ad un’ansia da prestazione?

 

Provi a dare una risposta a queste domande ma, soprattutto, pensi alla possibilità di rivolgersi ad un professionista poiché, da come scrive, l’ansia e l’angoscia sono per lei molto invalidanti a livello sportivo tanto da farle pensare di abbandonare.

 

Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico



Buongiorno, sono la Mamma di due figli , sono divorziata e loro vivono con me , scrivo per figlio di 15 anni, non riesco in nessun modo a convincerlo a riprendere uno sport. Per motivi di separazione e cambiamento città a 9 anni ha smesso Hokey su pista , e nella nuova città (Firenze ) non ha voluto riprendere e ha deciso di fare judo, ma con i compiti di scuola e le scuse date allo sport per non volerli fare ,per paura che gravasse sulla scuola non l'ho più mandato ,sperando che potesse ,appena ingranaggi bene con la scuola , riprendere . Ha anche un po di sovrappeso e di suo è un ragazzo molto pigro e sedentario , non ha voluto più fare niente dicendo che non ama lo sport ne stare in mezzo alla gente, ho provato in tutte le maniere , spiegando le motivazioni cercando un punto d'incontro, ma niente. Sicuramente l'età e magari quello che probabilmente si porta dentro di conseguenza alla storia e vissuto familiare non aiuta in questo. Vorrei un consiglio, e un parere se sia il caso prima dello sport di dover mettere l'attenzione forse su un percorso psicologico, se non è troppo tardi.  

Grazie mille

Cordiali saluti

 

Gentile mamma,

non è mai troppo tardi per iniziare un percorso terapeutico!

Da questi pochi elementi non le posso dire molto; suo figlio sta attraversando un periodo della vita particolare che è quello dell’adolescenza e lo sta affrontando con un vissuto emotivo importante dovuto alla separazione dei genitori e al cambio di città.

 

Anche il fatto che sia sedentario e pigro denota una difficoltà nella relazione con l’altro (“non ama […] stare in mezzo alla gente”), in un’età che, generalmente, è invece caratterizzata dal volersi staccare dalla famiglia e dalla creazione di un’unione sempre più forte con il gruppo dei pari.

 

Provi a parlare con suo figlio proponendogli di possibilità di rivolgersi ad un professionista che lo possa aiutare ad affrontare più serenamente questo momento. Probabilmente, sbloccando la fase di stallo e chiusura in cui si trova ora il ragazzo, sarà più facile farlo riaffacciare al mondo dello sport senza forzature.

 

Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico

 

4 FEBBRAIO 2019

Salve, grazie a una ricerca su Google arrivo a voi che spero possiate aiutarmi a capire e a mia volta aiutare.

Mio figlio compire 7 anni a Maggio e pratica nuoto da circa 2 anni.

In brevissimo il suo problema è che ha difficoltà a confrontarsi con i bimbi più grandi di qualche anno o comunque di corporatura più robusta. Almeno da quello che lascia intendere a noi.

Prima di iniziare nuoto ha voluto provare Basket, prenotammo una prova ma tutto il tempo a piangere perchè il gruppo era già spedito e grossolanamente più grande di età e di corporatura. Quei pochi esercizi che fece li fece nonostante le lacrime benissimo ma poi non è voluto andare. Gioca a calcio con il fratello più piccolo giù al cortile con altri bimbi più o meno della sua età ma non vuole fare calcio perchè teme che lo facciano male, così disse quando erano più piccolo. Poi per caso si è convinto a fare nuoto e tutto è andato bene fino a quando essendo passato di livello lo hanno messo in un gruppo di bimbi più grandi e nuovamente lacrime. L' idea che gli altri sappiamo fare più di lui cosa che poi che non è fondata perchè è più bravo dei bimbi più grandi in delle cose e il timore di farsi male (forse) fisicamente lo blocca. Se lo "costringo" ad andare poi ne esce felicissimo e racconta tutto quello che ha fatto ma l'idea di dover affrontare la situazione lo scoraggia, inizia a lamentare sonno e stanchezza. Anche al campo estivo non ha giocato a calcio con i bimbi più grandi. Preferisce giochi e situazioni di bimbi della sua età e/oi più piccoli ma più grandi no. Da qualche mese accenna che vuole fare Regby ma perchè lo segue da casa con il papà che ne è appassionato. Mi sono anche informata per fargli fare una prova ma non vorrei che anche questa si rilevasse una delusione ma soprattutto per lui stesso. Premetto che a scuola in altri contresti è un bimbo solare, partecipe, curioso e particolarmente socievole.

Come possiamo leggere questo atteggiamento e come possiamo aiutarlo?

 Grazie

 

Gentile mamma,

 sarebbe stato utile avere ulteriori informazioni per avere un quadro più chiaro. In generale è giusto che i bambini a quell'età preferiscano confrontarsi con altri della stessa età, evidente è però, da quel che scrive,che suo figlio viva con paura il confronto. Sarebbe utile parlarne apertamente con lui e valutare insieme anche la scelta dello sport che preferisce e che lo fa sentire meglio. Alla sua età è importante sperimentarsi anche attraverso lo sport e divertirsi soprattutto. Lo sport deve essere un importante contenitore emotivo e di crescita personale. Provate a parlare apertamente con lui rispetto a cosa sente e valutare i pro e i contro di ogni attività che fa,rispetto sempre a cosa lo fa stare sereno. Come dice la teoria dell'arrangiamento, ogni situazione nuova comporta un doversi ri- adattare in base al proprio vissuto emotivo rispetto alla situazione stessa. cercate di approfondire cosa lo blocca nel confronto con i più grandi e,se pensate sia il caso, rivolgetevi ad un professionista che possa aiutarvi a sciogliere questi nodi.

 Nella speranza di essere stata utile,Vi porgo cordiali saluti.

 Dott.ssa Laura Camastra



21 GENNAIO 2019

buongiorno

sono la mamma di una bambina di 11 anni (12 a luglio 2019) che vive per la pallavolo per avere la sua età fra l'altro è molto alta 1.67 cm ed atletica. gioca da quando aveva 6 anni e mezzo in ogni momento libero ha la palla in mano gioca in una piccola squadra di provincia poco organizzata ed in generale un po' scarsa ma lei è oggettivamente brava (a detta anche degli allenatori) e molto portata per questo sport il fatto è che a livello di squadra si è creato un attaccamento molto forte tra le bambine e sono affiatate anche fuori dagli allenamenti e partite.
noi vorremmo tentare di poterla inserire in una squadra un po' più strutturata per vedere se fosse possibile un futuro per lei in questo campo.
fra l'altro abbiamo vicino a noi la sede di una squadra di serie A abbiamo però timore che possa essere un trauma per la bambina lasciare la sua squadra e le compagne adesso, ha un carattere abbastanza timido ed emotivo, ci mette un po' ad aprirsi anche se poi quando lo fa, come tutti alla sua età, non ha problemi
la domanda è questa: è presto per "provare" qualcosa di diverso? è il momento giusto e l'età giusta?
siamo molto combattuti in questa scelta.
grazie per la risposta
A.


Gentile A.
potremmo parlare per ore delle caratteristiche dei bambini per ogni fascia d'età, delle differenze di comportamenti ed atteggiamenti e del loro modo di pensare ma comunque non riusciremmo ad avere una risposta certa e sicura alla sua domanda. Non è né presto né tardi: è importante che lo chieda a sua figlia. Parlando con lei potrà capire quanta motivazione abbia e verso che cosa: le piace la pallavolo perché la condivide con determinate amiche a cui è molto legata oppure ha voglia di diventare una ancor più brava giocatrice? Dovrebbe proporre a sua figlia le alternative: restare a giocare nella squadra di provincia dove ci sono le amiche ma le possibilità di crescita sono limitate oppure andare nella squadra professionistica dove poter migliorare molto ma dove le relazioni di amicizia sono da costruire? Come vede ci sono aspetti positivi e negativi in ogni scelta. Solo insieme a sua figlia potrà valutarle al meglio e scegliere quella più adatta. Come descritto dalla teoria dell'Arrangiamento, soltanto sforzandoci di riconoscere le nostre emozioni e i nostri stati d'animo possiamo prendere le migliori decisioni nelle diverse situazioni. Il mio consiglio è quello di evitare un obbligo e di ricordare sempre che l'obiettivo primario dello sport è il divertimento.
Spero di essere stato utile.
Dr Paolo Peluchetti



Buongiorno. Mio figlio, 16 anni e mezzo, ha cominciato a giocare a calcio dall'età di cinque anni.
Sino ai 13 anni ha giocato in oratorio, poi è passato in una società agonistica. E' un buon giocatore e ha avuto più di una possibilità di migliorare, avendo la possibilità di andare a giocare in squadre più competitive, ma ha sempre preferito mantenere un profilo basso e giocare con i suoi amici (quando ha lasciato la squadra dell'oratorio l'ha fatto con altri cinque sue compagni) e quindi è rimasto nella stessa società. Lo scorso anno ha avuto l'ennesima possibilità e ha deciso di coglierla andando in una società migliore...peccato che dopo soli tre giorni di preparazione ci abbia completamento spiazzati dicendoci che non aveva più voglia di giocare.
Non dico sia stata una tragedia (i problemi sono ben altri), ma sicuramente è stato un colpo basso tremendo...la motivazione che ha dato è che con la scuola che frequenta (un liceo scientifico e quindi effettivamente impegnativo) non riesce a reggere i tre allenamenti settimanali e che ha voglia di fare anche altro nel poco tempo libero che ha.
Dopo un mese dalla decisione di mollare il calcio, ha ripreso a giocare a sette nella squadra dell'oratorio, dove si trova come compagni e come avversari persone che quando sono giovani hanno 20 anni...se no mediamente ultraventicinquenni...però fa solo due blandi allenamenti settimanali e in orario post cena (mentre nella società agonistica erano in orario scomodo, nel pomeriggio). I primi due anni di liceo li ha frequentanti con buonissimi voti, nonostante l'impegno calcistico e quindi non si tratta di un problema di rendimento, ma solo di sua indisponibilità a fare ulteriori sacrifici...quello che volevo capire è come dobbiamo comportarci noi genitori: dobbiamo accettare senza batter ciglio questa decisione (pur sapendo che un giorno si rammaricherà sicuramente di ciò) o possiamo aiutarlo in qualche modo a riflettere meglio e a riconsiderare la sua decisione? Lui sostiente che il calcio è ancora la sua passione, ma che ora ha voglia di fare anche altro (sta frequentando una palestra)...grazie


Gentile genitore,
la situazione che mi descrive è abbastanza tipica in ragazzi dell'età di suo figlio: in piena adolescenza nascono bisogni e voglie nuove che in molti casi sono più forti rispetto alla motivazione di fare sport a certi livelli. A 16 anni il calcio ad alto livello è molto impegnativo e per portarlo avanti sono necessari molti sacrifici e altrettanto impegno. Suo figlio probabilmente ha passione e voglia di giocare ma non ambisce a fare il calciatore: come mi ha riferito, ha voglia di fare altro (calcio a 7, scuola, palestra). Il mio consiglio per voi genitori è quello di confrontarsi con lui, esporre le vostre ragioni e capire se c'è spazio per nuovi tentativi; successivamente è molto importante che lo sosteniate in ogni scelta lui faccia. Lo sport, qualunque esso sia e a qualunque livello, è per me fondamentale nella vita soprattutto dei giovani: è una palestra di vita nella quale costruire se stessi. Non si preoccupi quindi se gioca contro ragazzi e uomini più grandi.
Spero di essere stato utile
Dr Paolo Peluchetti
 




11 GENNAIO 2019

Buonasera, sono la mamma di un bimbo di 5 anni che da alcuni mesi frequenta il minibasket e la palestra di break dance.

Ha chiesto lui di fare queste attività e soprattutto il basket era una sua "passione" già da un po' e ha iniziato compiuti i 5 anni.

Era contento di andarci e sembrava integrato coi compagni nonostante siano tutti più grandi (6, 7 e 8 anni). Improvvisamente la scorsa settimana ha iniziato a piangere nello spogliatoio prima di iniziare l'allenamento. L'ho convinto a fatica a iniziare e poi a metà mi ha chiamata l'allenatore per dirmi che piangeva e non voleva più fare...ero stupita perché l'allenamento precedente (al quale avevo assistito per intero) era stato molto bello e lui molto bravo.

Da quella volta non si è più voluto allenare. La scorsa settimana lo abbiamo comunque portato per provarci...mentre oggi gli ho chiesto se voleva andare o meno e mi ha detto no. Non riusciamo a capire perché e soprattutto non sappiamo come comportarci.....se insistere o non forzarlo...se proporgli di parlare con l'allenatore...

Anche a Break Dance ha avuto lo stesso problema...era felice di andarci e poi dopo 5 minuti di lezione pianti e disperazione...

Lui dice che è stanco ma poi ovviamente salta e corre come un grillo fino alle 22...

Grazie per l'aiuto.

 

Gentile mamma,

da come mi racconta, il cambiamento di suo figlio verso entrambe le attività sportive è stato abbastanza repentino; mi verrebbe, pertanto, da associarlo ad un evento negativo o trauma accaduto poco prima. Tale accadimento potrebbe non riguardare direttamente lo/gli sport in se ma potrebbe venire comunque ad essi collegato dal bambino.

 

Le consiglio, innanzitutto, di provare a parlare con suo figlio provando a capire se c’è qualcosa che lo turba nei diversi ambiti della sua vita e non solo nello sport e, successivamente, potrebbe andare a parlare anche con gli allenatori (lei, non il bambino) e chiedergli se hanno notato qualcosa di strano nel bambino.

 

Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico

 


9 GENNAIO 2019

Buonasera

Sono una mamma di un ragazzino di 12 anni,insicuro con un carattere molto difficile.A 5 anni ha iniziato a giocare a calcio, i primi mesi difficilissimi non voleva entrare in campo ma appena provavo a portarlo via piangeva perche voleva entrare..poi finalmente ha preso conoscenza con gli amici e mister e piano piano ha continuato per due anni...a 7 anni subentra mio marito come mister per ben 4 anni..mio figlio cresce ,un vero talento,tanto che le squadre professionistiche lo cercano ma lui niente vuole restare nella sua squadra di amici..in quei 4 anni vince tutti i titoli individuali ,campionati e tornei,ma ogni qual volta chiedono di allenarsi con squadre di livello superiore lui si nega e non c è niente e nessuno che gli fa cambiare idea.

l anmo scorso la sua squadra si scioglie e suo papà (mister) allena una leva di atleti piu piccoli..lui,dopo esser stato nuovamente chiamato,decide di tesserarsi in una società professionistica, nel frattempo,noi siamo di genova,il disastro del crollo morandi e la perdita improvvisa del nonno ,a lui molto attaccato ..ogni allenamento era un attacco di panico con crisi e rifiuto ad allenarsi,nonostante mister e compagni.molto comprensivi.
Cosi decidiamo insieme a nostro figlio di svincolarci dalla società perche non c'era verso che ns figlio volesse andarci,la società comprende il disagio di Simone e ci da svincolo.dopo un.periodo di stop,simone chiede di poter andare in una società dilettantistica dove tutti i suoi ex compagni sono andati,noi contenti lo iscriviamo,premetto che nel frattempo altre società richiedono ns figlio perche veramente bravo ma lui ovviamente sdegna.Il mister non valuta simone come merita mettendolo fuori ruolo e non essendo neanche preparato negli allenamenti cosicché lui decide col suggerimento del papà di cambiare squadra..valuta due squadre,con una non prova neanche con l altra si,dice di trovarsi bene poi improvvisamente non vuole giocare piu a calcio,inventa scuse,dice che è stanco,ha un atteggiamento arrendevole,apatico, triste...il calcio eè la sua pasdione ma ora vuole smettere.

Mi aiuti dottore non so come comportarmi ,non so se assecondare questa sua apatia o insistere a farlo allenare portandolo anche a crisi di pianto,ha tempo,per vie burocratiche sino al 15 gennaio per potersi nuovamente tesserare,è un peccato che smetta di giocare è veramente bravo e penso che un gioco di squadra possa aiutarlo con la sua insicurezza..vuole sempre stare a casa per giicare ai videogiochi e cellulare che ovviamente nego o do limiti..ha pochi amici non socializza con quelli della sua età ma coi picvoli e piu grandi si..cos posso fare?
La ringrazio di cuore..vederlo sempre arrabbiato e triste mi angoscia..ha 12 anni e dovrebbe godersi la sua età.
T.


Gentile T.
la situazione che mi ha descritto è abbastanza complessa. Da quello che racconta io credo che alla base del problema ci sia una forte insicurezza da parte di suo figlio: la difficoltà ad iniziare con il calcio e la ritrosia nell'allenarsi con compagni nuovi sono alcuni esempi. Ciò comporta inevitabilmente limiti di adattamento e di conseguenza di performance e ancora più importante di benessere. Suo figlio a mio avviso fatica ad integrarsi in un ambiente nuovo nel quale non conosce ogni dettaglio, non conosce i compagni o l'allenatore e le sue modalità: quando non sa perfettamente come comportarsi e come agire va in crisi e "scappa".

Essendo però innamorato del calcio e, da buon dodicenne, desideroso di socializzare, questa fuga lo rende molto triste e nervoso. Al contrario quando trova una situazione confortevole e nella quale è tranquillo (es. squadra allenata dal padre con compagni che conosce) si esprime al massimo ed ottiene risultati eccezionali. Il problema si propone ora poiché non esiste più una squadra che gli garantisca sin da subito ciò di cui ha bisogno: è come se foste tornati a quando aveva 5 anni e doveva iniziare. Come risolvere questa situazione? Il mio consiglio è quello di parlare con vostro figlio: è importante capire cosa lo blocchi, quali emozioni vive quando deve andare ad allenamento e cosa gli fa paura di una situazione nuova. Solo vostro figlio conosce le risposte e in base a quelle si potrà poi prendere una decisione.

Come descritto dalla teoria dell'arrangiamento, essere consapevoli delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti rispetto alle varie situazioni, ci permette di trovare le soluzioni ottimali per stare bene e raggiungere ogni obiettivo. Sono pienamente in accordo con lei sul fatto che un sport di squadra sia fondamentale per superare insicurezze e sviluppare doti relazionali e sociali fondamentali. Per questo è importante il gruppo: suo figlio deve provare a sforzarsi e dare un po' di tempo a se stesso all'interno della squadra (evitando di cambiare mille volte squadra), cercando di non abbattersi alle prime difficoltà e di non scappare appena trova qualcosa che non funziona al meglio. Da mamma dovrebbe cercare di supportarlo, dandogli coraggio, valorizzando le sue capacità e normalizzando le sue emozioni: è normale che un bambino abbia paura in un ambiente nuovo, è normale che ci sia agitazione quando non sono ancora chiari i metodi di allenamento e valutazione, è normale sbagliare, è normale essere tristi quando ci mancano gli amici storici o un familiare.
Spero di essere stato utile.
Dr Paolo Peluchetti


Buongiorno, 
ho una figlia di 13 e da tre anni che fa ginnastica ritmica
già dall'anno scorso ha avuto qualche segno di cedimento mentale ,nel senso che prima delle gare era super ansiosa,
quest’anno ancor prima dell’inizio del campionato e già in tilt, adesso sto affrontando uno stage con una tecnica a livello internazionale, e prima di entrare in palestra piange dicendo che non è all’altezza,e questo la stagione portando a non fare bene.
In tutti i modi stiamo cercando di farle capire che e uno sport e nessun le impone dei risultati.
Anche a scuola davanti ai compagni che la prendono in giro(roba da adolescenti)non riesce ad imporsi ma incassa il colpo e ne soffre.
Come potremmo fare per riuscire a farle passare questa paura/pensiero/ansia a scuola e a ginnastica ritmica?,l’allenatrice è stata avvisata di tutto ciò e sta lavorando per questo.
potete aiutarmi ,mi piange il cuore vederla in questo stato, sempre triste, parla poco e sembra che nulla la faccia sorridere  cordiali saluti
m.  


Gentile M.
da quello che racconta posso comprendere come sua figlia stia passando un momento di difficoltà a livello sportivo e nelle relazioni: è ansiosa e piange prima di fare sport e incassa le prese in giro a scuola. La motivazione che sua figlia da è quella di non sentirsi all'altezza. La possibile causa potrebbe essere una bassa autostima e di conseguenza poca fiducia nei propri mezzi. Il mio consiglio è quello di confrontarsi con sua figlia e capire cosa intende con "non sono all'altezza" e quali sono le sue emozioni. Fondamentale sarà lavorare sull'autostima! Per quanto riguarda ginnastica ritmica sarà importante capire quali sono le sue aspettative e i suoi obiettivi e ricostruirli con lei e l'allenatrice: obiettivi troppo elevati e non raggiungibili possono portare ad insicurezze e tristezza; obiettivi chiari e giusti una volta raggiunti causano soddisfazione e gioia. Da genitore dovrebbe aiutare sua figlia a comprendere le sue qualità e i suoi punti di forza, farle capire che la scherzano non perché lei è sbagliata o non va bene ma sono quelli che la scherzano che sbagliano. Come sottolinea la teoria dell'arrangiamento, sua figlia deve piano piano diventare consapevole di sé per riuscire ad adattarsi alle varie situazioni in modo ottimale.
Spero di essere stato utile
Dr Paolo Peluchetti

19 DICEMBRE 2018

Buongiorno,

sono capitato sul vostro sito mentre stavo facendo una ricerca su eventuali allenamenti personalizzati di calcio. Sono un papà di un 2006 che gioca a calcio da quando ha 5 anni. E' bravino, ma ha sempre avuto un problema di personalità e grinta. Tecnicamente è uno dei più bravi della sua squadra, ma per timidezza o poco agonismo, nelle partite non si vede, non incide e anzi sembra un "brocco". Lungi da me farvi pensare che io sia uno di quei padri che vogliano una rivalsa personale puntando sul figlio, ma dato che lui ama il calcio e lo pensa e lo gioca sempre, vorrei trovare un modo per fargli uscire un minimo di grinta. Avevo pensato di trovare un allenatore tipo "mental coach" che lo seguisse per un po' di ore la settimana, ma non so se è giusto e non so a chi rivolgermi.

Spero in un aiuto da parte vostra.

R.


Gentile R.,

la richiesta di un allenamento personalizzato viene da suo figlio o è una sua scelta? Se suo figlio vive bene il suo giocare a calcio e non soffre dell’essere (come dice lei) “brocco” allora non credo ci sia motivo di prendere un mental coach, anche perché suo figlio ha 12 anni e maturerà e acquisirà in autonomia le capacità necessarie nello sport e, soprattutto, nella vita.

 Le consiglio, comunque, di parlare anche con l’allenatore del bambino e vedere cosa pensa anche lui di suo figlio e della sua volontà di prendere un mental coach o di fargli fare allenamenti personalizzati.

 Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico

 


17 DICEMBRE 2018

Buongiorno,
Mia figlia pratica ginnastica artistica a livello agonistico da 4 anni.
Ormai da 2 gli allenamenti sono intensissimi e nell’ultimo anno ha cambiato anche società dove si è
Inserita perfettamente con le nuove compagne.
Da qualche tempo però l’allenatrice mi dice che la vede svogliata, con poca grinta e poca concentrazione pare che si blocchi spesso, non facendo cose che ha sempre fatto apparentemente senza motivo.
La situazione è peggiorata fino ad arrivare a veri e propri blocchi in gara.
Continuando così non ha spazio e modo di continuare, anche perché la poca concentrazione la espone a inutili infortuni anche gravi.
Lei però non sa spiegare cosa le succeda e la prospettiva di mollare tutto la getta nella disperazione.
Allo stesso tempo non può continuare in questo modo.
Non so come aiutarla.
Grazie per il
Vostro aiuto

Gentile genitore,
per aiutare sua figlia è importante capire il più possibile quali sono le cause di questo suo cambiamento. Deve provare a parlare con lei e chiederle quali sono le sue sensazioni, quali le emozioni, se ci sono paure ecc., cosa è cambiato e quando. Sicuramente un cambiamento c'è stato, bisogna capire quando, come e perché. Per aiutare sua figlia deve provare ad aiutarla a capire questo e valutare poi cosa fare. La teoria dell'arrangiamento sottolinea l'importanza di conoscere se stessi per affrontare nel modo migliore le varie situazioni. Sua figlia è l'unica che può darsi una risposta e l'unica che può sapere cosa la potrà far stare bene. Come genitore le consiglio di starle vicino e di supportarla nelle varie decisioni che prenderà.
Spero di essere stato utile.
Dr Paolo Peluchetti

12 DICEMBRE 2018

Buongiorno,

sono la mamma di un bambino di 7 anni che gioca a calcio in una squadra.

Ama giocare a calcio e il calcio in generale, gioca spesso a casa e si porta sempre appresso il pallone quando usciamo (parco, spiazzali). Ho notato che gioca in maniera differente a seconda di dove si trova e con chi. Ad esempio a casa gioca benissimo e anche al parco se ha rivali che non teme e se si sente più bravo degli altri. Quando alla scuola calcio fanno una partita di campionato, gioca in maniera differente a seconda se la sua squadra è composta da compagni forti o meno. Se sono forti si sente più sicuro. Gioca in maniera diversa anche a seconda degli avversari. Se sono forti si scoraggia. Gioca bene ma in campo, a prescindere da tutte le situazioni elencate, è comunque frenato. Tende a non trattenere per sé la palla. Sembra che abbia ansia da prestazione. Mi chiedo cosa possiamo fare noi (mamma e papà) per aiutarlo, considerato il fatto che anch'io sono così e non sono riuscita mai a superare questo mio limite. Guardandolo, mi sono resa conto di essere una mamma iperprotettiva nella sfera delle relazioni. Sono sempre presente ed attenta affinché non soffra o subisca dispiaceri da sconfitta o da esclusione. Ho notato che non ha mai contrasti con i compagni anche se è abbastanza leader. Con suo fratello invece si impone e lo prevarica). Tendo a non dargli troppe regole.

Mio marito ha un carattere completamente diverso e pertanto non sa come affrontare la situazione perché non riesce ad immedesimarsi, e comunque, per carattere, non è un buon osservatore.

V.

 

 Gentile genitore,

sarebbe stato utile avere maggiori informazioni circa suo figlio rispetto il suo comportamento anche in altre attività che svolge, in modo da avere ulteriori elementi sui suoi aspetti caratteriali. Premesso che è ancora piccolo per poter aver sviluppato anche una sicurezza di sé in generale e magari nello sport si sta approcciando ora alla competizione. I primi anni di attività sportiva sono più di esperienza nel gioco e nella motricità e, come dice la teoria dell’arrangiamento, ogni nuova situazione implica una ri-sintonizzazione rispetto alla situazione al vissuto emotivo per ristabilire un nuovo equilibrio.

Rispetto al discorso di giocare in modo diverso se ha dei compagni più forti, nello sport può essere frequente poiché la percezione di efficacia, quindi di possedere le capacità per raggiungere un obiettivo, dipende anche dalla percezione di efficacia del gruppo: più sento che il gruppo è efficace, più mi sentirò efficace a livello individuale.

La cosa che sento di dirle, per evitare che la sua paura rispetto a quanto ha vissuto lei in prima persona possa poi trasferirsi inconsapevolmente su suo figlio, è di parlare apertamente con lui per sapere come vive lui le diverse situazioni e iniziare anche un processo di consapevolezza rispetto le sue emozioni e i suoi comportamenti. Bisogna comunque tener conto che nello sport, come nella vita, potranno comunque esserci momenti di tristezza, di insoddisfazione e momenti di cambiamento e assestamento, quindi è bene che anche lui possa fare le sue esperienze che gli permetteranno di crescere in modo sempre più consapevole.

Nella speranza di essere stata utile, le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra



6 DICEMBRE 2018


Buonasera,

Sono S mamma di A 9 anni, ama e adora il basket tanto che prima di uscire di casa ha già la palla in mano e palleggia fino alla macchina... adesso sono 2 anni che frequenta il basket di Loano i n.1 nella nostra zona. A iniziato a 4/5 fino si 6  anni in un’altra struttura però poi sospeso ( perché gli orari non erano possibili con alte gestioni) e ripreso da due anni su sua richiesta. Nell’allenamento mi sembra sempre che fatica non riesce ad avere la situazione in mano,  però ha una buona mira fa  canestro lui è felice , ma per il. Asked questo non basta , non osa prendersi la palla e a lui non la passano mai. non lega con il resto della squadra (perché lui dice che sono dei maleducati e che lo odiano ). Domenica al torneo una vera Schiappa non è entrato nel gioco , più che marcare bloccava e tutta la sua concentrazione la metta a li senza vedere il gioco. Mi sembrava che corresse a vuoto...Abbiamo cercato mettergliela che fa troppe cose e che deve rinunciare a qualcosa . Lui non vuole mollare il basket ,si è visto dal suo viso che soffriva allora abbiamo cercato di renderlo un poco consapevole del fatto che in campo non è partecipe  e che a questo punto gli allenamenti vanno mirati e che farà delle ore individuali con  l’allenatore dove cercherà di portarlo ad un livello migliore non per essere bravissimo ma almeno di riuscire vedere un po’ di più il gioco per partecipare.

Cosa dobbiamo fare noi vogliamo sostenerlo in questo è giusto che renderlo consapevole che deve migliorare e fargli capire che forse non è tanto lo sport adatto a Lui?? Io voglio  crederci con lui ma nello stesso tempo non voglio che cade nell’insuccesso dicendo che sono gli altri quando non è così . Attendo vs risposta in merito

Grazie in anticipo

S. mamma A.


Gentile S.

è possibile praticare uno sport anche se non si è fortissimi o addirittura "non ancora" capaci. Dico "non ancora" perchè il miglioramento è sempre possibile, basta volerlo e impegnarsi. Da quello che mi racconta, suo figlio A. possiede una grande passione e adora il basket: questo è un elemento fondamentale e un punto di partenza perfetto. Se queste sue motivazioni continueranno di sicuro otterrà buoni risultati. Nessunon può assicurare che diventerà un campione, ma un giocatore di sicuro. Voi genitori, a mio avviso, potete sostenerlo e cercare di renderlo consapevole della situazione: A. deve capire che per giocare con gli altri e in una squadra deve migliorare, non può bastare solo la passione, ci vogliono tecnica, tattica e capacità atletiche. È importante renderlo consapevole della differenza con gli altri e capire se è disposto ad allenarsi il doppio, il triplo per raggiungere un buon livello. Con il tempo sarà lui ha rendersi conto se può o non può farcela. Come sottolinea la teoria dell'arrangiamento, è importante essere consapevoli di se stessi, delle propri emozioni, condizioni e qualità per affrontare le situazioni della vita nel modo migliore per noi stessi.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti


26 NOVEMBRE 2018

Buona sera
Sono la mamma di un bimbo di 5 anni. Sono il suo unico genitore. Il bimbo a marzo ha perso il nonno a cui era legatissimo in modo traumatico perché è stato lui a trovarlo morto. Inoltre per motivi lavorativi ha cambiato città e scuola diverse volte. Il bimbo è molto allegro e vispo e a scuola si trova bene. Mi ha chiesto di fare calcetto e il mese scorso l'ho iscritto. Non ha perso neanche una lezione e voleva giocare pure sotto il diluvio. Adesso mi dice che non vuole più andare a calcetto perché il mister lo rimprovera e lui sa giocare meglio dell'allenatore e sa fare tutto.
Lui è molto deciso. Ho cercato di convincerlo facendogli notare che ha preso un impegno. Poi ho cercato di farlo riflettere sul fatto che se lui si diverte e gli piace giocare non può rinunciare per questo. Poi ancora gli ho fatto notare che lui va a scuola per imparare e il mister lo sprona a migliorare. Lui insiste e io non so che fare. Ho provato anche a minacciare sanzioni tipo niente cartoni o giochi nuovi, ma naturalmente é stato inutile. A me personalmente il calcio non piace ma penso sia giusto assecondare le sue passioni e fargli fare sport per divertirsi. Da un lato lo vorrei assecondare dall'altro temo che assecondandolo lui si arrenda sempre davanti alla prima difficoltà. Forse è troppo piccolo per rispettare regole e una mentalità un po' da caserma come quella del calcio. Però se a lui piace giocare e si diverte perché rinunciare. Gli ho proposto di cambiare mister ma non sono convinta.
Cosa devo fare? Se tra un po' mi chiede di fare un altro sport cosa devo fare?
Lui è un po' timido e diffidente però finora si è inserito bene e fare un gioco di squadra secondo me lo aiuta a socializzare. Nell' eseguire gli esercizi è un po' lento e il mister gli ha detto diverse volte di essere veloce. Non mi è sembrato che lo abbia trattato diversamente dagli altri. Io agli allenamenti sono sempre presente perché mio figlio vuole che lo guardi giocare ed Io resto per tutta la durata dell'allenamento in tribuna.
Non so come gestire la cosa senza danneggiare mio figlio. Lui non vuole sentire ragioni e dice un no netto. Lui tende ad impuntarsi a volte riesco a convincerlo a volte no.
In questo caso mi sembra che sia importante e possa pregiudicare il suo futuro ludico - sportivo.
Non so veramente come comportarmi sono combattuta
Grazie per la disponibilità accordatami.
RD

 

 

Gentile mamma,

mi arriva da quel che scrive la sua preoccupazione e ansia rispetto al fare la cosa giusta, probabilmente anche nel dover gestire tutti questi cambiamenti che suo figlio si è trovato a vivere. Come dice la teoria dell’arrangiamento, ogni cambiamento implica un nuovo “arrangiamento”, un riaggiustarsi alla ricerca di equilibrio tra vissuto emotivo e situazione stessa, in un’ottica di crescita personale. Ovviamente suo figlio è ancora piccolo per avere le idee chiare rispetto allo sport che sceglierà di praticare, anzi è nell’età in cui deve sperimentarsi attraverso il gioco sportivo, deve divertirsi e provare anche sport diversi in modo da sentire lui stesso quale possa piacergli e possa permettergli di esprimersi al meglio. Cerchi di sostenerlo nelle scelte che fa, se in questo momento vuole provare un altro sport, anche se fosse per evitare la difficoltà che ora vive nel calcio, probabilmente è perché in questo momento non ha le risorse per farlo, o magari molto semplicemente potrebbe essere una possibilità per sperimentarsi in altro e poi valutare insieme i pro e i contro di un’attività sportiva e di un'altra e scegliere insieme ciò che gli permette di stare bene.  

Nella speranza di esserle stata utile le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra



23 NOVEMBRE 2018

Buongiorno!
Mio figlio (5anni) è al secondo anno di mini rugby. Lo scorso anno i primi mesi sono stati impegnativi, piangeva e basta ma non abbiamo mollato (lui è cresciuto circondato da bambine più grandi e quindi è meno ‘fisico’ rispetto ad altri bambini), poi magicamente ha cominciato a divertirsi e se non altro gli allenamenti sono diventati momento di allegria. Durante le partite invece andava in campo, ma faceva solo presenza fisica, la palla non la toccava mai. Per noi è già stato un successo il suo cambio di approccio quindi andava bene così e lo abbiamo sempre stimolato a divertirsi. Quest’anno ha ripreso gli allenamenti senza problemi, anzi, adesso ci mette spesso anche una bella grinta! I compagni di squadra sono tutti suoi amici ed è felice di starci assieme. Quando ci sono i tornei però tutto cambia. Comincia la sera prima a inventare malesseri, poi quando arriva in campo puntualmente piange. Gli educatori sono speciali e gli stanno dietro, quindi poi il pianto passa ma in campo non corre, non si butta, non è assolutamente di aiuto alla squadra. Noi gli diciamo sempre che non ci interessano le mete e i risultati ma solo l’impegno e l’aiuto alla squadra, non voglio che abbia ansia da prestazione ma quando lo vedo inerte in mezzo al campo mi monta la rabbia (che tengo ovviamente per me). Non so come approcciare la cosa, non vorrei essere ne’ troppo accondiscendente in queste sue crisi da partita ne’ fargliela pesare troppo ma soprattutto vorrei vederlo giocare contento.
Una sola volta avevo promesso un gioco se avesse segnato la sua prima meta in partita e, complice un po’ di fortuna, così è stato. Poi il nulla. Non voglio ripetere la cosa perché non penso sia educativo ma mi chiedo se stimolarlo a fare meglio privandolo di qualcosa possa sortire un qualche effetto.
Altri compagni fanno così ed i genitori sono tranquilli, io non ce la faccio, è un mio limite lo so ma soprattutto vorrei vederlo contento.
Grazie


Gentile Genitore,
inizio sottolineando che, a mio avviso, per un bambino di 5 anni lo sport deve essere principalmente divertimento: deve essere un momento di felicità e di svago. Dico questo perché le riflessioni che ha scritto sono sì corrette ma secondo me precoci per l'età di suo figlio. A 5 anni è normale avere paura dello scontro, non volere la palla in momenti difficili e avere atteggiamenti diversi in partita e allenamento. Non è necessario anticipare niente o volere che cresca prima del tempo: è giovanissimo e ha davanti tanti anni per diventare grintoso, partecipe e determinato. Il mio consiglio è quello di continuare a spronarlo all'impegno e al divertimento, magari enfatizzando tutto ciò che fa di positivo in partita in modo da legare quei momenti ad emozioni positive condivise dalla famiglia. Certo che si possono dare premi e punizioni ma a mio avviso potrebbe allontanarlo dai veri valori valori dello sport: deve impegnarsi nel gioco perché gli piace, per migliorare, per vincere e non per ottenere dei premi esterni o per riavere qualcosa. Se il rugby gli piace davvero crescerà e migliorerà ogni anno di più. Ha iniziato piangendo e ora si diverte: in un anno qualcosa è già cambiato, lasciamogli il tempo di maturare sempre più.

Spero di essere stato utile
Dr Paolo Peluchetti

19 NOVEMBRE 2018

Buongiorno,

sono la mamma di un bambino di 9 anni che è sempre stato parecchio timido, ma però nell'ultimo periodo è un pò migliorato.

Lui riesce bene negli sport individuali come il nuoto, l'arrampicata, lo sci, la corsa mentre negli sport di squadra no.

E' da poco più di un anno che è iscritto in una squadra di calcio, ma non riesce ad esprimersi in campo, sembra sempre distratto e con poca voglia di ascoltare quello che gli viene detto, mentre a lui invece gli sembra di impegnarsi.

Il mister lo continua a riprendere e lo punisce, o mettendolo in panchina o facendolo giocare poco; a lui il calcio piace e vuole continuare...

Io ero tentata di toglierlo dalla squadra perchè è spesso deriso da un paio di compagni che gli dicono che è scarso e lui si demoralizza.,( non lo vogliono con loro appena devono formare le squadre per l'allenamento e altro)  sembra che si blocchi quando deve prendere la palla o fare gol; lo dice lui stesso che è il più debole, ma non vedo in lui quella tenacia per mettercela tutta per cercare di  migliorare.

Vorrei un vostro parere, come posso fare per motivarlo e fargli capire che se ci mette un pò più di impegno può avere dei buoni risultati, anche perchè ha un fisico atletico...

Grazie mille per la vostra attenzione

saluti

L

 

Gentile genitore,

ciò che sento di dirle è di valutare insieme a lui i pro e i contro di una scelta, rispetto al fatto di restare in quella squadra di calcio o ad esempio valutare la possibilità di provare un nuovo sport.

Sarebbe stato utile sapere quale sia stata la motivazione alla base della scelta del calcio, se sia partita da lui, se ha seguito degli amici, se sia stato qualcuno a spingerlo, eccetera.

Sicuramente è in un’età di crescita, di sviluppo in cui ci si avvicina di più al senso della competizione e a volte si sminuisce il vero valore dello sport: il divertimento. Il gioco, l’attività sportiva dovrebbe permettere al bambino di stare bene, di crescere da un punto di vista emotivo, fisico, mentale. Ogni bambino dentro di sé sa cosa sia meglio per lui, certo deve avere anche la possibilità di sperimentarsi in un contesto che gli permetta di esprimersi al meglio da ogni punto di vista. Cerchi di capire insieme a lui cosa sente e di sostenerlo nella scelta, poiché come dice la teoria dell’arrangiamento, ogni situazione nuova prevede che ci sia una fase in cui ci si “riaggiusta”, un doversi risintonizzare alla situazione rispetto al proprio vissuto. Se il calcio non gli permette di esprimersi al meglio, cercate di trovare insieme un’alternativa che gli dia questa possibilità.

 Cordiali saluti 

dott.ssa Laura Camastra


Buongiorno, sono il Signor R., chiedo la cortesia di analizzare quanto successo a mio Figlio.

Premetto che il bimbo a soli 7 anni, gioca a calcio nei pulcini di una società X.

Diciamo che tra una partita e l'altra in quanto le partite durano solo 10 minuti, mio figlio ma un po tutti diciamo si rincorrevano e giochicchiavano non ascoltando del tutto il mister che gli chiedeva di stare seduti. Diciamo che dopo un paio di volte che il miste chiedeva di stare fermi, a preso i due credo un po più vivaci e li ha fatti accompagnare negli spogliatoi praticamente sotto la doccia. Di fatto secondo il mio parere non corretto. In quanto reputo inviarli via non una forma corretta per metterli in punizione. In quanto sempre secondo il mio parere non fa altro che annullare l'autostima dello stesso bambino, mettendolo in imbarazzo anche nei co fronti di tutta la squadra. Premetto che erano tutti un po vivaci e giochicchiavano solo quando avevano una pausa tra una partita e l'altra. Allora vi chiedo? E corretto allontanare un bimbo prima della fine della partita mettendolo in punizione in questo modo ? Io, credo esaggerato. In quanto poteva punirlo magari facendolo sedere e non farlo giocare la partita successiva e non mandandolo via dal Campo. Lo reputo sbagliato. Ringrazio anticipatamente e chiedo se cortesemente oltre che a pubblicare la risposta sul sito, mi potete inviare una risposta su questa email personale in modo da Esser e sicuro di leggere il vostro parere. Grazie di Cuore.

In fede

S. R.

 

Gentile signor Rubino,

da quanto lei scrive sembra che il maggior disappunto lo abbia provato lei nel vivere secondariamente la scena invece che suo figlio che l’ha vissuta in prima persona.

 Probabilmente se l’allenatore ha deciso di mettere in atto quella punizione è perché l’ha ritenuta la più appropriata; è giusto che i bambini, sin da piccoli, imparino le regole e il comportamento da tenere in campo durante le partite, gli allenamenti e le pause. Se il bambino capisce il significato della punizione non si sentirà giudica o in imbarazzo nei confronti della squadra né questa andrà a ledere la sua autostima, anzi lo aiuterà a crescere e ad imparare il rispetto delle regole e dei valori della squadra.

 Se lo ritiene opportuno potrebbe parlare con il mister esprimendo a lui il suo pensiero e chiedendogli le motivazioni che l’hanno spinto a prendere quella decisione.

 Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

dott.ssa Stefania Santonico


Buongiorno,

sono la mamma di un ragazzino di 14 anni. Da sempre appassionato di basket, gioca da quando è alle elementari.

L'abbiamo sempre sostenuto. Fino alla prima media ha giocato per una società vicino a casa, ma non molto valida, da cui tra l'altro tutti i ragazzini più bravi continuavano ad andare via. Lui ovviamente era considerato uno dei più bravi e molto valorizzato. In seconda media l'abbiamo sostenuto nel cambiare squadra ed entrare in una squadra più competitiva. Fin qui tutto bene, ha continuato ad essere contento, a ottenere risultati che lo aiutavano molto anche nello studio, per avere energia e autostima. Purtroppo per motivi complicati questa squadra si è spostata via via più lontano da casa e in terza media per lui è stato piuttosto faticoso raggiungerla. Tra l'altro il coach ha assunto un atteggiamento veramente sgradevole. Quando sbagliavano e perdevano non li sosteneva, ma li toglieva dalla partita, oltre a criticarli per vari motivi extra basket (D. faceva diverse attività, oltre a seguire lo studio e veniva criticato per questo). E' stato un anno in cui lui non ha reso molto e non ha raggiunto grandi risultati, durante un torneo in cui è stato il giocatore che ha segnato meno, era molto depresso.

Abbiamo continuato a sostenerlo. Si è iscritto ad un liceo piuttosto impegnativo e non era più pensabile impiegare tanto tempo per andare agli allenamenti. Ha cambiato squadra, è entrato in una squadra più comoda da raggiungere dove giocano anche due ragazzi che già conosceva.

Purtroppo le cose non sono migliorate. L'allenatore è carino e mi sembra abbia un atteggiamento positivo e incoraggiante. Sono meno competitivi. Però D., pur dichiarando di divertisi durante gli allenamenti, in partita non tira quasi più a canestro, non fa più azioni , è come bloccato. Questo lo deprime e scoraggia molto, si rende conto di non fare più quasi punti e si deprime molto

Temo possa mollare, ma soprattutto mi dispiace vederlo così depresso, in un'attività che invece glòi piace.

Cosa gli sta succedendo? Cosa possiamo fare noi genitori?

Evidenzio che in casa purtroppo c'è un grosso tema legato all'ansia perchè mio marito mi accusa di essere troppo ansiosa

Grazie per la risposta che vorrete darmi. 

Dove posso leggere la vostra risposta, qual'è il nuovo sito?

L

 

Gentile genitore,

sarebbe stato utile avere ulteriori informazioni su suo figlio riguardo ad aspetti caratteriali, se ad esempio vive con ansia la competizione, quali sono le sue aspettative rispetto allo sport. Certo è in una fase di cambiamento, di sviluppo, in cui anche gli interessi possono cambiare. Mi chiedo se la scelta rispetto al cambio di squadra per via della distanza e per agevolare lo studio, sia partita da lui, se sia stata condivisa in generale. L’adolescenza è un periodo di “crisi” dove la crisi è intesa come momento di riflessione, di trasformazione e, come dice la teoria dell’arrangiamento, ogni cambiamento implica un doversi risintonizzare alla situazione rispetto al proprio vissuto.

Sarebbe stato utile anche sapere qual è invece il suo atteggiamento in allenamento, per avere un quadro più chiaro sul suo blocco. Ciò che mi sento di dirle è di parlare apertamente con lui, per quanto il ruolo di genitore ne compete e a seconda della vostra relazione. È importante capire le sue aspettative, le sue motivazioni e il suo vissuto rispetto a questo sport, enfatizzando comunque l’impegno che lui ci mette, al di là del risultato. È importante che si senta sostenuto e valorizzato per quelle che sono le sue capacità e per quanto a volte, momenti in cui non si riesce come si vorrebbe è normale che ci siano. Il fatto di parlarne con lui apertamente aiuta a “normalizzare” il suo vissuto e, se lo riteniate utile a sbloccare la situazione, potreste rivolgervi ad un professionista, psicologo che vi possa offrire un supporto adeguato.

Nella speranza di essere stata utile, vi porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra



13 NOVEMBRE 2018


Buongiorno,

 Sono R il papà di E una bambina   di 11 anni che gioca a pallavolo nella squadra locale e questo è il terzo anno. Mia figlia ha iniziato con altre sue amiche con le quali ha condiviso altri sport scuola e  la pallavolo .
Vi scrivo perchè è mia idea che in un età così precoce 10/11 Anni lo scorso anno e 11/12 quest' anno di campionato le ragazze dovrebbero avere le stesse possibilità di esprimere le proprie capacità e limiti in partita. Così non avviene . Lo scorso anno mia figlia e altre bambine sono entrate costantemente gli ultimi 5 minuti un set su tre soprattutto e questo mi rammarica a risultato acquisito fin dalla prima partita lasciando spazio  ad una squadra titolare. Ovviamente le domande da parte di E mia figlia sono arrivate ... e per buona parte del campionato l ho incoraggiata a continuare allenamenti e a tenersi pronta nei momenti di gioco. Purtroppo quest' anno non era convinta e motivata a riprendere gli allenamenti poi riviste le sue amiche ha ripreso.
 Ora è in prima media e la scuola richiede impegno fa 3 allenamenti a settimana più  la partita considerando il tutto e visto che anche quest'anno ripreso il campionato è ancora in panchina ho chiamato la dirigente chiedendo se come l anno scorso E sarebbe stata "utilizzata" poco. Specificando che come genitori dovevamo dare un peso alla pallavolo e allo studio  . Ho usato "utilizzata "perchè è il termine usato dalla dirigente per spiegarmi che E entrerà quando le "altre" sono stanche.
 Purtroppo i termini :utilizzata e altre ,mi fanno pensare che un gioco nel quale a 10/12 Anni dovrebbe essere tale non è. Impegno costanza così nello  studio come nello sport sono necessari per ottenere risultati  e questo è quello che dovrebbe essere la base per poi maturare in maniera autonoma le proprie scelte in base alle capacità . Ora ovviamente E è combattuta tra continuare o meno lo sport e visto la risposta sempre della dirigente "vedete voi..." anche io ho qualche dubbio se continuare come lo scorso anno ad incoraggiarla ma non vorrei alimentare illusioni poi disattese di giocare  un set intero.
Grazie R.



Gentile R,

come psicologo, amante dello sport e sportivo non posso che essere d'accordo con lei. Lo sport ad ogni età deve essere un modo per stare con gli altri, confrontarsi con rivali, compagni e con se stessi, mettersi alla prova e soprattutto divertirsi. In modo particolare bambini e adolescenti devono avere la possibilità di provare, sperimentarsi e migliorare: a mio avviso i settori giovanili dovrebbero avere come unico obiettivo il bene dei giovani atleti, la loro crescita tecnica, tattica, educativa e mentale anche tralasciando il risultato. Dico "dovrebbero" perché in alcuni, forse troppi casi, allenatori e dirigenze mirano solamente ad ottenere vittorie e risultati. In quei contesti è difficile crescere per chi non è ancora ad un certo livello, perché non viene dato il tempo per farlo e nemmeno le possibilità. Probabilmente la squadra di E. è di questo tipo. Il mio consiglio è quello di parlare con sua figlia e capire le sue sensazioni e motivazioni: le va bene stare in panchina ma condividere gli allenamenti con le amiche oppure è stanca di fare la riserva e vorrebbe giocare anche in un'altra squadra? E' fondamentale inoltre riferirle le parole e le intenzioni della dirigente. Solo sua figlia sa cosa vuole realmente ma è importante che sia consapevole delle proprie emozioni e motivazioni. Insieme poi potrete prendere la decisione migliore.

Spero di essere stato utile
Dr Paolo Peluchetti


22 OTTOBRE 2018

Buonasera
Mia figlia ha 6 anni e da 2 anni pratica la ginnastica ritmica, stesso sport praticato agonisticamente dalla sorella che ne ha 9.

Conosce quindi bene allenatrici e l’ambiente dove si allena. L’anno passato ha anche partecipato ad una gara di squadra classificandosi prime. Il primo periodo che la portavo ad allenamento aveva tipo degli “attacchi di panico” mi abbracciava e sentivo che le batteva forte il cuore, poi piagnucolava e non voleva che andassi via...dovevo rimanere a vederla fare allenamento. Conosco bene le allenatrici e non credo che ci sia stato qualche episodio spiacevole durante gli allenamenti, né con loro né con le altre bambine del corso. Aveva questo comportamento a periodi...altri periodi andava tranquilla. In estate ha fatto uno stage di una settimana ed andava tranquilla sempre con le stesse allenatrici. A settembre ha rincominciato il corso e ha ricominciato ad avere questi “attacchi di panico”. Ho deciso quindi di farle provare un altro sport : pattinaggio artistico. Ha fatto per adesso solo la lezione di prova, decisa e tranquilla senza piagnucolare. 

La settimana prossima farà un altra prova sempre di pattinaggio artistico e poi mi ha detto che deciderà quale sport fare. Premetto che nel corso di ginnastica ritmica la stavano avviando verso un percorso per arrivare a fare agonismo visto le sue capacità e doti, e mi dispiace farle cambiare sport. Però è pur vero che quando l’ho vista così tranquilla mentre faceva pattinaggio ho tirato un sospiro di sollievo. La domanda che vi pongo è la seguente: è giusto farla decidere da sola a 6 anni quale strada prendere o comunque devo indirizzarla io verso quello che credo possa riuscire meglio?

Grazie in anticipo per la risposta!

M

  

Gentile genitore,

sarebbe stato utile avere maggiori informazioni sul comportamento di sua figlia, se il suo “vissuto di panico” si è verificato anche in altri contesti differenti allo sport. Mi chiedo se ha parlato apertamente con lei di queste sue reazioni e di cosa sente. Spesso anche solo parlare può servire a “normalizzare” le situazioni, le emozioni che i bambini provano, in modo da passar loro il messaggio che avere paura di qualcosa è una cosa normalissima, che pian piano va gestita.

È importante per lei sperimentare uno sport che le permetta di stare tranquilla, di divertirsi soprattutto, anche se questo potrebbe significare, almeno per il momento, non gareggiare a livello agonistico.

È importante che i bambini possano esprimersi liberamente, anche perchè, anche se ancora piccola, chi meglio di lei può sapere cosa sia meglio per lei stessa?

Secondo la teoria dell’arrangiamento, ogni situazione nuova comporta un raggiustarsi, riorganizzarsi secondo i propri vissuti emotivi, rispetto alla situazione, quindi probabilmente sua figlia ha bisogno di ritrovare il suo equilibrio rispetto allo sport che le permette di stare bene.

Valutate con lei, in modo aperto, i pro e i contro dei due sport in questione, in modo da capire insieme cosa sia meglio per lei in questo momento, facendola sentire supportata a prescindere dalla scelta che farà.

Le porgo cordiali saluti.

dr.ssa Laura Camastra


8 OTTOBRE 2018


Buongiorno, da alcuni giorni io e mio marito stiamo cercando di capire quale sia il modo migliore per assistere nostro figlio Tiziano circa una spiacevole situazione che si è venuta a creare. Dunque, lo scorso anno nostro figlio, nato nel 2008, ha iniziato a giocare a calcio in una scuola di zona, in cui già giocavano dei suoi amici, anche di vecchia data.

Gli iscritti nella sua categoria erano pochi e quindi la sua squadra lo scorso anno era prevalentemente 2008 con qualche bambino del 2009. Hanno formato un bel gruppo, mi figlio si è integrato ottimamente, frequentando molti dei suoi compagni al di fuori del calcio e anche durante il periodo estivo. Al rientro dalle vacanze si sono aggiunti nuovi iscritti, ed hanno formato due squadre. L’allenatore di mio figlio, si è tenuto tutta la squadra dell’anno scorso tranne mio figlio e altri due bambini che hanno cominciato ad allenarsi nella nuova squadra, senza avergli detto una parola, senza avergli dato spiegazioni di sorta, e senza aver preventivamente consultato i genitori. Il risultato è stato che nostro figlio non voleva più giocare a pallone. Mi rendo conto che ci possano essere dinamiche societarie all’interno di una scuola calcio, ma quando mio figlio è andato dal suo allenatore a chiedere “ma io ora non sto più con voi?” Gli è stato risposto semplicemente “no, tu ora sei con l’altra squadra”. Lui sta vivendo questo nuovo assetto come una sconfitta perchè è stato messo a giocare con quelli che tutti ritengono “la seconda squadra”, in più le due squadre si allenano sullo stesso campo, e utilizzano anche gli stessi spogliatoi, e come è ovvio che sia i suoi vecchi compagni gli chiedono “perché sei andato a giocare con la squadra degli “scarsi”?”, gli hanno anche riferito di aver chiesto all’allenatore perchè Tiziano era stato spostato e la risposta è stata “perchè deve imparare a giocare a pallone”. Mio figlio non è un fenomeno del pallone, e non lo sarà mai, ma è un bambino simpatico, allegro, e libero da sovrastrutture di strategia, è gioviale e socievole, non è ambizioso, è anche svogliato e pigro. È un bambino dislessico, con lievi problematiche di coordinazione motoria, ma ha comunque un fisico atletico ed è portato per il nuoto che pratica da anni. Non voglio mettere in discussione le scelte societarie, le dinamiche di squadra o qualsivoglia si devvano chiamare, io so  solo  che mio figlio a calcio è sempre andato molto volentieri perchè rappresentava un momento di gioco e di condivisione, ma ora non più, io credo che certe dimamiche possano sfuggire a un bambino di 10 anni, e che la sua reazione sia stata del tutto naturale. Forse dinamiche del genere si dovrebbero attuare più avanti, quando i i ragazzi hanno una psicologia più strutturata. Mio figlio si è sentito escluso dalla sua squadra, si è sentito rifiutato dall’allenatore e punto, ed ora la sua autostima ha avuto un crollo vertiginoso. Figuriamoci che avendo cambiato anche corso di nuoto quest’anno, ma solo per questioni di orario, il bambino ha associato le due cose dicendomi che anche l’allenatore di nuoto l’aveva messo in un altro gruppo perchè lui è scarso (cosa non vera perchè nel nuoto riesce naturalmente bene).

Abbiamo parlato con il direttore tecnico della scuola lamentandoci del fatto che avrebbero dovuto gestire questa cosa con una comunicazione diversa, magari parlando con il bambini, insieme alla sua squadra, illustrando le novità che si sarebbero andate a creare, spiegandone i motivi tecnici, strategici, logistici, e bla bla che siano insomma. Hanno riconosciuto di aver sbagliato la modalità ma non si sono nemmeno scusati per la situazione creata. Abbiamo parlato anche con l’allenatore che si è limitato a dire di aver studiato le attitudini fisiche degli allievi e che nell’altra squadra nostro figlio avrebbe potuto giocare meglio.

Personalmente pensavo che per i bambini di 10 anni il calcio fosse ancora un’attività ludica, in cui si impara a rispettare le regole, a consolidare lo spirito di squadra, a rinforzare l’autostima, e non a dare priorità alla strategia di squadra piuttosto che soddisfare i bisogni dei bambini. Mi sono anche informata sulle altre scuole nei dintorni ma mi dicono essere anche peggiori.

Abbiamo parlato con nostro figlio e gli abbiamo detto che prima di tutto in campo si deve divertire, ma che se vuole vedere progressi si deve anche impegnare. Che questa nuova squadra puó essere un’opportunità e non una sconfitta, che il suo nuovo allenatore è uno in gamba che gli può insegnare tanto, ma che noi comunque rispetteremo qualsiasi sua decisione; nostro figlio ha deciso di continuare a giocare con la nuova squadra, ma ci ha detto anche che ancora non sa se vorrà proseguire in futuro. La sua delusione è stata forte, mi rendo conto.

Mio marito è molto arrabbiato per le modalità con cui è stata gestita questa cosa, e vorrebbe invece dare un insegnamento diverso a mio figlio, ovvero quello di non abbassare la testa e rassegnarsi a giocare in un posto dove è stato trattato senza rispetto. Mentre io sono disorientata, non so come aiutarlo. Non so se mettermi in finestra ad osservare in silenzio, aspettando una naturale evoluzione della cosa o intervenire in qualche modo. Chiedo un suggerimento da parte vostra per mi permetta di agire per il meglio. Grazie

 B.

 

Gentile signora B,

purtroppo la società non è riuscita a gestire nel modo più opportuno la situazione. Vista la tenere età dei suoi tesserati sarebbe stato opportuno riunire i bambini e i genitori e comunicare loro la decisione presa cercando di argomentarne anche le ragioni sia a voi genitori che, soprattutto, ai più piccoli.

Ciò che sta dicendo a suo figlio è giusto, ha deciso di continuare a giocare nonostante la nuova squadra, il nuovo allenatore e i nuovi compagni ed è molto importante che sia lei che suo marito gli mostriate l’aspetto positivo di questa nuova avventura/sfida. Gli servirà sicuramente per crescere e rappresenterà un’esperienza per crescere e per affrontare le piccole difficoltà. Per quanto riguarda il futuro, lasciate a vostro figlio la libertà di scegliere cosa fare; anche se ora ha detto che non vorrebbe più continuare, non è detto che non possa cambiare idea.

 Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

dott.ssa Stefania Santonico


21 SETTEMBRE 2018

Buongiorno,

sono la mamma di una bambina di 9 anni e un bambino di 6 e ho un marito appassionato di calcio che ha trasmesso la sua passione ai figli,in particolare al maschio che da due anni gioca a calcio.

Ultimamente però abbiamo notato che ha perso la grinta nel giocare, sembra impaurito ed evita di lanciarsi nel gioco. Rimane ai margini e preferisce scherzare invece che concentrarsi, cosa che non accade se gioca a casa. Abbiamo provato a parlargli ma di che vuole continuare a praticare questo sport. Come facciamo a capire se è realmente così o se semplicemente ha paura di deludere il padre che adora? Inoltre come possiamo aiutarlo a superare eventuali paure?Specifico che lui rispetto ad altri è fisicamente più esile...può essere questa la causa?

Ringrazio anticipatamente,cordiali saluti


Gentile mamma,

da quello che racconta è possibile capire che suo figlio di 6 anni gioca a calcio in una squadra ma ultimamente sembra un po' disinteressato e tende a rimanere in disparte. Al contrario a casa è attivo e deciso. La sua paura di madre è che suo figlio continui a giocare solo per non deludere il padre. L'unico modo per scoprire se ciò è vero è quello di parlarne direttamente con lui: sarà importante chiedergli se si diverte ad allenamento, se ha voglia di andarci o se vorrebbe cambiare sport. Allo stesso tempo sarà importante tranquilizzarlo sul fatto che i vostri sentimenti verso di lui non cambieranno assolutamente anche se non giocherà a calcio, che non sarà una delusione e che voi volete solo solo che lui stia bene. Come sottolinea la teoria dell'arrangiamento è importante comprendere emozioni, sensazioni e stati d'animo per poter affrontare in modo ottimale le vare situazioni e aumentare il proprio benessere. Sono possibili anche altre risposte: magari non si trova bene in quella squadra, è poco stimolato dall'allenatore, oppure in questa fase ha più voglia di scherzare che di giocare al massimo. Solo suo figlio conosce la risposta, e solo in base a quella sarà possibile intervenire. Il mio consiglio è quello di ascoltarlo e mostrargli vicinanza e sostegno in ogni sua decisione.

Spero di essere stato utile

Dr Paolo Peluchetti



17 SETTEMBRE 2018

Ciao sono un ragazzo di 18 anni che gioca in prima squadra al petrignano(perugia), sono un giocatore abbastanza bravo, ho fatto i (mezzi)provini per la fiorentina, l'inter, il genoa e per l'albania)mi sono aggregato quest'anno è sono già titolare ma da alcuni mesi a questa parte ho perso la voglia per il calcio cioè non mi diverte più, non riesco a giocare tranquillo e ho paura di sbagliare, prima non mi importava nulla di tutto ciò perché amavo il calcio. Non so ma questa non voglia è diventata palese quando ad aprile 2018 abbiamo giocato una partira importante contro la.orvietana, uno scontro di vertice che vedeva noi(primi in classifica) e loro terzi e la nostra vittoria significava vittoria assicurata del campionato juniores a2 regionale. Abbiamo perso 3-1 e praticamente dopo essermi fatto un mazzo così tanto che a fine partita non riuscivo più a camminare ( qualche giorno prima avevo vomitato per 2 giorni e avevo perso 3/4 kg, da 77 a 73/74 e quindi non ero in forma), durante la partita io dovevo marcare il 9 (sono un difensore centrale), alla fine credo di averlo marcato bene(lo hanno detto anche i genitori dei compagni miei) il problema nasce che durante la partita il mister se la prendeva sempre con me e un altro( questo succede da 4 anni, ho questo mister da quando avevo 14 anni) a ogni piccolo dettaglio ci urlava contro invece con gli altri che hanno proprio sbagliato cose che non si possono commettere niente, alla fine della partita ho capito non so come di aver perso la voglia perché anche se mi sono sbattuto per 4 anni, presentandomi agli allenamenti anche malato, ho capito che ad ogni piccolo errore che com mettevo se la prendeva con me e dopo un po' non ce la fai più a resistere ogni giorno, ogni settimana, ogni mese e ogni anno pero questo a me non importava perché amavo il calcio però dopo questa partita è scattato un click, questa è la parte per cui dò la colpa al mister. Ecco quella di mio padre: mio padre sin da quando ho incominciato il calcio mi urlava in campo ad ogni errore, fino ai 14 anni ci facevo caso e cosi non giocavo tranquillo però riuscivo giocare a bene perché alla fine me la cavo poi da allora fino a 1 anno fa non mi ha più strillato perché ha capoto che giocavo bene, poi da 1 anno a questa parte loro due(il mister e papà si conoscono da 15 anni) hanno incominciato a mettermi pressione cioè nel senso che mi dicevano che questo è il tuo anno devi fare bene,ecc... e fin qui ok da agosto 2017 a marzo 2018 è stato un grande anno ma da aprile in poi è stato un qualcosa che non avevo mai provato, ho smesso di amare il calcio e il culmine è stato stasera quando ho a papà che non giocavo tranquillo e li è succeso un casino, ha detto ripetutamente che se non riuscivo a tranquilizzarmi mi faceva smettere, che lui lavora per potermi mandare il qualche società grossa, che dovevo impegnarmi ancora di più,ecc... pensavo che mi potesse aiutare invece ha lo stesso comportamento del mister. per questo mi rivolgo a voi io non so cosa fare.

GRAZIE


Gentile ragazzo,

probabilmente quel “click” che lei dice essergli scattato in aprile è stato solamente la goccia che ha fatto traboccare il vaso poiché è da molti anni che riceve da suo padre in primis ma anche dal suo attuale allenatore solo urla e rimproveri. 

Le chiedo: lei vuole fare del calcio la sua vita professionale? In base alla risposta che riuscirà a darsi potrà comportarsi di conseguenza. Se vuole diventare un calciatore professionista provi ad affrontare nuovamente suo padre e, a cuore aperto, confidargli i suoi pensieri e le sue difficoltà, facendogli capire che il calcio è la sua vita e che se lui vuole aiutarla deve rispettare le sue emozioni; provi anche a parlare con il suo allenatore facendogli presente le sue rimostranze circa l’atteggiamento che lui ha verso di lei, chiedendogli anche il perché tende sempre a far presenti gli errori senza mai spendere parole positive.  

Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico 


5 SETTEMBRE 2018


Salve, sono il papà di un bambino di 11 anni.
Quest'anno siamo andati in vacanza, come tutti gli anni sulla riviera Romagnola e per la prima volta mio figlio ha fatto amicizia con un gruppo di bambini con cui passava i pomeriggi a giocare a calcio sulla spiaggia. Ho notato però che non ha carattere, che quando ci sono gli scontri per la palla lui si sposta oppure la passa subito e poi si blocca. A dire il vero però, tra quei bambini era il più bravo così ho parlato con la mia compagna (sua mamma) dell'idea di iscriverlo ad una squadra di calcio in autunno. Lei dice che lo vede timido e non vorrebbe rimanesse traumatizzato. Io penso invece che essendo bravino potrebbe magari rivelarsi anche una strada nella vita e poi credo potrebbe essere un modo anche per crescere e migliorare la sua "natura". Potete darmi un consiglio sul da farsi? Grazie.

 

Gentile papà,

sarebbero stati utili ulteriori elementi per avere un quadro più chiaro della situazione. Sarebbe stato interessante sapere se ha mai fatto sport o attività di gruppo in generale, visto che scrive del suo carattere timido. Ciò che sento di dirle, se non l’ha già fatto, di chiedere a suo figlio cosa gli piacerebbe fare, se il calcio o un altro sport, in modo da farlo sentire coinvolto e sostenuto anche nelle scelte che, in ogni caso, andrebbero prese sostenendo il desiderio e la propensione del ragazzo stesso. Per i bambini e i ragazzi è importante sperimentarsi, “aggiustarsi” come si direbbe secondo la teoria dell’arrangiamento, poiché ogni cambiamento implica un doversi risintonizzare alla situazione rispetto al proprio vissuto. Vivere una situazione nuova può essere un motivo di crescita personale, premesso che lo sport deve essere innanzitutto fonte di benessere, di divertimento. Le consiglio di valutare insieme a lui l’idea di frequentare il calcio piuttosto che un altro sport, in modo da spronarlo a fare un’attività (se pensiate abbia bisogno di essere spronato), ma di coinvolgerlo per capire insieme i suoi bisogni e desideri.

Cordiali saluti

Dott.ssa Laura Camastra



Gentili dottori,
                    ero in spiaggia ed ho letto i vostri interessanti articoli così ho pensato di scrivervi. Ho due figlie, una di 8 e l'altra di 6 anni. Giocando in acqua con loro per aiutarle anche a prendere confidenza con l'elemento mi sono accorto di alcune cose. La grande quando fa i tuffi si mette in posizione per molto tempo prima di buttarsi e non lo fa fin che non le dici di farlo. Poi mio marito ha notato che quando nuota cerca sempre di vedere se la guardiamo. Mentre la sorella è il contrario Vi dico che questo inverno la grande ha fatto un corso di nuoto a cui sembrava le piace andare. Secondo voi è normale questa cosa? Non è che ci diventa ossessiva? Forse è legato al corso che fa che sono troppo severi? Grazie


Gentile mamma

parto subito dicendo che a mio avviso il comportamento di sua figlia non ha niente di strano anzi, è normalissimo. I bambini hanno voglia e gli piace molto mettersi in mostra, ancora di più se possono dimostrare di aver imparato qualcosa di nuovo. Sua figlia ha cercato con quei comportamenti di rendervi partecipi di quello che ha imparato al corso di nuoto e di mostrarvi che è brava. Cerca di coinvolgervi in una attività che la emoziona. Inoltre vorrei sottolineare che il concentrarsi a fondo nel fare una attività non significa diventare ossessivi e nemmeno non divertirsi. In fondo lo sport è gioco con regole e gli atleti si divertono tantissimo.

Spero di essere stato utile.

Dr Paolo Peluchetti

 




13 LUGLIO 2018

Buongiorno Dottore,

 Volevo esporre una problematica sorta durante l'ultima settimana a mio figlio di 4 anni.

Inanzitutto volevo fare una piccola premessa che potrebbe aiutare a capire il carattere di mio figlio;

Ha iniziato l'asilo nido a circa 10 mesi e non ha mai avuto problematiche d'inserimento, stessa cosa è avvenuta alla scuola materna (magari un pochino solitario nel gioco ma niente di che, quando trova i bambini che conosce di più gioca alla grande e si diverte).

Durante la sua tenerà età ha dimostrato grande interesse nel pallone (ha tirato un calcio al pallone prima di camminare, con tiri forti e precisi), il suo tiro di sinistro ci ha sorpreso e appassionato, nella nostra famiglia il calcio è sempre presente ma non lo abbiamo mai spinto a fare qualcosa, anzi lui continuava e continua a chiedere informazioni su giocatori , squadre, regole ecc.

Lo scorso anno a quasi 4 anni lo abbiamo mandato a provare con un gioco palla (che non è necessariamente il gioco del pallone ma un gioco con la palla a 360°), non ha avuto nessuna difficoltà d'inserimento e non c'è mai stato un giorno che abbia rifiutato di andarci (anzi chiedeva ogni giorno quanto mancava per poterci andare)

Ora ha quasi 5 anni e abbiamo pensato di mandarlo alla scuola calcio del paese (niente di che, ovviamente cambiano le persone e le regole), abbiamo capito che a lui sarebbe potuto piacere tantissimo (se devo dire la verità ne eravamo orgogliosi), invece appena entrato al campo sportivo del paese si è completamente bloccato, ha svolto qualche esercizio chiedendo ai mister la mia presenza (concessa) ma poi ha mollato il colpo, nel pomeriggio lo abbiamo mandato ad un altro open day (dove un nostro cugino è responsabile del settore giovanile) ma ha preferito aiutare i mister nella preparazione dei coni piuttosto che GIOCARE con gli altri

Sinceramente ci siamo rimasti un po male da questa sua reazione (anche se l'abbiamo lasciato fare).

Ci sono alcuni punti che potrebbero averlo frenato:

1) La fine dell'anno d'asilo

2) La scomparsa del nonno di circa 5 mesi fa (lo coccolava tantissimo e giocava spesso a pallone con lui)

3) L'inizio del nuovo asilo estivo (che ha preso malissimo)

Non capiamo cosa succede e come comportarci

 Grazie

Buona giornata

 

Gentili genitori,

probabilmente i tre fattori da voi indicati potrebbero essere le cause scatenanti di questo blocco che vostro figlio ha nei confronti del calcio e del pallone in generale. Sicuramente quello che più pesa è la scomparsa del nonno a cui, a quanto scrivete, era molto legato e con il quale passava molto tempo libero a giocare “spesso a pallone”; non è un caso che ora il bambino presenti una difficoltà ad approcciarsi nuovamente a quell’attività che gli ricorda il nonno.

 Potreste, per il momento, provare ad assecondare questo suo non voler giocare dandogli il tempo necessario per elaborare la perdita; lo sport deve essere un’attività ludica prima di tutto e, se così ora non è, non bisogna forzare il bambino. Sarà lui a chiedervi, quando si sentirà pronto, di tornare a giocare a calcio o, magari, di voler cominciare un nuovo sport.

Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico

 



9 LUGLIO 2018





21 GIUGNO 2018

Salve,

mia figlia di 9 anni pratica pattinaggio già da 5 ed ha iniziato appena possibile il percorso agonistico. Il suo impegno è sempre alto, ma i risultati invece sono scarsi e si scontra con bimbe che vanno il doppio di lei. Comincio a vederla stanca e spesso rimane delusa, poi ricomincia ad impegnarsi e allenarsi come nulla fosse, ma poi in gara la differenza con le altre si vede sempre. Ho paura che questa situazione la renda insicura invece che aiutarla a spronarsi, purtroppo lo sport è certamente fatto di impegno e costanza, ma anche di doti fisiche ed attitudine e se quelle scarseggiano cosa è giusto fare secondo voi? Lo sport è stato ed è per lei fonte di amicizie importante (ed è questo il motivo per cui non molla), ma fino a quanto è giusto continuare in un percorso che sinceramente non vedo affatto adatto a lei? Le allenatrici dicono che si impegna (e questo lo so), che magari con la crescita migliorerà, ma io sono sicura che il divario con le altre rimarrà sempre e temo molto che finisca per sentirsi inferiore. In questo anno sono capitati diversi episodi di sconforto infatti da parte sua, prima di ricominiciare a settembre vorrei un vostro parere.


Gentile mamma,

ha mai provato a parlare con sua figlia e chiederle cosa lei prova? Da come scrive, si capisce che lei non ritiene che lo sport sia adatto a sua figlia, ma la bambina cosa pensa? Oltre a stanchezza e delusione, sentimenti che, a livello agonistico, si ritrovano in ogni sport, la bambina sembra non voler mollare.

Non lasci che le sue apprensioni e le sue convinzioni prendano il sopravvento ma affronti il discorso con sua figlia in modo da avere certezza su quello che prova lei; potrebbe, ad esempio, dirle che le amiche del pattinaggio potrebbe continuare a frequentarle comunque, in questo modo potrebbe capire quanto sua figlia è legata più ad esse che allo sport in se e questo potrebbe essere un buon punto di partenza per intavolare un discorso.

Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico



11 GIUGNO 2018

SAlve, sono una mamma di tre bambini di 7, 5 e 3 anni. Viviamo in Lombardia, lontani dalla famiglia d'origine...ce la gestiamo in due, io e mio marito che abbiamo un lavoro a tempo pieno. Cerchiamo di fare tutto per i nostri tre piccolini ...I due grandi dal settembre scorso vanno a scout e si divertono moltissimo; il grande pratica basket dall'età di 5 anni e lo adora, il piccolo è troppo piccolo...il mio cruccio è il mezzano...da quando è arrivato il piccolino è cambiato: dal bambino solare e contagioso è diventato tendente al solitario e molto insicuro. per renderlo più sicuro di sè ho cercato di introdurlo al mondo dello sport e a 4 anni abbiamo provato piscina (con scarssissimi risultati) e poi equitazione (sport molto costoso per noi ma che a lui interessava!). Detto ciò, vi chiederei un parere su quale sport poter proporre al bambino che non è attratto dalla palla (mentre gli altri giocano a calcio ovunque,lui preferisce fare altro ma molto spesso da solo!!) ma in alcune circostanze ha mostrato interesse per il ballo hip hop.

 Non ama gareggiare perchè credo che abbia lui stesso un'altissima aspetattiva ...vorrebeb eccellere in tutto e non ammette la sconfitta...noi cerchiamo di stargli accanto ma in alcune circostanza diventa molto difficile...vi porto un esempio: gare finali degli scout...c'era competione ma tra i più piccoli lo scopo era il divertimento...lui piangeva ogni volta che era il suo turno...non so mai se la tecnica giusta è spronarlo o lasciarlo stare...mi trovo sempre in balia di uan decisione troppo difficile da prendere...

 Come mi comporto? da mamma vorrei solo che lui fosse felice e che riuscisse a trovare una sua dimensione conscio delle sue capacità...

 Vi ringranzio dell'attenzione e vi saluto cordialmente.

 S

 

Gentile mamma,

leggendo la sua domanda mi arriva molto forte la preoccupazione per suo figlio, anche rispetto al suo ruolo, a cosa fare, cosa sia giusto o no. Ovviamente avrei bisogno di ulteriori elementi per poter dare una risposta più mirata, ma cercherò di aiutarla sulla base di quanto scritto.

Sicuramente a 5 anni è ancora piccolo per avere un’idea precisa sullo sport da fare, infatti spesso se ne provano diversi prima di arrivare a scegliere. Se a questo si aggiunge un’insicurezza di fondo che riconosce in suo figlio, questo non facilita la decisione. È importante capire come ogni cambiamento, che sia la nascita del fratellino o qualsiasi altra situazione, implica, come dice la teoria dell’arrangiamento di Unterrichter, un riadattamento alla situazione in base al proprio vissuto emotivo. Il suo vissuto, ad oggi, rispetto alla competizione è di tensione e questo può dipendere da caratteristiche sue personali, dal modo in cui la competizione viene vissuta nel suo ambiente di vita e sportivo. Nell’attuale società si pone molta, spesso troppa importanza al risultato, rispetto all’impegno e ancor prima agli aspetti ludici, di divertimento dello sport, fondamentali soprattutto a quell’età. Ciò che sento di dirle è di stargli vicino, supportarlo nelle sue scelte, cercando di parlare apertamente con lui rispetto alle sue emozioni. Quindi chiedergli come si sente quando deve fare una gara, perché si sente così, senza dare per scontato le sue risposte. È importante fin da piccoli fargli verbalizzare ciò che sentono poiché serve anche a loro per esserne consapevoli. Parlate apertamente di cosa gli piacerebbe fare, se l’hip hop o qualsiasi altro sport, valutando i pro e i contro di questo, in modo che lo sproniate ma assecondandolo, o meglio accompagnandolo ad una scelta.

Nella speranza di essere stata utile, le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra

 

 

Buongiorno,

mia figlia ha appena compiuto 9 anni e ha da sempre una passione smisurata per l'acqua. Fa nuoto da quando aveva 5 anni e dall'anno scorso a livello agonistico.

Non ha difficoltà ad affrontare le gare che vive con l'agitazione minima comprensibile e che riesce a gestire bene, e ottiene dei buoni tempi.

Tuttavia sembra mancare totalmente di competitività, sembra sempre che non dia il massimo, che si trattenga, non si sforzi quanto la situazione richiede.

A domanda, ammette di poter fare di più, ma non sa spiegare bene perché non lo faccia.

Non riesco a capire se abbia paura di fare fatica (ultimamente si lamenta degli allenamenti proprio perché dice di fare fatica), se abbia paura di mettersi davvero completamente in gioco, oppure se semplicemente le piaccia nuotare ma non sia interessata alle gare (anche se a domanda risponde che le gare le piacciono).

E io non so come aiutarla: assecondarla? Spronarla?

Grazie!

S

 

Gentile mamma,

ciò che mi sfugge leggendo la sua richiesta è il vissuto emotivo di sua figlia, cioè lei vive con frustrazione il fatto di non dare il massimo, quindi di non avere un risultato maggiore? O per lei va bene così? Nel senso che i bambini quando iniziano uno sport lo fanno per piacere di farlo, perché si divertono, poi automaticamente vengono inseriti nelle competizioni, anche se magari non sono poi così motivati a farlo. Questa fatica di cui si lamenta a cosa si riferisce? Perché visto il periodo finale di scuola, di stagione sportiva, è anche naturale avere un calo fisiologico dovuto alla stanchezza dell’anno vissuto.

Gli aspetti competitivi spesso sono legati a caratteristiche personali, possono essere sviluppati crescendo ed essere spronati anche dall’ambiente in cui si vive. La motivazione del bambino, in generale dell’atleta è influenzata anche dai genitori, dall’allenatore e quest’ultimo può stimolare la competizione dei bambini, allenarla in un certo senso, almeno in termini della sana competizione. È importante porre l’attenzione sull’impegno che il bambino ci mette piuttosto che sul risultato e probabilmente approfondire questo discorso con la bambina stessa. È importante che i bambini siano educati alla sana competizione e, in questo caso, bisogna vedere anche l’importanza che la bambina stessa dà alla gara o se nasconde davvero una paura rispetto ad essa.

Parlatene apertamente con lei, rimandandole che ad ogni modo la sostenete a prescindere dal risultato perché è più importante il suo impegno, il suo benessere, ma che è importante capire anche come si sente quando deve fare una gara. Cosa significa per lei che può fare di più? Perché dipende molto dalle aspettative che la bambina ha, che non sempre coincidono con quelle dei genitori.

Cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra


5 GIUGNO 2018


Salve sono la.mamma di un ragazzino di 16 anni agonista nel karate. Capita che lui ogni volta che fa una gara non riesce a tirare fuori tutte le capacità che ha e che dimostra in palestra durante gli allenamenti. Non riesce mai a vincere e quando vede il suo compagno che ottiene risultati e medaglie dice sempre che piacerebbe anche a lui ma non capisce perché non gli riesce. Come dobbiamo comportarci anche noi genitori?


Gentile mamma,

da quello che racconta si intuisce che suo figlio non riesce in gara a mostrare tutte le potenzialità e capacità che dimostra in allenamento. Ciò gli crea malumore ma non riesce a darsi una spiegazione. Sarebbe importante capire quali pensieri e quali emozioni vive prima e durante le competizioni, diversamente dagli allenamenti. Inoltre sarebbe importante comprendere quali sono le sue aspettative e quali le sue possibilità. Bilanciando tali aspetti si potrebbero costruire obiettivi raggiungibili e stimolanti che una volta raggiunti portano a delle soddisfazioni. Come genitori il mio consiglio è quello di sostenere vostro figlio e cercare insieme a lui di costruire dei traguardi da raggiungere durante la gara che non per forza sono la vittoria: migliorarsi, evitare alcuni tipi di errori, possono essere esempi. La soddisfazione può arrivare anche da una prestazione ottima e non per forza dalla vittoria. Riuscire a cambiare questo punto di vista può permettere un atteggiamento più rilassato ed efficace alle competizioni.

Spero di essere stato utile.

Dr Paolo Peluchetti


21 MAGGIO 2018 

Buonasera,
Ho già scritto per un consiglio ma ho nuovamente bisogno di voi.
Nel post precedente mi avevate consigliato di capire i motivi per i quali mio figlio ha interrotto l'attività agonistica di ginnastica ad un passo dalla nazionale giovanile.
Non riuscendo a farmi spiegare le motivazioni gli ho fatto intraprendere un percorso psicologico presso una psicologa infantile. Questo percorso è stato intrapreso non solo per la ginnastica ma perché avevamo notato che qualcosa non andava
È stato lui a prendere il discorso con la psicologa.
Da questi primi incontri è emerso che il suo abbandono è dovuto al non sentirsi accettato dai suoi compagni. Parlando con l'allenatore in realtà mi racconta esattamente il contrario. Il fatto di essere il più piccolo della squadra lo metteva a disagio ed ha riferito alla psicologa che lo facevano sentire piccolo piccolo. Io spero che questo percorso psicologico che ha intrapreso lo porti a capire l'enorme occasione che sta perdendo. Ha 11 anni ed ha tempo per riprendere. Capita spesso che mi chieda dei bimbi e quando l'allenatore mi chiama si interessa subito di sapere che cosa mi ha detto. Ho solo paura che se e quando si pentirà della sua decisione sarà tardi per riprendere.
Ha sempre svolto gli allenamenti tranquillamente ed ogni passo in avanti lo rendeva euforico.
Mi scuso per essermi dilungata. Ma questo argomento mi sta molto a cuore.
Adesso sta svolgendo un altra attività sportiva. È possibile che ritorni sui suoi passi e decida di tornare indietro?
Grazie per l'ascolto.


Gentile genitore,
Non si preoccupi per la lunghezza del testo: informazioni dettagliate permettono risposte più complete. Per iniziare vorrei sottolineare l'importanza di aver scelto di iniziare un percorso con una psicologa: a mio avviso è il metodo perfetto per permettere a suo figlio di capire la fase di vita in corso e così prendere le migliori decisioni. Decisioni tra le quali potrebbe esserci quella di ricominciare con la ginnastica. E' impossibile saperlo con sicurezza ma neppure escluderlo. Bisogna considerare che nell'esperienza passata ci sono state emozioni forti e dal racconto fatto alla psicologa anche negative. Quello è il punto di partenza: rielaborare quelle sensazioni e gli episodi vissuti gli permetterà di fare le scelte che al momento ritiene migliori per se. A 11 anni non è facile pensare al futuro ma si può pensare a stare bene. L'obiettivo a mio avviso dovrebbe essere il benessere di suo figlio, con o senza la ginnastica. Sono sicuro che questo lo pensa anche lei.
Spero di essere stato utile.

dr Paolo Peluchetti


7 MAGGIO 2018


Buongiorno, alleno una under 12 con 2 ragazze di cui una con una paura tremenda della gara....che contagia anche altre ragazze, mentre l'altra non ha paura ma al minimo errore o osservazione piange subito!!!

Avete un consiglio da darmi in merito?

Poi cosa mi consigliate con quelle che non riescono a capire o fare quello che vogliamo quando trasmettiamo loro le spiegazioni tecniche?

Vi ringrazio per i Vostri preziosi  consigli, Moreno


Gentile allenatore,

capisco non sia semplice seguire delle ragazze in quell’età particolare, come l’adolescenza.

Rispetto la richiesta di un consiglio in merito alle spiegazioni non comprese, sicuramente è importante avere un linguaggio semplice, adeguato all’età e al contesto, dare poche informazioni, usando quindi messaggi brevi e chiari. È sempre utile mostrare l’esercizio, il gesto tecnico che vanno a sperimentare, in modo che possano eseguirlo anche su imitazione (osservando e imitando). È importante chiedere feedback sulla spiegazione, cioè chiedere se hanno capito, magari farsi spiegare da loro stesse cosa è stato detto in modo da rendersi conto se effettivamente la spiegazione è stata chiara.

Per quanto riguarda la paura della gara, o comunque alla paura dell’errore, avrei avuto bisogno di ulteriori elementi per poter dare consigli più mirati, anche rispetto allo sport in questione.

La reazione delle ragazze può dipendere da aspetti caratteriali, di personalità soggettive, ma può essere influenzata dal clima che le atlete vivono in relazione con l’allenatore. È importante che loro percepiscano che l’attenzione maggiore sia verso l’impegno, il miglioramento, utilizzando anche degli obiettivi a breve termine condivisi con loro, obiettivi raggiungibili (in modo da evitare la frustrazione). Porre importanza maggiore sulla prestazione, quindi sul risultato, può implicare un vissuto maggiormente stressante, quindi far vivere con paura la gara. Un’ulteriore strategia che si può utilizzare è quella di farle sperimentare maggiormente la competizione in allenamento, quindi creare delle gare in allenamento o, se fattibile in base allo sport, creare delle amichevoli.

Nella speranza di essere stata utile, le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra


2 MAGGIO 2018

Salve mi chiamo L, 

Ho mio figlio di 5 anni che gioca a calcio da 2 anni.

Ho natato che quando fa gli allenamenti e partire con i suoi compagni di squadra riesce ad esprimersi al meglio e gioca con molta disinvoltura, mentre quando va a fare le partite con altre squadre si intimorisce e si blocca non giocando per niente bene.

Ha qualche consiglio da darmi al riguardo?

Sicuro di una Vostra risposta Vi invio distinti saluti


Gentile Luigi,

la difficoltà di suo figlio è legata in modo particolare alla sua età: a 5 anni il calcio e lo sport in generale sono vissuti come un divertimento e un piacere. I bambini riescono ad esprimersi meglio in contesti che conoscono e nei quali si sentono a proprio agio. Amano mostrare le proprie qualità a chi sanno si complimenterà con loro e condividerà il loro gioco.

Faticano invece in contesti e situazioni troppo competitive e nuove. Il mio consiglio è quello di tranquillizzare il bambino cercando di sottolineare che l'importante in una partita è sempre quello di divertirsi e stare bene. La teoria dell'arrangiamento sottolinea come le emozioni e i sentimenti siano fondamentali per affrontare al meglio le varie situazioni.

Con bambini dell'età di suo figlio le partite devono essere affrontate come giochi e con gioia; dopo la partita la domanda da fare è "ti sei divertito? Sei contento?" e in casi negativi cercare di accogliere l'emozione e valorizzare il positivo. 

Spero di essere stato utile 

Dr Paolo Peluchetti 


19 APRILE 2018 

Buongiorno

il mio nipotino di anni 6, da 2 frequenta un corso di nuoto una volta alla settimana.

Attraversa periodi alterni di rifiuto e di accettazione di questo sport.

Ultimamente però la reazione al rifiuto sta diventando importante.

Le motivazioni che adduce sono:

"I grandi non possono costringere i bambini a fare quello che non vogliono fare"; " a me il nuoto non piace"; "non potete portarmi per forza".........piange e oppone forte resistenza .

Le sue giustificazioni sono molto logiche e mi impressiona la capacità di motivare il suo rifiuto.

Io cerco di spiegargli l'importanza di questo sport  dal punto di vista della salute ,della sicurezza  dell' impegno e disciplina, ma li risultati che ottengo sono quasi nulli.

I genitori sono coerenti e "remano" nella mia stessa direzione.

Risultato finale è che non gli permettiamo  di perdere la lezione ma mi sto ponendo forti dubbi sul fatto che forzarlo sia corretto.

La ringrazio per i suggerimenti che riterrà di darmi.

Cordiali saluti


F.P.


Gentile F.P.,

il suo nipotino sembra essere molto sicuro della sua scelta tanto da motivarla con frasi molto cariche e dense di significato soprattutto in relazione alla sua età dimostrando, pertanto, una presa di consapevolezza più, se posso permettermi, degli adulti che lo circondano i quali, nonostante la palese opposizione del piccolo, si ostinano a fargli fare uno sport contro la sua volontà.


Lo sport, come ripetuto più volte sia da me che dai miei colleghi, deve essere innanzitutto un’attività ludica grazie alla quale il bambino impara disciplina, relazione con i pari, impegno et. ma si deve soprattutto divertire.


Sia lei che i genitori, avete mai provato a chiedere al bambino il reale motivo di questo suo rifiuto? Avete mai provato a chiedergli se ci sono altri sport che gli piacerebbe fare? Provate a parlare con lui, ad instaurare un dialogo e a fargli sentire la vostra vicinanza a questa sua resistenza e le cose potrebbero iniziare a cambiare.


Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico

Gent.mi,

sono arrivata a Voi a seguito di una ricerca effettuata sul tema del gioco del calcio. Sono una mamma confusa, arrabbiata ma convinta che il calcio, come ogni sport, debba essere un gioco e come tale un'esperienza di crescita per i bambini. Da un paio d'anni mi scontro con un sistema (dirigenti, allenatori e anche genitori) che vede in questo sport soltanto il risultato, la vittoria e la prestazione finalizzata al punteggio in classifica e dove l'errore del bambino non viene visto come tentativo libero di provare a sperimentarsi ma come un gravissimo sbaglio a discapito della squadra o di un gol eventualmente subìto. Ho chiesto più volte qual è il problema di una sconfitta, qual è il problema di una palla persa o mal giocata: qual è il problema se si perde? non dovremmo far comprendere a convivere e a trovare strategie alla perdita? se non lo facciamo con il gioco, come faremo ad insegnarlo nella vita?

Ne parlo in continuazione, anche con l'allenatore di mio figlio e con mio marito: in ogni partita rimango incredula e sconcertata dagli atteggiamenti (verbali e non) che vengono riservati ai bambini (le ultime partite perse portano gli allenatori a credere e a dire ai bambini che se non abbiano voglia di giocare possono stare a casa invece di andare in campo a far perdere tempo a loro - considerato che a casa hanno meglio da fare). Mi chiedo: Non li si dovrebbe sostenere questi bambini? Accompagnare? Gratificarli anche nello sbaglio? o più semplicemente, parlare loro chiedendo come stanno o cosa stanno vivendo emotivamente? non dovrebbe essere l'adulto a dover/voler stare attento al contesto, al gruppo, al singolo ma soprattutto al clima? (che io credo debba essere di puro divertimento?!)

Le scrivo perché mi sento sola in quella che  oggi è diventata una "battaglia" personale: i bambini non sono piccoli adulti, i bambini non vanno caricati delle nostre aspettative. Vorrei chiederle un consiglio per poter smuovere questa modalità radicata, o almeno un indirizzo per offrire un'occasione di confronto, per volgere il proprio sguardo anche oltre, per considerare il bambino in un'ottica psicologica e non solo tecnica. Mi perdoni lo sfogo, ma non trovo terreno fertile tra le persone che ho vicino (anche mio marito ha deciso di rinunciare) ma io vorrei che accanto ai bambini ci fossero adulti – sostenitori, educatori di vita attraverso un meraviglioso mondo che è dato dal gioco. Vi ringrazio in ogni caso anche solo per la lettura di questo commento. Vi auguro buon lavoro e buone giornate.

E.G.


Gentile mamma,

le parole che lei esprime in questa lettera sono, a mio parare, giustissime e legittime. Lo sport deve essere divertimento, è attraverso l’attività ludica che i bambini imparano i valori fondamentali per la loro vita come la lealtà, la convivenza, i rapporti umani etc.


Purtroppo, nella società moderna, si tende a dare sempre più importanza all’apparire e alla vittoria più che all’insegnamento, all’aspetto ludico e all’importanza che le figure adulte di riferimento (dirigenti e allenatori) hanno nei confronti dei bambini.


Il consiglio che le posso dare è di provare a comprendere quanto questo “modus operandi” della squadra in cui suo figlio gioca è da lui compreso e condiviso o, al contrario, quanto ne soffre e, in secondo luogo, provare a cercare un altro ambiente sportivo in cui poter far crescere e allenare il bambino (poiché nutro alcune speranze sul fatto che non tutte le società agiscano in questo modo).


Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico



3 APRILE 2018

Buongiorno ho 35 anni sono uno sportivo ed un ex atleta agonista di sport da ring non ho mai praticato calcio a parte qualche partitella con amici quindi premetto che non ne capisco granché , sono padre di 2 bambini uno di 7 anni e uno di 2 .

Il più grade da quando ha messo piedi per terra ha sempre avuto accanto a se un pallone da calciare avanti e indietro per casa premesso che a livello atletico lo vedo portato per molto sport in quanto avendo un fisico asciutto ,crescita superiore alla media è molto veloce e agile .all età di 4 anni lo portai con me in piscina visto che ero in una fase di riabilitazione dopo un infortunio ma non era entusiasta non gli piaceva , gli chiesi cosa voleva fare e mi rispose deciso il calcio.

All età di 5 anni lo iscrissi in una scuola calcio il tempo di ambientarsi salto subito all occhio di tutti per le sue doti atletiche , qualche padre ex calciatore uno di questi arrivati anche Ad alti livelli mi disse tuo figlio è portato per il calcio se non cambia idea diventerà bravo . Nel frattempo fa parte sua la passione e la coglila do giocare cresceva sempre di più .

Quest’anno ad inizio stagione gli chiesi come sempre cosa volesse fare e lui sempre deciso mi rispose il calcio . Il mister che quest anno è cambiato vedendolo dal inizio ha deciso e mi ha chiesto anello ed a lui se eravamo d’accordo che poteva allenarsi e giocare le partite di campionato anche con i più grandi( 8/9anni)premettendo che il suo allenamento dura h1:30 al max in questo modo si allena per h3:00 per due giorni a settimana.

In quest ultimo mese però le cose sono cambiate e svogliato negli allenamenti e nelle partitelle passeggia in campo mangiandosi le unghie e mi dice che è stanco . Allora ho deciso di fargli fare solo allenamento con il suo gruppo originario ma la cosa non cambia cosa è successo ? 


Gentile genitore,

tante possono essere le risposte alla sua domanda. Presumibilmente suo figlio è in un periodo di calo motivazionale, di poca voglia, che gli causa svogliatezza e poco impegno. Importante è provare a capire da cosa esso derivi. Le cause possono essere diverse: non si è integrato nella nuova squadra? Non è riuscito ad incidere ed essere efficace come con i pari età? Le ore di allenamento sono troppe? Ha interessi nuovi rispetto al calcio?

L'unico che può dare una risposta è suo figlio. È importante chiedere a lui come si sente e se è successo qualcosa o se è cambiato qualcosa rispetto alla pratica del calcio. Solo in questo modo si potrà trovare la soluzione migliore per lui. Come sottolinea la teoria dell'arrangiamento, per attivare un cambiamento efficace e teso al benessere, è importante avere consapevolezza dei propri pensieri e delle proprie emozioni nelle varie situazioni.

Spero di essere stato utile.

Dr Paolo Peluchetti 


29 MARZO 2018

Buongiorno,

sono la mamma di una ragazzina di 12 anni e mezzo a cui piace la pallavolo (fa anche nuoto da quando aveva 5 mesi),la pratica da 2 anni non nella stessa squadra. Il grande inconveniente è che per lei è un gioco nulla di più,per lei è uno svago e un piacere;non le interessa arrivare in serie A nè primeggiare.

E' così di carattere...molto allegra e gioiosa ma molto riservata,timida nell'esporre i suoi sentimenti non vuole per nessun motivo esporsi. Un esempio su tutti,a scuola in primavera fanno le gare di corsa e lei è piuttosto veloce,ma ci siamo accorti (in primis il prof.di ginnastica) che rallenta per non arrivare prima!! 

Questo è mia figlia! E' una colpa? Ogni individuo penso abbia diritto ad essere com'è, non si deve cercare di cambiarlo..certo noi la aiutiamo nella sua timidezza...ma non possiamo e NON vogliamo cambiarla.

Il problema???? La società sportiva dove gioca e si allena ha preso questo  suo atteggiamento come svogliatezza,dicono sia fannullona...(a volte per non fare troppo si perde un pò e "gioca"...magari saltella o chiacchiera con le compagne..) ed il risultato qual'è? E' stata messa in un angolo dall'allenatore. La manda ad allenarsi con quelle più piccole di lei mentre le sue compagne restano insieme,nella partitella di allenamento la posiziona sempre in un posto dove la palla non arriva mai (le altre vengono fatte girare), ha provato a stare in piedi ferma nello stesso posso per 45 minuti senza mai le venisse passata la palla. Non le rivolge mai la parola, non la corregge.

Partite mai chiamata a farne. Abbiamo provato a parlare col direttore sportivo e ci è stato risposto che è svogliata e non merita di stare in squadra. Gli abbiamo fatto notare che umiliare una ragazzina non è corretto e che gli errori si fanno capire e non punire.E' da 4 mesi che la trattano così. Abbiamo scoperto poi che questo allenatore in passato ha avuto critiche anche da altri genitori per i modi (subdoli) e che diverse ragazze si sono ritirate ma lui è ancora li. Abbiamo chiesto  di farci parlare direttamente con l'allenatore per capire perchè ce la su con nostra figlia...ma non ce lo permettono.Abbiamo chiamato la federazione ma hanno detto che non possono fare nulla.

Siamo frustati nel vedere come viene trattata,lei nn vuole cambiare squadra perchè con le compagne va d'accordo e noi non vogliamo darla vinta a queste persone.Cosa possiamo fare?Come dobbiamo comportarci?

Siamo esterrefatti e soprattutto vogliamo aiutare la nostra ragazzina.

Grazie.

Gentile mamma,

immagino che la situazione che state vivendo desti molta preoccupazione. Da come la descrive, non è molto chiara la motivazione della società nell’assumere determinati comportamenti, a mio avviso, ben poco educativi.

Non è molto chiaro come il non voler primeggiare di sua figlia, interpretato così da voi per timidezza, possa essere considerato svogliatezza, ma in ogni caso, penso possa esserci altri modi per dare un insegnamento educativo ai ragazzi, a sua figlia, soprattutto se non è stato esplicitato da parte dell’allenatore il motivo per cui non è convocata o ancor peggio messa in un angolo.

Purtroppo mi sembra di capire che la società non sia molto aperta al confronto, ma la cosa che mi verrebbe da chiederle è se avete provato a parlarne con i genitori delle altre ragazze. Se la società non riceve voi come singoli genitori (rifiuto già discutibile), potete provare a fare squadra con gli altri genitori, parlarne con loro in modo da chiedere in gruppo di poter avere un confronto con l’allenatore e chiedere spiegazioni rispetto a questa situazione.

E’ davvero frustrante e sfiduciante sentire questi comportamenti, quindi se le cose non cambieranno, le consiglio di valutare insieme a vostra figlia i pro e i contro rispetto a continuare a perseverare in questa situazione ponendo attenzione anche alla motivazione che la spinge nonostante tutto a continuare. In ogni caso sarebbe interessante capire con lei anche cosa la spinge a non andare oltre, a non “voler vincere” e prendere i meriti anche delle sue capacità e farle capire che con le ragazze può avere altre occasioni per frequentarle, se il motivo per cui continua è il gruppo.

Vi faccio un grande in bocca al lupo e porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra


28 MARZO 2018

Buongiorno,
sono la mamma di un bambino di quasi 7 anni. Da quando aveva 3 anni ha sempre praticato molto sport (siamo una famiglia di sportivi) e negli ultimi 2 anni pratica regolarmente calcio, tennis, nuoto e sci.
Non ha mai avuto problemi con compagni ed allenatori, e ha sempre partecipato con entusiamo.


Ma nell'ultimo periodo ci siamo accorti che nel calcio è diventato molto timoroso, non tocca mai la palla nelle partite, e anzi cerca di stare molto lontano dal gioco.
Abbiamo pensato che non gli piacesse, invece ci ha confidato di avere troppo paura di farsi male.


Non gli è mai capitato nessuno evento spiacevole. Ci dispiace molto vederlo così, perchè si perde il bello del gioco e non si diverte.
Come possiamo aiutarlo?
Vi ringrazio
E

Gentile mamma,

la scelta di uno sport spesso rappresenta anche delle caratteristiche personali, caratteriali, almeno del momento. Ciò che mi sento di consigliarvi, non avendo molti elementi rispetto alla scelta del bambino nel fare un’attività piuttosto che un’altra, è di valutare con lui se continuare a praticare il calcio.

Essendo ancora piccolo, l’aspetto ludico, di divertimento, deve essere importante, è la spinta a continuare quell’attività e evitare che il bambino si demotivi. Valutate insieme a lui, parlate apertamente di cosa gli piace fare, in quale attività si sente bene, si può esprimere al meglio, valutando insieme i pro e i contro in questo senso. Avere paura di farsi male può essere normale, potrebbe voler dire che magari è portato più per uno sport dove c’è meno contatto fisico rispetto al calcio, come possono essere gli altri sport che fa.

Certo, bisogna comunque dare anche a lui lo spazio di poter parlare di questa paura e di verbalizzarlo, in modo da fargli comunque capire che non è detto che se ci sia il contatto fisico ci si faccia male necessariamente, ma possiate valutare insieme cosa lui si sente di fare.

Nella speranza di essere stata utile, vi porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra


Buonasera dottore , mio figlio ha 5 anni, 2 anni fa ha cominciato nuoto, ma dopo 3 mesi ha smesso piangeva nn voleva andarci. Quest anno calcio, i primi tre mesi contento euforico dopo ha smesso .oggi abbiamo provato con il basket nn è voluto nemmeno entrare in campo.

É un po timido e credo che sia questo il problema nn credo sia pigro cosa devo fare? Nn voglio forzarlo ma lo invoglio sempre perche vorrei entusiasmarlo un po'. Nn so cm comportarmi. Attendo una sus risposta grezie mille

Gentile genitore,

mi arriva dalle sue parole da un lato la voglia di entusiasmare suo figlio nell’intraprendere un’attività sportiva, dall’altra però mi chiedo se le scelte rispetto a questo siano state condivise col bambino stesso. Alla sua età è importante possa sperimentare la parte ludica, di divertimento dello sport, aspetto fondamentale per continuare a portare avanti la motivazione.

Avrei bisogno di ulteriori elementi per capire anche ciò che lo ha portato a smettere con uno sport e iniziarne un altro. Ad ogni modo, ciò che sento di dirle è di condividere con lui, parlare apertamente di come si sente nel fare uno sport piuttosto che un altro perché è giusto a quell’età sperimentarsi per conoscere attività diverse e conoscersi in degli aspetti nuovi, ma è importante anche darsi uno spazio di condivisione.

Secondo la teoria dell’arrangiamento, ogni situazione nuova implica un doversi riadattare in base al proprio vissuto e alla situazione, quindi anche suo figlio deve avere anche il tempo, in base ai suoi tempi, di capire come si sente e cosa lo fa stare meglio e il suo compito da genitore è si di spronarlo, ma ancora prima di supportarlo nel capire come si sente, le sue emozioni e anche cosa gli piace fare, in modo da direzionarlo in quel che gli permetterebbe di esprimersi al meglio.

Del resto, anche lo sport, in generale, non deve essere un’imposizione ma una scelta e se suo figlio magari ha una predisposizione per altre attività, è bene assecondarlo, supportarlo in questo senso.

Cordiali saluti,

Dott.ssa Laura Camastra


19 MARZO 2018

Salve, il mio ragazzo è appassionato del calcio.pratica questo sport da 12 anni. Qualche settimana fa, ha fatto una brutta caduta e si è rotto il crociato, nella parte posteriore del ginocchio, i medici e compagni di squadra gli dicono di smettere l attività sportiva.

Questa decisione però, lo rende molto triste, io vorrei aiutarlo ma non saprei come fare. Grazie!


Gentile ragazza,

purtroppo con un infortunio del genere il suo fidanzato attualmente deve stare a riposo il più possibile e, dopo l’operazione, iniziare un periodo di fisioterapia e riabilitazione che lo porterà ad un totale recupero.

La decisione di smettere l’attività sportiva del tutto potrebbe essere rimandata e, quindi, rivista solamente una volta superato del tutto l’infortunio. Valuterà, in quel momento, insieme al medico il meglio da fare per la sua salute.

Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico


Buongiorno,

Mio figlio di 11 anni pratica ginnastica artistica a livello agonistico avendo raggiunto anche un buon livello da 4 anni.

Ad un certo punto e pare improvvisamente ha deciso di interrompere tutto. Dice di non riuscire a reggere la pressione dello sport e che non gli piace più. Ora mi domando. Ma è possibile che uno sport che hai sempre frequentato volentieri all'improvviso ti disgusti?

Non credo si possa fare uno sport per 4 anni senza interesse. Agli allenamenti ci andava volentieri, non ho mai notato un disinteresse e quindi non mi spiego questo improvviso cambiamento. È possibile che staccando per un periodo più o meno lungo decida poi di rientrare?

In questo periodo devo fargli provare altri sport oppure lo lascio fermo del tutto?

Devo dire che questa decisione mi ha creato un po' di fastidio anche perché non capisco se quello che mi dice corrisponde alla sua volontà oppure è frutto di una stanchezza del momento.

Inoltre. Può essere che lui in questi anni abbia sentito le mie aspettative ed abbia continuato solo per quello?

Grazie 


Gentile genitore,

le sue domande sono legittime ma di difficile risposta. 11 anni è una età particolare e può succedere che cambino motivazioni e interessi. Per comprendere meglio la situazione sarebbe importante chiedere a suo figlio il perché di tale comportamento: è successo qualcosa ad allenamento? È stanco? Ha litigato con qualcuno? Come sottolinea la teoria dell'arrangiamento solo capendo le reali motivazioni ed emozioni legate alla situazione sarà possibile trovare una soluzione che permetta a suo figlio di stare meglio. La pausa dagli allenamenti e la prova con altri sport può permettere un chiarimento delle idee per ritrovare le motivazioni oppure fare scelte diverse. Il mio consiglio è quello di dialogare con suo figlio lasciandogli il tempo di cui ha bisogno e facendogli capire che ha il massimo sostegno.

Spero di essere stato utile.

Dr Paolo Peluchetti 

Salve sono un papà di un bimbo di quasi 9 anni che gioca a calcio dimostrando attitudini, in relatà sono stato anche per molti anni un allenatore e mi accorgo che il mio bagaglio di conoscenze è superiore a quello dei vari tecnici delle scuole calcio;

quale dovrebbe essere il mio approccio verso mio figlio, quello del bravo genitore che si comporta all interno del suo ruolo di papà, o quello di provare ad incidere ( nel rispetto dei ruoli degli attuali mister) cominciando ( come d altronde forse in maniera errata gia faccio)nella crescita tecnica di mio figlio?

aggiungo che spesso capita che faccio delle sedute di allenamento col bimbo da soli e noto avere positivi riscontri.


Grazie della gentilezza aspetto un vostro consiglio

Gentile papà,

come già lei stesso dice, sarebbe auspicabile lasciare che siano gli allenatori ad favorire la crescita tecnica di suo figlio e non lei in prima linea: Questo perché suo figlio sarebbe portato a seguire maggiormente le sue direttive andando, di conseguenza, a screditare e rendere meno efficace il lavoro dei mister.

E’ normale che, da parte sua, vengano dati al bambino consigli per favorire la sua crescita e la buona riuscita nel gioco sia come singolo che come parte di una squadra, ma il suo approccio dovrebbe sempre rispettare il ruolo degli allenatori e non costituire un ostacolo.

Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico


7 MARZO 2018

Mi presento: sono Daniele, un ragazzo che vive in provincia di Milano. Pratico boxe ed è uno sport che amo da impazzire. Tuttavia, in questi ultimi giorni mi capita spesso di andare in palestra e non essere motivato.
Io sono un ragazzo tenace , che da’ tutto per le proprie passioni e che si impegna al massimo. Amo impegnarmi. Mi fa sentire sicuro di me e mi da’ autostima.


Tornando all’argomento della boxe : mi capita ultimamente di andare in palestra e percepire una strana sensazione.. come quando si studia una materia al massimo e si dice : “basta ormai so tutto a memoria”. Ecco questa è la sensazione che provo.. tuttavia come dicevo sopra la boxe è una delle mie grandi passioni.
Come posso risolvere questa situazione?


Caro lettore,

sembra che uno dei suoi punti di forza sia la tenacia che mette nelle sue attività. Allo stesso tempo sembra che una delle aree da potenziare sia quella motivazionale e a questo proposito potrebbe essere utile per lei lavorare sui suoi riferimenti di significato circa l’attività sportiva per esempio: “Che cosa mi aspetto dalla boxe e cosa rappresenta per me questo sport?”.

Questo può esserle utile per avere consapevolezza di un eventuale calo della motivazione o semplicemente per capire se e come è cambiato qualcosa nei suoi obiettivi e circa le sue aspettative sullo sport che pratica.

Un caro saluto

Laura Nemolato



5 MARZO 2018


Buongiorno dott. Volevo chiederle un consiglio, mio figlio nuota a livello agonistico, l' anno scorso si è anche qualificato per le nazionali di Riccione e di Roma, a fine novembre del 2017 abbiamo scoperto che ha avuto la mononucleosi xche non riusciva a nuotare bene.

Ora che siamo a metà febbraio non sappiamo se si è ripreso del tutto oppure no. Le spiego, durante gli allenamenti che lui fa sempre anche 2 volte al giorno dice di sentirsi bn ma quando gareggia va malissimo è peggiorato molto, io vorrei aiutarlo perché lui sta soffrendo molto per questo problema, come devo fare? Grazie 


Gentilissimo genitore,

avrei bisogno di ulteriori elementi per poter avere un quadro più specifico della situazione. Sicuramente la mononucleosi avrà avuto delle ripercussioni fisiche su suo figlio, visti i sintomi che comporta, i quali magari l’hanno portato ad allontanarsi dal nuoto per un periodo. Spesso, nonostante sia passato il virus, la stanchezza continua a presentarsi, quindi sicuramente un parere medico potrebbe esservi utile per dei chiarimenti in questo senso.

La cosa su cui riflettere è che, da come dice, i suoi peggioramenti vengono fuori durante le gare, dove c’è una componente maggiore di competizione, di prestazione e confronto rispetto agli allenamenti. Non so quanti anni abbia suoi figlio, ma sarebbe utile parlare apertamente con lui per cercare di capire il suo vissuto rispetto a questo e alle gare.

Sarebbe utile comunque rimandargli che dopo una malattia, è normale avere dei tempi di ripresa più lenti e cercare invece di rinforzare gli sforzi che fa e l’impegno che ci mette, in modo da non fargli vivere con frustrazione il “peggioramento” di cui parla.

Secondo la teoria dell’arrangiamento ogni cambiamento, ogni nuova situazione (come possa essere stato per suo figlio gareggiare nonostante la ripresa lenta dalla malattia) richiede comunque un doversi riaggiustare rispetto al vissuto emotivo e alla situazione; cerchi comunque di farlo sentire sostenuto e di capire insieme a lui ciò che sente.

Cordiali saluti,

Dott.ssa Laura Camastra


Egregi dottori,

Mio figlio di 15 anni  gioca a livello agonistico a pallanuoto da quattro anni; ha sempre giocato segnando goal quasi sempre. E’ da un mese e mezzo circa che il mister lo fa giocare in partita di categoria under 17 (la u15 non si è formata) molto meno come una riserva dando priorità ad altri giocatori (riserva nel senso che lo mette in acqua il tempo di far riposare altri e lo fa uscire). Le ultime due partite di serie D il mister lo ha convocato, ma non l’ha fatto giocare.

Preciso che il livello delle squadre avversarie non era alto. Dal momento che il mister considera la sola convocazione  un “premio” per l’atleta, la domanda mia è questa: alla luce del fatto che un atleta non ha mai dato segni di cedimento, ha sempre fatto costantemente gli allenamenti, e il fatto di essere messo da parte dipende unicamente dalla volontà del mister di dare prevalenza ad altri atleti nuovi, può nuocere a livello psicologico in termini di autostima al ragazzo?

p.s. L'ultima partita alla fine dei tre tempi il risultato della partita non era neanche compromesso per la squadra di mio figlio, ragion per cui poteva anche entrare qualche minuto almeno per far riposare chi ormai giocava a veloce ritmo da tre tempi pieni 

Grazie


Gentile genitore,

Inizio dicendo che qualsiasi situazione, se non affrontata nel modo corretto e con la giusta mentalità, può nuocere a livello psicologico e di autostima. Allo stesso tempo per alcuni atleti nessuna situazione porta a ciò. Dipende.

Per quanto riguarda la situazione di suo figlio sarebbe importante capire come lui sta vivendo questo momento: come vive lo scarso impiego? Come ha vissuto il passaggio di categoria? È motivato ad allenarsi? Inoltre è importante capire come il mister gli abbia motivato questa situazione. Solo suo figlio può sapere come e se quello che sta succedendo influisce sulla sua autostima.

A volte il non giocare può spingere ad aumentare l'impegno e a crescere in mentalità è personalità. Come indicato dalla teoria dell'arrangiamento, solo con la consapevolezza delle proprie emozioni e dei propri pensieri è possibile superare situazioni complicate ed essere in grado di affrontare nel modo giusto le situazioni future.

Spero di essere stato utile.

Dr Paolo Peluchetti 



Buongiorno,  ho un  figlio che pratica Basket da 4 anni.

Il 22 Dicembre ha avuto una distorsione alla caviglia con infrazione del malleolo. Ha tenuto il gesso fino al 15 Gennaio.Il 29 Gennaio ha ripreso gli allenamenti senza avere dolore.


Ha ripreso anche le partite una settimana fa; Durante l' allenamento va tutto bene; Durante le partite non risce a fare le cose più banali come palleggiare e portar palla; Questo lo deprime da morire.


parlando co lui ho scoperto che il suo pensiero fisso è la paura di farsi male nuovamente e non vuole accettare che ci vuole tempo affinchè  i movimenti prima naturali ridiventino tali. Si sente inutile anche per la squadra dopo è sempre  stato un elemento importante.
Come posso aiutarlo?


Gentile genitore,

sicuramente l’infortunio avrà avuto per suo figlio un impatto emotivo, con le paure che ne conseguono. Infortunarsi rappresenta come un dover avere a che fare anche con quelli che possono essere dei “limiti”, con la perdita del controllo rispetto al proprio corpo, rispetto al quale si ha la percezione di poter “controllare”. Quando capitano questi eventi inaspettati, comunque si vive un periodo in cui bisogna metter fuori le proprie risorse per riaggiustarsi rispetto al nuovo vissuto, come espresso nella teoria dell’arrangiamento. Sarebbe utile per suo figlio poter parlare con qualcuno del suo vissuto, magari cercare di esternare anche con l’allenatore cosa sente di fare in questo momento, dove “spingere” e dove invece dare del tempo per permettere a suo figlio stesso di superare questa paura, plausibilissima dopo un infortunio. Ovviamente non ho molti elementi rispetto a suo figlio, ma può essere utile per lui rivolgersi ad un professionista del settore, uno psicologo, in modo da supportarlo in questa fase di “ripresa” e dare uno spazio a suo figlio in cui poter parlare e verbalizzare le sue emozioni.

Cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra 


Salve, gioco in terza categoria e la nostra squadra è vicina al ritiro dal campionato (mancano 8 partite, poco meno di 3 mesi).  La squadra si è totalmente disunità, sin dall'inizio sono mancati i veri valori sportivi,  rispetto degli altri e delle regole,  l'impegno, il sacrificio, la lealtà. Ora, non sappiamo che fare.  Siamo indecisi tutti se proseguire, se ritirare completamente la squadra dal campionato, oppure fare un solo allenamento più gara ufficiale la domenica o soltanto partecipare la domenica. Abbiamo fallito tutti dai giocatori ai dirigenti. 


Gentile atleta,

non mi è molto chiara la sua richiesta, ma immagino voglia un consiglio rispetto a cosa sia meglio fare in questa situazione. Questa è una decisione che andrebbe presa con la società e l’allenatore e non ho molti elementi per poter avere un quadro chiaro. Da come scrive sembra sia venuta a mancare la motivazione rispetto a questo campionato, ma non è chiaro se sia rispetto al clima percepito nella squadra o sia dettato da motivazioni individuali.

La cosa che mi sento di dirle è di riflettere ai suoi compagni sugli obiettivi che vi eravate posti, valutando quelli che sono i pro e i contro rispetto alla scelta che volete intraprendere e in base a questo, riflettere su quello che ne comporta.

Sarebbe un peccato perdere le occasioni che lo sport porta con sé, in senso di crescita personale, ma dipende da quello che è la motivazione e il vissuto rispetto alla situazione, per evitare che esso diventi solo stress o comunque venga vissuto in s

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