Psicologia dello sport



ARTICOLI DI PSICOLOGIA DELLO SPORT


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CONSAPEVOLEZZA E SPORT

foto da: https://www.prometeocoaching.it/life-coaching/consapevolezza-e-responsabilita/

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Non puoi fermare le onde,

ma puoi imparare a padroneggiare il surf”

Jon Kabat-Zinn

 

Con il termine consapevolezza ci si vuole riferire allo stato mentale di perfetta sincronia con il momento presente, ossia l’essere ancorato nel “qui ed ora” con l’attività che si sta svolgendo. Presuppone la capacità di governare la propria attenzione affinché possa essere indirizzata verso ciò che noi vogliamo, per non farsi distrarre da pensieri ed emozioni poco utili o rilevanti per ciò che stiamo facendo e che ci trascinerebbero i differenti tempi psicologici, ossia nel passato o nel futuro.

 

Questa abilità è essenziale nella pratica sportiva poiché ogni volta che la nostra mente non si sta concentrando sul momento presente si fissa su pensieri che appartengono a cose passate o che devono ancora avvenire, influendo negativamente su vari aspetti quali prestazione, attenzione, motivazione e divertimento. Questo, nella maggior parte dei casi, ci porta a fissarci sugli errori commessi o su pensieri ansiogeni circa possibili insuccessi. Il risultato è una non sincronia poiché il corpo sta giocando mentre la mente sta pensando ad altro.

Allenare la consapevolezza è un presupposto essenziale sia per migliorare la propria prestazione  sia per aumentare i livelli di motivazione (e quindi passione) per il proprio sport, elemento molto importante nella prevenzione del fenomeno del dropout giovanile dall’attività sportiva.

 

La consapevolezza si può allenare attraverso tecniche di mindfulness che, attraverso training specifici di pratica formale, aiutano a sviluppare la capacità di indirizzare l’attenzione verso gli elementi interni (pensieri, emozioni) o esterni (attività, stimoli) che noi scegliamo.

Un’altra tecnica utile può essere un buon utilizzo del dialogo interno (“self talk”) per controllare e organizzare i pensieri, evitando di focalizzarsi sui pensieri disfunzionali “non riuscirò… sbaglierò di nuovo…” e concentrandosi su pensieri positivi brevi e chiari che incentivano la concentrazione e la l’attenzione sul compito.

 

Dott. Andrea Gabbiani



COS’E’ LA RUMINAZIONE SPORTIVA E PERCHE’ LA FACCIAMO: un errore tira l’altro

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foto da:  https://www.psicologomilanoaips.it

La ruminazione è un processo di pensiero ripetitivo e negativo focalizzato su esperienze passate. Non è raro che tale processo si attivi nella mente degli atleti in seguito ad un errore, così l’attenzione si sposta e la concentrazione se ne va, aumentando perciò la possibilità di commetterne ulteriori.

 

La mente in questi casi viene invasa da pensieri negativi del tipo “non dovevo sbagliare”, “ho rovinato tutto”, “adesso sbaglierò ancora” in una sorta di circolo vizioso che genera emozioni spiacevoli o disfunzionali come ansia o tristezza che incidono negativamente sulla prestazione o facilitano la riproposizione dell’errore.

 

Che fare? 

Per prevenire la comparsa di processi mentali di ruminazione è necessario acquisire la consapevolezza circa il proprio funzionamento, ossia comprendere la tendenza della nostra mente a prendere il sopravvento in circostanze di errore e conoscere le “storie” che ci narra.

 

Sono utili esercizi comportamentali come:

 

-       tecniche di respirazione lenta e profonda utili a riportare l’attenzione sul proprio corpo, evitando di farsi trascinare nel circolo vizioso creato dalla mente;

 

-       se ci accorgiamo di essere entrati nel pensiero ruminativo, può essere importante “staccarci” da ciò che ci racconta la mente provando ad apporre a queste storie le frasi “Sto avendo il pensiero di …” o “Noto che sto avendo il pensiero di …”. In questo modo è possibile “lasciar andare” i pensieri negativi e tornare a focalizzarsi su aspetti utili alla prestazione liberando tutta la forza e le energie necessarie per vincere.

 

dott. Andrea Gabbiani



ROUTINE PRE GARA: COSA SONO E PERCHÉ

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FOTO DA: www.assicurazionemultisport.it 

Ansia, paura, preoccupazione, incapacità a concentrarsi e difficoltà nell'entrare nella giusta mentalità, sono alcune delle principali motivazioni di prestazioni scadenti. Come mai alcuni atleti sembrano fiduciosi e pronti a competere fin dall'inizio della competizione? La risposta non è affatto un segreto: i migliori atleti utilizzano gesti rituali finalizzati alla riduzione delle distrazioni, dell'ansia pre-gara e all'incremento della concentrazione.

 

Cos'è una routine pre-gara?

E’ una "sequenza di pensieri e azioni pertinenti all'attività che un atleta intraprende sistematicamente prima della sua prestazione di una specifica abilità sportiva"

 

Quali sono le sue caratteristiche?

 

- Sono molto individuali

 

- Gli elementi che la compongono devono essere specifici per l'abilità sportiva che viene eseguita

 

- Necessitano di modifiche nel tempo quando le abilità dell'atleta si affinano

 

- Sono ben definite (comportamenti o azioni che deviano dalla routine si tradurranno in una diminuzione delle prestazioni)

 

- Portano l'atleta nel qui et ora e minimizzano le distrazioni

 

Una routine deve essere dunque specifica, sistematica e impegnata con il compito

 

Ecco una testimonianza diretta:

 

"Quando gareggiavo la mia routine pre-gara era qualcosa che ho messo a punto nel corso degli anni ma che allo stesso tempo ero sempre pronto a modificare per meglio adattarla al mio stato mentale e fisico e/o alle condizioni ambientali. Per me era importante non essere troppo a contatto con la gente perchè non volevo che un cambio di programma o altre circostanze impreviste potessero togliermi la concentrazione. Tipicamente non ascoltavo musica. Preferivo la tranquillità perchè sentivo che mi permetteva di essere in sintonia con i miei livelli di energia così da poter raggiungere quell'equilibrio in cui i miei muscoli e il sistema nervoso erano pronti ma non sovraccarichi. Dovevo anche essere consapevole di qualsiasi rigidità muscolare o di altri eventuali problemi fisici"

(Duff Gibson; medaglia d'oro skeleton alle Olimpiadi di Torino 2006)

Come sviluppare una routine pre-gara

 

1) Quali azioni, prima di una competizione, hanno precedemente aiutato a dare il meglio?

Stabilire una routine di riscaldamento fisico prima della competizione

 

2) In quale ordine verranno compiute queste azioni?

Scrivere la routine può aiutare a ricordare cosa è necessario fare prima di una gara

 

3) Usare lo stesso numero di azioni o comportamenti prima di ogni esecuzione

 

4) Focalizzarsi su di sé prima della competizione non sull'avversario o sul risultato

 

5) Rilassarsi

 

6) Utilizzare un self talk positivo

 

7) Concentrarsi sul "sentire" l'abilità: questo permetterà di non pensare troppo ai movimenti da eseguire

 

 

dr.ssa Marika di Benedetto



BURNOUT: come riconoscerlo e contrastarlo

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Il burnout dell'atleta è una sindrome cognitivo-affettiva caratterizzata da percezioni di esaurimento emotivo e fisico, riduzione della realizzazione e svalutazione dello sport. Ricerche ancora in corso hanno messo in luce una miriade di antecedenti del burnout degli atleti, inclusi livelli più elevati di stress psicologico e di demotivazione e bassi livelli di supporto sociale e di soddisfazione psicologica (autonomia, competenza). Strategie di intervento possono fornire opportunità di prevenzione e trattamento dei sintomi di burnout attraverso approcci di gestione dello stress focalizzati sull'atleta e di reframing cognitivo, nonché strategie focalizzate sull'ambiente che mirano a carichi di allenamento adeguati e al miglioramento della soddisfazione psicologica dell'atleta.

Il burnout avviene per fasi:

 

1. L'atleta si trova in una situazione che comporta diverse richieste

2. Le richieste sono percepite come eccessive

3. L'atleta sperimenta varie risposte fisiologiche e si sviluppano conseguenze variabili di burnout

 

I campanelli di allarme

 

Rilevare il burnout sportivo può essere difficile ma alcuni segnali, di varia natura, possono aiutare a riconoscerlo per un intervento tempestivo che ne limiti i danni. Non tutti gli atleti mostrano i sintomi nelle stesse modalità, mentre in alcuni casi sono molto evidenti, in altri risultano più difficili da individuare.

Sintomi fisici: stanchezza costante, diminuzione del livello energetico, incremento della probabilità di infortuni, performance scadenti

Sintomi comportamentali: mancanza di entusiasmo o di divertimento nella pratica sportiva, alibi che giustificano una cattiva performance, frequenti assenze agli allenamenti

Sintomi emotivi/psicologici: desiderio di abbandono della pratica sportiva, sfiducia in sè stessi, scarsa capacità di concentrazione, rabbia, irritabilità o apatia

 

Come combattere il bornout? Alcuni suggerimenti

Per gli atleti:

• Provare a cambiare il proprio rapporto con lo sport: elencare dieci motivi per i quali si trae

piacere dalla competizione o/e dall'allenamento

• Sviluppare strumenti di gestione dello stress e di coping: utilizzare ad esempio la

respirazione come strumento di rilassamento

 

Per gli allenatori

• Introdurre negli allenamenti elementi di novità stimolanti e divertenti ma comunque

realizzabili

• Sottolineare anche ciò che viene fatto bene. Troppo spesso il focus è sull'errore e non

abbastanza sull'impegno o sui traguardi (piccoli e grandi) raggiunti dall'atleta

• Chiarire le proprie aspettative riguardo alla prestazione e fornire ad ogni atleta un feedback

 

dr.ssa Marika di Benedetto



ALLENARE LE ABILITA’ MENTALI: DAL MENTAL TRAINING AL MAC APPROACH

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Rafael Nadal, campione di tennis, afferma: «il 90% del mio gioco è mentale. È la mia concentrazione che mi ha portato così lontano». Questa frasi riporta l’attenzione sul fondamentale aspetto dell’allenamento mentale nello sport, oramai riconosciuto in psicologia dello sport e nell’ambiente sportivo.

Cosa significa allenarsi mentalmente? Il mental training è un insieme di strategie che intende aiutare gli atleti ad acquisire ed a mettere in pratica le abilità psico-fisiologiche utili al miglioramento delle prestazioni in allenamento e in gara.

Un livello avanzato di allenamento mentale segue l’approccio Mindfulness-Acceptance-Commitment (MAC), mirato al miglioramento della prestazione e in generale del benessere psicologico dell’atleta. Si differenzia dalle strategie più tradizionali poiché promuove un’attenzione consapevole sul presente, sottolineando l’importanza di un’accettazione delle proprie esperienze interne. Altri approcci sono orientati sul controllo dei pensieri, delle emozioni e sull’eliminazione gli stati negativi.

Il MAC è un protocollo di intervento che utilizza pratiche di mindfulnessa congiunte ad aspetti psico-educativi e tecniche esperienziali tratte principalmente dall’Acceptance and Commitment Therapy (ACT). Il protocollo è suddiviso in 7 moduli, o unità di apprendimento che seguono un ordine gerarchico poiché è necessario che l’atleta abbia padronanza di un modulo per poter passare al successivo.

Il MAC è stato ideato secondo tre obiettivi:

1.   La meta-consapevolezza (meta-awareness), ovvero una maggior consapevolezza nel momento presente rispetto agli stimoli interni ed esterni (pensieri, emozioni, sensazioni, eventi, situazioni…);

2.   L’incremento dell’attenzione, intesa come la capacità di dirigere e mantenere il focus attentivo nei confronti degli stimoli rilevanti per il compito;

3.   del decentramento/defusione, la capacità di osservare con distacco i propri pensieri, emozioni e sensazioni come eventi passeggeri, i quali forniscono informazioni ma ai quali non è strettamente necessario reagire o tentare di controllarli.

 

Tali obiettivi sono finalizzati in generale al benessere dell’atleta e allo stabilirsi di specifici meccanismi d’azione fondamentale per il raggiungimento di una prestazione ottimale. Nello specifico, infatti, il protocollo punta ad incrementare la regolazione emotiva (non il controllo emotivo) tramite l’accettazione e il decentramento, ad accrescere il funzionamento esecutivo attraverso una maggior consapevolezza e attenzione, a favorire un comportamento impegnato, indirizzato al compito, al servizio di obiettivi e valori personali.

dott.ssa Laura Camastra



L’ARTE DEL GOAL SETTING: FISSARE ADEGUATI OBIETTIVI

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foto da: www.atleticaleggera.org 

Il goal setting è un aspetto centrale nella pratica sportiva. Fissare adeguati obiettivi individuali (e/o di squadra) orienta la direzione, aiuta a stare motivati e permette di raggiungere traguardi che non si sarebbero mai ritenuti possibili.

Nello sport si possono identificare tre tipologie di obiettivi:

-     Obiettivi di risultato: focalizzati sul risultato competitivo di un evento (vincere). Raggiungere questi obiettivi non dipende solo dai propri sforzi ma anche dai propri avversari. Possono facilitare a breve termine la motivazione ma focalizzarsi su obiettivi di risultato, prima o durante la competizione, spesso aumenta ansia e pensieri intrusivi;

-     Obiettivi di prestazione: focus sul raggiungimento di abilità o prestazioni individuali indipendentemente dagli avversari, tipicamente sulla base del confronto con le proprie passate performance;

-     Obiettivi di processo: focalizzati sulle azioni che una persona può fare durante una performance per eseguire correttamente i gesti tecnici o le strategie tattiche.

Nei contesti sportivi spesso ci si cristallizza, direttamente o indirettamente, su obiettivi di risultato: dare troppa enfasi agli obiettivi di risultato crea ansia e un clima orientato solamente sul vincere. È essenziale, invece, strutturare una serie di obiettivi di performance e di processo che possono portare a quel risultato.

L’arte del goal setting si fonda sui seguenti principi:

-     Fissare obiettivi specifici: obiettivi specifici facilitano il miglioramento molto più efficacemente rispetto al generale “fai del tuo meglio”.

-     Fissare obiettivi realistici: obiettivi efficaci sono obiettivi sfidanti ma realizzabili; il segreto è trovare il bilanciamento fra sfida e possibilità di riuscita.

-     Fissare obiettivi a lungo e a breve termine: gli obiettivi a lungo termine danno una direzione mentre quelli a breve termine riguardano gli step intermedi da fare per raggiungere l’obiettivo a lungo termine.

-     Fissare obiettivi di performance, processo e risultato: il modo migliore per vincere un campionato è focalizzarsi su obiettivi di performance e obiettivi di processo.

-     Fissare obiettivi di allenamento e di gara: troppo spesso gli atleti si focalizzano solo su obiettivi relativi alla gara ma la maggior parte del tempo gli atleti lo passano allenandosi e non gareggiando.

-     Sviluppare strategie per raggiungere gli obiettivi: uno degli step più importanti del goal setting riguarda lo sviluppo delle strategie per raggiungere gli obiettivi.

 

Dott. Andrea Gabbiani



LO STATO DI “FLOW”


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foto da:  www.annaritaambu.it

Il flusso (flow) è uno stato mentale raggiunto quando gli atleti si sentono completamente coinvolti nelle loro prestazioni, perdono la percezione del tempo, si concentrano sul momento: è una sorta di trance agonistica in cui tutto funziona perfettamente.

Il pilota di Formula1 Ayrton Senna ha raccontato la sua esperienza relativa al flow durante il Gran Premio di Monaco del 1988: "Ero già in pole e continuavo ad andare sempre più forte... Improvvisamente ero quasi due secondi più veloce di chiunque altro, compreso il mio compagno di squadra con la stessa macchina. E improvvisamente mi sono reso conto che non stavo più guidando la macchina coscientemente. La stavo guidando attraverso una specie di istinto, solo che ero in una dimensione differente. Era come se fossi in un tunnel"

Quando si entra 'nel flusso' vengono liberate contemporaneamente sostanze neurochimiche importanti per il nostro benessere (norepinefrina, dopamina, endorfine, anandamide e serotonina): l'anandamide blocca temporaneamente i sentimenti di dolore e depressione, la serotonina, la dopamina e la noradrenalina possono invece ostacolare alcuni effetti dello stress.

Inoltre il flusso rallenta l'attività della corteccia prefrontale, le azioni avvengono senza sforzo, spontaneamente e intuitivamente, il tempo è distorto, i sensi sono intensificati, l'attenzione è focalizzata. Il cervello riesce ad acquisire più informazioni al secondo e ad elaborarle più rapidamente e profondamente: l'inibizione della corteccia prefrontale consente a varie aree del cervello di comunicare più liberamente, accelerando anche il processo creativo.

 

Cosa può ostacolare il flow?

 

Alcune barriere mentali possono impedire il raggiungimento dello stato di grazia:

•   paura di fallire

•   dubbi

•   pensiero ruminante

•   ansia eccessiva

•   mancanza di autocontrollo, concentrazione, motivazione, autoefficacia

•   elevata preoccupazione per i giudizi esterni

Cosa facilita l'entrata "in zona"?

Innanzittutto è necessario imparare ad eliminare le distrazioni esterne, gli atteggiamenti fortemente auto-critici, i pensieri rivolti esclusivamente al risultato

 

1) IL COMPITO DA SVOLGERE DEVE ESSERE UNA SFIDA ADEGUATAAL LIVELLO DELLE PROPRIE ABILITA'

 

Le sfide non devono essere troppo semplici e devono essere vissute come occasioni per un continuo miglioramento. L’obiettivo che ci si pone, se al di sotto delle proprie capacità, annoia e causa un drastico calo di attenzione, se troppo alto, invece, provoca ansia eccessiva, stress e frustrazione

Il compito sarà particolarmente stimolante e aiuterà l'entrata nel flusso quando l'obiettivo è alto ma comunque raggiungibile

 

2) OBIETTIVI CHIARI E FEEDBACK IMMEDIATI

 

E’ importante sapere sin dall'inizio verso quale obiettivo è rivolto l’impegno ed avere riscontri immediati di ciò che si sta facendo

 

3) ELIMINARE LA TENSIONE EMOTIVA

E' fondamentale riuscire a mantenere la calma ed assaporare il piacere di ciò che si sta facendo nel momento presente                                                                   dott.ssa Marika Di Benedetto



LO SPORT NELLA TERZA ETÀ


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foto da:
www.nuovavillamarcella.it

Con l’avanzare dell’età, si va incontro a diverse problematiche fisiche e psichiche; si tratta di un progressivo logoramento, un processo del tutto naturale e inevitabile che, tuttavia, può essere rallentato e affrontato in modo più sereno prendendosi semplicemente più cura di se stessi. L’esercizio fisico, se eseguito con costanza e in modo razionale, che tenga quindi conto dell’età e delle reali condizioni fisiche di chi lo pratica, fa sì che non solo questa degenerazione venga limitata, ma addirittura in alcuni casi regredisca. Ad esempio, uno studio dell'American College of Sports Medicine ha constatato che con una sola ora e mezza di esercizio aerobico alla settimana, si riescono a prevenire ben 40 malattie croniche e il pericolo di ammalarsi di Alzheimer diminuisce del 50%.  Nelle persone anziane l’attività fisica favorisce la conservazione della massa proteica e ritarda il processo di invecchiamento; inoltre, nei soggetti anziani si riscontrano i miglioramenti, legati all’allenamento, di entità paragonabile a quanto si osserva nei giovani.

 

Vediamo ora alcuni benefici che può apportare l’esercizio fisico:

·       dilatazione dei vasi del cuore, il che permette di migliorare l'irrorazione cardiaca, sviluppo della performance del cuore (i muscoli utilizzano meglio l'ossigeno portato dal sangue e, per un dato sforzo, il flusso è minore ed il cuore si affatica meno); miglioramento della forza, della resistenza muscolare e della coordinazione motoria;

·       miglioramento della forza, della resistenza muscolare e della coordinazione motoria;

·       miglioramento della circolazione, diminuzione della pressione arteriosa, rinforzo delle ossa;

·       miglioramento dell'equilibrio fisico e psicologico che permette di porre rimedio al ritmo accelerato e agli stress della vita moderna.

·       aiuta a mantenere o a raggiungere il peso ideale, favorendo il dimagrimento.

·       migliora l'autostima e può essere un forte mezzo di socializzazione.

 

 

Durante la terza età si può praticare qualsiasi attività fisica, a patto che sia moderata e costante. E’ evidente che saranno avvantaggiati gli anziani che non hanno condotto una vita sedentaria e che non soffrono di patologie cardiovascolari o articolari. Ma anche in tal caso, sotto attento controllo medico, non vi è alcuno sport precluso. L’attività fisica consigliata è abbastanza semplice: bisogna spendere circa 300 kcal al giorno in attività di intensità medio-bassa.

 

Dott.ssa Stefania Santonico





MOTIVAZIONE NELLO SPORT GIOVANILE: PREVENIRE LABBANDONO


foto da: www.alleniamo.com

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La possibilità di autonomia è uno dei fattori

chiave nella motivazione intrinseca.

Pietro Trabucchi 

 

La motivazione a lungo termine verso la pratica sportiva, alla pari di ogni altra attività, è legata alla passione. In termini teorici la passione si può ricondurre alla motivazione intrinseca: quella spinta che ci fa fare per il piacere o il gusto di fare, ci dà piacere e soddisfazione senza bisogno di condizionamenti esterni (premi, obblighi, spinte dall’esterno) ma grazie all’ attività in sé. E’ quella che molti chiamano: passione.

 

In tutti i contesti sportivi, specialmente in quelli giovanili, un atleta intrinsecamente motivato verso l’attività ha maggiori probabilità di non abbandonare la pratica sportiva, di adattarsi alle difficoltà, di ottenere migliori risultati e di associare livelli elevati di benessere psicologico alla pratica sportiva.

 

Possiamo sviluppare la motivazione intrinseca?

Per agevolarla in ambito giovanile e prevenire il precoce abbandono, è essenziale strutturare un ambiente adeguato attorno al giovane che soddisfi bisogni psicologici di base quali:

- il bisogno di autonomia,

- il bisogno di competenza,

- il bisogno di sentirsi in relazione con gli altri.

 

Come possono incidere i genitori?

L’apporto del contesto famigliare risulta saliente per quanto riguarda, soprattutto, i primi due bisogni.

Uno stile genitoriale che sostiene l’autonomia nelle attività dei figli in contrapposizione a quello controllante, influenza positivamente la motivazione intrinseca negli sportivi più giovani. Il sostegno all’ autonomia, in ambiente familiare, è legato al coinvolgimento emotivo nelle attività dei figli, all’empatia, al riuscire a mettersi nei panni dei figli e al fornirgli possibilità di scelta (ove possibile).

 

I genitori, inoltre, dovrebbero sostenere la percezione di competenza del proprio figlio nell’ attività sportiva, non in termini di esaltazione, ma in linea con le sue reali capacità, mantenendo l’attenzione focale sul legame sport - divertimento (preferire frasi come “ti sei divertito?” rispetto a “hai giocato bene?” dopo allenamenti e/o partite). Con questo atteggiamento si va ad incidere positivamente su autoefficacia e autostima.

 

Dott. Andrea Gabbiani




SEI UN ATLETA MENTALMENTE "DURO"?


foto da: www.ascuoladiopencoesione.it

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Atleti ed allenatori fanno spesso riferimento al costrutto di forza mentale per spiegare un'ottima performance ed il grado di sopportazione ad enormi pressioni, sia in gara, sia in allenamento. Indubbiamente la forza, o meglio la durezza mentale, è una delle caratteristiche psicologiche più importanti che determina il successo di un atleta. Si compone di 5 dimensioni:

 

• Capacità di recuperare: capacità mentali di recupero dopo sconfitte ed errori

• Attivazione: abilità di controllo della tensione

• Concentrazione: capacità di mantenere l'attenzione per tempi prolungati

• Sicurezza: grado di autonomia

• Motivazione: grado di coinvolgimento ed impegno nel raggiungere gli obiettivi

 

Quando viene a mancare la fiducia nelle proprie capacità, anche la motivazione nel perseguire un obiettivo e la sopportazione della fatica saranno basse, mentre aumenterà la probabilità di entrare in uno stato di forte ansia davanti alle prime difficoltà.

 

Cosa fanno e a cosa pensano atleti mentalmente „duri“, che hanno completa fiducia nelle proprie risorse, quando sono in competizione?

 

1. Sanno utilizzare regolarmente ed in maniera efficace strategie di coping come le immagini mentali, il dosaggio delle forze, il controllo del pensiero, il rilassamento, l'analisi logica (capacità di analizzare razionalmente le prestazioni passate) e il problem solving;

 

2. Sono molto fiduciosi nelle proprie capacità di gestione dello stress e sono ottimisti: atleti ottimisti mostrano maggiore determinazione nel perseguire i propri obiettivi, quelli pessimisti, invece, tendono ad evitare situazioni più complesse e a disimpegnarsi più velocemente;

 

3. Possiedono infine una capacità di controllo, di gestione e di valutazione oggettiva dell'intensità dello stress superiore agli altri

 

Come ridurre l'intensità dello stress?

 

•         Visualizzare l'intera competizione come stimolante;

•         Focalizzarsi sugli elementi controllabili della competizione;

•         Immaginare tutto ciò che potrebbe capitare prima di una competizione e le modalità di risposta alle difficoltà;

 

Come migliorare il controllo dello stress?

 

•         "Spezzare" situazioni stressanti in più parti gestibili piuttosto che concentrarsi sull'intero

•         Individuare ed elaborare le situazioni che si possono modificare

•         Controllare le proprie reazioni emotive utilizzando tecniche di rilassamento come la respirazione profonda


dott.ssa Marika Di Benedetto



I VALORI NELLO SPORT

foto da:  www.merateonline.it


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Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare.

Esso ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose fanno.

Parla ai giovani in una lingua che comprendono. Lo sport può portare speranza

dove una volta c’era solo disperazione.
[Nelson Mandela]

 

Nel trattare i valori presenti nello sport, è importante ribadire preliminarmente che quest’ultimo è l’insieme di quelle attività, fisiche e mentali, compiute al fine di migliorare e mantenere in buona condizione l’intero apparato psico-fisico, acquisendo abilità specializzate in particolari settori e – a certe condizioni – di competere con altri nel mettere alla prova queste abilità.

Secondo questo punto di vista, quindi, lo sport comporta, e contribuisce a determinare, lo sviluppo di qualità fisiche come la prontezza di riflessi, la rapidità di risposta agli stimoli, la resistenza, la forza, il rilassamento e la potenza, nonché altrettanto importanti qualità psicologiche ed etiche come il coraggio, l’abnegazione, la padronanza di sé e la perseveranza (Tenenbaum, 2001).

 

Tra i valori promossi dallo sport, vi sono:

·       Spirito di squadra: chiunque pratichi uno sport, specialmente se è uno sport di squadra, impara a stare in un gruppo, a decifrare e condividere le regole che caratterizzano questo gruppo, a individuare punti di riferimento all'interno di tale gruppo; qualcosa d'analogo accade anche negli sport individuali, che comunque richiedono la condivisione di spazi e pratiche (la palestra, il campo d'atletica, ecc.).

·       Disciplina personale: la disciplina di sé porta ad affrontare in condizioni ottimali gli allenamenti più impegnativi e le competizioni; praticare sport è un elemento fondamentale per la costruzione del carattere, in quanto educa al valore della fatica e della sofferenza in vista di uno scopo. Inoltre, la disciplina porta l’atleta a sapersi ascoltare e a conoscere i propri ritmi, divenendo maggiormente consapevole dei limiti, per tentare di superarli, e delle proprie capacità che vanno valorizzate (McFee, 2003; Gau & Korzenny, 2009).

·       Lealtà: riconoscere la giustezza della sconfitta, il valore dell'avversario, così come l'opportunità d'impiegare altri compagni di squadra al proprio posto è pratica di lealtà. Imparare a sopportare i costi di un'esclusione, così come ad ammettere la sconfitta, anche e soprattutto se immeritata, è una dote fondamentale nello sport. La lealtà richiama la natura relazionale dello sport, ogni sport - soprattutto quelli di squadra - si pratica con altri e non contro gli altri; anche se poi l'obiettivo è la competizione e il superamento dell'altro.

·       Competizione: esortare a comportamenti leali non vuol dire sottovalutare il valore della competizione; l'educazione al risultato è uno dei grandi valori dello sport. La vittoria non va concepita come sopraffazione, bensì come raggiungimento di un obiettivo che richiede impegno, sacrificio, passione, determinazione. Il risultato educa al perseguimento dell'obiettivo, che deve essere concepito soprattutto come affermazione del sé.

·       Rispetto di regole precise: Ogni atleta impara a dirigere il proprio comportamento entro confini stabiliti, acquisisce una capacità di controllo sempre più efficace e rende proprio il senso del limite; nella sua mente diventa sempre più chiaro ciò che si può fare e ciò che non si può fare, quello che è corretto e quello che è sleale, favorendo così lo sviluppo morale.

 

Dott.ssa Stefania Santonico



COESIONE DI SQUADRA E PRESTAZIONE SPORTIVA

foto da: https://f1grandprix.motorionline.com/f1-ferrari-operazione-riuscita-per-il-meccanico-colpito-al-pit-...

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“Il talento fa vincere le partite,

ma è con il gioco di squadra che si vincono i campionati”

Michael Jordan

 

Con “sport di squadra” ci si riferisce a qualunque forma di sport nel quale la prestazione è intesa come l’espressione dell’impegno di due o più atleti che perseguono lo stesso obiettivo.

 

In ogni sport di squadra sono determinanti i concetti di teamwork e coesione che fanno riferimento a tutte le azioni, regole e comportamenti virtuosi che, se adottati dai membri di una squadra, favoriscono il raggiungimento degli obiettivi che il team persegue.

 

La ricerca scientifica sottolinea che esperienze individuali quali impegno, determinazione, livello di prestazione e soddisfazione personale sono intimamente legate alla qualità dei rapporti interpersonali che si instaurano all’interno della squadra.

 

È necessario distinguere due dimensioni, indipendenti tra loro, che incidono in maniera determinante sulle prestazioni di squadra nell’arco della stagione: la coesione sociale, che riflette aspetti quali ad esempio piacere nello stare assieme, amicizia, e la coesione sul compito, che si riferisce al grado di collaborazione fra gli atleti nel raggiungimento degli obiettivi.

 

 La coesione in termini generali è quel fattore che trasforma un gruppo di atleti in una squadra e, tenendo a mente i due aspetti che la determinano, è possibile intervenire per facilitarla.

 

Per sviluppare la coesione sul compito è essenziale che allenatori, istruttori, tecnici:

-     Definiscano assieme agli atleti obiettivi a breve, medio e lungo termine di squadra così come obiettivi individuali specifici per ogni atleta;

-     Propongano esercitazioni finalizzate a porre in rilievo l’importanza della cooperazione, specificando le funzioni di ciascun giocatore in base al ruolo ricoperto all’interno della squadra;

-     Favorire un clima comunicativo privo di giudizi che permetta la libera e aperta espressione dei giocatori con allenatori e compagni.

 

Per sviluppare la coesione sociale è fondamentale:

-     Favorire la conoscenza personale fra i giocatori, attraverso ad esempio giochi o momenti ricreativi;

-     Incoraggiare identità di squadra e accordo sulle regole, ad esempio attraverso storia, tradizione e valori della società;

-     Valorizzare l’importanza del sostegno che ogni atleta può fornire al compagno;

-     Organizzare incontri periodici per affrontare eventuali conflitti o problemi.

 

Dott. Andrea Gabbiani



FENOMENO OVERTHINKING: QUANDO L'ATLETA PENSA TROPPO

foto da: https://cleveland.cbslocal.com/2015/03/10/indians-pitcher-trevor-bauer-answers-twitter-question-abou...
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Gran parte degli atleti pensa troppo sia durante gli allenamenti che nelle competizioni.

 

Negli ultimi dieci anni diversi studi neurologici hanno dimostrato che in media le persone generano più di 30000 pensieri al giorno: di questi, circa il 90% sono ripetitivi mentre l'80% negativi.

Alcuni dati ci dicono inoltre che la mente produce quotidianamente dai 12000 ai 15000 pensieri rivolti al passato o al futuro, diretti agli errori commessi, alle preoccupazioni, all'eccessiva pianificazione degli eventi. Anche se il disperdio energetico non è esorbitante (si stima che sotto sforzo il cervello arrivi a consumare circa 1.5 kcal/min), pensare intensamente durante l'attività fisica brucia energie importanti, intesisce il corpo, distoglie dall'obiettivo, impedisce all'individuo di dirigere il focus attentivo all'esterno e di rimanere concentrato, specialmente nel caso di pensieri molto critici.

 

Quali sono le motivazioni più comuni che spingono gli atleti a pensare troppo?

 

- Ragionamento emozionale: trarre conclusioni da emozioni anziché fatti

 

- Eccessiva generalizzazione: commettere uno o più errori e giudicarsi un perdente. La possibilità di sbagliare nuovamente genera preoccupazione

 

- Iperanalisi: esaminare in maniera troppo dettagliata tutte le situazioni

     

Come smettere di pensare troppo?

 

1. Accettazione

Cercare di non "spegnere" i propri pensieri paradossalmente è il primo passo per evitare l'"overthinking". Non arrestare il flusso dei pensieri ma saperli riconoscere ed averne flessibilità. 

2. Consapevolezza

Prestare attenzione al modo in cui si pensa, essere consapevoli dei propri pensieri e riconoscere quelli disfunzionali: le preoccupazioni su cose o eventi che non possono essere controllati rientrano in questa categoria. 

3. Problem solving

Piuttosto che le motivazioni di un accadimento, attivarsi nel cercare una o più opzioni per la risoluzione del problema.

 4."Cambiare canale"

Più si tenta di evitare o soffocare il pensiero disturbante, più aumenta la probabilità che quel pensiero si insinui in maniera più profonda nella mente. Per questo sarebbe opportuno spostare l'attenzione su altro, come impegnarsi in una conversazione su argomenti differenti o attività che possano distrarre la mente dai pensieri negativi.

 5. Fare un elenco pratico delle cose che generano preoccupazione

Cercare di scrivere almeno una volta alla settimana tutti i pensieri che turbano ogni giorno. La visione nero su bianco stimola la riflessione e permette di affrontare il problema piuttosto che aggirarlo.

 6. Agisci!

dott.ssa Marika Di Benedetto


SPORT E DISABILITA’: DAR VALORE ALLA PROPRIA PERSONA

foto da: http://www.comune.torino.it/pass/sport/2013/08/29/sport-estremo-e-disabili-a-tu-per-tu/

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Lo sport è un potente strumento educativo e di crescita personale. Permette di lavorare su tutte le abilità: dalle funzioni cognitive a quelle emotive-affettive, corporee, organiche, sociali.

Permette di sviluppare quelle che sono definite life skills come: porsi degli obiettivi, assumersi la responsabilità delle proprie azioni, saper comunicare, controllare le emozioni gestendo lo stress, prendere decisioni, saper organizzare il proprio tempo, imparare a rispettare le regole.

Lo sport ha il vantaggio di essere divertente, di far sperimentare a chi lo pratica aspetti ludici e offre la possibilità di crescita in un contesto protetto, lavorando sul senso di autoefficacia.

L’autoefficacia è quella convinzione dell’individuo di possedere le capacità di eseguire un certo comportamento finalizzato a produrre un dato esito, obiettivo.

Insito in ogni uomo c’è la spinta innata alla soddisfazione dei propri bisogni, partendo da quelli fisiologici, per arrivare a quelli di sicurezza, di appartenenza, di stima, fino a raggiungere quelli di auto-realizzazione. Per sentirsi realizzati si ha il bisogno di sentirsi efficaci, che non significa vincere sempre in ogni attività che si fa, ma significa credere in sé e in quello che si fa.

Tutto questo detto fino ad ora ha valore per qualsiasi persona, assume una connotazione ancora più forte se si parla di persone con disabilità.  Il Comitato Paralimpico Internazionale dello Sport, ha definito l’empowerment come un tema di ricerca prioritario all’interno del settore della disabilità sportiva. Esso fa riferimento al “processo attraverso il quale gli individui sviluppano le competenze e le capacità di ottenere il controllo sulla propria vita e di intervenire per migliorare la loro situazione di vita”.

Per chi ha una disabilità sono tanti gli aspetti che incidono sulla propria immagine di sé, sia corporea che emotiva. Anche vivere il contesto sociale non è sempre così scontato e facilmente raggiungibile; spesso c’è un’inibizione nel vivere un gruppo, un contesto sociale per paura di sentirsi o essere percepiti diversi.

L’attività sportiva può rappresentare un ponte rispetto al sentirsi adeguati ed efficaci, può permettere la conoscenza di sé, delle proprie abilità e capacità espressive. Aiuta a sviluppare le proprie potenzialità, partendo da ciò che ogni persona già sa fare, per far venire fuori le risorse che ognuno ha dentro di sé e di cui a volte, fino a quando non si fa esperienza, non si ha neanche conoscenza.
In un’ottica di empowerment, dunque, lo sport permette di ampliare il proprio potere personale che consente di uscire da una situazione di difficoltà e dipendenza e di passare dalla logica del bisogno e della necessità a quella della vita come possibilità.

 

 

«Se è vero che l’essere umano vive immerso in un sistema di reti sociali, allora si può sostenere che il lavoro di squadra è l’essenza della vita. Infatti ogni persona si sviluppa e si autorealizza solo se impara, in accordo con i tempi, individualità, a essere parte attiva di questo corpo sociale, costituito dall’ambiente in cui vive.»

Alberto Cei

 

 

Dott.ssa Laura Camastra



SPORT E TIMIDEZZA

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Introdurre i bambini allo sport non è sempre semplice, infatti molti sono timidi e hanno paura di stare a contatto con i coetanei per paura di essere presi in giro o non riuscire bene come gli altri in una particolare attività. Lo sport, però, rappresenta l’attività più importante in grado di aumentare la sicurezza in se stessi.

Praticando una qualsiasi disciplina sportiva, il bambino dovrà imparare, e poi mettere in atto, movimenti e azioni prestabilite. Proprio quest’azione di ascoltare ed eseguire con successo le indicazioni di un allenatore darà al bambino la consapevolezza di potercela fare, aumentando la fiducia in se stesso e sulle sue capacità.

 

Lo sport mi gratifica, mi fa stare bene, mi fa sentire importante:

e se anche in una gara non arrivi primo, quando scendi in pista sei il protagonista

di te stesso, ti senti importante.

Ecco perché dico ai giovani di intraprendere uno sport:

lo dico soprattutto a quelli che vengono dalle difficoltà, perché hanno bisogno

di considerazione, di sentirsi importanti,

e lo sport può dare loro questa opportunità.

Antonietta Di Martino

(primatista italiana di salto in alto e vincitrice

della Medaglia d’Argento ai

Mondiali di Osaka nel 2007)

 

Riuscire sin da piccoli a rapportarsi con gli altri è uno dei motivi profondi per i quali esistono gli sport soprattutto di squadra in quanto sono discipline che obbligano il bambino a giocare e collaborare con gli altri per raggiungere un obiettivo comune. Praticando lo sport di squadra il bambino svilupperà abilità relazionali, in modo del tutto naturale. Inoltre lo sport di squadra può portare enormi benefici anche ai bambini più “viziati” convinti di aver sempre ragione e pretendendo di essere sempre al centro dell’attenzione; in una squadra sportiva, infatti, ogni bambino dovrà imparare a rispettare il proprio ruolo, senza poter prevaricare gli altri compagni.

La verità è che lo sport di squadra, ma anche quello individuale come il nuoto, la bicicletta o la palestra, può aiutare i bambini timidi ed i bambini insicuri ad uscire dal loro guscio, a confrontarsi, a relazionarsi, a competere e, perché no, ad emergere dal gruppo.

 

Dott.ssa Stefania Santonico



NON SEMPRE SI PUO’ VINCERE. COME AFFRONTARE L’INSUCCESSO SPORTIVO

foto da: https://www.loschermo.it/tutto-pronto-bagni-di-lucca-capitale-dello-sport/

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Quando perdi, non perdere la lezione.

Dalai Lama

 

 

L’insuccesso sportivo è il rovescio della medaglia delle competizioni agonistiche e, se l’atleta non è mentalmente preparato ad affrontarlo, può avere un impatto negativo sulla motivazione. Una caratteristica che si trova spesso in atleti di successo è quella di concepire la sconfitta e il fallimento come una parte del gioco dalla quale apprendere e non come esperienza destabilizzante.

La psicologia dello sport ha individuato alcuni processi chiave per la gestione degli aspetti emotivi legati alla sconfitta e allenare la resilienza.

 

1. Elaborazione dei contenuti emotivi

È molto importante dare voce alle emozioni negative come ad esempio la rabbia per la sconfitta, avvalendosi di un colloquio con uno psicologo dello sport o l’uso di un diario, per evitare lo svilupparsi di un circolo vizioso di pensieri automatici negativi, ritrovare stimoli e auto-motivazione. È importante ragionare individualmente sulle prestazioni ottimali e su quelle scadenti per comprendere quali emozioni siano funzionali per una buona prestazione e quali invece predispongano all’insuccesso.

 

2. Consapevolezza e tecniche di rilassamento

La capacità di riconoscere e gestire gli aspetti emotivi prima, durante e al termine di una competizione è un aspetto essenziale per un atleta resiliente. Queste abilità si possono sviluppare con programmi di Mental Training rivolti alla consapevolezza corporea e all’apprendimento tecniche di rilassamento, come il rilassamento muscolare progressivo o il training autogeno, utili a ristabilire una buona armonia psicofisica. Una strategia immediata utile consiste nel fare alcuni respiri profondi, prolungando la fase di espirazione, per connettersi pienamente con il momento presente.

 

3. Goal setting

La pianificazione di obiettivi è un processo fondamentale perché orienta il comportamento e la motivazione dell’atleta in allenamento e in gara. Dopo una sconfitta è utile monitorare ed eventualmente ridefinire gli obiettivi, ragionando sugli aspetti positivi e negativi della prestazione, per una corretta pianificazione degli allenamenti. È importante individuare obiettivi che abbiano come fine la realizzazione di una buona prestazione più che di un buon risultato: abbiamo poco controllo del risultato finale ma possiamo concentrarci sugli aspetti che migliorano la nostra performance (e i risultati, col tempo, arriveranno). Per questo è essenziale compilare, e tenere costantemente aggiornata, una tabella con gli obiettivi a breve, medio e lungo periodo.

 

Questi processi permettono agli atleti (e agli allenatori!) lo sviluppo di buone risorse mentali per essere in grado di affrontare la sconfitta in modo costruttivo, come evento utile al miglioramento.

 

Dott. Andrea Gabbiani



COME SUPERARE LA PAURA DEL FALLIMENTO NELLO SPORT


foto da:  http://www.petsblog.it


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Lo sport offre un ambiente fantastico in cui imparare a correre rischi, e ad utilizzare il fallimento o le paure per crescere come atleti ed individui.

 

Cos’è la paura del fallimento?

La paura di fallire è spesso ciò che impedisce all'atleta di rischiare, uscendo dalla propria zona di confort e di sfruttare pienamente il potenziale a disposizione.

 

Come funziona?  

Un esempio. Un atleta che gioca per non perdere imposterà una tattica conservatrice, tenderà a ritirarsi in campo, lascerà che l'avversario detti il gioco e cercherà di non commettere errori. In condizione di forte pressione competitiva, l'adozione di una strategia impostata sull'evitamento dell’errore, porterà nella maggior parte delle situazioni a commettere più errori.

La paura di fallire può così rende più probabile l'insuccesso.  

 

Come sfruttarla? 

Come ogni emozione, guai a negarla o a nasconderla o peggio ancora, evitarla: tornerà all’attacco ancora più forte e convinta di prima e potrà influenzare negativamente la nostra lucidità mentale e prestazioni agonistiche. Le emozioni vanno affrontate, capite e “usate” per comprendere meglio e trovare soluzioni alle nostre difficoltà.

 

In particolare, come superare la paura della sconfitta? 

1.     Riconoscerla. Il primo passo per superarla è diventare consapevoli di ciò che si teme, quindi conoscerne la causa.

2.     Il secondo è riconoscerla come un'opportunità di apprendimento: la nostra paura ci sta dicendo qualcosa di importante che dobbiamo risolvere per essere al meglio. Un atleta diventa forte e migliora le proprie abilità sbagliando, rivalutando e modificando ciò che non ha funzionato.

3.     Il terzo è concentrare il focus sulla prestazione, non sul risultato: essere determinati nella realizzazione di una buona performance agonistica, pone nelle condizioni mentali ideali per esprimersi al meglio, il che è un ottimo antidoto anche di fronte all’insuccesso

 

dr.ssa Marika di Benedetto


LA RABBIA NELLA PRESTAZIONE SPORTIVA

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Nello sport, le emozioni sono un elemento fondamentale ed un fattore critico che possono da una parte accrescere e dall’altra ostacolare le prestazioni dell’individuo e della squadra. I processi emozionali, come suggerito da Hanin e Syrja (1995), possono seguire, regolare e sostenere l’azione sportiva, ma anche disturbarla e persino bloccarla. In particolare modo, le emozioni che riguardano la prestazione sportiva costituiscono un argomento centrale della ricerca della psicologia dello sport degli ultimi 50 anni (Hanin, 1980; Unestahl, 1986; Vanek e Cratty, 1970).

 

Per l’atleta, è quindi molto importante imparare a vivere le emozioni nel modo più funzionale possibile, emozioni che sono influenzate dal modo in cui l’atleta si relaziona all’evento sportivo, ai suoi pensieri, ai suoi ricordi, alle influenze ambientali, alle aspettative e ai significati personali che egli attribuisce alla pratica sportiva. L’attenzione della psicologia dello sport, pertanto, si è focalizzata soprattutto sulla ricerca e sullo studio di quali emozioni fossero funzionali o disfunzionali alla prestazione sportiva.

 

Una delle emozioni ampiamente sperimentata dallo sportivo, soprattutto durante una competizione agonistica, è la rabbia. Come detto poche righe sopra parlando delle emozioni in generale, la rabbia può avere un effetto funzionale e positivo quando spinge, ad esempio, l’atleta a compiere un’azione immediata ed energica, come attaccare o sfidare; essa, tuttavia, può avere anche un impatto negativo e disfunzionale sulla prestazione sportiva, qualora vada ad intaccare le abilità fisiche dell’atleta.

 

La rabbia può essere inoltre espressione di frustrazione, ad esempio a seguito di un infortunio subito o per una serie di risultati negativi ottenuti nelle precedenti competizioni, o di rivalsa, nei confronti di un allenatore o di un compagno di squadra. Qualunque sia la causa, l’atleta arrabbiato si presenta alla gara quasi sempre con un atteggiamento poco produttivo.

 

Di seguito riporto alcuni piccoli suggerimenti che, non volendosi sostituire ad un percorso di gestione della rabbia, possono risultare utili allo sportivo per controllare le sue reazioni e dare sempre il massimo durante la prestazione sportiva.

·       Prova ad incanalare la tua energia: puoi trasformare la tua rabbia in energia positiva che, invece di rovinare la prestazione, ti permette di impegnarti maggiormente e rendere al 100%.

·       Impara a leggere il tuo avversario: anche l’altro, come te, quando si arrabbia può compromettere la sua performance; se imparate a riconoscerla potrete sfruttare i suoi punti deboli e approfittarne.

·       Concentrati sulla prossima giocata: non pensare all’errore commesso, tutti sbagliano anche i professionisti, concentrati sulla futura mossa e cerca di migliorarti sempre di più.

 

Dott.ssa Stefania Santonico

 


ALLENARSI A RESPIRARE 

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Essere pieni di vita significa respirare profondamente, muoversi liberamente e sentire con intensità.” A. Lowen

Spesso si dà anche per scontato il proprio respiro, oltre al fatto che la respirazione sia naturare farla “bene”, in realtà non è così.

Il modo in cui respiriamo è influenzato anche dallo stato d’animo che viviamo, dal vissuto emotivo. In Bioenergetica si parla di “corazze” muscolari e caratteriali, riferendosi alle emozioni che nel tempo si bloccano nel corpo, creando delle tensioni muscolari.

La bioenergetica, infatti, si basa sulla stretta relazione tra emozioni e corpo; da un punto di vista energetico tutto il corpo può essere inteso come un’unica cellula. I processi energetici, cioè la produzione di energia attraverso la respirazione e il metabolismo e la scarica di energia del movimento, sono le funzioni basilari della vita.

In ambito sportivo, dove alla base dell’attività c’è il movimento, il gesto atletico, risulta, dunque, fondamentale la respirazione. Per un atleta imparare a gestire la respirazione durante la vita di tutti i giorni, negli allenamenti, significa incrementare la qualità di vita e la performance nello sport.

È importante allenarsi a respirare per poterlo fare profondamente, ma fondamentale innanzitutto è partire dalla consapevolezza del proprio corpo, del proprio respiro per poi imparare a gestirlo in base anche alle richieste della situazione sportiva.

 dr.ssa Laura Camastra

RIFERIMENTI BIBIOGRAFICI

Alexander Lowen, (1975), Bioenergetics, Coward, McCann & Geoghegan, New York. Traduzione in italiano di Lucia Cornalba e supervisione di Luigi De Marchi Feltrinelli, Milano 1983-2004.

Lowen, A. Il linguaggio del corpo. Feltrinelli editore. Milano, 2003

D. Viola, (2014). Piedi come radici, mente come cielo. Manuale moderno di analisi bioenergetica.



L'IMPATTO PSICOLOGICO DELL'INFORTUNIO SULLO SPORTIVO

foto da: https://it.freepik.com 

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"Ho visto compagni ed avversari farsi male sul serio,

ho sperato che non capitasse mai a me.

Ma si tratta di una situazione che deve essere messa in preventivo

da chi fa questo mestiere.

Ora so che le mie partite non saranno più sul campo bensì rivolte a un totale recupero fisico.

E so pure che dovrò affrontarle con carattere e forza".

(Alessandro Del Piero, 1998)

 

L’infortunio nello sport può rappresentare, per l’atleta, un evento destabilizzante per il suo equilibrio psichico ed emotivo e che può suscitare rabbia, frustrazione, impotenza, dubbi e paure sulle possibilità di recupero della forma fisica e di ripresa dell’attività sportiva.

 

Generalmente, l’impatto psicologico coinvolge 4 aree del vissuto dello sportivo:

§ benessere fisico: riguarda il dolore, la limitazione dei movimenti, le difficoltà durante la fisioterapia, la possibilità di danni e cambiamenti permanenti;

§ benessere emozionale: riguarda il trauma legato all’infortunio e, quindi, l’insorgenza di sensazioni di angoscia, paura e minaccia per il futuro, predisposizione al trattamento riabilitativo;

§ benessere sociale: riguarda al ruolo ricoperto all’interno della squadra, l’allontanamento dall’ambiente sportivo, opinione dello staff;

§ influenza sul Sé: riguarda l’alterazione della propria immagina, la diminuzione dell’autoefficacia.

È pertanto fondamentale non trascurare l’aspetto psicologico ed emotivo durante il periodo di convalescenza dell’atleta ma aiutarlo a mantenere un equilibrio personale facendogli accettare l’evento negativo e le relative sensazioni ed emozioni che ne derivano.

 

Per l'atleta è importante conoscere il proprio problema fisico e documentarsi sul tipo di infortunio subito, in modo da poter avere un'immagine mentale abbastanza chiara della propria lesione e sentirsi, in questo modo, il più possibile soggetto attivo nel processo di riabilitazione.

 

Le tecniche di Mental Training a partire da una valutazione psicodiagnostica adeguata e focalizzata sull’individuo infortunato, sono in grado di supportare l’atleta e metterlo nelle condizioni di conoscere e capire meglio il proprio dolore, utilizzare le informazioni che il dolore fornisce, elaborare strategie per la gestione dell’infortunio, al fine di ridurre le sensazioni di paura e negazione ed aumentare la consapevolezza e la sensazione di controllo, favorendo l’equilibrio interiore e un approccio positivo al recupero fisico.

 

Dott.ssa Stefania Santonico

 



LO SPORT: UNA QUESTIONE DI IDENTITA'

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Nel momento in cui gli individui fanno parte di un determinato gruppo sociale, diventa fondamentale un particolare tipo di identità: l’identità sociale.

Per Identità Sociale si intende “quella parte dell’immagine che una persona ha di sé derivante dalla consapevolezza di appartenere ad un gruppo sociale, unita alle emozioni associate a tale appartenenza e alla valutazione data al gruppo stesso” (Tajfel,1978).

Un individuo che sente di appartenere ad un determinato gruppo sociale, s’identifica in esso e la valutazione di sé stesso è influenzata da come reputa l’intero gruppo. Questa valutazione è fatta in base ad un confronto sociale, cioè dal paragone tra le caratteristiche del proprio gruppo con quelle degli altri presenti nell’ambiente; quanto più il gruppo di appartenenza è giudicato positivamente, tanto più lo è il sé. Quindi indentificarsi con un gruppo, come succede anche nello sport, appartenere ad una determinata società o squadra, porta a valutazioni più positive verso quest’ultimo, rispetto alle valutazioni di altri gruppi che risulteranno più negative.

Ma qual è il legame tra l’appartenenza ad un gruppo con l’autostima?

Si è ipotizzato in un primo momento che, visto che l’immagine positiva del gruppo di appartenenza si trasferisce al singolo membro, questo aumenti l’autostima. Quindi, le persone tenderebbero a scegliere gruppi giudicati positivamente. Sarebbe come dire che si sceglie di giocare in una squadra perché vince o perché ha i giocatori migliori. Risulta riduttivo pensare che le uniche motivazioni siano queste, ossia per migliorare la propria condizione. Le motivazioni alla base della scelta sono diverse e molteplici e variano anche in base a fattori soggettivi. Si può affermare, invece, che una situazione di incertezza e insicurezza soggettiva, può spingere una persona ad appartenere ad un determinato gruppo.

È importante, quindi, soffermarsi su come questo bisogno di appartenere ad un gruppo sia innato e sia così forte da influenzare la propria autostima.

 Dott.ssa Laura Camastra


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Aronson (2006), Psicologia sociale, Il Mulino.

Castellini, Monzani e Greco, (2008).Le dinamiche di gruppo e le convinzioni di efficacia in due differenti discipline sportive. Giornale Italiano di Psicologia dello Sport.

Voci, Laterza (2003). Processi psicosociali nei gruppi.




SPORT INDIVIDUALI & SPORT DI SQUADRA X I NOSTRI FIGLI

foto da: https://sportfolks.net/bambini-sport-giusto-psicologo/

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Nel momento in cui un bambino si trova a decidere il suo sport, dovrebbe essere messo nella condizione di scegliere la disciplina che più gli interessa e che più si avvicina alla sua attitudine. La famiglia e la scuola dovrebbero guidarlo verso una scelta ragionata; la conoscenza delle caratteristiche, delle predisposizioni e delle insicurezze del ragazzo sono fondamentali per orientare la scelta verso la disciplina giusta.

Un errore che alcuni genitori commettono è indurre il bambino o addirittura costringerlo a cimentarsi nella stessa disciplina praticata in gioventù da un familiare, magari per ottenere una rivincita personale.

 

Ma quali sono le caratteristiche degli sport individuali e degli sport di squadra?

Gli sport individuali chiamano in causa l’autonomia e il senso di responsabilità individuale; infatti è lui e solo lui che dovrà affrontare le competizioni. Per quanto riguarda la responsabilità il bambino impara che esistono delle conseguenze ai propri comportamenti e, quindi, se manca l’impegno e la voglia di allenarsi costantemente allora non riuscirà a migliorare sempre di più aumentando le probabilità che le competizioni vadano male sia in termini di performance che di risultato.

Negli sport di squadra, al contrario, si instaurano molte relazioni per cui è necessario andare d’accordo con gli altri per poter creare un “buon gruppo”. Se un bambino è molto timido o, al contrario, molto esuberante, si potrebbe consigliare uno sport di questo tipo per aiutare il primo a instaurare delle amicizie più facilmente e il secondo a stare di più con gli altri. Inoltre, negli sport di squadra si scende in campo tutti insieme trovando, così, la forza di affrontare le proprie paure e le proprie agitazioni nei propri compagni; in questo modo, i bambini possono imparare a gestire la propria ansia e le proprie emozioni condividendole con gli altri compagni. Inoltre, permette di sviluppare quella capacità di cooperazione e di sacrificio necessarie per il bene della squadra stessa.

 

Ma esiste uno sport individuale che sia solo individuale e uno sport di squadra che sia solo di squadra?

Generalmente gli allenamenti degli sport individuali non si fanno mai da soli ma si hanno dei compagni d’allenamento con i quali bisogna andare d’accordo per riuscire a creare e mantenere un clima sereno che permetta l’apprendimento. Si può azzardare un paragone con la scuola: durante le lezioni si è con altri compagni e bisogna andare d’accordo e saper vivere anche con persone che magari non ci sono molto simpatiche; durante le verifiche e le interrogazioni, al contrario, si diventa singole persone ed è sempre la singola persona che, a fine anno scolastico, viene bocciata o promossa.

 

Dott.ssa Stefania Santonico



I GENITORI E LO SPORT: OSTACOLO O RISORSA FONDAMENTALE?

foto da: https://www.publiccompanypeople.com/it/post-sport/...

Il ruolo dei genitori nella crescita sportiva tende a modificarsi nel tempo, da gestione totale nei primi anni di attività sportiva (nella fascia infantile), passa ad essere maggiormente correlato al sostegno emotivo (andando nella fase adolescenziale).

In realtà oggi si assiste ad una nuova tendenza, l’attuale generazione sembra essere fortemente coinvolta nell’attività dei propri figli tanto che alcuni autori (Bounous, Prunelli e Rossi, 2011), affermano: «questa è la prima generazione di genitori che si occupa attivamente dello sport dei figli: si tratta, quindi, di un fenomeno nuovo, sia per i genitori che per le Società sportive».

In uno studio sul calcio giovanile si è indagato chi risultata essere la figura più influente nell’attività sportiva ed è venuto fuori che l’80% dei calciatori di alto livello considerava i propri genitori come le persone più influenti, per il 40 % nei calciatori di minor livello, percentuale comunque alta. (Wards, Hodges, Starkes, Williams, 2007).

Questo deve far riflettere su quanto sia importante per i figli essere sostenuti e supportati dai propri genitori, tanto da essere un fattore che può influenzare la motivazione a continuare un determinato sport.

Emerge da alcuni studi (Coté e all. 1999), infatti, che il sostegno dei genitori sia correlato al divertimento e all’entusiasmo dei figli, oltre che alla loro percezione di competenza. Possiamo quindi dire che il ruolo del genitore è fondamentale anche nello sport, per poter far sperimentare ai figli il senso di autoefficacia. L’“autoefficacia” è quella convinzione dell’individuo di possedere le capacità di eseguire un certo comportamento finalizzato a produrre un dato esito, obiettivo, concetto strettamente correlato al sentirsi adeguati, capaci di essere efficaci, quindi all’autostima.

Anche l’atteggiamento del genitore rispetto alle vittorie o alle sconfitte, trasmette messaggi forti legati oltre che all’esperienza sportiva, al figlio stesso come persona.

Allora i genitori possono essere considerati un ostacolo o una risorsa fondamentale?

I genitori sono potenzialmente una risorsa, ma per evitare che diventino un ostacolo, devono essere consapevoli essi stessi dei propri comportamenti e dell’influenza che hanno sui propri figli.

Un genitore consapevole è presente, anche nella vita sportiva del proprio figlio, cercando di trovare una giusta misura e distanza. Dà supporto ed è comprensivo nei momenti di difficoltà, dando aiuto dopo che il proprio figlio ci ha provato da solo, lo ascolta e cerca di capire i suoi reali bisogni e desideri, senza sostituirsi a lui. Va incontro alle aspettative del figlio, loda i suoi miglioramenti, il suo impegno, mettendo enfasi su questo e non sulla vittoria o necessariamente sul risultato. Trasmette attraverso l’esempio, l’ascolto, che bisogna competere ma anche in base alle proprie capacità, senza dover essere un campione a tutti i costi. In questo senso trasmette quella sicurezza che permette al bambino, al ragazzo, di sentirsi apprezzato e sostenuto per ciò che è. La consapevolezza è un aspetto che sembra scontato e facile, ma in realtà non è sempre così semplice fermarsi e mettersi in gioco, eppure è fondamentale per una sana crescita psicofisica dei figli.

Dr.ssa Laura Camastra

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Bortoli L., Bertollo M., e Robazza C., (2005). Sostenere la motivazione nello sport giovanile: Il modello TARGET. Giornale Italiano di Psicologia dello Sport, 3, 69-72.

M. Fulcheri, (2005). Le attuali frontiere della psicologia clinica. Torino: Centro Scientifico Editore.

Claudio Mantovani (a cura di). Insegnare per allenare. Metodologia dell'insegnamento, (2017). Edizioni Scuola dello Sport.



IL MENTAL TRAINING

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Per raggiungere importanti traguardi nell’attività sportiva oltre a volontà, passione, ottima condizione fisica e accurata preparazione tecnica è indispensabile possedere ottime capacità di controllo, un buon equilibrio emotivo ed abilità e strategie mentali efficaci.

Il Mental Training si occupa proprio di questo in quanto pone l’attenzione ai processi psicologici coinvolti nell’attività sportiva e come questi possano influenzare, positivamente o negativamente, la performance.

Nato da una branca della Psicologia dello Sport, altro non è che un articolato programma di allenamento psicologico costituito da diverse aree tematiche che vengono scelte in base all’obiettivo da raggiungere, alle caratteristiche dell’atleta e del gruppo e, ultima ma non per questo meno importante, la disciplina sportiva.

Attraverso di esso ed alle diverse tecniche utilizzate, lo sportivo può conoscere meglio se stesso, divenire maggiormente consapevole delle proprie risorse, migliorare la propria autostima e comprendere come corpo e mente possano interagire per permettere la realizzazione delle proprie potenzialità.

Diverse sono le tecniche che tradizionalmente vengono utilizzate nel Mental Training, tra le più importanti si annoverano:

Il Focusing: l’atleta impara a concentrarsi sul compito per periodi sempre più lunghi impedendo, così, sia ai fattori distraenti interni (pensieri negativi, demotivanti, paura, ansia etc.) sia a quelli esterni (rumori, luci, meteo etc.) di distoglierlo dalla prova. 

Il Goal Setting: anche definito formulazione degli obiettivi. Definire una scala di obiettivi a lungo, medio, breve termine deve diventare una delle prassi che consente di pianificare in modo dettagliato tutti i traguardi che ci si prefigge di raggiungere. Se realizzato nella dovuta maniera, questa tecnica consente di evitare alcuni errori tipici, come porsi degli obiettivi troppo ambiziosi o troppo poco stimolanti. Gli obiettivi devono essere mirati al miglioramento graduale della prestazione più che al risultato, che rimane molto spesso una variabile imprevedibile; essi devono presentare difficoltà progressive ma nello stesso tempo essere raggiungibili.

Il Biofeedback: è una delle tecniche più efficaci per favorire l'apprendimento dell'autoregolazione del livello di attivazione psicofisiologica. Lo sportivo impara a intervenire sui propri parametri fisiologici (tensione muscolare, frequenza cardiaca, temperatura corporea etc.) per poter raggiungere una condizione di maggiore rilassamento, concentrazione ed autocontrollo. 

Il Self-Talk: anche definito anche dialogo interno. I pensieri presenti molto spesso nella mente dell’atleta, in modo automatico, possono incidere sia positivamente che negativamente sulla prestazione. Se da un lato pensieri positivi favoriscono sentimenti di adeguatezza al compito e permettono, conseguentemente, una buona prestazione, dall’altro pensieri negativi suscitano sentimenti di inadeguatezza e apprensione che influenzano in modo sfavorevole l’esito della prestazione. Attraverso le tecniche di Self Talk è possibile agire sulla concentrazione, suscitare emozioni positive e incrementare la fiducia in sé.

Il Rilassamento: status psicofisiologico caratterizzato da una riduzione del livello di attivazione complessivo dell'organismo a cui corrisponde una sensazione di calma, pace interiore, tranquillità e riduzione di ansia e di tensione. Le tecniche usate maggiormente sono il  Training Autogeno di Schultz, il  Rilassamento Progressivo  di Jacobson o le tecniche di origine orientale quali lo yoga e lo zen. Sono utilizzate per prendere consapevolezza della tensione muscolare e per gestire situazioni ansiogene o stressanti che possono influenzare negativamente una prestazione. 

L’Imagery: anche definita tecnica di visualizzazione o immaginazione. L’atleta, attraverso la rappresentazione mentale di immagini visive che stimolano ciascun senso (visivo, uditivo, sonoro, etc.) viene investito sia sul piano emozionale che su quello cognitivo. Permette di raggiungere molteplici scopi: diminuzione dell’ansia prima e durante la gara, aumento di attenzione e concentrazione, miglioramento del gesto atletico, maggiore padronanza del proprio schema corporeo e psichico, maggiore fiducia e autostima nelle proprie capacità e controllo del dolore cronico. Può essere un importante valore aggiunto per l’atleta, sia nel periodo di allenamento sia nel momento della gara vera e propria.

Dott.ssa Stefania Santonico



PREVENIRE LO STRESS DELL’ATLETA: IL RUOLO DELL’ALLENATORE

foto da: http://www.redpointfitness.com/main.php/blog/view/...



Lo stress è una risposta del corpo ad ogni richiesta dell’ambiente (Selye, 1956).

Si parla di stress negativo se la sollecitazione dell’ambiente supera la capacità di risposta o risulta troppo povera. Il burn-out è l’esito patologico di un processo stressogeno. Nello sport i sintomi sono: esaurimento emotivo e fisico dell’atleta, sensazione di isolamento, scarsa fiducia, difficoltà di concentrazione durante la prestazione, percezione di mancanza di miglioramento nella propria carriera, sensazione riguardante la svalutazione del proprio contributo nella squadra da parte dell’allenatore, giocatori e società.

Inevitabilmente il vissuto dell’atleta è correlato alla sua motivazione, al senso di efficacia e alla percezione che ha di se stesso. In questo risulta importante la figura dell’allenatore che influenza l’atleta rispetto al suo vissuto. Ma cosa dovrebbe fare in concreto l'allenatore per permettere al suo atleta di esprimersi al meglio? Dovrebbe individuare quali sono le motivazioni individuali di ciascun atleta, tenere conto dei suoi bisogni e cercare di costruire la prestazione atletica in base alle caratteristiche di chi si trova di fronte.

Il cosiddetto «clima motivazionale percepito» dall’atleta si riferisce alla percezione che il soggetto ha di un certo ambiente prestativo e riguarda l’orientamento motivazionale dell’allenatore. Se è orientato sul compito, l’attenzione è sullo sviluppo delle competenze, sul valore di ciascun atleta, sottolineando i suoi progressi, enfatizzando la collaborazione con gli altri. L’orientamento sull’io pone l’attenzione sulla competizione, quindi l’allenatore rimprovera per gli errori, per una prestazione scadente. In quest’ultimo caso l’atleta potrà vivere con maggiore stress l’attività sportiva, poiché orientata solo al successo, al risultato. Soprattutto nei bambini il clima creato dagli adulti significativi è l’aspetto che più influenza la motivazione e l’orientamento personale.

Come dovrebbe essere un buon allenatore? Da uno studio di Gould e colleghi (1996) condotto su giovani tennisti sono stati tirati fuori dei consigli che gli atleti stessi hanno scritto per gli allenatori. E’ venuto fuori che l’allenatore dovrebbe coltivare il coinvolgimento personale col giocatore, avere una comunicazione a due con l’atleta, utilizzare gli input del giocatore, comprendere le sensazioni dell’atleta. Questo sottolinea come l’atleta ha bisogno e desidera un coach al quale affidarsi e sentirsi sostenuto e riconosciuto, aspetti fondamentali per cercare di prevenire lo stress che può derivare dal praticare un’attività sportiva.

dr.ssa Laura Camastra

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Bellani, M.L & Orrù, W. (2002). La sindrome del burnout. In: Bellani, M.L, Morasso.

M. Fulcheri, A. Lo Iacono, F. Novara, (2008). Benessere psicologico e mondo del lavoro. Torino: Centro Scientifico Editore.

M. Fulcheri, (2005). Le attuali frontiere della psicologia clinica. Torino: Centro Scientifico Editore.

Claudio Mantovani (a cura di). Insegnare per allenare. Metodologia dell'insegnamento, (2017). Edizioni Scuola dello Sport.



QUANDO LO SPORT DIVENTA STRESS: IL BURNOUT

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Lo stress inteso in senso negativo o «distress» si verifica se in un soggetto la sollecitazione supera la capacità di risposta o risulta troppo povera provocando noia, monotonia. Tra i fattori stressanti che viviamo quotidianamente, l’ambito lavorativo riveste una particolare importanza poiché, spesso, rappresenta la maggior parte del tempo impiegato in una giornata.

La forma di risposta a condizioni stressanti è il burnout, una sindrome studiata soprattutto dagli anni Settanta in poi, riscontrata maggiormente tra gli operatori sanitari.

Il termine «burn-out» è stato utilizzato per la prima volta negli anni Trenta per indicare in gergo un atleta che dopo molto tempo in cui ha ottenuto successi, si «brucia» e si consuma, esaurendo le proprie risorse.

Questa sindrome è stata infatti riscontrata anche in ambito sportivo, negli atleti, soprattutto ad alti livelli agonistici.

Raedeke e colleghi (2002), hanno esaminato gli aspetti centrali nell’esperienza dell’atleta. L’esaurimento emotivo è associato all’intenso allenamento e alla competizione. L’esperienza di riduzione del senso di realizzazione è considerato per l’atleta in termini di abilità e talento nel momento in cui egli non riesce a raggiungere i propri obiettivi, non soddisfacendo le proprie aspettative.

La svalutazione sportiva associata a caratteristiche perdita di interesse, risentimento verso lo sport, la prestazione e atteggiamento “non curante” è un’altra dimensione presente.

E’ dunque chiaro come la risposta a fattori stressanti sia correlata alla motivazione percepita rispetto all’attività che si svolge, al carico fisico e psicologico che gli atleti si trovano a dover gestire, oltre ad aspetti di personalità dell’atleta.

Visto il sempre maggior numero di giovani coinvolti in attività sportive ad alti livelli, si riscontano sempre più situazioni in cui lo sport, da pratica salutare quale dovrebbe essere, influenza negativamente lo sviluppo del ragazzo, il quale si trova a dover affrontare un carico emotivo e fisico non adeguato alla sua età.

E’ importante, quindi, che le figure professionali coinvolte, abbiano una formazione adeguata oltre che un’attenzione a questi aspetti fondamentali, in un’ottica di prevenzione rispetto ai fattori stressanti che gli atleti potrebbero non saper gestire.

Dott.ssa Laura Camastra



L'ATTIVITA' FISICA PER COMBATTERE LO STRESS

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Attualmente la parola stress fa parte del vocabolario comunemente utilizzato. Ma cos’è lo stress? Lo stress, altro non è, che la risposta psico-neuro-endocrina-immunologica ad uno stimolo esterno.

Nel 1967, Selye ha distinto due tipologie di stress: eustress e distress. L’eustress è lo stress positivo che ci stimola a trovare e godere di trionfi e successi, mentre il distress è lo stress negativo che temiamo e che ci spaventa quando ci troviamo in situazioni che ci fanno paura e a cui non riusciamo ad adattarci.

Quando queste situazioni si protraggono nel tempo possono provocare diverse risposte nel nostro organismo (tensione muscolare, ansia, stanchezza, difficoltà nella concentrazione, depressione etc.) che finiscono col procurare danni alla salute, sia fisica che psichica.

Cosa fare, allora, per poter provare a scaricare quella tensione? Un ottimo rimedio è, sicuramente, l’attività fisica che, però, deve essere fatta sempre con criterio poiché se non si è adeguatamente allenati e preparati potrebbe essere solamente fonte di altro stress.

È, pertanto, fondamentale adottare una serie di precauzioni. 

Ad esempio, è buona norma non praticare sport troppo faticosi almeno all’inizio, non porsi obiettivi troppo difficili da raggiungere, non avere un atteggiamento mentale di sfida con se stessi, non vivere gli allenamenti come fossero delle gare; 

mentre è consigliato scegliere un’attività fisica all’aria aperta, alternare allenamenti individuali ad allenamenti in compagnia, seguire i consigli degli esperti, scegliere una pratica sportiva che piace, far precedere e seguire l’attività fisica da un programma di distensione psico-fisica.

Dott.ssa Stefania Santonico

 


L’INFLUENZA DEI GENITORI SUL VISSUTO DELL’ESPERIENZA SPORTIVA DEI RAGAZZI

foto da: https://www.ok-salute.it/psiche-e-cervello/genitor...


Diversi studi hanno evidenziato la stretta relazione tra sostegno dei genitori e motivazione nell’attività sportiva del ragazzo (Côté 1999). Il ruolo dei genitori varia con l’età del proprio figlio: si parte con un completo coinvolgimento nell’avvicinare il bambino all’attività sportiva, provvedendo alla gestione completa (economica, emotiva, organizzativa), per poi diventare supporto emotivo per i propri ragazzi.

I genitori, infatti, rappresentano dei modelli di comportamento e atteggiamenti verso lo sport; le modalità con le quali reagiscono a sconfitte e vittorie, incide sul vissuto del giovane sportivo, sia rispetto allo sport sia verso sè stesso. Frasi come “Hai vinto?”, o “ti sei divertito”, dicono molto rispetto all’atteggiamento verso lo sport e come questo incida significativamente sulla motivazione dell’atleta.

In una società orientata a “fare meglio degli altri”, è facile incontrare genitori che spingono al successo, al risultato di prestazione piuttosto che al vissuto di benessere e di successo inteso come crescita personale dei propri figli.

Una difficoltà per alcuni genitori è quella di distinguere le proprie motivazioni allo sport rispetto a quelle dei figli. Partendo dal presupposto che a tutti piace vincere, non bisogna dare per scontato che per il proprio figlio sia il motivo principale per praticare uno sport e soprattutto, porre importanza solo sulla vittoria, fa perdere di vista tanti aspetti fondamentali nello sport. Una spinta importante ad esempio è lo sviluppo psicofisico del bambino, l’aspetto di appartenenza ad un gruppo sociale, quindi la socializzazione, a prescindere dalla possibilità di diventare un campione. Va considerata anche la motivazione alla pratica sportiva varia anche in base all’età dello sportivo, quindi sarebbe importante chiedere al proprio figlio ad esempio “cosa ti piace della pallavolo?”, “Perché ti piace il ping-pong?” in modo da parlare con loro dell’esperienza sportiva che stanno vivendo.

In uno studio di Quarisi e Zuliani (2014) su 600 atleti di 11-14 anni sui vissuti dei ragazzi rispetto agli atteggiamenti dei genitori nell’esperienza sportiva, emerge che atteggiamenti dei genitori come sbuffare, arrabbiarsi per una sconfitta, commentare le azioni sbagliate e dare consigli su queste, sono percepite in modo spiacevole dai figli. Al contrario atteggiamenti che mettono in luce che sport sia anche divertimento, fare il tifo per il proprio figlio senza sovrastare l’altro, essere tranquilli a prescindere dal risultato, sono vissute in modo piacevole.

Il ruolo del genitore è quello di supportare il proprio figlio a prescindere dal risultato (vittoria o sconfitta) e dargli la possibilità di sperimentarsi a prescindere dalla propria soddisfazione personale.

Vista l’importanza dell’influenza del genitore sul vissuto dell’esperienza sportiva dei ragazzi, una società sportiva non deve sottovalutare il loro coinvolgimento.

Dr.ssa Laura Camastra

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Bortoli L., Bertollo M.,e Robazza C., (2005). Sostenere la motivazione nello sport giovanile: Il modello TARGET. Giornale Italiano di Psicologia dello Sport, 3, 69-72.

Claudio Mantovani (a cura di). Insegnare per allenare. Metodologia dell'insegnamento, (2017). Edizioni Scuola dello Sport.



LA VIGORESSIA

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Un filo invisibile collega questo articolo a quello che ho precedentemente scritto; la vigoressia, infatti, altro non è che l’altra faccia dell’anoressia.

Nel 1993, per la prima volta, su una rivista scientifica si parla di vigoressia ma, non essendo stato ancora coniato questo termine, ci si riferisce ad essa come anoressia inversa proprio per contrapporla all’anoressia nervosa.

La vigoressia, o bigoressia (dall’inglese big, grosso), è caratterizzata da un dismorfismo corporeo che porta il soggetto, in prevalenza appartenente alla popolazione maschile, a percepirsi come esile, magro, gracile e con la paura di apparire inadeguato. La caratteristica principale del disturbo è la forte preoccupazione e insoddisfazione per il proprio fisico che viene percepito come poco muscoloso e quindi bisognoso di continuo esercizio; chi è affetto da vigoressia pensa continuamente allo sport e al fitness, all’alimentazione e alla sua immagine e questo lo porta a frequentare compulsivamente palestre e centri sportivi non per mero divertimento o per mantenersi in forma, bensì in modo maniacale che, di conseguenza, rappresenta una fonte di stress, malessere e insoddisfazione.

Il continuo esercizio fisico può diventare una fissazione e trasformarsi col tempo in una vera e propria dipendenza che, come tutte le dipendenze, porta ad un totale cambiamento della quotidianità della persona.

“Questa dipendenza nasce da una preoccupazione ossessiva

per l’aspetto fisico e dal desiderio di modificarlo

aspirando alla perfezione,

tanto che alcuni autori parlano di “complesso di Adone”

(Velea, 2016)

Le persone che soffrono di questa patologia cambiano le loro abitudini alimentari, prediligono una dieta rigida e salutista composta da alimenti iperproteici ed eliminano quasi completamente i cibi grassi e i carboidrati; allo stesso tempo fanno un frequente uso, che a volte degenera in abuso, di integratori e anabolizzanti che, nella loro mente, risultano fondamentali per aumentare la massa muscolare e per migliorare le loro forme fisiche (Amabili, 2013).

Le cause della vigoressia possono essere ricondotte ad una combinazione di fattori di natura diversa: fattori psicologici (bassa autostima, insicurezza, paragone continuo con gli altri), fattori sociali (influenza dei media e della tv con il mito della “bellezza”) e fattori biologici.

Svariati possono essere i sintomi della patologia, tra i più caratteristici ritroviamo:

  • preoccupazione eccessiva e infondata che il proprio corpo non sia muscoloso
  • la pratica di esercizi estremi che occupano la maggior parte delle ore del giorno
  • attenzione maniacale ed eccessiva per l’alimentazione (sana, ipocalorica ed iperproteica)
  • l’anteporre la pratica sportiva alla vita familiare, sociale e lavorativa
  • il dedicare la maggior parte del tempo e del denaro alla frequentazione di palestre e centri benessere e all’acquisto di riviste sulla cura del corpo e body building
  • il guardarsi continuamente allo specchio alla ricerca di imperfezioni e il non guardarsi allo specchio nei periodi di inattività fisica
  • allenamento anche durante gli infortuni muscolari
  • malessere, ansia e disagio se non ci si riesce ad allenare come preventivato
  • utilizzo di integratori alimentari e anabolizzanti

Rispetto alle altre dipendenze e agli altri DCA, la vigoressia risulta più difficile da individuare poiché, apparentemente, le persone che ne sono affette sembrano prendersi cura di se stessi attraverso l’attività fisica e diete salutari. Manca, pertanto, una reale presa di coscienza rispetto il problema anche perché, nella società odierna, sempre più orientata alla perfezione, parlarne potrebbe risuonare come un inno alla sedentarietà e all’alimentazione incontrollata.

Dott.ssa Stefania Santonico



L'ANORESSIA ATLETICA

foto da: http://www.scientific-training.it/anoressia-e-spor...


Un’alimentazione sana ed equilibrata è fondamentale nella vita di ogni sportivo in quanto gli permette di ottenere un benessere fisico ottimale adatto all’attività sportiva svolta; talvolta però, un’eccessiva attenzione all’alimentazione porta gli atleti a sottoporsi a diete non in linea con il tipo di sport da loro praticato generando in essi una condizione di iponutrizione.

Diversi studi (Byrne & McLean, 2001; El Ghoch, Soave, Calugi, & Dalle Grave, 2013) hanno messo in luce una maggior vulnerabilità degli atleti, in particolar modo nella popolazione femminile, di essere vittima di problematiche alimentari evidenziando la maggior esposizione che questi hanno ai fattori di rischio (fobia del peso corporeo, utilizzo di indumenti gommati per sudare, induzione di vomito e/o uso di lassativi) che però troppo spesso non vengono considerati tali ma, semplicemente, funzionali alla performance sportiva.

Tra i diversi Disturbi del Comportamento Alimentare, uno dei più frequenti tra gli sportivi, soprattutto tra le donne, è l’anoressia atletica (AA). Tale concetto è stato introdotto negli anni ’90 da Sundgot-Borgen, un medico sportivo specializzato in problematiche legate all’alimentazione, per distinguerlo dall’anoressia nervosa.

L’AA è caratterizzata dalla perdita di peso associata ad una diminuzione dell’apporto energetico, ad un eccessivo e compulsivo esercizio fisico e ad una esagerata attenzione per la performance sportiva e per la propria forma corporea.

Conosciuta in letteratura anche come “triade della donna atleta” (Hobart & Smucker, 2000; Golden, 2002), il sintomo di esordio è, generalmente, l’amenorrea seguita nel tempo dall’osteoporosi, causa di fratture ossee improvvise, e da condotte alimentari anomale che, seppur non corrispondendo in pieno ad un DCA, rientrano nello spettro sindromico di questi disturbi.

L’AA presenta delle caratteristiche ben precise:

  • la riduzione della massa corporea o la perdita della massa grassa avviene per migliorare le prestazioni sportive e non per un’eccessiva preoccupazione di aumentare il proprio peso corporeo;
  • le diete e gli allenamenti esagerati sono volontari e spesso suggeriti dagli allenatori;
  • la perdita di peso è legata sia alla diminuzione degli apporti energetici e sia all’intensità degli allenamenti;
  • spesso non è più rilevabile dopo la cessazione dell’attività sportiva.

Per tali caratteristiche, il disturbo può non venire riconosciuto per molto tempo e comportare gravi conseguenze a lungo termine sfociando, successivamente, in un disturbo alimentare degno di attenzione clinica.

Molto importante risulta la figura dell’allenatore che, anche se molto spesso è il primo a richiedere una riduzione del peso corporeo, è anche il primo a poter riconoscere prontamente il disturbo e ad indirizzare le atlete che hanno bisogno di un intervento specialistico.

Risulta, pertanto, fondamentale informare e formare gli allenatori e gli staff tecnici a non avanzare richieste o a dare consigli potenzialmente pericolosi per lo sviluppo di disordini alimentari ma ad essere buoni osservatori delle abitudini e dei comportamenti delle atlete per poter cogliere i segni premonitori e/o gli elementi che potrebbero portare ad un DCA.

Dott.ssa Stefania Santonico



LA COMUNICAZIONE EFFICACE NELLO SPORT: linee guida per gli allenatori

foto da: www.atleticalive.it

“Non si può non comunicare” e nell’era dei social non è mai stato così evidente.

La parola “comunicare” significa letteralmente “rendere comune”, “partecipare”.

Le teorie emozionalistiche evidenziano gli aspetti emotivi e di relazione alla base della comunicazione: ogni comunicazione trasmette emozioni.

Per questo gli strumenti principali di lavoro per un coach sono: una comunicazione efficace, e la capacità di saper ascoltare, ossia comprendere l’altro anche nei suoi significati emozionali.

In un contesto sportivo, in particolare per quanto riguarda la comunicazione tra allenatori e atleti, è fondamentale che il tecnico sia consapevole delle sue capacità di ascolto. Alcuni allenatori tendono a diventare impaziente quando ascoltano i loro atleti, altri si lasciano influenzare troppo dalle loro reazioni senza spesso coglierne la semplice esigenza di sfogo della tensione.

Per questo uno degli obiettivi di un allenatore è quello della registrazione emozionale degli atleti e dello staff. Per farlo, deve: permettere agli atleti di esprimersi liberamente, porre dei limiti alla fase di ascolto (per evitare che non diventi un comodo alibi per non cambiare), restituire i contenuti emozionali (es. sei arrabbiato, stanco, deluso…), ridefinire le percezioni disfunzionali (es. Calciatore: “Non mi han passato la palla perché pensano che non sia bravo” allenatore: “Non ti han passato la palla perché non ti hanno visto, hanno sbagliato…”).

Per la comunicazione efficace le linee guida si possono riassumere in questo modo:

  • 1.ESSERE DIRETTI E CHIARI: esprimere il contenuto del messaggio in maniera affermativa, con frasi brevi e al presente (ad es. meglio dire “l’esercizio va fatto così…” invece di dire “l’esercizio non va fatto...”;
  • 2.ESSERE COMPLETI E SPECIFICI: fornire osservazioni, istruzioni, evitando di generalizzare (ad es. con frasi “fai sempre lo stesso errore”, ecc.);
  • 3.ESSERE FOCALIZZATI: dare poche informazioni essenziali, dando feedback immediati (ad es. appena si finisce un esercizio);
  • 4.ESSERE INCORAGGIANTI: i messaggi devono avere sempre l’obiettivo di sostenere e incrementare l’impegno dei giocatori (es. dando feedback positivi come “ben fatto!” oppure “ti sei impegnato molto, ecc.”);
  • 5.ESSERE COERENTI DAL PUNTO DI VISTA VERBALE E NON VERBALE: il linguaggio del corpo deve andare di pari passo con quello verbale (es. se voglio incoraggiare gli atleti, dovrò utilizzare un timbro alto della voce per trasmettere energia);
  • 7.ESPRIMERSI IN MODO APPROPRIATO AI LIVELLI DI CONOSCENZA E DI ESPERIENZA DELL’ATLETA/SQUADRA: adeguare il linguaggio al contesto (non esprimersi come uno scienziato, ma in modo semplice e adeguato).
  • 8.VERIFICARE CHE IL MESSAGGIO SIA STATO COMPRESO (ad es. chiedendo conferma agli atleti stessi rispetto alla comprensione del messaggio).

Dr.ssa Laura Camastra

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Claudio Mantovani (a cura di). Insegnare per allenare. Metodologia dell'insegnamento, (2017). Edizioni Scuola dello Sport.

Roman Jakobson, (1961). Linguistica e teoria della comunicazione.

 


L'IMPORTANZA DELLO SPORT NELL'INFANZIA

foto da: http://www.emiliaromagnamamma.it/2017/09/rimini-ri...


Se per gli adulti è importante fare sport, lo è a maggior ragione per i bambini; a tal proposito, le Nazioni Unite lo hanno riconosciuto come un diritto fondamentale e inserito nella “Convenzione sui diritti dell’infanzia”.

L’art. 31 della suddetta convenzione recita

“Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica […]”.


Lo sport e il gioco presentano aspetti simili ma, allo stesso tempo, sono molto differenti: entrambi hanno delle regole che permettono la condivisione di un fine ultimo ma, ciò che li differenzia, è il contesto infatti, mentre nel gioco è libero e naturale nello sport è maggiormente strutturato e circoscritto.

Molteplici sono i benefici che la pratica dello sport apporta sin dalle prime fasi dell’infanzia nello sviluppo, nel mantenimento fisico, nel benessere psichico e nei rapporti sociali. L’attività sportiva, per quanto concerne lo sviluppo, migliora il funzionamento dell’apparato cardio – circolatorio, stimola il funzionamento del sistema immunitario, permette di aumentare la densità ossea e l’elasticità muscolare; per quanto riguarda il mantenimento fisico, stimola il metabolismo e riduce il grasso corporeo permettendo un controllo sulle variazioni del peso.

Molto importante è il contributo che lo sport da al benessere fisico e ai rapporti sociali; esso infatti aiuta il bambino ad aumentare l’autostima, il senso di appartenenza e a migliorare le relazioni con gli altri sia essi appartenenti al gruppo dei pari che al mondo adulto.

Lo sport è una scuola di vita che insegna capacità e valori che saranno utili nel corso della vita. Si impara a vivere bene in mezzo agli altri e in gruppo, a confrontarsi con se stessi e con le proprie abilità, a prendere decisioni, a seguire le regole ma, allo stesso tempo, a pensare liberamente; infine, ha un ruolo fondamentale nello sviluppo della personalità, dell’intelligenza e dello spirito di intraprendenza che permettono al bambino di imparare a pensare, analizzare le situazioni, prendere decisioni, a rischiare e ad affrontare le difficoltà.

L’attività sportiva svolge, pertanto, un ruolo fondamentale nella formazione e nello sviluppo dei bambini e, in maniera diretta e indiretta, coinvolge anche gli adulti siano essi genitori, altri componenti della famiglia, educatori o allenatori.

“[…] sia importante una collaborazione tra enti locali,

scuola, associazioni sportive e famiglie

nella gestione delle attività sportive rivolte ai bambini

per far sì che le attività si adattino al momento e alle necessità del gruppo

e favoriscano il rispetto e la conoscenza scientifica”.

(Roberto Farnè, 2010)

Dott.ssa Stefania Santonico