Articoli di Psicologia

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USCIRE DALLA VITA PIATTA. IN CHE MODO?

 

La routine quotidiana è scandita da ritmi e tempi che sono sempre gli stessi: andare a lavoro o a scuola, accompagnare i figli, svolgere le faccende domestiche, etc. Con il tempo le abitudini possono diventare noiose e monotone. A volte ci sentiamo insoddisfatti, apatici, tristi, con la sensazione di non riuscire a vedere il futuro e il presente in maniera positiva. Tale insoddisfazione può nascere anche in ambienti lavorativi, sociali e familiari poco stimolanti. Questa fase della vita, definita di stallo, sembra avvolgerci all’interno di un labirinto dove le routine sono resistenti al cambiamento. La vita “piatta” a lungo andare può essere causa di disturbi del tono dell’umore e può indurci a vivere la nostra vita in modo passivo, nell’attesa di un intervento esterno che faccia cambiare le cose. Tuttavia è importante tenere presente che gli artefici della nostra vita siamo noi e solo noi abbiamo il potere di cambiare le cose.

Come agire allora?

Bisogna lavorare sia sul nostro pensiero che sui comportamenti. Rispetto al primo punto, bisogna allontanarsi dalle abitudini, prendere coscienza che proprio quella monotonia ci può aprire a possibilità nuove, accogliendo una capacità di rinnovamento e di rinascita. Per quanto riguarda il secondo aspetto, bisogna mettersi in gioco intraprendendo nuove e stimolanti attività:

1.   Iniziare uno sport oppure la palestra. Fare attività fisica aiuta non solo il corpo ma anche la mente, permette di scaricare le tensioni legate allo stress e alle routine quotidiane.

2.   Seguire corsi, anche online, che corrispondano alle proprie attitudini o inclinazioni.

3.   Curare un nuovo hobby, cercando di capire cosa stimola la propria creatività (es. il riciclo creativo, cucinare, curare un blog) in tal modo da esprimere anche la propria parte interiore.

4.    Entrare a far parte di associazioni di volontariato a cui ci si sente legati, tirando fuori sentimenti come altruismo e solidarietà.

Contestualmente allo svolgimento di queste attività, è utile domandarsi quali sensazioni ci suscitano. Se sono piacevoli e gratificanti, significa che siamo sulla strada giusta, perché avremo imparato a fare cose nuove, a prenderci tempo per noi stessi, a scaricare lo stress e a dare libero sfogo anche alla nostra interiorità, allontanando la monotonia quotidiana e caricando di un nuovo significato la vita.

 

DOTT.SSA FRANCESCA GIORDANO

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INSODDISFAZIONE LAVORATIVA? POSSIAMO COMBATTERLA!

 

Quante volte ci siamo alzati presto la mattina senza la volontà di andare a lavoro? Quante volte ci siamo lamentati delle cose che non funzionano, dai rapporti con i colleghi a quello con i superiori?

Il lavoro, si sa, nobilita l’uomo, ci appaga, ci fa ritenere di essere fortunati (visti i tempi attuali), eppure l’insoddisfazione lavorativa è un dato molto alto in Italia (e non solo).

Inoltre, oggi non è solo raro trovare un impiego, ma trovarlo in base alle proprie attitudini e al proprio percorso formativo lo è ancor di più!

Secondo uno studio promosso da Espresso Communication per Sodexola del 2017, il 68% dei lavoratori infatti si lamenta delle proprie condizioni lavorative o contrattuali. I motivi sono legati all’inadeguatezza dello stipendio, agli orari e all’incertezza contrattuale. È importante tener conto di questi dati, poiché essere insoddisfatti della propria condizione lavorativa produce un eccessivo stress psicofisico che si ripercuote inevitabilmente sulla produttività.

Di contro, molte ricerche mostrano come la soddisfazione dei lavoratori aumenta il successo economico. Basti pensare che alcune aziende offrono benefit, pagano bene, creano iniziative relazionali e schemi di condivisione dello stipendio al fine di incentivare il lavoratore a dare il massimo.

Cosa fare quando invece il nostro lavoro non ci appaga e non troviamo alcuna soddisfazione da esso?

Possiamo mettere in atto delle strategie che ci aiutino ad affrontare il problema.

1.   il primo passaggio fondamentale è individuare le cause della propria insoddisfazione;

2.   una volta identificate le ragioni del malessere, è il momento di affrontarle con soluzioni concrete: spiega al tuo datore che ti senti poco motivato e che questo sta influenzando negativamente le tue prestazioni e suggerisci alcuni cambiamenti che potrebbero migliorare la tua produttività;

3.   nel frattempo, comincia a lavorare su te stesso, cercando il lato positivo del tuo lavoro, in questo modo non ti predisporrai solamente in modalità negativa;

4.   concentrati sulle conoscenze e sulle abilità che inconsapevolmente stai sviluppando: ad esempio la resistenza allo stress!

Se avverti che, nonostante tutto, la situazione lavorativa non cambia, allora forse è il momento di cercare un altro lavoro.

Ciò che però è imprescindibile (e che devi portare sempre con te) è avere fiducia nelle tue possibilità, aspettative e nel tuo valore. L’autostima assieme all’autoefficacia sono strategie vincenti per affrontare qualsiasi situazione. In bocca al lupo!

 DOTT.SSA GIORDANO FRANCESCA

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COS’E’ IL PHUBBING

Il phubbing è un fenomeno molto più noto e frequente di quanto il termine non lasci pensare; si tratta, infatti di quel comportamento con cui ignoriamo l’altro con cui siamo in relazione preferendogli il nostro smarphone. Il termine, deriva, appunto, dalla fusione delle parole Phone (telefono) e Snubbing (snobbbare).

E’ capitato a quasi tutti noi di lasciarsi distrarre dal controllo dei messaggi o delle mail mentre siamo impegnati nelle interazioni con gli altri. Il telefono è una parte delle nostre vite, per molti è una sorta di appendice di sé stessi, che non ci si rende più conto quando invade spazi non consoni, quando fa il terzo incomodo.

E’ diventato quasi naturale ricavare nello spazio della relazione, “lo spazio del cellulare”, cioè quel momento in cui si consulta tranquillamente il telefono senza scusarsi con l’interlocutore. Spazio che può essere definito e condiviso nella relazione tanto che nel giro di pochi secondi si interrompe lo scambio, ci si isola nel cellulare e ci si trova soli, vicini ma distanti.

Si perde il contatto intimo ed empatico con l’altro, non cogliamo più informazioni ed emozioni che alimentano il legame.

 

Il fenomeno è cosi dilagante che ha colto l’attenzione dei ricercatori e recenti studi, condotti da un’èquipe dell’Università del Kent e pubblicati sulla rivista Journal of Applied Social psychology, hanno dimostrato che il phubbing compromette le relazioni, danneggiando la qualità della comunicazione, creando disagio e tensione in chi lo subisce. Fa emergere vissuti negativi, ci si sente non considerati, non importanti, esclusi.

Quando diventa una costante nelle interazioni lede il bisogno di appartenenza, di realizzazione, controllo, intacca l’autostima.

Se questi sono i pesanti effetti su chi lo subisce, proviamo ad osservarlo anche dal punto di vista di chi lo pratica (phubber).

Per il phubber concentrarsi sul cellulare può essere un modo per sfuggire al disagio e alla tensione provocati dalla relazione.

Allora è una forma di difesa. Considerandolo in questo modo assume un significato diverso se riletto sulla base della personalità e della storia personale del phubber. Questo comportamento allora potrebbe non essere l’unico con cui si cerca di evitare o di proteggersi dall’altro.

 

Proviamo allora ad osservarci nelle relazioni, potremmo avere delle relazioni disimpegnate, essere quelli/e sfuggenti, quelli/e che vanno cercati/e.

Se ci riconosciamo in queste descrizioni è bene, prima di tutto nascondere il cellulare quando siamo con l’altro per ascoltare non solo lui/lei ma anche noi stessi. Ci sentiamo in tensione, a disagio?

Iniziamo a domandarci da dove nascono questi vissuti? Cosa ci spinge a prendere il telefono e ad allontanarsi da quella relazione, da quella persona? In che relazioni è più frequente?

E’ possibile che si temano le relazioni, il confronto, che non riusciamo ad affidarci completamente all’altro/a.

Si possono attivare diverse emozioni, scoprire diverse motivazioni che rimandano alla propria storia personale. Farsi trasportare da questo processo, permette di riconoscere e dare un senso ad alcune emozioni che potranno riorganizzarsi per dare una rilettura diversa alle nostre esperienze.

La modulazione e la gestione di queste emozioni renderà meno frequente il ricorso alle vie di fuga con beneficio sia personale che relazionale.

Dr Marzia Dileo


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LUI E LEI, LEI E LUI RIUSCIRANNO A CAPIRSI?

Differenze di comunicazione fra uomo e donna: limiti e potenzialità

 

“Non riesco a sentirmi capita”, “Io vorrei semplicemente fare quella cosa senza analizzarla a lungo!” Senza difficoltà chiunque potrebbe attribuire facilmente queste frasi ai due generi, la prima è tipica del “femminile”, la seconda del “maschile”. Cosa ci ha guidato? Lo stereotipo di genere, quell’insieme di idee preconcette per cui le donne tendono ad analizzare gli argomenti, ad essere più attente agli aspetti emotivi della comunicazione, o addirittura chiacchierone, secondo la deriva più bieca dello stereotipo. La seconda frase apparterrebbe al “maschile” perché, sempre secondo lo stereotipo, gli uomini sarebbero più razionali, logici, meno avvezzi alle emozioni, superficiali secondo la deriva più bieca.

Spesso accade, che ci si fermi su queste categorizzazioni, frutto della cultura, rendendo la comunicazione e la relazione fra uomini e donne difficile.

 

E’ vero, esistono delle differenze biologiche fra uomo e donna che vanno accettate e rispettate e che si riflettono sui processi di pensiero, sui processi psicologici, sugli atteggiamenti, ma entrambi mirano nella relazione agli stessi scopi: reciprocità, riconoscimento del ruolo, accudimento e vicinanza ecc, solo che per raggiungerli mettono in atto strategie diverse.

A questo proposito sono interessanti gli studi della Tannen, che analizzando le conversazioni fra uomo e donna ha evidenziato come lo stile comunicativo dell’uomo sia incentrato sulla gerarchia, quindi sulla competizione per il potere, mentre quello della donna sulla connessione (vicinanza/lontananza). Pertanto per gli uomini condividere con il dialogo può essere inteso come una perdita di potere, per le donne invece è indicativo di una maggiore intimità. Ma tanto le une ambiscono al potere quanto gli altri ricercano la vicinanza.

 

Oltre a fattori culturali e biologici, esistono inoltre differenze legate alla propria storia personale, quella che definisce il nostro modo di essere uomini o di essere donne, che rendono la comunicazione uomo-donna un processo complesso in cui l’incomprensione può essere molto frequente.

 

Se non riusciamo a comunicare, a sentirci capiti, se ci troviamo invischiati in contrasti snervanti per futili motivi, proviamo innanzi tutto a tenere in considerazione tutti questi fattori e non cadiamo nella trappola dello stereotipo di genere per darne un tentativo di spiegazione.

Proviamo ad osservare questi episodi dall’esterno, come se guardassimo una foto e proviamo ad individuare i fattori che intervengono. Ci potremmo rendere conto che stiamo considerando il/la nostro/a partner solo perché lui è uomo, o lei è donna e quindi “la pensa in un certo modo”, “è diverso da me”.

 

Osserviamoci, perché se è il pregiudizio che ci guida nella lettura delle azioni del nostro/a partner, guiderà anche le nostre reazioni a lui/lei.

 

Fermiamoci di fronte ad un broncio, ad una richiesta che sa di recriminazione o alla battuta banale e ricordiamoci che quella che abbiamo di fronte è una persona con una sua storia, con suoi bisogni e aspettative, che la rendono unica e non è semplicemente solo un uomo “superficiale” o una donna “cervellotica”.  Ogni gesto, tono, atto del nostro/a partner ha un senso per la sua storia e nella storia della relazione, domandiamoci quindi che significa quel broncio o quella risata? Cosa ci sta comunicando?

Questi interrogativi permetteranno di conoscere meglio non solo l’altro ma anche se stessi, attiveranno nuove emozioni. Potremmo scoprire di avere molte più cose in comune con l’altro o scoprire piacevoli differenze.

 

 Integrando e organizzando queste esperienze si attiva un processo di crescita personale e di coppia che faciliterà la reciprocità e lo scambio e la scoperta di nuove risorse.

 

Dr.ssa Marzia Dileo

 


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LA MONOTONIA NELLA COPPIA: CHE SIGNIFICA, COME AFFRONTARLA

 

La monotonia è un evento fisiologico nella vita di coppia, soprattutto se si tratta di una coppia che sta insieme da diverso tempo. L’altro/a è parte della propria routine di vita, si danno per scontati i suoi pensieri, i suoi gesti, si sa già che molte situazioni si condivideranno con lui o lei.

Col passare del tempo, dall’idillio iniziale, in cui l’altro/a sembrava perfetto/a, sembrava colui o colei con cui fare tutte le esperienze, con cui non avremmo mai voluto perdere un attimo da condividere, diventa pian piano “il solito, la solita con si fanno sempre le solite cose”.

 

La monotonia nella coppia può generare vissuti di stanchezza e apatia, di frustrazione e delusione che a lungo andare possono essere riversati sul partner e compromettere la relazione. Questa naturale minaccia si fa più insidiosa nelle coppie meno stabili e coese e può provocare il conflitto o la distanza che possono portare anche alla fine di una relazione.

 

Se la monotonia è un evento normativo allora prestiamole attenzione, accettiamola e non trascuriamola, in modo da poterla affrontare per farne uscire una coppia rafforzata. Questo è possibile si!

 

Se ci riconosciamo nei vissuti descritti, se ci sentiamo annoiati e stanchi della quotidianità nella coppia iniziamo a domandarci il perché di questi vissuti.

Accettiamoli, interroghiamoci su come abbiamo contribuito anche noi a creare questa situazione e su come potremmo modificarla.

 

Riconosciuta questa condizione, è fondamentale la comunicazione con il proprio partner. Condividerla con l’altro/a i ci permetterà di capire se questi vissuti sono soltanto i nostri, e allora la monotonia può essere la spia di qualche difficoltà nella relazione, o se è un vissuto comune.

 

Se anche l’altro/a riconosce e condivide la situazione allora la coppia stessa è una risorsa.

 

Insieme si possono trovare delle strategie per tornare a sorprendersi (a volte basta un gesto, uno sguardo diverso), a scoprirsi. La monotonia uccide la coppia quando pensiamo di conoscere tutto dell’altro/a, annullandolo/la all’unica visione rigida che ci siamo costruiti nel corso della relazione.

Non è cosi, e basta impegnarsi a cambiare anche piccole cose per scoprirlo, scegliere ad esempio un’attività (uno sport, un hobby) da fare insieme, dedicarsi un momento solo di coppia (una cena, un week-end). Ovviamente anche la sfera sessuale sarà investita da questa noia e anche qui ci si può mettere in gioco insieme e sperimentare.

 

Insomma qualunque strategia si usi, se si è decisa insieme sarà efficace e permetterà di scoprire aspetti nuovi dell’altro/a, o di ritrovarne alcuni dimenticati.

Ci si potrà rinnamorare di nuovo come se lo/la avessimo conosciuto/a per la prima volta. La relazione ne uscirà rafforzata da nuove risorse e da una nuova coesione.

 

Dr.ssa Marzia Dileo